intervista al teologo J. Moltmann: mi comprendo come un cristiano evangelico cattolico: in questo senso sono in comunione con i cristiani romani cattolici”

Jürgen Moltmann

la chiesa esiste solo al singolare


dal 25 al 28 ottobre 2017, il teologo riformato Jürgen Moltmann (fecondo autore tra gli altri di Teologia della speranza, Il Dio crocifisso, La Chiesa nella forza dello Spirito…) è stato presente a Bose in occasione del seminario su «La Riforma in prospettiva ecumenica» organizzato congiuntamente dall’Istituto biblico teologico Sant’Andrea di Mosca e dal Monastero di Bose. In margine a quell’incontro, Finestra ecumenica ha intervistato il grande pensatore tedesco di Tübingen, novantunenne, sul cammino verso l’unità tra le chiese.

 
Professor Moltmann, l’ecumenismo per lei non è solo un’idea, ma un’esperienza attiva. Ricordiamo in particolare la sua ventennale partecipazione alla commissione Fede & Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese, o la sua lunga collaborazione nel direttivo della rivista Concilium. Sulla base di queste esperienze, come descriverebbe l’ecumenismo? Che definizione ne dà?
 
Si tratta dell’unità visibile della chiesa! L’unità invisibile è già istituita, attraverso la preghiera sacerdotale di Gesù: «Che tutti siano uno» (Gv 17,21). Sono convinto che Dio ha esaudito la preghiera di Cristo: l’unità invisibile è dunque già realizzata. Per questo sono del tutto tranquillo e non spingo per l’unità visibile: ci verrà regalata un giorno.
 
Parla dell’unità della chiesa, e non dell’unità delle chiese o dei cristiani.
 
Sì, l’unità della chiesa, perché la chiesa esiste solo al singolare. «Credo la chiesa una, santa, cattolica e apostolica»: è quanto affermiamo nel Simbolo di Nicea. Le chiese locali sono una manifestazione di questa chiesa una.
 
Anche le diverse chiese confessionali allora sono da intendere come espressioni diversificate di quest’unica chiesa, dell’Una Sancta?
 
Certamente. Io stesso mi comprendo come un cristiano evangelico cattolico. In questo senso sono in comunione con i cristiani romani cattolici. Si tratta di un’unità invisibile, di un’unità nello Spirito. Abbiamo una comunione attraverso il battesimo, nel riconoscimento del battesimo amministrato nelle diverse chiese, e la comunione eucaristica ci sta ancora davanti, ma è vicina. Secondo me, in realtà, è già stata affermata nella dichiarazione di Lima su Battesimo, eucaristia, ministero (1982), del Consiglio ecumenico delle chiese, ma ugualmente nella Concordia di Leuenberg (1973), che unisce le chiese evangeliche europee e che anche dei teologi cattolici possono sottoscrivere. Un punto tuttavia rimane aperto: quello che riguarda il ministero, il servizio nella chiesa. Anche questo nodo potrebbe essere sciolto.
 
Che cosa manca per arrivarci?
 
La pazienza e una fede salda!
 
Suggerisce di realizzare l’intercomunione, cioè condividere la comunione eucaristica, e di discutere solo in un secondo tempo delle cose che ci dividono?
 
Sì, la comunità di fede appare quando le persone sentono l’invito di Cristo: «Siate riconciliati con Dio», e vengono insieme alla tavola dell’altare dove Cristo le aspetta. È Cristo che invita e dà il proprio corpo e il proprio sangue: non celebriamo nel nostro nome proprio o nel nome di una chiesa, ma nel nome di Gesù Cristo. La Cena del Signore è inseparabile da quanto è avvenuto sulla croce, sul Golgota. Lì, cattolici, protestanti, ortodossi non sono divisi: lì i peccatori sono perdonati, le vittime ritrovano i loro diritti, gli afflitti sono consolati e i disperati trovano nuova speranza. Come possiamo mantenere le separazioni gli uni dagli altri se insieme siamo riconciliati con Dio? La mia proposta è allora che dopo avere condiviso la comunione in comune, dovremmo rimanere insieme e discutere di quanto ci è successo nell’eucaristia, di quello che vi abbiamo vissuto. La comprensione viene dopo l’esperienza. La pratica è prima, la teologia seconda. In fondo, è come nella vita quotidiana: dopo avere mangiato e bevuto insieme, si è più distesi e più disposti al dialogo…
 
Ha scritto che il concetto di «diversità riconciliata» elaborato dalle chiese luterane è «il sonnifero dell’ecumenismo». Ci può spiegare cosa intende?
 
Nell’«ecumenismo ginevrino», portato avanti dal Consiglio ecumenico delle chiese, avevamo insistito sul rinnovamento delle chiese e l’unità della chiesa. La nozione di «diversità riconciliata» proviene dalla Federazione luterana mondiale, la quale non prevede più il rinnovamento delle chiese. Si finisce per addormentarsi, ammettendo la diversità senza più prendere atto dei cambiamenti, delle riforme, che sono esigiti in vista della visibilità dell’unità. La massima dell’ecumenismo che mi ha sempre convinto recita: «Più ci avviciniamo a Cristo, più ci avviciniamo gli uni agli altri». E questo movimento in avanti, verso Cristo, non è più presente nel concetto della diversità riconciliata, perché tutto vi rimane statico, il movimento è escluso.
 
Quale riforma nella chiesa è necessaria oggi, a cinquecento anni dall’inizio della Riforma protestante, per concretizzare un tale rinnovamento?
 
La Riforma del XVI secolo si proponeva di essere una riforma dell’unica chiesa, per questo la Riforma è imperfetta e incompiuta finché durerà la separazione tra le chiese evangeliche e la chiesa cattolica.
 
Nel XVI secolo sono stati soprattutto gli interventi dei poteri politici a intralciare questa riforma. Anche oggi i fattori politici ritardano o impediscono il cammino verso l’unità. Una «riforma per l’unità» che cosa dovrebbe dire o rispondere oggi alla comunità politica più ampia?
 
L’unità della chiesa, di ogni chiesa, non è fine a se stessa, ma è un fermento per l’unità di tutto il genere umano. E questa umanità unificata dovrebbe saper ascoltare il grido della terra… Se noi non pensiamo l’unità cristiana nell’orizzonte più ampio dell’unità e della cura del mondo in cui viviamo, cadiamo nella trappola della religione civile, dei nazionalismi, dell’alleanza con il potere, che anche oggi – lo vediamo bene – ostacolano l’unità tra i cristiani. Ogni chiesa dovrebbe manifestare l’universalità del cristianesimo che è presente in ogni tradizione, e mostrare come questa sua cattolicità sia al servizio dell’umanità intera.
 
La complementarietà tra «unità» e «cattolicità» dovrebbe essere maggiormente presa in considerazione?
 
Quando si parla di «unità», si ha in mente l’unità interna della chiesa. La nozione di «cattolicità» porta a vedere l’orizzonte esterno. Ora è il Regno di Dio a essere cattolico. E la chiesa è un’anticipazione del Regno di Dio nella storia di questo mondo. La cattolicità è una qualità derivata della chiesa. Per questo, la chiesa riconosce Israele come prima anticipazione del Regno di Dio e spera nella redenzione di Israele allo spuntare del Regno di Dio. Invito così a una riforma della speranza, in cui le chiese non si identifichino con il Regno, né lo riconoscano nei poteri del mondo, ma insieme tra loro e con il popolo della prima alleanza sperino e attendano la venuta di Cristo.
 
Nel suo lavoro teologico, si rifà volentieri alla «pericoresi» delle tre persone della Trinità. Quest’idea della comunione relazionale tra Padre, Figlio e Spirito santo si può anche applicare alla comunione tra le chiese?
 
L’unità della Trinità è il fondamento per l’unità della chiesa. Cipriano l’aveva già riconosciuto nel III secolo. Questo implica di riconoscere la Trinità come una Trinità sociale, e non come una Trinità psicologica. La chiesa, la comunione dei credenti, è l’immagine della Trinità. Un teologo russo ha affermato: «La Trinità è il nostro programma sociale». Lo ritengo corretto: infatti la piena unità del Dio trino è l’archetipo della comunione della creazione. Non solo degli umani, ma anche della comunione di tutto il creato.
 
Tornando alla collaborazione che ha avuto per lunghi decenni con cristiani di diverse confessioni, ci può dire cosa le ha insegnato?
 
Mi ha infinitamente arricchito. Ho riconosciuto una comunione nello Spirito santo o in Cristo con tutte le chiese, sia nell’ortodossia, sia nel mondo cattolico, ma anche nelle chiese pentecostali. In tutte le chiese ho ritrovato l’opposizione tra tradizionalismo e innovazione, rinnovamento. Ci sono dei fondamentalisti nelle chiese protestanti, dei tradizionalisti nella chiesa cattolica; le chiese pentecostali conoscono il contrasto tra coloro che trovano ispirazione nella fede e quelli che spingono per la missione. Le controversie oggi non si svolgono più lungo i confini confessionali. Solo raramente, ormai, le posizioni teologiche divergenti hanno qualche cosa in comune con quei confini. Ma con una nuova teologia possono nascere nuove forme di comunione.

i lager libici e lo choc dell’orrore – testimonianze di crudeltà umana

 
viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia
ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte. Testimonianze viventi della crudeltà umana

[L’esclusiva] Viaggio nei campi di sterminio dei migranti in Libia. Ecco la testimonianza choc dell’orrore che non vogliamo vedere

Sembrano racconti del secolo scorso. Dei sopravvissuti ai campi di detenzione delle guerre etniche, razziste, di sterminio. Ma invece sono storie attuali, testimonianze di una moderna umanità sofferente che ricordano i giorni terribili vissuti in Libia, nei mesi scorsi. Sono stati sequestrati, torturati, imprigionati, guardati a vista da squadracce multietniche armate. Sono arrivati in Italia e hanno reso testimonianze preziose per ricostruire la storia del tormento libico. Perché nessuno possa dimenticare o girarsi dall’altra parte.

Testimonianze viventi della crudeltà umana. Ma anche simboli del coraggio delle vittime e della lealtà e dell’impegno di preziosi investigatori italiani che hanno riscritto la moderna Spoon River dei migranti schiavi delle mafie etniche.
Legga attentamente queste testimonianze chi attacca il governo italiano per biechi calcoli politici o per stomachevoli ipocrisie di presunti sbandieratori del rispetto dei diritti umani. L’Italia sarebbe complice dei torturatori libici mentre presta soccorso e accoglienza, e nello stesso tempo lavora per un governo dei flussi migratori? I nostri calunniatori sperano forse che tutto rimanga come prima? A loro, la lettura delle testimonianze dei sopravvissuti all’inferno libico svelerà che il nostro Paese, l’Italia, è in prima fila (temiamo da sola) nel contrasto ai trafficanti di uomini e donne. Perché queste testimonianze, come altre centinaia raccolte in questi anni, sono servite, servono e serviranno a far condannare nei nostri tribunali i trafficanti di esseri umani.

Quelle che si raccontano sono le vite di migranti vissuti in due dei tanti campi di detenzione in Libia. Uno si trova in prossimità dell’oasi di Kufra, all’estremità del sud della Libia che confina con l’Egitto, il Sudan e il Ciad. Ed è quello dove vengono reclusi e torturati i migranti del Corno d’Africa. L’altro si trova invece alle porte della capitale del Fezzan, Sebha. E qui vengono reclusi e seviziati tra gli altri i nigeriani, i nigerini, gli ivoriani, i ghanesi, i senegalesi.
Questi racconti fanno parte di fascicoli giudiziari aperti da alcune Procure della repubblica. Le indagini non sono ancora arrivate a definire processi con imputati condannati. Ma siamo a buon punto.

Prima testimonianza  –  «Ci hanno trasportati in un carcere che sorge in una zona agricola dedicata alla coltivazione dei datteri e che si erge tra Kufra ed Hedeyafa. In tale struttura costantemente vigilata da diversi uomini armati sono rimasto con il mio compagno di viaggio per un mese e otto giorni. In tale lasso di tempo io, come tutti gli altri migranti reclusi in questa struttura, sono stato più volte torturato anche da un sudanese che oggi si trova in questo centro (di accoglienza italiano, ndr), torturato per il denaro».
«Spesso mi costringevano a contattare telefonicamente i miei parenti e durante le comunicazioni venivo colpito ripetutamente con dei tubi di gomma. Disgraziatamente mio padre è un povero agricoltore perché nella nostra zona è in corso una carestia. Per tali motivi i miei familiari non erano in grado di pagare il riscatto preteso dall’organizzazione criminale, che inizialmente consisteva in 5.000 dollari. In seguito, comprendendo le precarie condizioni della mia famiglia, abbassarono le pretese a 3000 dollari. Ma mio padre non fu in grado di pagare lo stesso. Alla fine, dopo oltre un mese di torture e sevizie sono stato trasferito in un altro struttura, insieme ad altri migranti reclusi».
«Il carcere sorge in una zona agricola vicino ad una piantagione di datteri. Il carcere assomiglia a un grande capannone con un unico ingresso. Vi erano delle finestre, ma troppo alte per essere raggiunte. La struttura ospitava diverse centinaia di migranti ed era costantemente vigilata da una decina di uomini anche armati. Il capo era un sudanese e i sottoposti erano diversi uomini sudanesi e somali. Alcuni avevano dei fucili».
«Mi colpivano ripetutamente con un tubo di gomma. Ma mi reputo fortunato perché non sono mai stato percosso a petto nudo ma indossavo sempre un giubbino che riusciva a mitigare la violenza dei colpi subiti. Altri sono stati meno fortunati. Sono disposto a fare vedere e fotografare le mie cicatrici ma non credo di averne perché non sono mai stato percosso a petto nudo». Questo testimone somalo, come altri nigeriani, svelano ai nostri investigatori che nei centri di accoglienza dove si trovano in Italia, hanno riconosciuto diversi torturatori. E le loro accuse hanno già portato in alcuni casi al fermo degli aguzzini.
«In questo campo c’è Mohamed che ha fatto la traversata con noi. Mi ha picchiato almeno una decina di volte. Quando sono arrivato nel carcere, Mohamed il somalo era già nella struttura. Lui faceva parte della squadraccia dei picchiatori, di quelli che ti torturavano per costringere i tuoi congiunti a pagare. Ma le torture inflitte non si limitavano alle telefonate ma si protraevano per intimorire i reclusi».

Seconda testimonianza – «Sono partito dalla mia regione il 17 febbraio del 2017 per raggiungere l’Europa. Con mezzi pubblici abbiamo raggiunto Adis Abeba dove ci siamo uniti ad altri emigranti che avevano la nostra stessa intenzione. Quindi abbiamo conosciuto i trafficanti etiopi i quali ci assicurarono che erano nelle condizioni di poterci fare arrivare in Europa. Non ci chiesero soldi in cambio perché erano ben consapevoli che noi eravamo dei rifugiati. Ci fecero salire a bordo di un minubus e ci condussero al confine con il Sudan, dove ad attenderci trovammo i facilitatori sudanesi. Noi fummo ceduti a loro che, prima di farci salire a bordo di mezzi, ci perquisirono. Erano armati di fucili. A me presero l’equivalente di 60/70 dollari. Agli altri tolsero tutto, dai denari al cellulare ai preziosi, orologi e anelli».
«Ci fecero salire su due grossi camion. E dopo aver attraversato il deserto arrivammo al confine libico dove fummo ceduti ai facilitatori libici armati di pistole. Salimmo a bordo di una ventina di Pi-kup. E arrivammo all’interno di una struttura recintata con dei grossi e alti muri. Questa struttura era a Kufra, circondata da una piantagione di datteri. All’interno vi erano due grossi capannoni. Uno per gli eritrei, l’altro per i somali».
«Questo accampamento era chiamato Hedeyfa. Da lì non si poteva uscire se non dopo l’avvenuto pagamento. Ho visto che ogni tanto all’interno di quella prigione arrivavano i libici armati di fucili e pistole. La prigione è gestita da un sudanese». «Molti migranti hanno dovuto pagare circa 5.250 dollari. Io non ho pagato perché i miei familiari, malgrado contattati, non erano in grado di pagare. Dopo un mese fui trasferito vicino al mare. E per imbarcarmi per l’Italia ho dovuto pagare 2.500 dollari attraverso la Hawala Hargheisa (sistema informale di trasferimento di valori, ndr)».

Terza testimonianza – «I Pi-Kup su cui viaggiavamo si sono divisi in diversi gruppi. Io e altri 30 circa siamo stati condotti in una sorta di carcere dove siamo stati rinchiusi. Ricordo che sono stato catturato nel marzo 2017 e che sono stato lì rinchiuso per circa 40 giorni. Giunto in questo carcere, abbiamo capito che eravamo stati venduti a una organizzazione criminale. Infatti  iniziarono subito a torturarci per costringerci a contattare i nostri familiari affinché pagassero il riscatto. Alla mia famiglia chiesero un totale di 5.000 dollari. Mia madre non disponeva di tale somma per cui effettuò più pagamenti». «Il carcere sorge vicino a una piantagione di datteri, a Kufra. E faceva riferimento a un militare libico di nome (omissis) di circa 30 anni che veniva saltuariamente, sempre in divisa e sempre armato. La gestione giornaliera era affidata a un sudanese che si avvaleva della collaborazione di cinque somali e un sudanese».
«Sono stato torturato durante tutta la permanenza in questo carcere. Ricordo che durante il primo periodo di reclusione non riuscii a mettermi in contatto con i miei familiari per un problema di linee telefoniche. Ma nonostante questo, continuarono a seviziarmi e lo fecero anche quando arrivò l’ultima quota del riscatto che giunse otto giorni prima della mia liberazione».

Quarta testimonianza – «In cinque giorni siamo arrivati al confine tra la Somalia e il Sudan e in loco circa venti persone si sono aggregate al nostro gruppo. A bordo di un grosso camion abbiamo attraversato il deserto e siamo giunti in una sorta di prigione che si trova vicino la città di Kufra. Qui c’erano almeno duecento segregati e diverse guardie somale e sudanesi. Ma la struttura faceva capo a dei libici. Sono rimasto in questa prigione per circa un mese».

Quinta testimonianza – Questa è la storia di un campo di prigionia alle porte di Sebha. La capitale del Fezzan, del sud della Libia. Qui c’era un personaggio chiamato Rambo, nigeriano. Questa prigione nel deserto è chiamata il “Ghetto di Alī il libico”. «Sono partito dal mio paese, la Costa d’Avorio e ho attraversato il Burkina Faso per arrivare ad Agades, in Niger. Due settimane di traversata del deserto. Il Ghetto di Alì era una grande struttura recintata con dei grossi e alti muri in pietra, vigilata da diverse etnie. Tutti armati di fucili e pistole. La struttura era divisa in tre blocchi. Nel mio eravamo orientativamente duecento, di varie etnie. Mio cugino si ritrovò in un altro blocco. Il mio era vigilato da un guineiano e due ghanesi feroci, Abdulharran  e Patrick. Abdulharran era uno che spesso, in modo inaudito e sistematico, picchiava e torturava noi migranti. Dopo circa cinque mesi di lunga prigionia, e quindi di sistematiche violenze subite, mio fratello fece arrivare i soldi e mi liberarono».

Sesta testimonianza – «Sono salito su un bus per raggiungere Agades, in Niger, dalla Costa d’Avorio. Dove arrivammo dopo due giorni di viaggio. Un facilitatore del Mali propose di portarci a Tripoli. Eravamo un centinaio in un capannone dove aspettammo cinque giorni prima di salire su sette camioncini guidati da autisti del Ghana. In quattro giorni arrivammo a Sebha dove fummo imprigionati, spogliati e perquisiti». «In questo carcere c’era un muro in pietra alto tre metri. Dentro, quattro container, tre destinati agli uomini, uno alle donne. In tutto, 800 migranti. Il carcere era vigilato da guardie con fucili mitragliatori e pistole. Erano guardiani nigerini, ghanesi, del Ciad e del Gambia. È durata cinque mesi la permanenza in questo carcere».

Settima testimonianza «Ogni volta che dovevo telefonare a casa, Abdulharram mi legava e mi faceva sdraiare per terra con i piedi in sospensione. E così immobilizzato, mi colpiva ripetutamente con un tubo di gomma in tutte le parti del corpo e in particolare sotto le piante dei piedi tanto da rendermi quasi impossibile poter camminare. Ho anche assistito ad analoghe torture fatte sempre da lui ad altri migranti». «Ho inoltre visto trattamenti anche peggiori come le torture mediante l’utilizzo di cavi alimentati con la  corrente elettrica. Tale trattamento veniva però riservato ad emigranti ritenuti ribelli». «Durante la mia permanenza in quel ghetto dove era impossibile uscire, ho sentito anche che Rambo aveva ucciso un migrante».