fa rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso

“tu, migrante, non sei nulla”

le “colpe” del genocidio e dei razzismi

l’inchiesta di Lunaria analizza l’escalation del rancore

Migranti a pochi metri dall'approdo

migranti a pochi metri dall’approdo

di Delia Vaccarello

Il volto tumefatto insanguinato e bendato di Kartik Chondro, il giovane bengalese massacrato di botte a Roma a due passi da Largo Argentina, fa rabbrividire. Sei nero, ti ammazziamo: devono aver “ragionato” così i neanche ventenni che lo hanno aggredito. Fa altrettanto rabbrividire la mancanza di argine a un razzismo ormai tronfio di se stesso. Ed è l’anello di una catena che vede saldate le responsabilità politiche con quelle istituzionali, sia nazionali che europee, con la delegittimazione della solidarietà, nonché con la presenza massiccia di una ideologia del rancore.

A quel volto forse non tutti siamo sensibili. Perché il migrante termine falsamente neutro che spesso viene associato a criminale, è considerato non umano, una specie di “cosa” che però è capace di nuocere. Erba infestante.

Rimanda al concetto utile al potere di “nuda vita”. Scrive Cristiana Cimino in “La nuda vita dei migranti”: “A fronte di una concezione moderna della sacralità, o sacertà, della vita in quanto diritto imprescindibile anche in opposizione al potere sovrano, esiste una originaria e assoluta esposizione della vita al potere e alla sua uccidibilità e a quella che Agamben chiama relazione di abbandono. In quanto vita nuda e uccidibile il soggetto che ne è portatore in qualche modo è già morto, è uno zombie il cui statuto di esclusione/inclusione è necessario, tuttavia, alla costituzione del potere stesso, o meglio, della sua componente violenta”.

Dunque, anche se nel Mediterraneo sta avvenendo un genocidio, ad alcuni non sembra. Per alcuni (molti) non stanno morendo donne uomini e bambini, stanno morendo “nude vite”, cose, pezzi, zombie.

Partiamo dai numeri. Lo facciamo con il conforto del quarto libro bianco sul razzismo di Lunaria. 

Dal 1° gennaio al 22 giugno 2017 i decessi accertati lungo le tre rotte del Mediterraneo sono stati almeno 2.108, esclusi quelli lungo le rotte terrestri. Occhio, sono stime al minimo, come avverte il Missing Migrant Project, facente capo all’Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni). Nello stesso periodo 2.848 sono state le vittime di migrazioni ed esodi su scala planetaria. Vuol dire che tre persone su quattro che muoiono nel corso di un esodo in tutto il pianeta perdono la vita nel Mediterraneo, sotto i nostri occhi, a casa nostra. Nel mare che è nostro (2.108 corrisponde a più del 74per cento del totale mondiale).

A questi numeri vanno aggiunti i “decessi per fame, sete, disidratazione, nonché conseguenti a rapine, aggressioni, sequestri, stupri e torture fino alla morte, inflitti a migranti e rifugiati in Paesi quali la Libia. Qui – dove la “caccia al nero” è prassi abituale – le violenze, anche estreme, si compiono nei pressi dei check-point, anche da parte di uomini in divisa; nei centri di detenzione, veri e propri lager, alcuni dei quali gestiti dalle milizie, in cui vengono rinchiusi migranti, rifugiati e richiedenti-asilo: tutti considerati e trattati al pari di criminali. Per non dire delle brutalità, anche letali, compiute dalle bande che si aggirano nel deserto tra il Niger, il Mali, il Sudan e la stessa Libia: paesi con i quali, nondimeno, l’Unione Europea e l’Italia sottoscrivono accordi bilaterali”.

Che tipo di politica serve? Il governo ai tempi di Letta aveva lanciato una operazione ritenuta capace di dare sostegno e salvataggio. Il nome: Mare Nostrum (nei nomi, il senso). Peccato che per l’Unione Europea Mare Nostrum era troppo costosa. A rimpiazzarla è la missione Triton. Volta non più a salvare i naufraghi, bensì tesa a difendere i confini. E qui facciamo una domanda a coloro che ritengono che i nemici siano i migranti : difendere le frontiere dall’arrivo di disperati che scappano dai conflitti e dalla fame, dalla tortura e dalle violenze, che desiderano cambiare paese aumenta o no il numero dei morti?

Dice Lunaria: “Uno studio di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, pubblicato il 18 aprile 2016, dimostra che la sostituzione di un’operazione di salvataggio con una di controllo e salvaguardia delle frontiere (tale è Triton) è da annoverare fra le cause del vertiginoso incremento della mortalità nel Mediterraneo”.

Il genocidio sale alle stelle perché le politiche sposano una logica semplice: il migrante è lo straniero e noi dobbiamo difendere le nostre frontiere dallo straniero. Il migrante è delinquente, se non terrorista. Non ha diritto di cambiare paese, è zombie. Noi dobbiamo fare di tutto per non lasciarlo arrivare. Secondo il quarto libro bianco sul razzismo: “A rendere i viaggi sempre più rischiosi, e spesso fatali, sono anzitutto le politiche proibizioniste europee, gli accordi con Paesi terzi tutt’altro che “sicuri”, il rifiuto di realizzare corridoi umanitari e percorsi migratori protetti e legali, nonché il mancato o maldestro soccorso in mare da parte di missioni militari quali Triton”.

Ma cosa cambia nella percezione dell’Altro? Facciamo un passo indietro. Venti anni fa vide la luce il lavoro straordinario di Giovanni Maria Bellu “I fantasmi di Porto Palo”. Storia di un naufragio di trecento migranti che si fece di tutto per dimenticare. Era il Natale 1996. Leggendo l’opera di Bellu si capì subito che stavamo assistendo all’abbassamento della percezione dell’umanità dell’Altro. Naufraghi? Meglio tacere, meglio non dire cosa tiravano su i pescherecci nei giorni dopo quel terribile Natale. Perché tiravano su pezzi di corpi. In fondo i cadaveri sono muti. Sono pezzi. Sono cose. Non sono persone ora morte e un tempo vive, con legami, patria, sogni, e qualcuno che ancora vuole sapere di loro. Abbiamo ragione di credere che questo sentimento di “deumanizzazione” dell’Altro abbia messo radici. Così dinanzi al problema delle grandi e incessanti migrazioni in atto da un lato ci si difende, dall’altro si attacca chi vuole dare una mano.

Se dobbiamo difenderci dagli sbarchi, occorre prendere le distanze da chi non lo fa. Inizia così la campagna del sospetto contro le Organizzazioni non governative, le Ong “impegnate in operazioni di ricerca e soccorso nel tratto di mare tra l’Italia e la Libia”. A far partire tale discredito è Frontex. Cioè la nuova Frontex, Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. La precedente, che ha operato fino al 2015, è stata “debole”, la nuova ha più poteri. “In un rapporto “confidenziale”, rivelato dal Financial Times il 15 dicembre 2016, Frontex accusava le Ong di agire d’intesa coi trafficanti e di contribuire in tal modo a incrementare le partenze, quindi le stragi nef Mediterraneo”.

Tale atteggiamento a livello europeo è stato rafforzato in casa nostra. Scrive il rapporto: “All’opera denigratoria hanno partecipato i più vari soggetti politici, compreso il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto con un editoriale su Il blog delle Stelle, tanto disinformato quanto calunnioso, che ha ricevuto una valanga di commenti apertamente razzisti; ed è stato rilanciato da Luigi Di Maio, vice-Presidente della Camera, il quale ha definito “taxi del Mediterraneo” le imbarcazioni delle Ong impegnate nell’opera di ricerca e soccorso”.

Ancora, facendo esplicito riferimento alle accuse lanciate da Frontex, il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro nei mesi scorsi annuncia di aver aperto un’inchiesta sulle presunte “collusioni” tra Ong e trafficanti libici. Dopo un po’ però, le presunte collusioni si rivelano solo ipotesi senza prove, prive di appigli. Ma le polemiche hanno lasciato il segno. Il primo pensiero che viene in mente è semplice: le Ong sono testimoni, osservatori neutri in acque “calde”, frequentate da imbarcazioni di trafficanti e da operazioni di difesa delle frontiere. Meglio che non ci siano.

E il ruolo dei media? Troppo spesso non aiutano. Nel libro bianco non mancano i casi di allarmismo e di vera e propria diffusione del razzismo. La dice lunga il modo in cui venne ricordato, dopo giorni di dimenticanza, il profilo di Faye Dame non inserito subito nella lista dei dispersi della tragedia dell’hotel Rigopiano. Era il 23 gennaio scorso, di lui chiesero con insistenza due turisti. Questo il lancio di agenzia che ne diede conto: “Aveva da poco rinnovato il suo permesso di soggiorno, presso gli uffici della Questura di Torino dove risulta residente, Faye Dame, l’immigrato senegalese al lavoro all’hotel Rigopiano quando è stato travolto dalla valanga. L’uomo, 42 anni, aveva ottenuto il rinnovo del permesso esibendo il contratto di lavoro con l’albergo. Incensurato….”. Ma di quale superstite ci siamo chiesti se fosse o meno “incensurato”?

Se fa notizia l’uomo che morde il cane, e non viceversa, qui nell’immaginario del giornalista ha fatto notizia il fatto che il povero disperso senegalese avesse la fedina penale bianca come la neve che lo ha travolto.

L’elenco dei piccoli e grandi veleni che fomentano le aggressioni come quelle ai danni di Kartik Chondro è lungo e articolato. Il quarto libro bianco sul razzismo analizza e fornisce dati e dettagli. Accennando a qualche conclusione: “Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media, il costante amalgama fra migranti o rifugiati e terroristi, nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Stati-membri, non fanno che favorire ondate ricorrenti di xenofobia – che a volte assume tratti paranoidi –, alimentando anche violenza razzista “spontanea” nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori”. Certo la crisi economica non aiuta, e neanche la “voragine che separa le classi super-agiate dalla moltitudine d’indigenti, disoccupati, impoveriti, declassati, salariati a basso reddito. Per non dire del peso che ha la crisi della democrazia e della rappresentanza , la quale incrementa, tra l’altro, quel senso di frustrazione, spaesamento” rabbia che facilmente s’indirizza verso capri espiatori, verso categorie fra le più deboli e vulnerabili “. Ne viene fuori un mix di reazione in crescendo, fatto di egoismo, cecità, odio, insensibilità sociale, ricerca dei facili colpevoli. Fatto di “caccia al nero”. Una miccia pronta ad accendersi, collegata a quell’esplosivo che il tempo non disinnesca e che si chiama rancore.