i ‘religiosi’ secondo papa Francesco

“religiosi, non siate mistici isolati o faccendieri frenetici”

il papa celebra la messa in San Pietro per la Giornata mondiale della vita consacrata: «Con gli scarti generazionali non c’è futuro per la Chiesa», «attenti alla nostalgia che uccide l’anima». Una primula in regalo dal Pontefice alle religiose che lavorano in Vaticano
papa Francesco a messa in San Pietro per la Giornata mondiale della vita consacrata
salvatore cernuzio
 

C’è il mondo che «insegue i piaceri e le voglie dell’io» e la vita frenetica che «induce a chiudere tante porte all’incontro, spesso per paura dell’altro» e a guardare il display del telefonino piuttosto che gli occhi del fratello. C’è poi il «misticismo isolato» e il «sentimentalismo devoto» a cui fa da contrappeso l’«attivismo sfrenato» tipico dei «faccendieri», o ancora la «paralisi della normalità» e «la sterile retorica dei “bei tempi passati”», quella che porta a dire: «Qui non va più bene niente». Insomma, sono tanti gli ostacoli in cui rischia di incorrere chi ha abbracciato la vita consacrata.  

A questi «fratelli e sorelle», che oggi gremiscono numerosi la Basilica di San Pietro per la messa della Giornata a loro dedicata, Papa Francesco propone la cura e il rimedio per delle tentazioni tipicamente mondane: Gesù. Con Lui ci sono le «sorprese nella vita», c’è il «vero amore», c’è il «dialogo» con gli altri, tra i giovani e gli anziani soprattutto. Nella sua omelia – che segue una suggestiva processione nel buio della Basilica illuminata solo dalle candele accese dei presenti – il Pontefice invita a fare «memoria» dell’incontro con il Signore, perché da quell’incontro «è nato il cammino di consacrazione». «Bisogna farne memoria», dice, «e se faremo bene memoria vedremo che in quell’incontro non eravamo soli con Gesù: c’era anche il popolo di Dio, la Chiesa, giovani e anziani».  

Giovani e anziani, ripete il Papa, in un dialogo intergenerazionale che sembra impossibile ma che è invece fondamentale per il futuro della Chiesa e del mondo. Con gli anziani i giovani trovano «le radici del popolo» e «le radici della fede», la quale «non è una nozione da imparare su un libro, ma l’arte di vivere con Dio, che si apprende dall’esperienza di chi ci ha preceduto nel cammino». D’altra parte gli anziani, incontrando i giovani, «realizzano i loro sogni».   

Sono le «sorprese» che arrivano «puntuali» quando si incontra il Signore. Per far sì che esse accadano nella vita consacrata «è bene ricordare che non si può rinnovare l’incontro col Signore senza l’altro: mai lasciare indietro, mai fare scarti generazionali, ma accompagnarsi ogni giorno, col Signore al centro». «Se i giovani sono chiamati ad aprire nuove porte, gli anziani hanno le chiavi», rimarca Francesco. «La giovinezza di un istituto sta nell’andare alle radici, ascoltando gli anziani. Non c’è avvenire senza questo incontro tra anziani e giovani; non c’è crescita senza radici e non c’è fioritura senza germogli nuovi. Mai profezia senza memoria, mai memoria senza profezia; e sempre incontrarsi».  

Bergoglio mette in guardia anche dalla frenesia del vivere che «induce a chiudere tante porte all’incontro», spesso per paura, mentre rimangono «sempre aperte le porte dei centri commerciali e le connessioni di rete». Nella vita consacrata non sia così: «il fratello e la sorella che Dio mi dà sono parte della mia storia, sono doni da custodire», sollecita. «Non accada di guardare lo schermo del cellulare più degli occhi del fratello, o di fissarci sui nostri programmi più che nel Signore. Perché quando si mettono al centro i progetti, le tecniche e le strutture, la vita consacrata smette di attrarre e non comunica più; non fiorisce perché dimentica “quello che ha di sotterrato”, cioè le radici». 

Cioè l’imitazione di Gesù «casto, povero e obbediente». «La vita del mondo insegue i piaceri e le voglie dell’io», invece «la vita consacrata libera l’affetto da ogni possesso per amare pienamente Dio e gli altri», sottolinea il Pontefice. «La vita del mondo s’impunta per fare ciò che vuole, la vita consacrata sceglie l’obbedienza umile come libertà più grande». E mentre la vita del mondo «lascia presto vuote le mani e il cuore, la vita secondo Gesù riempie di pace fino alla fine». 

Bisogna allora tenere stretto il Signore sempre «tra le braccia»: «Non solo nella testa e nel cuore, ma tra le mani, in ogni cosa che facciamo: nella preghiera, al lavoro, a tavola, al telefono, a scuola, coi poveri, ovunque». Avere il Signore «tra le mani» è infatti «l’antidoto al misticismo isolato e all’attivismo sfrenato», spiega il Papa; «l’incontro reale con Gesù raddrizza sia i sentimentalisti devoti che i faccendieri frenetici», e aiuta anche a superare la «paralisi della normalità» per «aprirsi al quotidiano scompiglio della grazia».  

Lasciarsi incontrare da Gesù: solo questo è dunque «il segreto per mantenere viva la fiamma della vita spirituale»; altrimenti si finisce per «farsi risucchiare in una vita asfittica, dove le lamentele, l’amarezza e le inevitabili delusioni hanno la meglio». O di scadere in una «sterile retorica dei “bei tempi passati”, quella nostalgia che uccide l’anima». Al contrario, «se si incontrano ogni giorno Gesù e i fratelli, il cuore non si polarizza verso il passato o verso il futuro, ma vive l’oggi di Dio in pace con tutti», afferma Francesco. E conclude invitando i consacrati a viaggiare «controcorrente» nel mondo. Solo così, assicura, potrete essere «l’alba perenne della Chiesa».   

Come omaggio per la Giornata mondiale della vita consacrata, il Pontefice ha fatto recapitare, tramite il suo elemosiniere, l’arcivescovo Konrad Krajewski, una primula a ogni religiosa che lavora in Vaticano. Una delle piantine – informa L’Osservatore Romano – ha ornato l’altare allestito in un capannone della zona industriale, dove il prelato polacco ha celebrato con gli operai dei servizi tecnici la messa della festa della Presentazione del Signore.

ilcommento al vangelo della domenica

“si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”

il commento al vangelo della quinta domenica del tempo ordinario (3 febbraio 2018) di p. Ronchi e dal monastero Marango:

 

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». […]

il commento di E. Ronchi:

Gesù esce dalla sinagoga e va nella casa di Simone: inizia la Chiesa. Inizia attorno ad una persona fragile, malata: la suocera di Simone era a letto con la febbre.
Gesù la prende per mano, la solleva, la libera e lei, non più imbrigliata dentro i suoi problemi, può occuparsi della felicità degli altri, che è la vera guarigione per tutti.
Ed ella li serviva: Marco usa lo stesso verbo impiegato nel racconto degli angeli che servivano Gesù nel deserto, dopo le tentazioni. La donna che era considerata una nullità, è assimilata agli angeli, le creature più vicine a Dio.
Questo racconto di un miracolo dimesso, così poco vistoso, senza neppure una parola da parte di Gesù, ci può aiutare a smetterla con l’ansia e i conflitti contro le nostre febbri e problemi. Ci può ispirare a pensare e a credere che ogni limite umano è lo spazio di Dio, il luogo dove atterra la sua potenza.
Poi, dopo il tramonto del sole, finito il sabato con i suoi 1521 divieti (proibito anche visitare gli ammalati) tutto il dolore di Cafarnao si riversa alla porta della casa di Simone: la città intera era riunita davanti alla porta. Davanti a Gesù, in piedi sulla soglia, luogo fisico e luogo dell’anima; davanti a Gesù in piedi tra la casa e la strada, tra la casa e la piazza; Gesù che ama le porte aperte che fanno entrare occhi e stelle, polline di parole e il rischio della vita, del dolore e dell’amore. Che ama le porte aperte di Dio.
Quelle guarigioni compiute dopo il tramonto, quando iniziava il nuovo giorno, sono il collaudo di un mondo nuovo, raccontato sul ritmo della genesi: e fu sera e fu mattino. Il miracolo è, nella sua bellezza giovane, inizio di un giorno nuovo, primo giorno della vita guarita e incamminata verso la sua fioritura.

La fede non è rassegnazione alla sofferenza”

il commento dal monastero Marango:

 

Come leggere il dramma umano della sofferenza alla luce della fede? E’ questo il tema centrale delle Letture di questa domenica. Infatti, nella prima Lettura, Giobbe grida il suo dolore per la sua sofferenza, mentre il Vangelo ci narra della “reazione di guarigione” da parte di Gesù quando gli portano «molti affetti da varie malattie».

Tutto il libro di Giobbe mostra che è legittimo gridare la propria rabbia per il male che si vive. Giobbe arriva quasi a bestemmiare Dio per la sua sofferenza, contestando i suoi amici religiosissimi, che gli predicavano rassegnazione e obbedienza alla “volontà di Dio”. E, alla fine del libro, Dio sanzionerà che solo Giobbe ha detto cose rette di lui (cfr. Gb 42,7).
La fede non comporta l’accettazione supina e vittimale di ogni tipo di sofferenza. Mai, nella Bibbia, si dice che Dio mandi le sofferenze, oppure che “si serva” di esse per far capire qualche cosa all’uomo. In molte espressione dei Salmi, preghiere modello della fede, l’uomo “si sfoga” con Dio per il dolore che sta patendo; come si fa, in genere, con le persone più vicine e intime. È un appello al Signore per sentirsi tenuti per mano da Lui quando si patisce, a sentirlo vicino: è questo il sollievo che si cerca. Quindi non solo Giobbe, ma anche altri abbondanti testi biblici insistono nel mostrarci che la fede vera non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che ci avvicini di più a Dio.
Stupisce che, dopo tanti secoli, ancora oggi sia radicata una certa istintiva convinzione e una certa predicazione che ci sia in qualche modo Dio dietro al male che si soffre. Invece, Dio è tutto e solo bene, e vita che splende: non è in grado in nessun modo di concepire qualcosa di negativo, nemmeno come mezzo: patisce Lui, purché non patiscano i suoi figli, questo è il senso della croce di Gesù.

Anche Gesù non ha mai dato valore positivo al dolore. Di fronte alla sofferenza umana ha sempre mostrato tanta compassione – fino alle lacrime – e tanto impegno nel volerla sconfiggere: attraverso i segni di guarigione. Così l’inizio del suo ministero pubblico, nel Vangelo di Marco, è contraddistinto prima dal dare nuovo senso alla dimensione sacra della sinagoga e del sabato, come realizzazione del vero culto che è liberazione dell’uomo dallo spirito negativo che lo imprigiona (Vangelo di domenica scorsa); e poi dal dare nuovo senso anche alla dimensione feriale, quella rappresentata dalla casa di Pietro, dove compie, appunto, il gesto della guarigione della suocera dell’apostolo. Gesti che assumono dunque valore programmatico, perché costituiscono i primi segni del suo annuncio del Regno: per umanizzare l’uomo, Gesù viene a liberarlo dalla sofferenza, non a schiacciarlo nella rassegnazione.

«Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni»: Gesù non è venuto ad opprimere l’uomo con nuove pretese religiose, ma a liberarlo dai mali, fisici e interiori, che lo fanno soffrire.
Ci capita di ripetere spesso la frase di un vescovo: «Nel mondo c’è più sofferenza che peccato». Anche oggi il Figlio di Dio vuole farsi presente e all’opera dove più c’è l’esistenza dell’uomo: nelle sue ferite. Egli vuole aprire i cuori degli uomini perché si facciano suoi occhi, suo cuore, sue mani nei confronti di chi soffre: i samaritani del buon Samaritano, perché nessuno rimanga abbandonato lungo la strada a soffrire. Per questo i cristiani devono essere cittadini del mondo: laddove c’è la pena di un uomo, lì si è di casa, perché lì c’è l’appello del Signore a farsi prossimi, lì si ascolta la sua voce a vivere la carità e si vede la sua volontà di cura, non di sofferenza.
Oggi c’è poca fede non perché si svuotano le chiese, ma perché si svuotano i cuori. Infatti non esiste più neppure la compassione: per esempio verso chi ci chiede la carità dell’accoglienza. Dio non vuole la sofferenza dell’uomo, ma quanti uomini vogliono la sofferenza di altri uomini come loro, magari per superficialità ed egoismo!

All’inizio del nuovo giorno, Gesù si ritira in un luogo solitario a pregare, dice il racconto di Marco. I discepoli lo vanno a cercare e lo invitano a tornare in città dove l’aspettano nuove guarigioni. Ma Gesù si avvia, pellegrino, verso altri luoghi.
Due elementi mettono un limite alla sua attività di guarigione. Il primo è la necessità di attingere forza dal rapporto orante con il Padre, senza del quale anche le opere più significative diventano vuoto attivismo. Questa attenzione è una delle cose raccomandate da papa Francesco alla Chiesa italiana. Soprattutto oggi, che i pastori devono occuparsi di più comunità, si rischia di farsi prendere ed espropriare dalle molte cose da fare. C’è da ricordare che Gesù, prima di guarire la suocera di Pietro, le si è avvicinato e l’ha fatta alzare prendendola per mano: la cosa più importante è il contatto personale con le persone, farle sentire che in quel momento si è del tutto per loro, e non con il pensiero rivolto già alle prossime cose da fare. Questo contatto personale ha una forza di guarigione più grande della moltiplicazione delle Messe per non scontentare nessuno.
La seconda ragione è che Gesù si sottrae al rischio di diventare il semplice fornitore di miracoli di guarigione. Egli può prendersi cura dell’uomo perché si prende cura del suo rapporto con il Padre, da cui trae la forza necessaria che è l’amore. Solo così i gesti che Egli compie non sono semplice soddisfazione del bisogno dell’uomo, ma segni della vicinanza di Dio all’uomo e alla sua condizione di sofferenza: diventano “sacramenti”, che indicano, dentro i gesti umani più belli della cura dell’altro, la tenerezza di Dio per la fragilità delle sue creature e dei suoi figli.

Alberto Vianello
Fonte:www.monasteromarango.it/

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