una chiesa rinnovata e ripulita nei sogni di Vitaliano Della Sala

una chiesa degli esclusi

non dell’esclusione

 

Nel 1999, con la mia Comunità parrocchiale, per prepararci al Grande Giubileo del 2000, riflettemmo su una frase che Giovanni XXXIII aveva pronunciato all’inizio del Vaticano II: “Il Concilio sia più per imparare la medicina della misericordia che quella del rigore”. Raccogliemmo le nostre conclusioni in una lettera che inviammo al Segretario del Giubileo, l’allora monsignor Crescenzio Sepe, in cui esprimevamo i nostri dubbi sull’evento che si stava preparando con sproporzionata enfasi, e gli annunciavamo che non saremmo andati a Roma nel 2000. A quel tempo credevo ancora che a qualcuno, in Vaticano, interessasse il contributo di idee e critiche che venivano dalla base della Chiesa. Il futuro cardinale di Napoli non ci rispose affatto.

Scrivevamo: “Il grande appuntamento sta cominciando a prenderci la mano e, nello stesso tempo, a sfuggirci di mano. Dietro l’imponente macchina messa in moto si intravede, purtroppo, la grande tentazione farisaica dell’esteriorità. Senz’altro non è questo il Giubileo di cui parlano il libro del Levitico dove è descritto come un anno di liberazione e di riscatto. Dobbiamo avere il coraggio di viverlo così. Liberandoci dalla frenesia delle cose inutili che ci fanno perdere di vista quelle davvero necessarie. Un anno di riconciliazione e di incontro con Dio e con il prossimo e di riconciliazione con la terra, che non è oggetto di sfruttamento. La vera porta santa da spalancare non è quella imponente di bronzo della basilica di San Pietro ma la porta nascosta e sgangherata degli “scantinati della storia”. La porta veramente santa delle favelas e di tutte le periferie, delle case di cartone dei barboni, dei campi profughi, dei reparti d’ospedale dove chiudono i loro giorni i malati terminali, delle celle dei prigionieri politici, delle case dei disoccupati e degli sfruttati, di ogni luogo dove è vivo il dolore e troppo debole la speranza. Porte attraverso cui poter entrare, porte attraverso cui qualcuno potrà finalmente uscire. Se, anziché queste porte, permetteremo che si aprano le porte delle banche, degli uffici dei progettisti e delle mega imprese, dei burocrati, dei politicanti e degli affaristi,  se lasceremo che si aprano ancora di più le porte dei ricchi, le porte di Dio resteranno davvero chiuse”.

Il Grande Giubileo del 2000 fu esattamente il contrario di tutto quello che chiedevamo in quella lettera. Perciò ora faccio fatica a criticare l’Anno santo straordinario della misericordia, voluto da papa Francesco, e che si è appena concluso, se non per il fatto che forse non dovremmo proprio aver bisogno di celebrare Giubilei ordinari o straordinari.

Non so se dietro l’elezione di papa Bergoglio ci siano strategie di marketing chiare o opache, come non so se il Giubileo della misericordia sia stato pensato in buona fede dal papa e sfruttato in malafede da chi gli sta attorno. Un fatto è certo: il tema della misericordia, al di là dello strombazzamento ufficiale, è motivo di critiche, più o meno aperte, nei confronti del papa. In realtà le critiche pubbliche sono poche. Ma come purtroppo è costume nella Chiesa, quelle striscianti e sotterranee sono tante e squallide. Accanto alle critiche silenziose e complici di tanti vescovi e sacerdoti, quel che è peggio è che sono troppi i fedeli laici che criticano, non tanto il giubileo, ma il troppo insistere sulla misericordia, come se questa potesse essere slegata dal Vangelo e dall’essere cristiani. Papa Francesco appare sempre più solo e perdente, al di là delle folle plaudenti che non si negano a nessuno. E forse per questo mi sta diventando simpatico!Vitaliano della Sala

Una simpatia che però non mi impedisce di sognare e di impegnarmi, nel mio piccolo, a costruire una Chiesa-altra. Continuo a sognare una Chiesa che assomigli sempre più al Regno di Dio della parabola del granello di senape che diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». Sogno una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro altri; una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione, capace di accogliere, di portare tutti gli uomini in seno. Sogno una Chiesa cristiana dove la diversità sia veramente vissuta come ricchezza per ciascuno e l’unità non sia il desiderio di uniformità, una Chiesa che non teme le altre religioni e le diverse culture; una Chiesa che non abbia bisogno del “primato di Pietro”, come lo conosciamo oggi, con il contorno di Vaticano, Santa Sede, Segretari di Stato, Prefetti, Banca vaticana; nella quale i preti possano finalmente sposarsi e il matrimonio tra un maschio e una femmina non sia l’unico modo per condividere la vita, e dove nessuno sia in alcun modo discriminato: sogno una donna che sia responsabile della parrocchia che confina con la mia, e perché no, sogno il mio prossimo vescovo donna e una donna papa. Sogno una Chiesa che non abbia più bisogno dell’inferno per terrorizzare i semplici, né di vecchie e nuove indulgenze; una Chiesa che non abbia più bisogno di padrepii né di madreterese, né di ossa, sangue, reliquie, “pupazzi” da portare in giro per imporre una santità irraggiungibile ai più. E sogno una Chiesa che non abbia più bisogno di sacerdoti ordinati per celebrare i sacramenti, formata da comunità e fedeli laici responsabili e protagonisti nelle decisioni e nelle celebrazioni; una Chiesa senza confini, nazionali o mentali che, anzi, li allarghi sempre più verso quelli sconfinati del Regno di Dio   

Intanto, come scrisse Erasmo di Rotterdam a Martin Lutero “sopporto questa chiesa fin che non ne vedo una migliore, ed essa è costretta a sopportare me fin quando non sarò diventato migliore”.

Vitaliano Della Sala è amministratore parrocchiale a Mercogliano

 

papa Francesco e la sua rivoluzione in dieci pillole … e poi in chissà quante altre

le 10 rivoluzioni di Bergoglio papa lesbo 2

a cura di Carlo Tecce
in “il Fatto Quotidiano”

Lotta agli eccessi del clero: a Santa Marta in 90mq

Un papa che ha scelto Francesco per nome ha indicato un’esistenza francescana per il Vaticano: niente berline di lusso, niente gioielli (Bergoglio indossa una croce di ferro), niente ricevimenti, niente sprechi negli appartamenti, e infatti abita in una stanza di novanta metri quadri a Santa Marta. Ci sono anche gli eccessi, che rendono ancora più ansioso il lavoro dei gendarmi: Bergoglio rifiuta le autoblindate durante visite all’estero.

Vacanze in Vaticano, chiuso Castel Gandolfo

A Castel Gandolfo, residenza per le vacanze dei papi, Bergoglio è andato per rendere omaggio al papa emerito Ratzinger. Trasportato in elicottero, lì s’era ritirato il teologo tedesco. Quella visita ha consegnato al mondo la prima immagine di un incontro fra due papi, quasi un’allucinazione. Poi Bergoglio ha ordinato la chiusura di quella reggia pontificia. Vacanze a Santa Marta. Al palazzo pontificio riceve gli ospiti istituzionali.

I cardinali vengono dalla fine del mondo

Ai tempi di Benedetto XVI, il concistoro era governato anche del potente segretario di Stato, Tarcisio Bertone. I nuovi cardinali erano italiani, meglio se salesiani, con un passato in Piemonte o in Liguria, le diocesi governate da Bertone. Al contrario, Francesco ha elevato a principi della Chiesa i vescovi delle terre più remote o delle città più piccole. E in questo modo, prepara il prossimo Conclave. La sua successione.papa

Quei faldoni eredità di Benedetto XVI

Il punto di contatto fra il papa in carica e il papa in pensione è sempre padre George Ganswein. S’è raccontato, in passato, che i due papi siano soliti vedersi a cena. Il più giovane, Bergoglio, va a trovare il più anziano nel convento dove ha deciso di vivere al “riparo degli occhi del mondo”. Ma il passaggio di consegne è stato reale e formale, un pacco di documenti – la famosa inchiesta dei cardinali – che Ratzinger donò a Bergoglio.

Il paciere tra Usa e Cuba le abilità diplomatiche

Un papa argentino non poteva ignorare le condizioni economiche, politiche e sociali dell’America più povera e più invisa agli Stati Uniti. Con un’abilità diplomatica con pochi precedenti, anche per la capacità di tessere in segreto le trattative, Jorge Mario Bergoglio è riuscito a debellare quelle poche miglia che dividono gli Stati Uniti a Cuba. E l’ha fatto coltivando un rapporto di reciproca fiducia con i fratelli Castro.

Gli omosessuali e il suo “Chi sono io per giudicare”

Chi sono io per giudicare. Questa affermazione, per quanto scontata in una società (in larga misura) scevra di vincoli ideologici-religiosi, ha avvicinato la Chiesa agli omosessuali. Il papa della misericordia, dell’apertura e del dialogo non può accettare comportamenti reazionari nel clero. Anche perché, per colpa di quel gruppo aggrappato ai dogmi e piegato solo alla dottrina, la Chiesa rischia di perdere fedeli. Quelli del futuro, ma anche del presente.

Le innovazioni al Sinodo sulla famiglia

La prima riforma di Bergoglio è l’approccio che la Chiesa deve tenere con la famiglia. Famiglia vuol dire coppie dello stesso sesso, famiglia vuol dire insieme di persone composto da una divorziata o da un divorziata, famiglia vuol dire una donna che ha scelto o dovuto scegliere l’aborto. La Chiesa è una famiglia e per non allontanarsi dalla famiglia, dunque, la Chiesa deve saper perdonare. Ma il Sinodo non ha convinto tutti.

L’attività internazionale e la cautela nazionale

Con la nomina di Pietro Parolin alla Segreteria di Stato, Bergoglio ha sottratto autonomia e rilevanza alla Curia per affidarli a un diplomatico, a un nunzio apostolico. Così il Vaticano è molto attivo negli scenari internazionali e molto cauto e spesso silente sugli argomenti nazionali. Neanche  la contestata legge sulle Unioni Civili ha mobilitato la robusta macchina vaticana. È rimasta una battaglia di una parte dei vescovi.papa8

Progetti in fieri: banca, Curia e comunicazione

Per la riforma della Curia e della comunicazione stessa del Vaticano, troppo spesso non in grado di seguire l’evoluzione tecnologica e culturale del mondo, Bergoglio ha istituto un gruppo di un lavoro, un gruppo ristretto di cardinali. Nel frattempo, ha tentato di smantellare quel coacervo di affari molto opachi che si chiama Ior, la banca del Vaticano, anche se è improprio definirla banca. Sulla Curia c’è ancora tanto da cambiare.

I rapporti con i governi: vietato intromettersi

Aspettando la fine dell’epoca di Angelo Bagnasco al vertice della Conferenza episcopale italiana, Bergoglio è intervenuto con le nomine – per fare un esempio – di Maurizio Zuppi a Bologna dopo Carlo Cafarra (oggi annoverato fra i contestatori della linea di Francesco) e Corrado Lorefice a Palermo. Il papa delega i rapporti con i governi nazionali alla Cei, ma giudica anacronistiche e dannose le ingerenze del passato.

papa Francesco applaudito da molti ma lasciato solo da coloro che gli sono più vicino

come e perché il papa sta smontando la chiesa ‘romana’

intervista a Marco Politi

Come e perché il Papa sta smontando la Chiesa romana. Parla Marco Politi

a livello ecclesiale c’è più opposizione che consenso all’opera di Papa Francesco. Una maggioranza tradizionalista più forte e muscolare nell’episcopato mondiale che si scontra con una minoranza di innovatori “più timidi”, nelle lotte di una “guerra civile in corso dentro la Chiesa”. E’ l’analisi di Marco Politi, scrittore e giornalista. Per sei anni inviato a Mosca, una ventina come vaticanista a Repubblica, oggi editorialista con un blog sul Fatto Quotidiano

 

Politi, questa guerra civile di cui lei parla significa che il programma di riforme di Francesco si sta arenando?

Niente affatto. Gli ostacoli ci sono, ma procede con tenacia.

Qualche esempio?

La pulizia dello Ior; la determinazione a punire i colpevoli di pedofilia: è il primo Papa che ha fatto processare un nunzio e arcivescovo. Non solo con la dimissione dallo stato clericale, ma dando l’ok al rinvio a giudizio. Nel frattempo l’ex nunzio Wesolowski è morto, ma si stava aprendo un processo penale senza precedenti in Vaticano.

Riforme vaticane più che pastorali in senso stretto?

Non dobbiamo dimenticare che il Papa ha aperto una commissione di studio sul diaconato alle donne e ha tirato fuori la Chiesa dalle secche delle ossessioni sessuali. E ha riformato i dicasteri dei laici e della giustizia sociale, per dargli maggiore incisività.

Ed emergono divisioni nella Chiesa.

E’ un vero e proprio scontro. In crescendo. Mosso da una parte della gerarchia, maggioritaria, che ritiene una questione identitaria, ad esempio, il “no” alla comunione ai divorziati risposati o il riconoscimento del valore positivo delle unioni omosessuali.

Il classico bisticcio tra conservatori e innovatori. Qual è la novità?

Anche durante il Concilio le opposizioni ai progetti di riforma erano tante. Allora i due fronti si scontravano a viso aperto con libri e incontri, ognuno aveva i propri teologi di riferimento in campo, si tenevano iniziative nelle diocesi che coinvolgevano il popolo di Dio. Oggi i riformatori sono silenziosi, inerti. Tutte le iniziative intorno ai due Sinodi sulla famiglia sono state organizzate dai conservatori. Assistiamo ad un climax di aggressività alimentato dai blog e dai siti internet. Ma non mancano attacchi diretti di cardinali e vescovi con iniziative impensabili persino ai tempi pur burrascosi di Paolo VI e delle riforme conciliari.

Si riferisce alla recente lettera di richiesta di chiarimento dei quattro cardinali?

Quella è il guanto di sfida. Ma seguirà altro. Come molto è stato anticipato. Prima del Sinodo 2014 un libro di cinque cardinali in difesa della dottrina tradizionale del matrimonio. Poi un altro volume firmato da 11 porporati. Quindi una petizione firmata da 800mila cattolici fra cui 100 vescovi per frenare le innovazioni. Nel Sinodo del 2015, una lettera di 13 cardinali sulla regolarità dell’assemblea. Se uno legge i nomi dei contestatori vede che ci sono molte personalità di primo piano, che provengono da un’area geografica vasta e che spesso avevano avuto un ruolo rilevante durante i due pontificati precedenti.

Eppure, mai come in passato, i grandi giornali ammirano il Papa.

Massmediaticamente si rimane concentrati sulla personalità di Francesco. Ma la Chiesa è un grande impero, coi suoi alti gerarchi, i vescovi; i quadri, preti e religiosi; e le milizie scelte, i laici impegnati. La cosa che più colpisce l’opinione pubblica cattolica, o credente in altre religioni o non credente, è l’assoluta sincerità di Francesco di presentarsi. Lui non parla tanto come prete, come vescovo, come Papa, ma come discepolo di Cristo. Questo colpisce. Ma poi le resistenze ci sono. La gerarchia si sta posizionando per il Conclave futuro.

Intanto Francesco si sta muovendo con nomine di persone a lui vicine.

Certo, ma non fraintendiamo: uno può essere conservatore sui temi etici e riformista su quelli sociali o viceversa. Inoltre Francesco non è uomo da spoil system. Nel governo della Chiesa cerca di essere inclusivo, di coinvolgere anche chi non la pensa come lui. E’ questo un punto che i suoi uomini più vicini gli contestano. Vorrebbero che usasse una mano più ferma.

Il 17 dicembre Bergoglio compirà 80 anni. Crede che possa nel breve periodo rinunciare al pontificato?

Lo farà certamente se dovesse rendersi conto che per assoluta mancanza di energie fisiche non dovesse essere più in grado di governare. Qui sta il punto: quanti anni ancora al Soglio? Credo che gli servano almeno cinque anni per dare solidità al processo di riforma avviato. L’obiettivo della guerra civile in corso è proprio questo: impedire che arrivi al trono di Pietro un uomo che porti a sviluppo le riforme iniziate.

Riforme finite, come nel caso della comunione ai divorziati risposati, in una nota a pie’ di pagina, con un invito al discernimento che però tanto sta facendo discutere la Chiesa.

Nei due Sinodi la maggioranza era compatta contro la linea aperturista del cardinal Kasper. E’ l’esempio del prevalere tradizionalista. A questo proposito è istruttivo guardare le recenti elezioni nella Chiesa. In Europa, quando si è votato per i vertici del Consiglio delle conferenze episcopali europee, è stato eletto un cardinale moderatamente conservatore come Bagnasco. Uno dei suoi vice è il conservatore polacco Gadecki. Poi c’è uno più riformista, l’inglese Nichols. Ma, appunto, è in minoranza. E non dimentichiamoci degli Usa, con l’elezione dei due nuovi leader della Conferenza episcopale, entrambi scelti dal fronte pro-life, mentre i nuovi porporati americani creati dal Papa sono preoccupati delle divisioni nella Chiesa. E’ una dimostrazione che una serie di elettori di Bergoglio nel 2013 – e tra questi molti erano statunitensi – oggi non lo voterebbero più.

Due anni fa ha scritto un libro dal titolo evocativo: “Francesco tra i lupi”. Chi sono questi lupi?

Anche quelli che applaudono il Papa, ma poi non muovono un dito. Sono quelli del dissenso nella Chiesa: sacche di silenzio, passività e adulazione; di chi dice parole con le labbra che in realtà non pensa. Lo esprime bene monsignor Bregantini: tutti dicono che è buono e bravo, ma in realtà il Papa è un giocatore lasciato solo in campo quando tutti lo applaudono.

Politi, però gli osanna ci sono.

Spesso di facciata. Mi dicevano alcuni diplomatici presso la Santa Sede che in certi ambienti vaticani si respira un’aria di “slealtà”. Parole che dette da diplomatici ci fanno capire che clima difficile si respiri in Vaticano. Mi ricorda di quando ero a Mosca ai tempi della perestrojka. I giornali tributavano un consenso unanime a Gorbaciov. Sorrisi e cordialità dal Comitato centrale, che intanto gli remava contro.

Da arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio di interviste ne ha rilasciate pochissime. Ora ne concede a getto continuo. E ogni giorno possiamo leggere le sue omelie mattutine a Santa Marta. Viene in mente l’immagine del Pio XIII di Sorrentino, uno “young pope” che si nasconde ai fedeli, rifiuta persino di farsi fotografare. Tutto il contrario di Bergoglio.

Gli artisti anticipano sempre. Habemus Papam di Moretti nel 2011 mostrava un Papa eletto che poi rinuncia, e che aveva individuato come priorità la misericordia, l’umanità, la cura dei feriti. E’ arrivato Francesco e il suo “ospedale da campo”. Sorrentino con quel papa contraddittorio, conservatore ma anche umano, evidenzia l’interrogativo e le attese non ancora definite dell’opinione pubblica su quale Papa uscirà dal futuro Conclave.

Il vaticanista Aldo Maria Valli in una recente conversazione con Formiche.net riconosce che le argomentazioni di Francesco sono a volte ambigue.

Non c’è dubbio che Amoris laetitia sia un documento in cui il Papa – vincolato dalle votazioni del Sinodo – non si sia potuto esprimere in merito ai divorziati risposati con la chiarezza che gli è propria. Ma d’altronde tutta l’ideologia dei valori non negoziabili ha allontanato inesorabilmente masse di credenti dalla Chiesa istituzionale. Francesco non è buonista, è realista, conoscendo il formarsi e il disgregarsi dei progetti di vita proprio nelle megalopoli del Terzo Mondo dall’America latina, all’Africa, all’Asia e allora “cristianamente” vuole aiutare le persone anche ad un “nuovo inizio”. Il suo perdono è un incoraggiamento ad andare avanti.

Quindi dove sta andando Francesco?

E’ stato eletto per riformare. Bergoglio vuole smontare la Chiesa romana, imperiale e monarchica. Per questo insiste sulla collegialità, la sinodalità, la responsabilità dei singoli episcopati. Per questo ha creato il consiglio dei cardinali che deve assisterlo nel governo oltre che studiare la riforma della Curia. E’ stato eletto per riformare, ma per qualcuno sta esagerando, e allora gli tirano il freno.

un altro cardinale contro la politica cinese di papa Francesco

il cardinal Joseph Zen contro il papa

parla addirittura di “tradimento di Cristo”

“la chiesa può negoziare con Hitler e con Stalin?”
“il sangue dei martiri è il seme da cui sbocciano i nuovi cristiani, ma se questo sangue è avvelenato, quanto dureranno i cristiani?”

 

Il cardinal Joseph Zen contro il Papa, nega possibile apertura: "Tradimento di Cristo"
L’anatema è stato lanciato nel corso di un incontro nella scuola salesiana di Hong Kong dove Zen continua ad insegnare a dispetto dei suoi 84 anni. “Forse il papa è un tantino ingenuo, non ha la conoscenza dei problemi per sapere bene chi sono i comunisti cinesi”

Da sempre perplesso sulla politica di apertura e dialogo con il regime comunista cinese perseguita dalla Chiesa di Papa Francesco, l’ex vescovo di Hong Kong cardinal Joseph Zen ha bollato la possibile distensione come un “tradimento di Gesu’ Cristo”.
L’anatema e’ stato lanciato nel corso di un incontro nella scuola salesiana di Hong Kong dove Zen continua ad insegnare a dispetto dei suoi 84 anni. “Forse il papa e’ un tantino ingenuo, non ha la conoscenza dei problemi per sapere bene chi sono i comunisti cinesi”, sono le sue parole riportate dalla stampa internazionale, “il papa ha conosciuto i comunisti che erano perseguitati in Sudamerica, ma potrebbe non conoscere i comunisti nella loro veste di persecutori: responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone”. Quella che scaturirebbe da un eventuale accordo tra il Vaticano e Pechino sarebbe “una liberta’ fasulla” una “idea superficiale della liberta’ per cui il popolo di Cristo si renderebbe conto, prima o poi, che la gerarchia cinese altro non e’ se non una serie di marionette nelle mani del governo, non di autentici pastori”. I dieci milioni di cinesi legati alla chiesa cattolica, secondo il prelato, rischierebbero di restare chiusi in una morsa di ambiguita’. “I vescovi della chiesa ufficiale”, ha detto riferendosi alla gerarchia di nomina governativa, “non predicano il vangelo, ma l’obbedienza alle autorita’ comuniste”. Soprattutto “non si puo’ andare a trattare con l’atteggiamento di chi vuole ottenere un accordo a qualsiasi costo. Questo e’ un tradimento, una resa, un tradimento di Cristo”. Quel che il Vaticano dovrebbe fare e’ “ritirarsi dai negoziati, se il risultato non fosse soddisfacente, e attendere momenti migliori”. Ma il punto essenziale e’ un altro: “La Chiesa puo’ negoziare con Hitler,e con Stalin?”.
Conclusione del ragionamento: “il sangue dei martiri e’ il seme da cui sbocciano i nuovi cristiani, ma se questo sangue e’ avvelenato, quanto dureranno i cristiani?”.

un muro contro i palestinrsi anche in un paese arabo

un altro muro per escludere chi già è escluso

l’esercito ha cominciato la costruzione, per presunte ragioni di sicurezza, di una barriera intorno al più grande dei campi profughi palestinesi nel Paese dei Cedri


palestinesilibano

circondati da muri, nella loro terra e ora anche in un Paese arabo

è il destino dei palestinesi, in particolare dei profugh

L’esercito libanese ha iniziato a costruire un muro di cemento alto diversi metri e torri di guardia intorno ad Ain al Hilweh (Sidone) il più grande, con circa 80mila abitanti, dei campi profughi palestinesi nel Paese dei Cedri. Un muro che ufficialmente dovrà impedire che i ricercati, specialmente i jihadisti in fuga, trovino rifugio nel campo ma che ben rappresenta la condizione degli oltre 400mila rifugiati palestinesi in Libano, di fatto segregati nei loro campi, esclusi da decine di lavori, costretti a sopravvivere grazie agli aiuti umanitari internazionali e locali

L’avvio dei lavori della barriera intorno a Ain al Hilwe, progettata nei mesi scorsi e che sarà completata in 15 mesi, coincide con l’ascesa alla presidenza del Libano dell’ex generale Michel Aoun, che non ha mai nascosto la sua storica avversione per la presenza dei palestinesi. E non è insignificante che tutte le formazioni politiche libanesi, incluse quelle che si proclamano dalla parte dei diritti dei palestinesi, siano rimaste in silenzio rispetto a una costruzione che trasformerà in una enorme prigione Ain al Hilwe.

Sono deboli e isolati i palestinesi in Libano, non in grado di impedire la realizzazione di questo “muro della vergogna”. Anzi hanno dovuto fingere di aver coordinato il progetto con le autorità libanesi. «Il muro è stato costruito al di fuori del campo e lontano dalle aree abitate, queste costruzioni servono a risolvere problemi di sicurezza», si è affannato a spiegare il generale Mounir  al Maqdah, capo della sicurezza palestinese ad Ain al Hilwe. Anche al Maqdah però ha dovuto riconoscere che il muro avrà un effetto negativo sugli abitanti del campo. «Le implicazioni psicologiche di questo muro saranno negative e difficili da superare» ha ammesso, aggiungendo che l’esercito ha accettato alcune  modifiche al percorso della barriera e alle posizioni delle torri di guardia. In rete però le proteste sono aumentate con il passare delle ore. Sui social non pochi hanno paragonato il muro di Ain al Hilwe a quelli costruiti da Israele in Cisgiordania, al confine con l’Egitto e a quello che correrà lungo il confine orientale della Striscia di Gaza.

A distanza di nove anni dalla distruzione del campo profughi palestinese di Nahr al Bared (Tripoli), rimasto per mesi sotto il fuoco dell’artiglieria dell’esercito libanese intenzionato a stanare i jihadisti di Fatah al Islam che vi si erano rifugiati, anche Ain al Hilwe paga il conto della penetrazione di gruppi di islamisti radicali che approfittano del vuoto di sicurezza che regna nel campo profughi. Le formazioni palestinesi, a cominciare da Fatah, hanno provato senza successo ad impedire che i jihadisti creassero delle basi nel campo. E in questi ultimi tempi non sono mancati gli scontri a fuoco con morti e feriti. Nel giugno 2015 uno dei leader di Fatah, Talal Balawna, fu assassinato da “sconosciuti”, un’uccisione che ha anticipato gli scontri armati di due mesi tra Fatah e Jund al Sham, andati avanti per più di una settimana. Jund al Islam da allora ha fatto il bello e il cattivo tempo ad Ain al Hilwe, fino all’arresto due mesi fa da parte dell’intelligence libanese del suo fondatore, Imad Yasmin, che è anche un leader dello Stato islamico. Un clima di cui i profughi sono le vittime e che invece ha contribuito ad alimentare la propaganda dei tanti che in Libano considerano i campi palestinesi un “problema” da risolvere anche con le maniere forti.

Ad alcune centinaia di chilometri di distanza da Ain al Hilwe, nel Neghev,  gli abitanti del villaggio beduino palestinese di Um al-Hiran lottano contro la demolizione delle loro case, ordinata nel 2015 dalla Corte Suprema di Israele. Le ruspe ieri hanno preso posizione ai bordi del villaggio protette da ingenti forze di polizia mentre gli abitanti, sostenuti da volontari stranieri e attivisti della sinistra israeliana, si sono distesi sul terreno nell’estremo tentativo di salvare le loro case. Nel frattempo i loro avvocati hanno presentato un nuovo ricorso. Per le autorità israeliane Um al-Hiran sarebbe un villaggio illegale e al suo posto è prevista la costruzione di un centro abitato ebraico, Hiran. È una beffa amara per gli abitanti beduini che furono spostati di autorità in quella zona nel 1956, dopo essere stati sgomberati dalle loro terre di origine. I progetti nel Neghev (Piano Prawer) prevedono l’evacuazione di decine di migliaia di beduini che vivono in centri non riconosciuti dallo Stato.

In Cisgiordania INTANTO  si attende l’avvio di nuovi progetti per l’espansione delle colonie israeliane con la benedizione di fatto di Donald Trump. Il presidente eletto ha fatto sapere di non considerare gli insediamenti coloniali un ostacolo alla pace.

Fonte: il Manifesto

24 novembre 2016

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

VEGLIATE, PER ESSERE PRONTI AL SUO ARRIVO  

commento al vangelo della prima domenica di avvento (27 novembre 2016) di p. Alberto Maggi:

Mt 24,37-44Maggi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.  Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

avvento

La liturgia della prima domenica di Avvento, ci presenta un brano di non facile lettura e, per comprenderlo, va inserito nel suo contesto, che è il capitolo 24, l’inizio dell’ultimo discorso di Gesù, prima di essere arrestato. Questo capitolo 24 iniziava con Gesù, che è uscito dal tempio e, di fronte ai discepoli che ne ammirano lo splendore, dice: “non rimarrà pietra su pietra che non sarà distrutta”. Perché questo ? C’ era stato l’episodio dell’offerta della vedova, che si dissanguava, per offrire tutto quello che aveva, al tesoro del tempio. Allora per Gesù, un’ istituzione religiosa che, anziché aiutare i deboli, si fa mantenere dai deboli e sfrutta i deboli in nome di Dio, non ha diritto all’esistenza. Per cui Gesù dichiara la fine di tutto questo: ecco non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta.
Ma questo è appena l’inizio di uno sconvolgimento, di un cambiamento che avverrà nella storia e nell’ umanità. E Gesù prosegue affermando, usando il linguaggio profetico, che il sole non darà più il suo splendore. Il sole in quella cultura rappresentava le divinità pagane. Gesù, in questa azione di cambiamento dell’umanità, chiede la collaborazione dei suoi discepoli. L’annunzio del vangelo del vero Dio porterà l’ eclisse delle false divinità e, dice Gesù, gli astri cominceranno a cadere. Chi sono questi astri ? Gli astri erano  immagini dei re, dei potenti, degli imperatori, che, su queste divinità, basavano il loro potere. Quando l’annunzio del vangelo oscura questa divinità, ecco che questi re, questi principi, uno dopo l’altro, cadono. Quindi è l’inizio di un cambiamento dell’umanità e, dice  Gesù, così vedrete in cielo il segno del figlio dell’uomo.
Che cos’è questo figlio dell’uomo ? È il titolo che più appare nei vangeli, insieme a figlio di Dio, ed è sempre in bocca a Gesù. L’espressione viene presa dal libro del profeta Daniele, nel capitolo settimo, dove il profeta, in un sogno, vede sorgere dal mare, il mare Mediterraneo, quattro bestie. Le bestie sono immagini dei
poteri politici, conosciuti per la loro ferocia, uno più brutale dell’altro. La prima bestia  rappresenta l’ impero Babilonese, poi quello dei Medi, dei Persiani. La quarta è talmente orrenda che il profeta non sa neanche come descriverla, e rappresenta Alessandro Magno. Bene, Dio distruggerà questi poteri politici disumani, e darà il suo potere ad un figlio dell’uomo, espressione che significa l’uomo. Cioè l’azione di Dio nell’umanità è di eliminare tutto quello che è disumano, per far trionfare l’ umano. Allora, quando Gesù parla di sé come il figlio dell’uomo, cosa significa ? Gesù è il figlio di Dio in quanto rappresenta, manifesta Dio nella sua  condizione umana, ma è il figlio dell’uomo, in quanto rappresenta l’uomo nella sua condizione divina. E questa condizione divina non è un privilegio esclusivo di Gesù, ma un’offerta a tutti quelli che lo accolgono e che lo vogliono seguire.
Negli annunzi della passione, Gesù dirà che tutto l’odio, l’ astio, la ferocia dell’ istituzione religiosa non saranno contro il Cristo, cioè il Messia, perché il Messia è uno, ed una volta eliminato, l’istituzione può dormire sonni tranquilli. Ma sarà contro il figlio dell’uomo, e questo è pericoloso, perché non è soltanto Gesù, ma tutti coloro che lo seguono. Ricordiamo che l’ ordine di cattura non fu soltanto per Gesù, ma per tutti i suoi discepoli. È pericolosa la dottrina. Quindi Gesù, quando fa gli annunzi della passione, dice che è il figlio dell’uomo che sarà condannato, sarà ammazzato, ma poi risusciterà.
Questa offerta di condizione divina non è un privilegio di Gesù, ma è offerta a tutti quelli che lo seguono. Ma, dice Gesù, bisogna stare attenti perché, e qui ecco il riferimento ai giorni di Noè. Cosa dice Gesù ? “Nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano”, tutte azioni normali. Ma c’è da stare attenti che questa offerta di pienezza di vita non venga distratta da quella che è la routine quotidiana. Il fatto del diluvio non fu la fine del mondo, ma fu l’inizio di un’umanità nuova. E perché questo umanità nuova inizi, Gesù ha bisogno di collaborazione. La linea di Gesù, che è il figlio dell’uomo, cioè la persona pienamente umana, completamente umana, è l’umanizzazione della società. I poteri, tutto quello che domina, sono disumani, allora l’azione di Gesù è umanizzare questa umanità. Ma questo, come per lui, non sarà indolore.
Ecco perché Gesù avverte i suoi discepoli: vigilate, vegliate. È lo stesso invito che darà nel momento dell’agonia del Getsemani ai suoi discepoli, perché è chiaro che i poteri non staranno fermi vedendo erodere il loro sistema, e quindi si scateneranno con ferocia, ci sarà la persecuzione come per Gesù. Ma Gesù lo ha assicurato: Dio tra chi perseguita e chi viene perseguitato si pone sempre al fianco dei perseguitati.
E l’evangelista racchiude in questo insegnamento quello che aveva annunciato con le beatitudini: quelli che scelgono di collaborare con Gesù al regno di Dio, anche se si scatena la persecuzione, ebbene questa sarà una beatitudine, che confermerà che Dio è dalla loro parte.

“ama e fà quello che vuoi” direbbe s. Agostino

 

papa Francesco e l’amore più forte della legge

di Vito Mancuso

«far comprendere il mistero dell’amore di Dio», scrive papa Francesco nella lettera apostolica di chiusura dell’anno giubilare, ma il termine «mistero» lo si può, anzi lo si deve, applicare all’amore in quanto tale 

 
 
Amore? Perdono? In questo mondo dove tutto è calcolo, tecnica, prestazione; in questo mondo dove tutto risponde a una logica del legale, dell’utile, del redditizio, del necessario; in questo mondo dove sempre e comunque tutti devono pagare ogni cosa con il denaro ma ancor più con la libertà, il tempo, la vita; in questo mondo di forti, furbi, potenti e prepotenti, in questo mondo che così è e sempre così sarà, il compito della Chiesa, dichiara finalmente un Papa, è un altro: non di essere l’ennesima istituzione governata dal potere e dalla ricchezza, ma di essere “segno di contraddizione”, paradosso, scandalo, e così di rimandare a un altro stile e a un’altra possibile vita. È l’utopia della gratuità, del disinteresse, della generosità, della nobiltà d’animo: di tutto ciò a cui Francesco si riferisce dicendo «misericordia». Questa parola un po’ oleosa e consunta per il linguaggio contemporaneo, e che nessuno quasi usa più, acquista con lui un sapore nuovo e una freschezza inaspettata …
 
Per il mondo in cui viviamo e lavoriamo la legge è e sarà sempre importante, esso non ne può fare a meno, come non può fare a meno della spada per punire i trasgressori. Però il compito di quella pazzia che si chiama cristianesimo è un altro. E finalmente da oltre tre anni è arrivato un Papa «dalla fine del mondo» a ribadire che la Chiesa esiste per indicare che al fondo delle nostre esistenze vi è qualcosa di più importante della legge e dell’ordine, ed è l’essere umano nella sua concretezza. Comprensivo di quei disordini umani che la Chiesa chiama “peccati”. E di quel disordine assai particolare che è l’aborto.
 
Non che per il Papa i peccati non siano più rilevanti e l’aborto non sia più un peccato. Anzi: «Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente». L’aborto in quanto tale non sarà mai accettabile dalla coscienza cristiana perché essa è convinta che di fronte a una vita diversa dalla propria la signoria dell’Io debba fermarsi e procedere nel massimo rispetto, all’insegna della non-violenza e di quella cultura della pace che si auspica venga applicata dagli Stati nel risolvere i conflitti e da sempre più persone nell’alimentazione e nel trattare gli animali. Quell’esserino chiamato al mondo a sua insaputa, e che ora nel ventre materno vuole solo vivere, va protetto e lasciato sussistere nel suo slancio vitale: non c’è bisogno di essere cristiani per riconoscerlo, tutte le religioni lo fanno, così come numerosi filosofi tra cui Giordano Bruno e Norberto Bobbio. Ma una cosa è l’aborto, un’altra cosa è la donna che abortisce e il medico che le procura l’aborto. Se queste persone comprendono il male commesso verso quell’esserino innocente (a volte procurato per evitare altri mali più incombenti), la Chiesa di Francesco è pronta a concedere il perdono nel modo più semplice perché ciò che finora era riservato ai vescovi viene ora concesso ordinariamente a tutti i sacerdoti. Scrive il Papa: «Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». Perché? Perché «posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere».
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Siamo lontani anni luce da quell’intransigenza che nel 2009 portò un vescovo brasiliano a scomunicare la madre e i medici che avevano fatto abortire una bambina di soli 9 anni, incinta a seguito delle violenze del patrigno e che rischiava la vita anche per il fatto che si sarebbe trattato di un parto gemellare. A quel tempo dal Vaticano il portavoce del Pontificio Consiglio per la Famiglia sostenne il vescovo, affermando che la Chiesa «non può mai tradire il suo annuncio, che è quello di difendere la vita dal concepimento fino al suo termine naturale, anche di fronte a un dramma umano così forte». Papa Francesco dice invece un’altra cosa: posiziona la Chiesa non più in difesa come una rigida sentinella, ma in attacco, nel centro del mondo, per annunciare la follia dell’amore universale da lui chiamato misericordia. Questa sua posizione potrà aprire un dibattito sul numero sempre più alto di medici obiettori? Se è vero infatti che l’aborto è sempre un male, è altrettanto vero che talora (per esempio nel caso di stupro o di pericolo di vita della madre) è un male necessario per evitarne di maggiori.
 
I non pochi denigratori del Papa avranno ora ulteriori argomenti per accusarlo di lassismo. Ma non sanno quello che dicono. Non c’è la minima traccia di lassismo in questo documento, né nell’intera predicazione, né nell’austera persona di papa Francesco. C’è semmai l’attento rigore di chi ha veramente capito in cosa consiste la rivoluzione evangelica, troppe volte tradita dagli apparati ecclesiastici, preoccupati del potere e dell’ordine, e non di essere coerenti con quell’amore evangelico che vuole sempre e solo il bene concreto della persona concreta, e che per questo sa essere più forte anche della legge, compresa quella ecclesiastica. 
(fonte: Vito Mancuso)

Italia malata di esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo … parola dello psichiatra Andreoli

il professor Vittorino Andreoli

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“l’Italia è un paese malato di mente

esibizionisti, individualisti, masochisti, fatalisti”


ITALIA PSICHIATRA

“l’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”

Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciences e presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in uno specchio”.

Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
“Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera dell’esibizionismo”.

Mi faccia capire questa storia della maschera.
“Beh, basta ascoltare gli italiani e i racconti meravigliosi delle loro vacanze, della loro famiglia. Ho fatto questo, ho fatto quello. Sono stato in quel ristorante, il più caro naturalmente. Mio figlio è straordinario, quello piccolo poi…”.

Esibizionisti.
“Ma certo, è questa la maschera che nasconde il masochismo. E poi tenga presente che generalmente l’esibizionismo è un disturbo della sessualità. Mostrare il proprio organo, ma non perché sia potente. Per compensare l’impotenza”.

Viene da pensare a certi politici. Anzi, a un politico in particolare.
“Pensi pure quello che vuole. Io faccio lo psichiatra e le parlo di questo sintomo degli italiani, di noi italiani. Del masochismo mascherato dall’esibizionismo. Tipo: non ho una lira ma mostro il portafoglio, anche se dentro non c’è niente. Oppure: sono vecchio, però metto un paio di jeans per sembrare più giovane e una conchiglia nel punto dove lei sa, così sembra che lì ci sia qualcosa e invece non c’è niente”.

Secondo sintomo.
“L’individualismo spietato. E badi che ci tengo a questo aggettivo. Perché un certo individualismo è normale, uno deve avere la sua identità a cui si attacca la stima. Ma quando diventa spietato…”.

Cattivo.
“Sì, ma spietato è ancora di più. Immagini dieci persone su una scialuppa, col mare agitato e il rischio di andare sotto. Ecco, invece di dire “cosa possiamo fare insieme noi dieci per salvarci?”, scatta l’io. Io faccio così, io posso nuotare, io me la cavo in questo modo… individualismo spietato, che al massimo si estende a un piccolissimo clan. Magari alla ragazza che sta insieme a te sulla scialuppa. All’amante più che alla moglie, forse a un amico. Quindi, quando parliamo di gruppo, in realtà parliamo di individualismo allargato”.

Terzo sintomo della malattia mentale degli italiani?
“La recita”.

La recita?
“Aaaahhh, proprio così… noi non esistiamo se non parliamo. Noi esistiamo per quello che diciamo, non per quello che abbiamo fatto. Ecco la patologia della recita: l’italiano indossa la maschera e non sa più qual è il suo volto. Guarda uno spettacolo a teatro o un film, ma non gli basta. No, sta bene solo se recita, se diventa lui l’attore. Guarda il film e parla. Ah, che meraviglia: sto parlando, tutti mi dovete ascoltare. Ma li ha visti gli inglesi?”.

Che fanno gli inglesi?
“Non parlano mai. Invece noi parliamo anche quando ascoltiamo la musica, quando leggiamo il giornale. Mi permetta di ricordare uno che aveva capito benissimo gli italiani, che era Luigi Pirandello. Aveva capito la follia perché aveva una moglie malata di mente. Uno nessuno e centomila è una delle più grandi opere mai scritte ed è perfetta per comprendere la nostra malattia mentale”.

Torniamo ai sintomi, professore.
“No, no. Rimaniamo alla maschera. Pensi a quelli che vanno in vacanza. Dicono che sono stati fuori quindici giorni e invece è una settimana. Oppure raccontano che hanno una terrazza stupenda e invece vivono in un monolocale con un’unica finestra e un vaso di fiori secchi sul davanzale. Non è magnifico? E a forza di raccontarlo, quando vanno a casa si convincono di avere sul serio una terrazza piena di piante. E poi c’è il quarto sintomo, importantissimo. Riguarda la fede…”.

Con la fede non si scherza.
“Mica quella in dio, lasciamo perdere. Io parlo del credere. Pensare che domani, alle otto del mattino ci sarà il miracolo. Poi se li fa dio, San Gennaro o chiunque altro poco importa. Insomma, per capirci, noi viviamo in un disastro, in una cloaca ma crediamo che domattina alle otto ci sarà il miracolo che ci cambia la vita. Aspettiamo Godot, che non c’è. Ma vai a spiegarlo agli italiani. Che cazzo vuoi, ti rispondono. Domattina alle otto arriva Godot. Quindi, non vale la pena di fare niente. E’ una fede incredibile, anche se detta così sembra un paradosso. Chi se ne importa se ci governa uno o l’altro, se viene il padre eterno o Berlusconi, chi se ne importa dei conti e della Corte dei conti, tanto domattina alle otto c’è il miracolo”.

Masochismo nascosto, individualismo spietato, recita, fede nel miracolo. Siamo messi malissimo, professor Andreoli.
“Proprio così. Nessuno psichiatra può salvare questo paziente che è l’Italia. Non posso nemmeno toglierti questi sintomi, perché senza ti sentiresti morto. Se ti togliessi la maschera ti vergogneresti, perché abbiamo perso la faccia dappertutto. Se ti togliessi la fede, ti vedresti meschino. Insomma, se trattassimo questo paziente secondo la ragione, secondo la psichiatria, lo metteremmo in una condizione che lo aggraverebbe. In conclusione, senza questi sintomi il popolo italiano non potrebbe che andare verso un suicidio di massa”.andreoli1

E allora?
“Allora ci vorrebbe il manicomio. Ma siccome siamo tanti, l’unica considerazione è che il manicomio è l’Italia. E l’unico sano, che potrebbe essere lo psichiatra, visto da tutti questi malati è considerato matto”.

Scherza o dice sul serio?
“Ho cercato di usare un tono realistico facendo dell’ironia, un tono italiano. Però adesso le dico che ogni criterio di buona economia o di buona politica su di noi non funziona, perché in questo momento la nostra malattia è vista come una salvezza. E’ come se dicessi a un credente che dio non esiste e che invece di pregare dovrebbe andare in piazza a fare la rivoluzione. Oppure, da psichiatra, dovrei dire a tutti quelli che stanno facendo le vacanze, ma in realtà non le fanno perché non hanno una lira, tornate a casa e andate in piazza, andate a votare, togliete il potere a quello che dice che bisogna abbattere la magistratura perché non fa quello che vuole lui. Ma non lo farebbero, perché si mettono la maschera e dicono che gli va tutto benissimo”.

Guardi, professore, che non sono tutti malati. Ci sono anche molti sani in circolazione. Secondo lei che fanno?
“Piangono, si lamentano. Ma non sono sani, sono malati anche loro. Sono vicini a una depressione che noi psichiatri chiamiamo anaclitica. Penso agli uomini di cultura, quelli veri. Che ormai leggono solo Ungaretti e magari quel verso stupendo che andrebbe benissimo per il paziente Italia che abbiamo visitato adesso e dice più o meno: l’uomo… attaccato nel vuoto al suo filo di ragno”.

E lei, perché non se ne va?
“Perché faccio lo psichiatra, e vedo persone molto più disperate di me”.

Grazie della seduta, professore.
“Prego”.

un bel libro su don Milani

Barbiana

Un «miracolo» laicodon-milani

di Silvano Nistri
in “Avvenire” del 23 novembre 2016

esce, per le edizioni San Paolo, un libro di Michele Gesualdi: Don Lorenzo Milani, l’esilio di Barbiana (pp. 256, euro 16), con prefazione di Andrea Riccardi e postfazione di don Luigi Ciotti (con  stralci qui sotto, in questa stessa pagina). Sarà presentato a Firenze, nel Palazzo della Regione, il 26 novembre alle 11, presente l’arcivescovo Giuseppe Betori

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Il giovane don Milani arrivò a Calenzano come coadiutore del vecchio proposto ma il suo impegno pastorale a tutto campo rivelava già la sua paternità e dedizione. C’è subito la scuola popolare che coinvolge i giovani, una scuola aperta dove sono invitate a parlare persone professionalmente preparate di varia estrazione, ma c’è anche l’attenzione agli orfani della Madonnina del Grappa, il recupero di una cappella in disuso, l’attenzione a famiglie in situazione di disagio; c’è il bambino che muore di tetano vegliato nella sua agonia, c’è il catechismo con il Vangelo secondo un criterio storico e adoperando il linguaggio dei ragazzi, che lo impegna tanto… E c’è anche un’attenzione a quello che avviene nel mondo. Il suo è un discorso rigoroso, affine a quello di don Mazzolari con cui è in rapporto. Lo fa con la scuola popolare, lo fa negli incontri con i preti del vicariato, lo fa in qualche occasione parlando in chiesa. A Calenzano don Lorenzo andava alla ricerca di persone preparate per parlare ai giovani della Scuola popolare, a Barbiana avviene il contrario; a questa «parrocchia di niente» sono le personalità politiche, religiose, socialmente impegnate e colte a cercarlo. Si arrampicano fin lassù per respirare quell’esperienza.don-milani2

Ci arrivano Capitini, Ingrao, Ernesto Rossi, e, seppure per interposta persona, ci arriva Fromm. Si affrontano temi fondamentali come l’obiezione di coscienza, la pace, la formazione civile e religiosa, l’ingiustizia sociale, il primato della coscienza sulla legge, lo sfruttamento nord-sud del mondo, il razzismo… Il suo direttore spirituale don Bensi indicava come segno dell’autenticità profetica di don Milani la sproporzione tra Barbiana e la sua incidenza nel mondo. E’ vero. C’è un mistero di grazia ed è impossibile non riconoscerlo.

 

prete senza etichette, dalla parte dei poveri

di Andrea Riccardiriccardi

in “Avvenire” del 23 novembre 2016

Su don Lorenzo Milani è stato scritto molto. La sua figura ha scosso in profondità tante coscienze a partire dagli anni Sessanta. Ha fatto quindi discutere e scrivere. La sua scuola è stata un modello per numerose scuole, anche se non si può dire che ci siano state repliche dell’esperienza di Barbiana. Resta però la grande domanda su chi sia stato davvero don Milani. Barbiana, quando don Milani vi fu inviato, era niente: un posto di montagna sperduto e spopolato. Oggi è ancora meno. Tuttavia oggi Barbiana resta un fatto della nostra storia, nonostante la sua piccolezza, ma anche un simbolo. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri. Torna alla mente quanto il Priore scrisse alla madre: «La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani». Per tanti anni, la figura del Priore di Barbiana, con la sua scuola, si è imposta all’attenzione di molti. È apparso soprattutto un maestro o un protagonista di battaglie civili. E lo è stato effettivamente. Lettera a una professoressa è un testo su cui si sono misurati quanti si occupavano di scuola ed educazione, ma anche molti che si sono impegnati nella società civile e nelle periferie. Quel testo ne ha fatto una figura nota come educatore, ma anche attore di una pedagogia rivoluzionaria e di un’azione sociale di promozione degli ultimi. Un grande attivista sociale, che in vita è stato qualificato anche come un eversivo o un comunista. A questo avrebbero contribuito pure le sue posizioni sull’obiezione di coscienza, la guerra, l’antifranchismo e l’antifascismo. Ed anche la sua assenza di “prudenza” ecclesiastica che, allora, contraddistingueva anche non pochi preti illuminati di Firenze. Eppure non c’è solo il don Milani di Lettera a una professoressa. O meglio questo libro è il punto d’arrivo di una storia. A tante rappresentazioni della figura del Priore sfugge il cuore della sua personalità. È anche motivo della sua angoscia personale negli ultimi tempi di vita, quando domandò alla Chiesa di ereditare la sua opera. Chiese che la sua persona fosse riconosciuta con un qualche gesto dalla comunità ecclesiale. Non fu la ricerca di un viatico rassicurante o ancor meno fu carrierismo, ma rappresentò l’espressione di un sentire profondo. Non era un impegno privato il suo: «Temeva che quel clima – ha dichiarato un prete che lo conosceva – avrebbe vanificato la sua scelta di servire la Chiesa attraverso i poveri, col rischio che, agli occhi della gente di Barbiana, il suo apostolato apparisse un fatto privato». Milani è fondamentalmente un prete e un cristiano che sceglie per i poveri e per il Vangelo. Sia la sua opera che la sua personalità sono impregnate da questa sua scelta evangelica. È però significativo come il prete Milani, così prete, parli oltre i confini confessionali, rappresenti un’attrazione per i laici e un oggetto d’interesse per la stampa laica. Vuol dire che dal profondo di un’esperienza evangelica vera con i poveri c’è qualcosa che interpella il mondo laico e quello di sinistra nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta e forse oltre quel periodo. Si vede come un dialogo non ideologico – anche in un tempo di muri ideologici qual era quello di don Milani – possa sempre partire dai poveri. Non è un prete di sinistra. Non è un prete a suo agio con l’intelligenza progressista. Don Lorenzo non è un cattolico contestatore come quelli degli anni postconciliari. Non è certo un clericale. Don Lorenzo non si poteva incasellare o ancor peggio utilizzare. Scandalizzava i conservatori e i tradizionalisti in un mondo in cui erano ancora forti. Scavalcava i progressisti in un tempo in cui avevano un’identità. Don Milani non si può classificare con le categorie con cui si leggono i cattolici degli anni Sessanta. Molti lo hanno fatto ed è normale. Ma non lo hanno capito.

 

La sua alta lezione: formare le coscienze

di Luigi CiottiCiotti

in “Avvenire” del 23 novembre 2016

Suona perfino scontato – a mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don Milani. In questi cinquant’anni le ingiustizie e le povertà non sono certo diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale. Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione. Ma don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è, irrisolta, una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie “avanzate” – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica. Don Milani ci ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca. A Barbiana, dove pure il priore si comportava da maestro severo ed esigente, era sempre l’alunno che fa più fatica a dettare il ritmo di marcia e guidare di fatto il progetto comune. Resta un’intuizione preziosa, perché solo così la scuola diventa la base di una società prospera, la cui forza si misura dalla capacità di includere e valorizzare i più fragili, così come la tenuta di un ponte dipende dal concorso di tutti i piloni a sorreggerne il peso. «Se si perde loro – è scritto nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Questo vuoto culturale si riflette infine nel decadimento del linguaggio, un decadimento che si manifesta anche come corruzione e prostituzione della parola. Nella “società della comunicazione”, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca di verità. E don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità. Ecco allora che opportunamente Michele Gesualdi mette in guardia dal rischio di una memoria deferente e d’occasione, o peggio di strumentalizzazioni o appropriazioni indebite della sua eredità intellettuale e spirituale. Don Milani non va celebrato ma vissuto, così come «Barbiana era molto più di una scuola, era un vivere in comune». Non può esistere un “don Milani in pillole”, citato a seconda di circostanze e convenienze, così come il famoso passo dell’obbedienza che non è più una virtù, non deve essere interpretato come un generico invito alla ribellione, ma come un’esortazione a seguire la voce della propria coscienza, che non è mai accomodante, che sempre ci chiama a quelle responsabilità che proprio il conformismo e l’obbedienza acritica permettono di eludere. Essere consapevoli significa essere responsabili, significa mettere la nostra libertà al servizio di chi libero non è. È di questa libertà che don Milani è stato maestro. A noi spetta il compito di esserne, almeno, testimoni credibili.

le parole chiare di papa Francesco sui cristiani ipocriti

papa Francesco

“non è cristiano chi difende Gesù e vuole cacciare i rifugiati

l’ipocrisia è il peccato più grave di tutti”

di | 13 ottobre 2016
Papa Francesco: “Non è cristiano chi difende Gesù e vuole cacciare i rifugiati. L’ipocrisia è il peccato più grave di tutti”
 

lo ha detto il Pontefice rispondendo alle domande dei partecipanti luterani al pellegrinaggio ecumenico, che ha incontrato in aula Paolo VI. “Il mondo si aspetta la misericordia da tutti quelli che credono in Cristo”. “Mi stanno a cuore – aggiunge – i migranti minorenni, specialmente quelli soli”

Papa Francesco contro “chi difende Gesù e poi caccia via un rifugiato”. Secondo il Pontefice è da considerare “ipocrita” il comportamento di chi dice di “essere cristiano” ma, al tempo stesso, non vuole accogliere “uno cerca aiuto, un affamato, un assetato, chi ha bisogno”. E questa “contraddizione, questi che vogliono difendere il cristianesimo in Occidente e dall’altra parte sono contro i rifugiati e contro le altre religioni. E questo non è una cosa dei libri, è una cosa dei giornali e dei telegiornali di tutti i giorni”. Ma “la malattia o si può dire anche il peccato che Gesù condanna di più è l’ipocrisia”. Lo ha affermato il Papa rispondendo alle domande dei partecipanti luterani al pellegrinaggio ecumenico, che ha incontrato in aula Paolo VI. Le parole di Francesco arrivano dopo l’appello lanciato ieri per il cessate il fuoco ad Aleppo, in Siria, chiedendo di evacuare i civili, soprattutto bambini.

 

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