il vangelo ridotto, chiosato o rimosso

le rimozioni dal vangelo

Il Vangelo evidentemente soffre di rimozioni forzate ad opera dei predicatori abilitati e di quelli che si autoconsegnano la patente di interpreti autentici. Ad esempio: perché è così difficile affermare che la ricchezza è un male in sé in quanto appropriazione indebita del non-necessario? Infatti la sottrazione è ineludibilmente l’altra faccia della medaglia dell’accumulo.
«Le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case. Quale diritto avete di schiacciare il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri» (1).

È così difficile affermare che la ricchezza è antievangelica, l’ostacolo concreto alla diffusione dell’utopia liberante del Regno? Noi affermiamo il diritto per tutti ad una vita dignitosa resa possibile dalla pratica della compassione e della solidarietà. Il diritto al lusso non è espressione né del Vangelo né dell’umanesimo conseguente.

Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore  e piangerete (2).
Questo, certo, non significa che i ricchi non possano salvarsi ma si devono convertire redistribuendo o meglio restituendo. Gesù è andato a casa del capo degli oppressori per indurlo a cambiare vita, non per legittimarlo come avviene troppo spesso nei ricevimenti della c.d. autorità in Vaticano. Infatti Zaccheo risponde:

«Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»(3)

mentre gli altri, dopo la foto di rito con il Papa, rispondono continuando a bombardare, a negare i diritti fondamentali, a destabilizzare altri Paesi per interessi economici.

Un’altra forma di rimozione forzata riguarda la persona e la prassi di Gesù a vantaggio di una dottrina elaborata da uomini. Il Vangelo che siamo chiamati a vivere non consiste propriamente nella memorizzazione di un libro, né tantomeno di un codice, ma è una relazione con la Persona di Gesù, l’imitazione delle sue scelte concrete e l’adozione del suo paradigma non come imposizione ma come presupposto per realizzare pienamente la nostra libertà e dignità.

«Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»(4)

Il Concilio Vaticano II ha ribaltato la prospettiva (5) mettendo effettivamente al centro la Persona di Cristo rispetto alle conoscenze dogmatiche ma, a distanza di circa cinquanta anni, l’atteggiamento legalista, cattedratico della gerarchia è mutato più nella forma che nella sostanza. Pur riscontrando nei documenti e nella predicazione una maggiore consapevolezza dei disagi esistenziali e sociali del popolo di Dio rimane lo scandalo ancora non rimosso della distanza dalle sofferenze reali. La mera enunciazione, senza le opere concrete, dell’opzione preferenziale per i poveri e gli oppressi è il macigno che pesa sulla coscienza della Chiesa-Istituzione e ne mina la credibilità.

(1) Isaia 3, 14-15

(2) Vangelo di Luca 6, 24-25

(3) Vangelo di Luca 19, 8

(4) Vangelo di Luca 11,46

(5) Dei Verbum, 4; Cfr Teresa di Lisieux, LT 165 « Custodire la parola di Gesù, ecco l’unica condizione della nostra felicità, la prova del nostro amore per lui. Ma che cos’è questa parola? Mi sembra che la parola di Gesù sia lui stesso».

da ‘altranarrazione’

il commento al vangelo della domenica

un Dio che si fa vicino per non allontanarsi mai più
il commento al vangelo della domenica della trinità (27 maggio 2018) di p. E. Ronchi:

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In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Ci sono andati tutti all’ultimo appuntamento sul monte di Galilea. Sono andati tutti, anche quelli che dubitavano ancora, portando i frammenti d’oro della loro fede dentro vasi d’argilla: sono una comunità ferita che ha conosciuto il tradimento, l’abbandono, la sorte tragica di Giuda; una comunità che crede e che dubita: «quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono».
E ci riconosciamo tutti in questa fede vulnerabile. Ed ecco che, invece di risentirsi o di chiudersi nella delusione, «Gesù si avvicinò e disse loro…». Neppure il dubbio è in grado di fermarlo. Ancora non è stanco di tenerezza, di avvicinarsi, di farsi incontro, occhi negli occhi, respiro su respiro. È il nostro Dio “in uscita”, pellegrino eterno in cerca del santuario che sono le sue creature. Che fino all’ultimo non molla i suoi e la sua pedagogia vincente è “stare con”, la dolcezza del farsi vicino, e non allontanarsi mai più: «ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l’amato.
«E disse loro: andate in tutto il mondo e annunciate».
Affida ai dubitanti il Vangelo, la bella notizia, la parola di felicità, per farla dilagare in ogni paesaggio del mondo come fresca acqua chiara, in ruscelli splendenti di riverberi di luce, a dissetare ogni filo d’erba, a portare vita a ogni vita che langue. Andate, immergetevi in questo fiume, raggiungete tutti e gioite della diversità delle creature di Dio, «battezzando», immergendo ogni vita nell’oceano di Dio, e sia sommersa, e sia intrisa e sia sollevata dalla sua onda mite e possente! Accompagnate ogni vita all’incontro con la vita di Dio. Fatelo «nel nome del Padre»: cuore che pulsa nel cuore del mondo; «nel nome del Figlio»: nella fragilità del Figlio di Maria morto nella carne; «nel nome dello Spirito»: del vento santo che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (D.M. Turoldo).
Ed ecco che la vita di Dio non è più estranea né alla fragilità della carne, né alla sua forza; non è estranea né al dolore né alla felicità dell’uomo, ma diventa storia nostra, racconto di fragilità e di forza affidato non alle migliori intelligenze del tempo ma a undici pescatori illetterati che dubitano ancora, che si sentono «piccoli ma invasi e abbracciati dal mistero» (A. Casati). Piccoli ma abbracciati come bambini, abbracciati dentro un respiro, un soffio, un vento in cui naviga l’intero creato.

«E io sarò con voi tutti i giorni». Sarò con voi senza condizioni. Nei giorni della fede e in quelli del dubbio; sarò con voi fino alla fine del tempo, senza vincoli né clausole, come seme che cresce, come inizio di guarigione.

 a seguire il video del commento  di p. A. Maggi:

 

i vescovi cileni chiedono perdono per gli scandali di pedofilia commessa e nascosta

 

presidente dei vescovi cileni

 

 mons Santiago Silva, presidente dell’episcopato cileno, ha pubblicato una nota. Ecco gli stralci più importanti:

1 – Siamo tornati in Cile dopo quattro fruttuosi incontri con Papa Francesco. Se qualcosa si è chiarito in noi, frutto di conversazioni sincere, è che la vita dei vescovi e dei sacerdoti non sempre scorre attraverso i sentieri del Vangelo. Ci allontaniamo da questi sentieri a causa dei nostri errori e, cosa più grave ancora, anche per via di reati come l’abuso su minorenni.
2 – Ancora una volta chiediamo perdono, pregando insistentemente che i crimini vengano denunciati ai tribunali. La Chiesa non è un luogo per delinquere! A noi, al tempo stesso, ci è rimasto chiaro che sono molte le vite di credenti che danno testimonianza del Vangelo e per loro Cristo è il seme della nuova umanità.
3 – Indubbiamente saranno i valori evangelici ed ecclesiali quelli che ci permetteranno il desiderato e urgente rinnovamento. Ma dobbiamo mettere Cristo al centro e a partire da Lui il servizio generoso alle persone, in particolare ai più vulnerabili e ai poveri.
4 – In questo momento, il più importante dei valori è la riparazione alle vittime nella giustizia e nella misericordia. Confesso che tutti i vescovi viviamo con il Papa il forte impatto del danno causato alle vittime, cosa non facile da sanare.
5 – Quando parliamo di “vergogna”, lo facciamo con sincerità, perché la Chiesa non è stata costituita da Gesù per generare danni e per di più danni di tale portata. Capisco che molti non diano credito al perdono che chiediamo e al dolore che esprimiamo. Non recupereremo la fiducia da un giorno all’altro. Dobbiamo dimostrarlo con azioni riparatrici concrete.
6 – Per noi è imprescindibile conoscere a fondo ciò che nel rapporto del vescovo Scicluna fa riferimento a documenti smarriti, alla superficiale qualifica delle accuse, al ritardo nelle indagini, e cioè, tutti gli errori commessi in materia di abusi. Con l’incarnazione di Gesù sappiamo “che solo ciò che è stato assunto è redento”. Ma per assumere, devi conoscere la realtà e accettarla con umiltà.
7 – La speranza ci aiuterà a non ruminare la desolazione, ma a generare uno sforzo continuo per rendere tutto nuovo. Assumere la realtà con speranza ci permetterà di fare i pastori a partire dalle nostre debolezze e povertà, non a partire dal potere e dall’elitarismo. In questo modo possiamo costruire legami che animati dal Vangelo costruiscono una nuova cultura dell’essere Chiesa.
8 – A che servono le buone intenzioni se tutto rimane uguale? In virtù del valore della conversione personale e pastorale, centrale nella predicazione di Gesù, spetta a tutti noi, in particolare ai vescovi, incoraggiare un intenso e vasto progetto di rinnovamento ecclesiale. E dobbiamo iniziare con il dialogo.
9 – La Chiesa non è costruita da gruppi di élite, perché è “il popolo di Dio santo, fedele e sofferente” nell’espressione del Papa. L’intero popolo di Dio quindi ha qualcosa da dire sugli abusi dei minori, sul potere e sulla coscienza, e sulla missione alla quale lo Spirito ci chiama come Chiesa in questa cultura postmoderna.
10 – È tempo di generare un dialogo dove nessuno si sente escluso. Tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro in questa “nuova Pentecoste” che speriamo di vivere. E spero che questo dialogo non sia solo intra-ecclesiale e, naturalmente, che non rimanga solo nelle buone intenzioni, ma che in realtà generi un processo di rinnovamento, cercando l’impegno di tutti. Solo come popolo di Dio che ascoltiamo insieme possiamo discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.
11 – Affinché questo rinnovamento ecclesiale diventi una realtà, abbiamo posto le nostre cariche pastorali nelle mani del Papa con totale disponibilità. Non si tratta di fuggire, ma di collaborare.

papa Francesco vuole una chiesa italiana più ‘libera’

“ciò che ci fa più liberi”

il cammino della Chiesa italiana


Umberto Folena 

Viva la libertà. La libertà di chi non accumula freneticamente denaro e potere, fino a far soffocare la propria anima. La libertà del Vangelo. E la libertà di Pietro, il primo, il prescelto, che incontrando lo storpio allarga le braccia e gli dice: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3, 6).

È la maggior libertà a cui ieri Francesco ha invitato, con dolcezza e con nettezza la Chiesa italiana. Siate più liberi per «fare presto e bene». Le vocazioni sacerdotali calano? Ci sono cause esterne, come la «cultura del provvisorio» e l’«idolatria del denaro»; ma anche cause interne, come una «testimonianza a volte tiepida» e gli «scandali»: fosse anche uno solo, sarebbe uno di troppo la cui ricaduta negativa non è misurabile. Veleni che penetrano dall’esterno, veleni generati dall’interno. Risultato: un tempo sterile, almeno all’apparenza. Come reagire? Innanzitutto con la generosità: chi ha più preti, ne doni a chi ne ha di meno, perché nella Chiesa non possono esserci “ricchi” e “poveri” di alcun genere.

Reagire anche, e soprattutto, tornando a innamorarsi della «povertà evangelica». Facile proclamarla, assai più difficile viverla perché tutti abbiamo, almeno un poco, paura. Tutti avvertiamo il bisogno di qualche garanzia. La precarietà spaventa. Eppure un prete dovrebbe saperlo, quando decide di diventare prete. Tanto tempo fa gliel’ha ricordato il Concilio: i preti «non trattino dunque l’ufficio ecclesiastico come occasione di guadagno», avverte Presbiterorum ordinis (17), che invita ad «abbracciare la povertà volontaria». Volontaria, non subita di malagrazia.

Un invito al pauperismo? Alla rinuncia alle risorse? No. L’invito è a considerare le risorse per ciò che sono: semplici strumenti, non fini. La Chiesa sceglie la povertà evangelica «non perché rinuncia alle risorse, ma non tiene nulla per sé»: e questa è la lettera (Sostenere la Chiesa per servire tutti) che dieci anni fa i vescovi italiani scrissero nell’anniversario di Sovvenire alle necessità della Chiesa (1988), dove solidarietà, corresponsabilità e trasparenza erano le parole d’ordine. Si ricordava, allora, l’importanza di tenere due portafogli ben distinti: uno con i propri soldi, l’altro con quelli della comunità. Il vescovo che offre il pranzo, ricordato ieri da Francesco, mette mano al portafoglio numero uno. Ma si ricordava anche a ogni parroco il dovere di fare testamento, affinché sia chiaro che nulla è suo, ma tutto è della comunità.

Libertà significa saper distinguere i mezzi dai fini. Il fine è uno solo, l’annuncio del Vangelo. Il bene è uno solo: Gesù Cristo. I mezzi vanno messi a disposizione di quel fine e quel bene. Anche le diocesi sono strumenti, creati per meglio annunciare Gesù Cristo e servire la causa del Vangelo. Essendo strumenti, nascono e possono trasformarsi, confluendo e unendosi. Le diocesi in Italia sono 226. Tantissime, anche dopo il primo accorpamento di un terzo di secolo fa. Francesco chiede alla Chiesa italiana di snellirsi, in nome della sobrietà e dell’incisività evangeliche.

Già, ma le tradizioni? Ogni diocesi ha la sua, e ne è orgogliosa. Ora il problema è semplice e “duro” al tempo stesso: una tradizione può tramutarsi lentamente, inesorabilmente in una gabbia che si stringe fino a soffocarti; oppure evolversi in un’occasione per coniugare il nuovo e l’antico rinunciando a qualcosa per conquistare qualcos’altro. Libertà è quella dei figli di Dio che hanno lo sguardo lungo e vivono le tradizioni con fedeltà creativa.

Viva la libertà, dunque. È questa che Francesco offre e chiede alla Chiesa italiana. La libertà di chi si scrolla di dosso ciò che forse pensava fosse indispensabile, ma non lo è. Di chi si libera del tragico mantra: «Abbiamo sempre fatto così». Di chi sa farsi come Pietro che davanti allo storpio allarga le braccia: ho finito quel poco oro e argento che avevo, ma erano semplici strumenti, roba che passa e si corrompe. Invece posso donarti l’unica cosa che conta, Gesù. Alzati e cammina, Chiesa che sei in Italia!

una chiesa che sa chiedere perdono … a proposito della pedofilia e dei vescovi cileni

IL SOGNO DI UNA CHIESA

di Raniero La Valle

Mentre molte cose accadono, quella che ci sembra più rilevante e ricca di futuro è la lettera del papa ai vescovi del Cile che non solo da ragione degli eventi inauditi che hanno investito la Chiesa cilena, ma è uno straordinario testo di ecclesiologia, che apre uno squarcio su quello che può essere la Chiesa, e anzi la religione di domani.
È una lettera di dieci pagine, che doveva rimanere segreta, per cui non è uscita sul sito del Vaticano; ma nella Chiesa di Francesco non c’è più nulla di segreto: certo la “Segreteria di Stato” continua a chiamarsi così, ma ormai tutto è gridato sui tetti, la fiaccola è sopra il moggio, e anche il lucignolo che rischia di spegnersi ora si vede. Sicché abbiamo assistito con enorme stupore a un papa che si è messo in gioco riconoscendo l’errore compiuto nel giudizio che aveva dato sullo scandalo della pedofilia in Cile, e poi all’intero collegio di quei vescovi che viene a Roma e per tre giorni ripensa col papa a tutto ciò che era accaduto, e infine si pente e chiede perdono, prima di tutto alle vittime, e poi rinunzia al potere, ciascun vescovo rimettendo nelle mani del papa il proprio mandato, senza nessuno a giustificare se stesso, tutti dal primo all’ultimo, trentaquattro.
È la prima volta che una Chiesa chiede perdono così: finora, anche per le sue colpe più gravi, la formula era che la Chiesa era santa e che semmai chiedeva perdono per il male commesso da qualche suo membro.
Per questo bisogna leggere la lettera del papa. Noi ve la mettiamo sul nostro sito in spagnolo, come è stata scritta  (CHE DIMINUISCA LA CHIESA PERCHÉ CRESCA LA FEDE) e come l’ha pubblicata la Televisione cilena, e cercheremo di darvene poi la traduzione italiana. Ma intanto la si può raccontare.
Per prima cosa bisogna dire che essa parte non da un problema di Chiesa, o di dottrina, ma da una ferita “aperta, dolorosa, complessa e sanguinante”, nella vita di tante persone, non necessariamente credenti, è “perciò” nella vita del Popolo di Dio. Tutte le vittime, tutte le persone sono Popolo di Dio. Ferita non curata come si doveva, e perciò bisogna subito voltare pagina, senza dare la colpa agli altri, perché tutti siamo implicati, dice il papa, “e io per primo”.
Ma come intervenire? Prima di tutto bisogna trovare la strada. E la strada è quella della conversione, perché bisogna cambiare, e non c’è cambiamento senza conversione, e bisogna farlo non separati, ma nella “collegialità” e “sinodalità”.
E qui c’è la chiave teologica della vera conversione richiesta alla Chiesa: “è necessario che lui cresca e io diminuisca”, secondo la parola di Giovanni Battista. La Chiesa del Cile (ma non solo lei) patisce infatti la tentazione di “soppiantare” il suo Signore. Di mettersi lei al posto di Dio. Di crescere tanto, che di Dio non c’è più bisogno, perché c’è lei. È avvenuto così lungo i secoli. Ma se la Chiesa basta a se stessa, non ha più altro da annunciare, viene meno la sua stessa missione, la sua forza profetica si perde. E se la Chiesa mette se stessa al centro dell’attenzione, invece di mettere il Signore che è “la via, la verità e la vita” e perde così “la memoria della sua origine e della sua missione”, anche il peccato della Chiesa viene al centro della scena, non si vede altro e non si parla d’altro; e così è successo proprio in questa crisi.
Il prezzo che si paga è allora molto alto, e mentre infuria lo scandalo, la cosa più urgente è “ristabilire la giustizia e la comunione”, non solo nell’immediato, ma a medio e lungo termine, perché il problema non è solo di affrontare i casi concreti, magari semplicemente rimuovendo i colpevoli (cosa necessaria ma non sufficiente), il problema è di andare alla radice e alle strutture che sono all’origine del male, il problema è di “recuperare la profezia”.
Sembra di capire che cosa cerca di dire il papa: nessun silenzio e nessuna debolezza di fronte allo scandalo, ma la conclusione di tutto non sta nella “tolleranza zero”, com’è per le cose del mondo, la conclusione sta nel recupero della profezia, in una Chiesa che torni ad essere Chiesa.
E qui si vede tutta la tenerezza e la profondità con cui papa Francesco pensa a questa Chiesa, la riconosce e le parla, come si parla all’amata.
Riconosce, proprio alla Chiesa cilena, di aver generato molti alla fede, di aver lottato per difenderla, e aver dato battaglia quando la dignità dei suoi figli non era rispettata o era semplicemente negata. Una Chiesa che ha saputo non mettersi al centro, ma “nei momenti oscuri della vita del suo popolo ha avuto il vigore profetico non solo di levare la sua voce ma anche di chiamare a raccolta per creare spazi di difesa di uomini e donne su cui il Signore l’aveva incaricata di vegliare”, ben sapendo che “non si poteva proclamare il comandamento nuovo dell’amore senza promuovere mediante la giustizia e la pace la vera crescita di ogni persona”. Il periodo cui il papa si riferisce è qui quello della dittatura, e perciò la citazione è di Paolo VI.
Ma, ad abbracciare tutta la sua storia, la vera forza della Chiesa cilena, è stata la pietà popolare, che “è una delle ricchezze più grandi che il popolo di Dio ha saputo coltivare”, con le sue feste, i suoi balli, la sua musica, i suoi vestiti, trasformando tante località del Paese “in santuari della pietà popolare, perché non sono feste che restino chiuse all’interno del tempio, ma riescono a rivestire a festa tutto il villaggio”. E perciò è una Chiesa che ha imparato come la fede si trasmette solo in dialetto, celebrando così, cantando e danzando, “la paternità, la provvidenza, la presenza costante e amorosa di Dio”. Una Chiesa che si fa prossima dei poveri, dei malati, dei senzatetto, degli orfani … Una Chiesa fatta di molti popoli, capace di promuovere le ricchezze e la buona vita di ciascuno, come negli anni Sessanta i vescovi del Sud fecero per la crescita del popolo Mapuche, dal quale c’è tanto da apprendere; una Chiesa profetica, capace di confessare (e qui Francesco cita il cardinale Silva Enriquez di Santiago, che fu uno dei fari del Concilio) “che nella nostra storia personale e nella storia del nostro Cile ci sono stati ingiustizia, bugie, odio, colpa, indifferenza”; per cui lo stesso arcivescovo invitava gli altri pastori e fedeli a essere “sinceri, umili, e a dire al Signore: abbiamo peccato contro di te! Peccare contro il nostro fratello, l’uomo e la donna, è peccare contro Cristo, che è morto e resuscitato per tutti gli uomini. Siamo sinceri, umili! Ho peccato, Signore contro di te! Non ho obbedito al tuo Vangelo!”. E aggiunge Francesco; “la coscienza cosciente dei suoi limiti e peccati la fa vivere in guardia dinanzi alla tentazione di soppiantare il suo Signore”.
E qual è l’antidoto? Il santo popolo fedele di Dio, che dal suo silenzio quotidiano in molte forme testimonia che il Signore non abbandona, sostiene e soffre con i suoi figli. Il santo paziente popolo di Dio, vivificato dallo Spirito, che è il volto più bello della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nella fatica quotidiana. “In questo popolo fedele e silenzioso sta il sistema immunitario della Chiesa”.
Così immunizzata, la Chiesa potrà ritrovare se stessa. Potrà affermare senza ambiguità che il discepolo non sarà mai il Messia. Guardarsi perciò da ogni forma di messianismo che pretenda ergersi come unico interprete della volontà di Dio. Non cadere, come tante volte è possibile, nella tentazione di un esercizio ecclesiale dell’autorità che pretenda sostituirsi alle diverse istanze di comunione e partecipazione e, ciò che è peggio, sostituirsi alla coscienza dei fedeli, dimenticando l’insegnamento conciliare secondo cui “la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nel suo recesso più intimo” (GS n. 16, che cita un discorso radiofonico di Pio XII). I falsi messianismi, dice il papa, pretendono cancellare l’eloquente verità che la totalità dei fedeli ha l’unzione dello Spirito. Mai un individuo o un gruppo privilegiato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e meno ancora credersi la voce autentica della sua interpretazione. Bisogna stare attenti alla “psicologia da élite” che può insinuarsi nella nostra maniera di abbordare le questioni. Essa produce dinamiche di divisione, separazione, circoli chiusi che sboccano in spiritualità narcisiste e autoritarie in cui, invece di evangelizzare, l’importare è sentirsi speciali, differenti dagli altri, mettendo così in evidenza che né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Messianismo, elitismo e clericalismo sono tutti sinonimi di perversione nell’essere ecclesiale e anche sinonimo di perversione – scrive il papa – è la perdita della sana coscienza di sapersi appartenere al santo popolo di Dio che ci precede e che, grazie a Dio, ci succederà.
La coscienza del limite ci salva dalla tentazione e pretesa di occupare tutti gli spazi, e specialmente un luogo che non ci appartiene, quello del Signore. Solo Dio è capace della totalità. “La nostra missione sarà sempre condivisa. La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri”.
E la conclusione folgorante della lettera è: “Fratelli le idee si discutono, le situazioni si discernono, noi siamo qui riuniti per discernere, non per discutere”.
Discernere, ci sembra vuol dire smettere gli abiti vecchi, avanzare lo sguardo verso quello che sarà il futuro della Chiesa e della stessa religione nel mondo
(Fonte: ChiesadituttiChiesadeipoveri)

ciclone Francesco … le dimissioni di tutti i vescovi cileni

i vescovi cileni si dimettono in blocco 

“siamo nelle mani del papa”

A conclusione del vertice straordinario sulla pedofilia e gli insabbiamenti, i presuli leggono una dichiarazione: «Imploriamo il perdono delle vittime». E ringraziano la stampa

Iacopo Scaramuzzi
città del vaticano

A conclusione del vertice straordinario al quale il Papa li ha convocati a Roma per affrontare lo scandalo pedofilia (14-17 maggio), i vescovi cileni hanno rassegnato in blocco le dimissioni nelle mani di Francesco, che prossimamente deciderà il loro destino. La Conferenza episcopale del Cile chiede perdono alle vittime dei sacerdoti abusatori e ringrazia la stampa per il «servizio alla verità». 

«Dopo tre giorni di incontri con il Santo Padre e molte ore dedicate alla meditazione e alla preghiera, seguendo le sue indicazioni, noi vescovi del Cile desideriamo dichiarare quanto segue», hanno affermato i vescovi in un testo letto in spagnolo e italiano alla stampa monsignor Fernando Ramos Pérez, uno dei sette ausiliari di Santiago, e segretario della Conferenza episcopale, e monsignor Juan Ignacio Gonzalez Errazuriz, vescovo di San Bernardo. «In primo luogo, ringraziamo Papa Francesco per il suo ascolto da padre e la sua correzione fraterna, ma soprattutto vogliamo chiedere perdono per il dolore causato alle vittime , al Papa al popolo di Dio e al nostro paese per i nostri gravi errori e omissioni commesse».

I vescovi cileni ringraziano anche  monsignor Scicluna e il reverendo Jordi Bartomeu (che il Papa aveva inviato in Cile ad ascoltare le vittime, ndr)

«per la dedizione pastorale e personale, nonché per lo sforzo investito nelle ultime settimane per cercare di sanare le ferite della società e della chiesa del nostro paese. Ringraziamo le vittime per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficoltà personali spirituali sociali e famigliari che hanno affrontato unite spesso alle incomprensioni e agli attacchi della stessa comunità ecclesiale. Ancora una volta imploriamo il loro perdono e aiuto per continuare ad avanzar sul cammino della guarigione per cicatrizzare le ferite».

In secondo luogo, i vescovi comunicano che

per iscritto abbiamo rimesso i nostri incarichi nelle mani del Santo Padre perché decida liberamente per ciascuno di noi. Ci poniamo in cammino, sapendo che questi giorni di dialogo onesto hanno rappresentato una pietra miliare di un profondo processo di cambiamento guidato da Papa Francesco e in comunione con lui vogliamo ristabilire la giustizia dal danno causato per dare nuovo impulso alla missione profetica della Chiesa in Cile il cui centro avrebbe sempre dovuto esser Gesù Cristo. Desideriamo che il volto del Signore torni a risplendere nella Chiesa e ci impegniamo per questo con umiltà e speranza e chiediamo a tutti di aiutare a percorre questa strada. Seguendo le raccomandazioni del Santo Padre chiediamo che in queste ore difficili ma piene di speranza la Chiesa sia protetta dal Signore e dalla Vergine del Carmen”.

In una breve dichiarazione successiva, monsignor Gonzalez ha precisato che il Papa deciderà se accettare, respingere o accettare fino a nomina del successore le dimissioni di ognuno dei vescovi. Nel frattempo il lavoro pastorale dei presuli continua nella sue funzioni. Gonzalez ha poi voluto ringraziare la stampa per il «servizio alla verità» che ha svolto. La conferenza stampa non prevedeva domande finali dei giornalisti.  

Le vittime del sacerdote pedofilo Fernando Karadima, ricevute nelle scorse settimane a Casa Santa Marta dal Papa, hanno commentato la notizia su Twitter.  «Per dignità, giustizia e verità: lasciano tutti i vescovi. Delinquenti. Non hanno saputo proteggere i più deboli, li hanno esposti agli abusi e invece hanno impedito la giustizia. Per questo, meritano semplicemente di andarsene», ha scritto José Andrés Murillo. «I vescovi cileni hanno rinunciato TUTTI. È inedito ed è un bene. Questo cambia le cose per sempre», ha commentato Juan Carlos Cruz.

il commento al vangelo della domenica

quel vento di libertà che scuote i nostri schemi
 il commento al vangelo della domenica di Pentecoste (20 maggio 2018) di E. Ronchi:

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d’oro» (G. Vannucci).
Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d’improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite.
Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l’invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza.
Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l’opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l’abbiamo noi, che ha l’umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.

domina la cultura del nemico

Vittorino Andreoli 

“siamo la società dell’homo stupidus stupidus stupidus. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici”

 

lo psichiatra ad Huffpost:

“Distruttività, frustrazione e l’insicurezza sono le caratteristiche del nostro tempo. Siamo la società della paura e domina la cultura del nemico”

“Viviamo in una società dominata dalle frustrazioni. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, ci si sente insicuri, si ha paura. Si accumula così la frustrazione, che poi diventa rabbia. E la rabbia sa a cosa porta? Porta alla voglia di spaccare tutto. Il nostro tempo non è violento, è distruttivo”.

Vittorino Andreoli, noto psichiatra e prolifico scrittore, riflette così sulla contemporaneità e sull’uomo. Lo fa nel suo ultimo romanzo, presentato al Salone del Libro di Torino,

Il silenzio delle pietre

(Rizzoli, pp.328).

“Non credo alla divisione categorica fra romanzi e saggi” specifica lui. Non a caso, il volume è una lunga narrazione ambientata nel 2028: i tempi non sono più gli stessi, l’uomo non è più libero di scegliere, ma ha solo l’opzione benedetta dell’esilio. Che diventa mitico, e narrativo, quando si rivela volontario e scozzese. “Il mio protagonista – continua Andreoli – scappa da tutto. Scappa dai rumori, da internet, dal mondo virtuale che spaventa e occupa il tempo, impedendo di pensare. Scappa in un luogo in cui l’uomo ancora non c’è. Sceglie una baia meravigliosa, nella natura, per scampare a questa nostra società di frustrati”.

intervista di Flavia Piccinni

Ha parlato di violenza e di distruttività. Che differenza c’è?

La violenza è finalizzata a produrre danno agli altri. Uno è geloso perché c’è qualcuno che gli ha portato via l’oggetto d’amore, e si vendica violentemente: lo ammazza. Ma, realizzato questo scopo, la violenza decade.

 

E la distruttività?

La distruttività invece è la tendenza a fare del danno agli altri, ma anche a se stessi. Si uccidono moglie, figli e ci si uccide. È una piccola apocalisse. Ed è molto frequente nelle famiglie oggi.

 

Stiamo vivendo un tempo distruttivo anche per la politica?

C’è il desiderio di fare la guerra, per mascherare situazioni personali, per fare le armi, per alimentare gli arsenali nucleari. C’è aria di guerra, e la guerra è distruttività. Lo ribadisco: la distruttività è la caratteristica fondamentale del nostro tempo.

Quali sono le altre?

La frustrazione e l’insicurezza. Siamo la società della paura. Domina la cultura del nemico.

Questo cosa comporta?

Questo uccide la speranza e la fiducia, e promuove lo stare da soli.

E poi?

Sa, c’è stato il periodo della ragione, dei lumi, delle grandi ideologie e adesso…

Adesso?

Adesso abbiamo il periodo della stupidità.

Perché dice così?

Perché governa l’irrazionalità! Domina l’assurdo. Non c’è il senso dell’etica. Peggio di così… E come conseguenza della stupidità abbiamo la regressione all’homo pulsionale.

Ricordavo che appartenessimo all’homo sapiens sapiens.

No! In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.

Per quale motivo?

Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è la stupidità. Se oggi uno non è stupidus in questa società non può vivere.

Come ci si salva?

Facendo come il protagonista del mio romanzo, che va in un mondo bellissimo dove non esistono commendatori. Dove non esiste l’uomo. La genesi si è fermata al quinto giorno, perché il Padre eterno è molto intelligente e in una parte del mondo non ha fatto l’uomo.

Dove si concentra la stupidità oggi?

Nel potere. Il potere oggi è per definizione stupido. Io uso il potere come verbo: posso, quindi faccio. E faccio perché posso. Il potere è l’aspetto più chiaro della stupidità.

Lei si considera un uomo di potere?

No. Ho scritto dei Nessuno, quelli con la N maiuscola, perché in questa società c’è qualcuno che non è stupido, e sono i Nessuno. Io sono un Nessuno, perché non conto niente.

Ma lei conta…

Essendo Nessuno non devo accettare compromessi. Il Nessuno è colui che c’è, ma è come se non si fosse. Amo questa società, quella fatta dalle persone bellissime che non contano niente.

Non conta niente, però c’è un qualcuno, Gene Gnocchi, che le fa l’imitazione in televisione.

L’ho vista poco tempo fa. Considero l’umorismo e l’ironia come difensive. Aiutano la gente a sopravvivere. Io amo i matti, considero la follia stupenda, umana, e quello che ho sempre cercato è l’uomo rotto. E l’ho sempre cercato con un’arma, l’ironia. Anche se non l’ho mai incontrato, considero Gene Gnocchi molto bravo.

Anni fa con Andrea Purgatori su Huffington Post fece una diagnosi al nostro Paese ormai storica. Possiamo aggiornarla, questa diagnosi?

L’Italia è solo peggiorata perché non è mai stata curata.

E gli italiani?

Siamo dei masochisti felici: viviamo in un costante e grave pericolo economico e sociale, però siamo capaci di divertirci.

E poi?

Siamo frustrati. Pieni di rabbia. Darwin parlava di istinto, ma noi stiamo regredendo all’epoca della pulsionalità. Si guardi intorno.

Lo faccio ogni giorno.

Ecco: ormai non c’è l’etica, ma ci sono i comitati etici. Domina l’io e non il noi. Io voglio questo. Lo voglio, lo voglio, lo voglio.

In questo contesto, crede che sia significativo l’aumento della violenza sulle donne?

Antropologicamente, la donna è stata da sempre preda dell’uomo. Salomone, che era la saggezza del popolo, diceva: “Più terribile della morte è la donna, solo l’uomo timorato di Dio ne può scampare, mentre il peccatore ne è avvinto, abbindolato”.

Dopo cosa è accaduto?

Poi è arrivato Cristo, che le donne le ha rispettate. C’è stata la cultura che faticosamente ha dato valore alla donna, alla femminilità, alla sua resistenza. Ma se precipitiamo nell’uomo pulsionale, la donna ritorna ad essere la preda.

L’altro giorno a Cannes 83 attrici hanno sfilato silenziosamente in segno di protesta contro l’industria cinematografica, e le discriminazioni di genere. Cosa pensa di quel movimento globale che è #metoo e delle conseguenze inevitabili che avrà sul presente?

La donna ha ancora bisogno di un movimento forte. Ricordo ancora che presi parte alla storica marcia delle donne da Central Park fino a Broadway. Oggi però la donna non deve fare l’errore del femminismo degli anni Settanta.

Quale?

Escludere gli uomini. Averlo fatto, in passato, non le ha permesso di crescere. Il movimento, come diceva quella grande donna che era Ida Magli, bisogna farlo insieme. Altrimenti l’uomo resterà culturalmente distaccato. Resterà un omuncolo.

Lei come si sente?

Io sono un infelice gioioso.

Mi spiega meglio?

Oggi si parla solo di felicità, ma la felicità è qualcosa di individuale. È una sensazione positiva, piacevole, che appartiene all’io. La gioia appartiene invece a una condizione che riguarda il noi: l’io insieme all’altro. Si trasmette e la si riceve, ma riguarda sempre un gruppo. Oggi solo gli imbecilli possono essere felici.

Per quale motivo?

Apparteniamo a una società troppo complessa perché non venga considerata la condizione degli altri. Come fa uno a essere felice se ogni giorno vede persone che soffrono?

Non lo so.

Io non stimo molte persone, ma quell’uomo di Nazareth, quell’uomo con la U maiuscola, quello insegnava la gioia. Oggi però tutto è diverso.

In che senso?

Oggi non ci sono più i padroni della terra, degli immobili, ma quelli dell’umanità. Li racconta bene Avram Noam Chomsky.

Chi sono questi padroni?

L’economia dipende da circa 20-25 persone. La maggior parte dei Nessuno fa fatica a vivere, mentre alcuni non sanno vivere perché hanno troppo.

Per esempio?

Mark Zuckerberg! La prossima volta lo guardi bene: ha perso 100 miliardi in un giorno. E sa cosa ha detto? “Non è niente per me”. Ecco, così divento infelice e un po’ arrabbiato. Ed è un bene.

Per quale motivo?

Perché fino a quando continuerò a indignarmi, continuerò a scrivere.

un sogno ad … occhi molto aperti

ho sognato il papa

«È uno scandalo che vi siano persone o istituzioni della Chiesa che non si interessano del povero e vivono tranquillamente»

Oscar Romero

 

 

Non mi capita spesso ma questo sogno desidero raccontarlo perché è speciale: è fatto ad occhi aperti.

C’erano molte persone raccolte in Piazza San Pietro, visibilmente emozionate. Guardavano in alto, in attesa che il nuovo Papa si affacciasse dal balcone. Si aprì, invece, il portone della Basilica e il pontefice neoeletto, senza scorta, uscì per salutare i fedeli presenti. Gli porsero, poco dopo, un megafono per farsi ascoltare dai più lontani. Prese a dire parole inaudite:

«Buonasera fratelli e sorelle! Desidero, innanzitutto, comunicarvi che oggi inizia un nuovo cammino per la Chiesa. Il cambiamento consisterà soprattutto nella rinuncia ad ogni forma di Potere, ai privilegi e ai comportamenti che ci allontanano dalla vita reale. Ci faremo guidare unicamente dal Vangelo, riscopriremo il carisma profetico denunciando le strutture di peccato, ci schiereremo, senza indugio, dalla parte dei poveri, degli oppressi e di tutti quelli a cui viene negata una seconda possibilità. Non faremo più calcoli, non guarderemo più alle convenienze sociali, non difenderemo più la Chiesa con mezzi umani, perché la Chiesa ha già il suo difensore: Cristo. Infatti a noi spetta imitare la sua prassi e condividere le sue opzioni. Quindi il nostro programma da oggi sarà quello indicato nel Vangelo di Luca – annunciare ai poveri un lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi, predicare la misericordia di Dio – e in quello di Matteo al capitolo 25. Ascolteremo i poveri e solo quando avremo finito con loro daremo spazio ai c.d. Capi di Stato. Consegneremo il Vaticano alle autorità civili, metteremo a disposizione della comunità tutte le ricchezze in esso contenute. La Chiesa vivrà nel mondo e stabilirà la sua sede legale in tutti i luoghi in cui l’uomo soffre. Lasceremo i Palazzi ed andremo negli ospedali, nelle carceri, negli accampamenti dei disperati, nelle fabbriche, nei call center… Liquideremo la Banca e la sostituiremo con l’unica Banca coerente con la testimonianza evangelica: quella della tempo e della solidarietà. Da oggi investiremo solo in gratuità e confideremo solo nelle risorse provenienti dal Fondo chiamato ‘Provvidenza’. Non useremo più elicotteri, ma ci sposteremo con i mezzi di trasporto che usano i poveri: quelli pubblici. Incontrerete il Papa su un autobus o in una metro e la sua nuova abitazione sarà presso una parrocchia di periferia. Sposeremo la causa degli ultimi perché lo richiede il Vangelo e perché la Chiesa ha bisogno di conversione. Rinunceremo alle sovvenzioni statali per vivere la grazia della sobrietà e per condividere la condizione di chi non riceve simili aiuti. Saremo una Chiesa povera e dei poveri sia per testimoniare che l’Amore di Dio –che è l’essenziale – è gratuito, sia per denunciare l’iniquità dell’attuale sistema economico-sociale che per garantire il profitto a pochi avidi sfrutta i popoli e devasta l’ambiente. Saremo radicali e ci inginocchieremo solo per pregare e non per ottenere qualcosa in cambio dai potenti. Saremo la voce dei poveri, la coscienza critica, avremo paura ma chiederemo a Cristo la forza per percorrere la sua stessa strada».

A questo punto mi sono svegliato, e rimango nell’attesa che tutto ciò diventi realtà.

da ‘altranarrazione’

gli ‘scarti umani’ e l’opera d’arte del Dio di Gesù

prima gli oppressi

«con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte»

(‘gaudete et exultate’ 61)

 

Se gli oppressi non hanno dove posare il capo, hanno però un luogo dove trovare consolazione*. Il cuore di Dio è innanzitutto per loro. Gli altri dovranno attendere prima di essere ammessi. Udranno parole uniche che Dio rivolgerà solo a loro. Nessun altro potrà ascoltarle, neanche origliando. Riceveranno spiegazioni, ogni interrogativo troverà risposta, e scopriranno che Dio non ha dimenticato nulla della loro sofferenza. Ogni lacrima degli oppressi è stata annotata con la mano di un ragioniere scrupoloso, mentre del bilancio dei peccati sembra che se ne siano perse le tracce. È fatto così il nostro Dio: diligente nel medicare ferite, negligente nell’assegnare colpe. D’altronde sembra abitare più in un ambulatorio che in uno di quei lussuosi palazzi dove si emettono sentenze civili o religiose. Ma sempre “umane”, nel senso di terrene. Com’è diverso il senso della Giustizia nella sua logica: per Lui significa riscattare l’infelicità di quest’esilio vissuto dai suoi figli al buio ed esposti ad ogni genere di male. Se per l’uomo giustizia è punire per il Signore è guarire. Attualmente però Dio è impegnato nella ricerca di persone che si rendano disponibili ad anticipare il suo conforto agli ultimi, qui sulla terra. Le selezioni sono molto difficili e vanno spesso deserte per gli improrogabili impegni degli uomini: accumulare denaro, programmi televisivi, partite di calcio**. È così che a Dio gli tocca vedere morire i suoi figli prediletti nella solitudine. Questa assurda separazione, che ci fa rinviare le dinamiche del Regno all’aldilà, produce molte vittime. Il rinvio è il lago in cui sguazza il male. Non servono lamenti ed invocazioni se non ci convertiamo dalla passività e ci continuiamo a dimenticare che non solo la terra ma anche i nostri/e fratelli/sorelle ci sono stati affidati in custodia.

* “venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Vangelo di Matteo 11,28)

** vangelo di Matteo 22,1-14

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