papa Francesco non è eretico – parola dei professori della Gregoriana

“dal chiodo alla chiave: la teologia fondamentale di Papa Francesco”

un libro scritto da nove professori della Gregoriana che hanno accolto la sfida del Pontefice: fare questa disciplina insieme, nella chiesa e per il mondo

la copertina del libro

di marco roncalli

Di quale teologia ha bisogno oggi la Chiesa? Di teologi che si compiacciono di un pensiero completo e concluso? No. Perché il teologo deve «trasmettere il sapere e offrirne una chiave di comprensione vitale, non un cumulo di nozioni non collegate tra loro». Perché alla Chiesa oggi non serve «una sintesi», ma «una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede». E, in quest’atmosfera, anche la teologia è chiamata a fare proprio «un movimento evangelico» che va dal centro alla periferia e viceversa «secondo la logica di Dio che giunge al centro partendo dalla periferia e per tornare alla periferia». Da qui anche un’ immagine di teologo, tanto più «fecondo ed efficace quanto più sarà animato dall’ amore a Cristo e alla Chiesa, quanto più sarà solida e armoniosa la relazione tra studio e preghiera».

Così Papa Francesco il 10 aprile 2014 rivolgendosi alla comunità della Pontificia Università Gregoriana, sede della facoltà teologica con il più alto numero di studenti, da secoli fucina di teologi per tutti i continenti. Parole che ora aprono  il volume

«Dal chiodo alla chiave. La teologia fondamentale di Papa Francesco» (LEV, pagg. 160, 10 euro)

curato da Michelina Tenace, con il contributo di nove professori del Dipartimento di Teologia Fondamentale

della Gregoriana: un libro che, raccogliendo le provocazioni lanciate ai teologi dal pontefice in questa università, ne recupera nel titolo la parola «chiodo»: pronunciata da Francesco quando il gesuita François- Xavier Dumortier, allora Rettore della Gregoriana – nell’incontro ricordato – gli presentò il Direttore del Dipartimento di teologia fondamentale. «Teologia fondamentale! È come succhiare un chiodo!», disse Bergoglio per descrivere questa disciplina spesso declinata nella presunzione di un sapere teologico chiuso su sé stesso (e magari dedotto a priori da enunciati metacronici o predizioni, per dirla con Karl Rahner), o talmente sigillato da favorire quell’aridità del cuore sempre dannosa (e fuori luogo in qualsiasi riflessione su Dio). Un’uscita estemporanea, non dimentica della propria esperienza di studente, chino su manuali dove la morale era fatta di «si può» e «non si può», «fin qui sì» e «fin qui no», alquanto estranea al discernimento. Un modo di fare teologia, avrebbe ricordato in un’altra occasione, che «ha provocato l’atteggiamento casuistico» per risolvere i problemi. «Ciò che c’era nei libri era più reale di ciò che succedeva nella vita ». E tuttavia: «La “grande scolastica”, quella del “grande Tommaso” è quella che “tiene conto della vita”…». E ancora «Quando un’espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano», così Papa Francesco nel colloquio spontaneo con i Gesuiti il 24 ottobre scorso durante la loro ultima Congregazione Generale, affrontando temi diversi: dal coraggio profetico al clericalismo, dalla pace alla crisi delle vocazioni, dalla politica al discernimento delle situazioni morali in alcune delle quali solo nella preghiera si ha luce sufficiente. In realtà, come coglie nell’introduzione Michelina Tenace, «quando Francesco descrive il vero teologo, in realtà, senza volerlo, rivela sé stesso». «Perciò» – aggiunge – «osiamo dire che, oggi, la teologia fondamentale ha un maestro e un testimone affascinante: il Papa Francesco, che è il papa della teologia fondamentale per il terzo millennio». Beninteso, una volta capito che anche la teologia fondamentale va integrata con l’impegno missionario, la carità fraterna, la condivisione con i poveri, la cura della vita interiore nel rapporto con il Signore; e che – diversamente dal passato in cui si mettevano in opposizione i teologi che si occupavano di dottrina e quelli dediti alla pastorale – in realtà «l’incontro tra dottrina e pastorale non è opzionale [ma] è costitutivo di una teologia che intende essere ecclesiale» (così nel videomessaggio papale al Congresso Internazionale di Teologia presso la Pontificia Università Cattolica Argentina all’inizio del settembre 2015). E allora la teologia fondamentale ha in questo anche un suo statuto chiaro. «Si occupa di aprire un passaggio dentro alla Chiesa, fra più realtà in contatto fra di loro: fede, credenza e non credenza; credenze varie a confronto; mondi e culture in dialogo, passato e futuro in ricerca di un senso in Cristo», sintetizza Tenace. Cristo, comunque – detto con von Balthasar – chiave ermeneutica anche di tutte le esperienze dell’umano. Insomma la teologia che non ha legame con la vita e la preghiera è una scienza su Dio che rischia di diventare ideologia: che porta a vedere anche la Chiesa in modo ideologico. Ben diversa la teologia fondamentale delineata nelle pagine di questa raccolta di saggi, che diventa luogo di incontro e di dialogo. Così chiedono a gran voce i nove professori – sei gesuiti e tre professoresse – coautori di questo libro.  

Vediamoli qui in sintesi.  

L’indiano Joseph Xavier, nel suo saggio, dato risalto alla riflessione di Francesco collocandola nel solco dei predecessori, testimonia nell’esperienza di Jorge Bergoglio l’importanza del suo incontro personale con Gesù. Notando poi come Papa Francesco insista sul fatto che la fede cristiana derivi dal principio fondamentale che Dio ci ha amati per primo e che, appreso ciò, lo stile di vita del cristiano cambia, nella consapevolezza che lo Spirito Santo continua a fare da guida negli eventi quotidiani. È, a ben guardare, l’invito a un continuo discernimento. Una volta che una persona è divenuta vero discepolo di Cristo, si rende conto che la sua fede non è una teoria prestabilita, ma una prassi. La fede è un invito ad agire come Cristo. Tra i temi più ricorrenti nei testi papali Xavier si sofferma inoltre su due in particolare: la nozione di cammino e l’incapacità di farsi guidare da Dio. In tal caso, Dio è solo un’idea convenzionale, non una realtà vivente che tocca la vita d’ogni giorno. Seguendo le dinamiche di fede nel pensiero del pontefice, Xavier evidenzia infine come per Francesco quando la fede si riduce ad un bandolo di principi e dottrine senza interruzioni, può degenerare in un sistema schiavistico di regole e come essa non possa mai esistere in un assoluto isolamento, ma debba essere condivisa.. Insomma «La fede diventa realtà solo nella vita del popolo» (e qui come non riconoscere con Xavier l’influenza che arriva dalla «teologia del popolo» degli argentini Lucio Gera e Rafael Tello o delle riflessioni della Conferenza Episcopale dell’America Latina?).  

L’ungherese Ferenc Patsch descrivendo la situazione mondiale come un «tempo di transizione», dall’era industriale all’era post-industriale, indica la teologia di Francesco come la risposta più adeguata alle sfide che ne conseguono e tra le cifre del Magistero attuale sottolinea il costante riconoscimento della contestualità e della storicità («il modo di dirsi e la condizionatezza socio-culturale della verità, anche quella teologica»). A tal proposito elabora tre applicazioni concrete – la teologia morale, la missiologia, la teologia ecumenica -mostrando come si manifestano i principi individuati nel lavoro concreto del «teologare». Infine individua la vera novità del Magistero di Papa Francesco nell’«autocoscienza dei limiti», nel coraggio con cui esprime «la situazionalità storico-culturale della teologia», nella «convinzione dell’inopportunità di sostituirsi agli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche sui loro territori». È questo il contributo in cui si dilata anche il confronto con il testo di «Amoris Laetitia», nel quale per Patsch Francesco ha dimostrato un grande realismo e un atteggiamento eminentemente pastorale affrontando «in modo compassionevole» la condizione di coloro che vivono in «diverse situazioni dette “irregolari”», e pur «mantenendo il depositum fidei, ovvero salvaguardando l’indissolubilità del matrimonio voluto dallo stesso Cristo» introducendo «una nuova regolazione disciplinare (nota bene: non dottrinale!), concernente la possibilità di ammettere alla comunione eucaristica “in certi casi” i divorziati risposati, dopo un necessario discernimento personale e pastorale e senza più esigere in ogni caso l’impegno alla continenza sessuale».  

Per l’americano Andrew Downing i testi di Francesco, in particolare le encicliche sviluppano diversi aspetti di un’unica credenza di base: la fede cristiana affonda le radici nell’incontro storico con Dio; il suo compito nella situazione storica attuale e la sua speranza sono da scoprire in un futuro che Dio e il suo popolo costruiscono insieme. In questo modo, il pontefice palesa come lo stile della sua riflessione teologica sia modellato da una consapevolezza storica della realtà del presente e del passato, anche quando questa rimane aperta all’orizzonte del futuro.  

Decisamente originale il contributo del francese Nicolas Steeves che tratteggia il profilo di Francesco quale Papa tifoso delle immagini (difficile persino contare le tante metafore usate nei suoi discorsi, come pure i tanti gesti simbolici sapientemente diffusi ai media, materiale sovente motivo di critiche), interrogandosi sulla relazione di questa «tattica immaginifica» con la teologia che diviene per Francesco un vero «locus theologicus». E non a caso Steeves richiama quale prima fonte della teologia fondamentale immaginale di Francesco il pensatore Romano Guardini. Non a caso nota che questo ruolo dato alle immagini e all’immaginazione, porta inevitabilmente Francesco ad apprezzare e accogliere, nel rispetto della coerenza della Rivelazione, una certa pluralità nell’ermeneutica della Rivelazione stessa (non consentita da una teologia meramente concettuale). Conclude il gesuita: «Ovviamente, per alcuni, dalla forma mentis più nozionale o sistematica, un tale modus procedendi può disturbare. Tuttavia, bisogna notare che lo stesso Gesù di Nazareth parlava quasi sempre in parabole o con metafore…».  

Sul «metodo teologico» di Papa Francesco, tanto induttivo quanto esistenzialista, tanto lontano da visioni astratte e garantiste quanto vicino a visioni più rischiose, e segnate da consapevolezza storica, interviene l’irlandese Gerard Whelan. Pronto a ricordarci – con il cardinale Walter Kasper – la non appartenenza di Bergoglio al mondo accademico (a differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), il gesuita suggerisce di guardare in ogni caso alle tre principali caratteristiche del metodo con cui Francesco fa teologia. Un metodo che affonda le sue radici nella nozione di discernimento (desunta dagli «Esercizi Spirituali » di Sant’Ignazio); adotta lo stile induttivo del metodo «Vedere-Giudicare-Agire»; mostra un’ opzione preferenziale per i poveri. Secondo Whelan dall’uso di tale metodo derivano tre conseguenze: la critica a quanto ritiene pensiero astratto o ideologico, l’appello alla cultura dell’incontro, l’opposizione nei suoi confronti da parte di alcuni ambienti. Ne emerge in sintesi, un invito a cambiare orizzonte, a considerare novità che i teologi stessi hanno il compito di spiegare ad un uditorio accademico, magari beneficiando delle indicazioni del teologo canadese Bernard Lonergan, familiare alla tesi per cui la sfida nella moderna teologia consiste nel trasformare «una mentalità classica in una consapevolezza storica». Ciò comporta, innanzitutto, una trasformazione nell’orizzonte dei teologi da «una consapevolezza differenziata teoricamente» a una «consapevolezza differenziata interiormente». Nella lettura lonerganiana, questa trasformazione era una delle vere novità del Vaticano II.   

A Papa Francesco, erede – cioè ricettore di una tradizione, e innovatore – ovvero persona che risponde creativamente a ciò che ha ricevuto, guarda da vicino lo scritto dell’irlandese James Corkery. E pur certo che del papa si possa parlare in tanti modi come è stato fatto sino ad oggi, rammentato che trattasi del primo Papa dall’America Latina, del primo gesuita, quindi del primo religioso, sottolinea il dato che Bergoglio non ha preso parte al Concilio, ha studiato teologia dopo la sua chiusura, dunque… è il primo vero Papa post-conciliare che dal suo immediato antecessore si differenzia nel metodo, nel linguaggio e nello stile specie quanto a innovazione. In cosa consista questa innovazione Corkery lo spiega così. «Per primo, si è registrato un cambiamento nell’ecclesiologia; poi, il recupero di prospettive ormai dimenticate: quella dei poveri e quella di una Chiesa in dialogo con il mondo; terzo, si è dato maggiore equilibrio alle due Costituzioni del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, Lumen Gentium e Gaudium et Spes; quarto, operando da gesuita, ha governato in maniera innovativa e ha richiamato l’attenzione al principio che “la fede opera la giustizia”; quinto, ha fatto teologia in modo nuovo». Come? Meno esigente dal punto di vista accademico, gesuita già alla scuola della teologia kerygmatica, nella sua teologia contestuale afferma che i nostri pensieri devono avere sempre qualcosa di incompiuto. Torna il leit motiv del sistema chiuso, che, oggi, può essere considerato tutt’al più una caricatura della teologia.  

Insieme ai sei gesuiti intervengono qui tre professoresse della Gregoriana. La spagnola Carmen Aparicio Valls, autrice del saggio sulla significatività della Parola negli scritti di Francesco, ne sottolinea il costante richiamo a lasciarsi illuminare da essa «oltre le nostre previsioni e i nostri schemi». «Parlare della Parola negli scritti di Papa Francesco ha un nome: Gesù Cristo. È Lui la Parola definitiva di Dio, il compimento delle sue promesse; è la Parola che si è fatta carne e che, assumendo la nostra condizione, con il nostro linguaggio, ci dice che Dio è Padre, Figlio e Spirito». Interessante constatare in che modo la Parola di Dio chiede il nostro ascolto più fecondo: sollecitando l’abbandono dei nostri meri interessi, l’uscita dalla autoreferenzialità, invitandoci a correre il rischio dell’incontro senza discriminazioni. Scritti e gesti del pontificato inducono a riconoscere che tale rischio va corso, che è necessario tornare alla radice della fraternità. Anche questo contributo torna poi sul metodo induttivo del pontefice che – continuando una modalità inaugurata dal Concilio – prende come punto di partenza la realtà storica per leggervi «i segni dei tempi» e cercare, alla luce della Rivelazione e della Tradizione, una soluzione cristiana ai problemi in questione. Esplicitato con alcuni esempi il magistero di Bergoglio, Aparicio Valls conclude che «la teologia del Magistero di Papa Francesco non ha solo la particolarità di aggiornare la Chiesa, ma, prendendo l’iniziativa, anche di portarci a una teologia e ad una prassi cristiana che risultino appropriate per la nostra  epoca post-industriale». 

E arriviamo all’altra italiana coautrice del volume – Stella Morra – che individua nel pontefice la costante recezione creativa del principio della pastoralità della dottrina, inaugurato dal Vaticano II, e la scandaglia in chiave ecclesiologica. Quanto basta per mostrarci ancora come per Francesco la soggettività del Popolo di Dio costituisca qualcosa in più di «un riconoscimento di partecipazione da parte di un soggetto di potere verso un altro soggetto», ovvero «l’assunzione del punto di vista necessario e indispensabile per ripensare e interpretare l’esperienza stessa della Chiesa». Il punto visibile e discriminante per l’unità del popolo di Dio in quanto tale è l’atteggiamento verso i poveri. Attenzione: non si tratta tanto o solo di «aiutare i poveri», ma di «riconoscere che i poveri ci evangelizzano, cioè ci mostrano con la loro vita, che ne siano consapevoli o no, la misura della conformazione a Cristo».  

 

«Dal chiodo alla chiave: la teologia fondamentale di Papa Francesco», a cura di Michelina Tenace insieme ai professori del Dipartimento di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Gregoriana, Libreria Editrice Vaticana, pagg. 160, euro 10