i poveri, i nostri maestri …

i poveri sono la porta santa

 

I poveri sono la porta santa 
di Tolentino Mendonça José,
teologo e scrittore porteghese

 

è vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona e Consulente del Pontificio Consiglio della Cultura. E’ autore e curatore editoriale di vari saggi e studi teologici

relazione tenuta ad Assisi il 19 settembre 2016 in occasione del meeting “SETE DI PACE – Religioni e Culture in dialogo” organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e dalle Famiglie Francescane ,”Panel 12: Religioni e poveri”povero2

Quando penso al contributo che l’esperienza religiosa dà nel presente e potrà dare, in un futuro prossimo, alla cultura, al tempo e al modo dell’esistenza umana, penso all’immenso patrimonio spirituale che nasce dall’amicizia con i poveri. I poveri spesso si siedono alle porte delle chiese. In realtà, essi non sono seduti davanti alla porta, ma sono loro la porta per arrivare a Dio, questo Dio che ci chiede sempre: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). I poveri ci mostrano Dio. Essi sono testimoni e maestri della fede nella sua forma più concreta, perché sono gli ultimi, i piccoli, gli emarginati, i dimenticati, le vittime, quelli che senza voce gridano per la giustizia, gli affamati, quelli che possono contare solo su Dio. Le religioni non possono dimenticare mai la centralità dei poveri nella sua missione. I poveri sono la porta santa. Sono la più santa delle porte sante.  
povero1
I poveri ci insegnano tanto sulla vita spirituale. Ci insegnano l’ascolto. L’ascolto non è soltanto apprendere il discorso verbale. Prima di tutto, è atteggiamento, chinarsi verso l’altro, è dedicargli la nostra attenzione, è disponibilità ad accogliere quello che è stato detto e non detto. Ascoltare significa offrire una spalla dove l’altro possa poggiare la mano, per alzarsi rapidamente. Poter essere ascoltati ci rilancia nel cammino. Uno dei testi che più impressionano sul valore dell’ascolto è il racconto Tristezza di Čechov. Descrive la storia di un vetturino, Iona, che ha perso un figlio e non trova, tra gli umani, nessuno disposto a confortarlo. «Sente il bisogno di raccontare come si è ammalato il figlio, le sue sofferenze, cosa disse prima di morire e come è morto … Sente il bisogno di descrivere il funerale, di raccontare quando è andato all’ospedale a cercare i vestiti del defunto. Nel villaggio è rimasta la figlia, Anissia… Vuole parlare anche di lei … » ma nessuno ascolta. Il vetturino si rivolge allora al suo cavallo e, mentre gli dà da mangiare comincia ad esporgli, in un lungo e dolente monologo, tutto quello che ha vissuto. Le ultime parole del racconto di Čechov sono queste: «Il cavallo continuò a masticare, mentre sembrava che ascoltasse, perché soffiava nella mano del suo padrone… Allora Iona, il vetturino, si animò e gli raccontò tutto ».  
I poveri ci insegnano la forza terapeutica della presenza: un semplice tocco aiuta a dissipare i turbamenti, tranquillizza un animo agitato e trasmette un conforto che nessuna macchina o farmaco può dare. Gesù, per esempio, va a toccare l’intoccabile. Tende la mano a coloro che è proibito toccare. Un uomo malato di lebbra spezza il cordone sanitario e si avvicina a Gesù per dire: “Signore, se vuoi, puoi sanarmi” (Lc 5,12). A quell’epoca i lebbrosi avevano l’obbligo di vivere lontano dagli abitati, separati dalla famiglia, in un distacco che serviva a evitare il contagio. Ebbene, Gesù non si limita alle parole: «Lo voglio», ma tende la mano e lo tocca (cfr. Lc 5,13). Preferisce correre il rischio del contagio, nel desiderio di toccare la ferita dell’altro; volendo condividere, come solo attraverso il tocco si condivide, quella sofferenza; aiutando a vincere l’ostracismo, interiorizzato con la separazione forzata. Cos’è che cura l’uomo? Cos’è che cura la donna che, in un altro punto del Vangelo, segue Gesù e lo tocca (cfr. Lc 8,43-48)? A curarli è certamente il potere di Dio che si manifesta in Gesù, ma in un processo dove la forma non è affatto indifferente. Li cura il fatto di sapersi toccati, e toccati nel senso di trovati, assunti, accettati, riconosciuti, riscattati, abbracciati. La mistica non è uno stato di impermeabilità, ma esattamente il suo contrario: una radicale porosità nei confronti della vita e degli altri. Una pelle, una presenza, un battito del cuore, un incontro, un’allegria condivisa con i poveri.povero

I poveri ci insegnano l’accoglienza di Dio.

Ricordo sempre questa storia:
C’era una volta un uomo devoto che, nella sua preghiera, chiese a Dio una cosa smisurata, ma che Dio immediatamente soddisfò. L’uomo chiese che Dio venisse a visitarlo nella sua casa. Avendo ottenuto il sì di Dio, l’uomo diede il via a grandi preparativi (pulizia, riparazioni, ornamenti…) per ricevere il suo Ospite. Nel giorno stabilito della visita, l’uomo si mise sulla soglia della porta di casa in attesa di Dio. La mattina presto venne un ragazzino che cercò, dalla finestra, di rubargli una mela sul tavolo, ma lui glielo impedì rimproverandolo duramente. A mezzogiorno un mendicante venne a disturbarlo con le sue richieste, ma lui gli spiegò che stava aspettando una visita illustre, di ritornare un altro giorno. Nel pomeriggio, un viaggiatore stanco gli chiese ospitalità, che lui gli negò, perché aspettava Dio. Soltanto Dio non venne. Per questo, quando scese la notte, anche l’uomo cadde in un grande sconforto. E durante la sua preghiera protestò con Dio che non aveva mantenuto la parola. Ma Dio gli rispose: “Per tre volte ho cercato di entrare in casa tua, ma tu stesso me l’hai impedito”.

il commento di padre Maggi al vangelo della domenica

SE AVESTE FEDE! 

commento al vangelo della ventisettesima domenica del tempo ordinario (2 ottobre 2016) di p. Alberto Maggi: Maggi

Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Gesù vuole traghettare i suoi discepoli dalla religione alla fede, da un rapporto con Dio basato sulla sottomissione, sull’obbedienza alle sue leggi, un rapporto che rende il credente un servo nei confronti del suo Signore, a un rapporto con il Padre basato sulla somiglianza e la pratica del suo amore. Un rapporto questo che rende il credente figlio di Dio.
Perché questo sia possibile – e Gesù più volte in questo vangelo di Luca che stiamo commentando ha invitato i suoi discepoli ad essere come il Padre, cioè ad essere buoni fino in fondo – bisogna che l’amore del discepolo raggiunga una qualità simile a quella di Dio. E qual è la qualità dell’amore di Dio? Quella che si esprime in un perdono senza condizioni.
Ecco perché allora … siamo al capitolo 17 di Luca, dal versetto 5 … Gesù afferma: “Se tuo fratello commetterà una colpa rimproveralo, ma se si pentirà, perdonagli”. E Gesù già prevenendo l’obiezione dice: “E se commetterà una colpa sette volte al giorno…”  –  numeri non indicano una quantità, ma una qualità –  “… contro di te, e sette volte a te ritornerà dicendo ‘sono pentito’, tu gli perdonerai”.
Questa ultima espressione l’evangelista l’adopera con un verbo imperativo. Quindi è un imperativo il dover perdonare chi commette qualche colpa. Il numero, come dicevo, non indica una quantità, ma la qualità. La qualità del tuo perdono, afferma Gesù, deve essere simile a quella di Dio.
Ed è a questo punto che gli apostoli intervengono con una domanda, con una affermazione completamente fuori posto. Gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”. Ma la fede non può essere accresciuta, non può essere data perché la fede non viene data da Dio. La fede non è un dono che Dio dà ad alcuni in grande misura, ad altri meno, ed ad altri per niente. La fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa a tutta l’umanità.
Chi risponde, questa è fede. Per cui accrescere o no non dipende da Dio, ma dipende dalla risposta dell’uomo. Ecco perché Gesù risponde: “Se aveste fede quanto un granello di senape…”, il granello di senape è proverbialmente il chicco più piccolo, minuscolo, quindi un niente,  “… potreste dire a questo gelso…” o sicomoro, qui la traduzione può essere gelso o sicomoro, una pianta che aveva radici talmente profonde che si pensava difficilmente sradicabile, era una pianta che, una volta piantata, durava per ben seicento anni.
“Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”. Quindi Gesù sta dicendo che questi discepoli non hanno fede per niente, perché basterebbe un pizzico di questa fede. Ancora non hanno risposto al dono d’amore che Dio ha dato loro. Per questo Gesù propone un’alternativa. Se non accolgono la sua offerta di diventare figli di Dio, di avere un rapporto con il Padre basato sulla somiglianza al suo amore, restano nella condizione di servi di Dio, servi del loro Signore, basati sulla sottomissione.
Gesù in questo vangelo, nell’ultima cena affermerà: “Ecco io sono in mezzo a voi come colui che serve”. La novità portata da Gesù è che Dio non chiede di essere servito dagli uomini, ma è Dio che si mette lui a servizio degli uomini. E poco prima, nel capitolo 12, quasi come immagine dell’Eucaristia, Gesù aveva parlato di quel signore che tornava di notte nella sua casa e, trovando i servi ancora in piedi, cosa farà? Non si farà servire, ma si metterà lui a servirli.
Qui invece tutto il contrario.
“Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Esattamente il contrario di quello che Gesù aveva affermato nel capitolo 12. Lì era il signore che faceva mettere a tavola i suoi servi e passava a servirli. Qui dice tutto il contrario.
“Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? “ Cos’è questa contraddizione? Ebbene Gesù propone un’alternativa. O accogliete questa offerta d’amore di Dio e l’amore di Dio vi rende liberi e quest’amore si esprime attraverso il perdono incondizionato, o altrimenti rimanete nella condizione di servi verso il vostro Signore.
Ecco allora la conclusione di questo brano che spesso è stata equivocata quasi a significare l’inutilità dell’agire cristiano. “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato… “ questo
verbo ordinare si riferiva all’osservanza della legge, “Dite: “Siamo servi inutili.”. Qui la traduzione non è esatta perché non sono servi inutili, avevano fatto quello che dovevano fare, non è vero che sono inutili. Meglio tradurre con “siamo semplicemente servi. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Ecco Gesù propone un’alternativa, lui non impone, ma offre. O si diventa figli di Dio, quindi pienamente liberi di amare di servire, o si rimane nella condizione di servi. Ma chi rimane nella condizione di servo non potrà mai sperimentare la libertà, la pienezza e la gioia che la comunione di Dio che si rivela come un Padre ai suoi può manifestare.

a pochi giorni dalla marcia della pace Perugia-Assisi

la prima ‘Marcia per la pace Perugia-Assisi’ il 24 settembre 1961

 

era il 24 settembre 1961 quando il movimento pacifista italiano organizzò la prima Marcia per la pace Perugia-Assisi. A farsi promotore del corteo lungo circa 24 chilometri fu Aldo Capitini, un filosofo antifascista che interiorizzò da subito il pensiero di Gandhi sulla non violenza e che per l’occasione fece utilizzare prima la prima volta la bandiera della pace, il simbolo per eccellenza della lotta contro la violenza. 

Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia, durante la quale abbiamo distribuito tremila copie di un pieghevole di quattro pagine sulle idee e il lavoro del Centro per la nonviolenza. Non dico che tutto sia chiaro e acquisito, ma è certo che ora ci sono larghi gruppi di italiani che sentono che la nonviolenza ha una sua parola da dire. Con l’aggiunta della nonviolenza all’opposizione abbiamo dato vita a un fermento interno, ad uno scrupolo, ad un’autocritica; il risultato sarà che metteremo sempre meglio in luce ed isoleremo i gruppi reazionari, i loro sforzi crudeli e vani nel mondo, la loro irreligiosa difesa di una società sbagliata. Tanto più dopo gravissime denunce del pericolo di una distruzione atomica, l’impostazione di un altro metodo di lotta, quello nonviolento che mantiene il dialogo, la libertà di informazione e di critica e non distrugge gli avversari, diventa urgente; ed io credo che anche nelle scuole bisognerà insegnare il valore e le tecniche del metodo nonviolento. La resistenza alla guerra diventa oggi tema dominante, perfino con riferimenti teorici, filosofici, religiosi”.

Ad oggi la Marcia viene ancora organizzata, ma si tiene a cadenza biennale/triennale.

c’è anche chi dice sì ai migranti contro il sindaco che dice no

26 settembre 2016

succede a Chambon-sur-Lignon, i cui abitanti protestanti salvarono 5 mila ebrei nella II guerra mondiale

Il sindaco di un Comune francese lancia una petizione contro l’accoglienza dei migranti e i suoi concittadini si ribellano.

La storia arriva da Chambon-sur-Lignon, poco meno di tremila abitanti, nella regione Auvergne-Rhône-Alpes, che ha in Lione il proprio capoluogo. Si tratta di un paese con un passato ricchissimo di episodi di nobile accoglienza, tanto da esser stato riconosciuto come “Giusto fra le nazioni” dal governo israeliano nel 1990 per “il coraggio di fronte al pericolo e le azioni di alto valore umanitario delle sue genti”. Fu la prima volta di tale riconoscimento dato ad una intera comunità e ancora oggi uno dei rarissimi casi di attribuzione collettiva. Sebbene non sia semplice un censimento sarebbero addirittura 5 mila gli ebrei che avrebbero trovato rifugio in zona, accolti e nascosti soprattutto dalle famiglie di fede protestante. Famiglie che avevano trovato nel pastore André Trocmé e in sua moglie Magda, anch’essi designati “Giusti”, una guida spirituale ed un esempio di pratica quotidiana dell’amore per il prossimo, sprone costante ad operare per la salvezza dei perseguitati dal nazismo, la cui storia di dolore e fuga ricordava quella ugonotta di alcuni secoli prima.

Sempre a Chambon nel 1938 Trocmé e altri pastori avevano fondato il collegio Cévenol per fornire un educazione di scuola secondaria ai ragazzi della zona. Anche questo luogo diventerà rifugio di moltissimi bambini e professori di origine ebraica.

Storia di accoglienza che la sindaca Éliane Wauquiez pare voler rinnegare.

Éliane è la madre di Laurent Wauquiez, già ministro ai tempi di Sarkozy e ora presidente del consiglio regionale dell’ Auvergne-Rhône-Alpes. Nelle scorse settimane Laurent ha lanciato una petizione contro la ridistribuzione dei migranti di Calais così come previsto dal governo: appena 1784 persone dovrebbero venire ospitate nella regione, che con quasi 8 milioni di abitanti è una delle aree più popolose di Francia. Ma i repubblicani paiono in questa maniera accordarsi alle parole d’ordine del Lepenismo, in un anticipo poco nobile di campagna elettorale per l’Eliseo. E la madre si è accodata, dichiarando che anche a Chambon-sur-Lignon non sarebbe passato lo straniero, nonostante la maggioranza del consiglio comunale si sia espresso invece per l’accoglienza. Che nel Comune è pratica che si perpetua anni, con numerose famiglie e organizzazioni protestanti che da tempo ospitano migranti, mentre in paese opera dal 2000 un centro di accoglienza per richiedenti asilo intitolato a “Pietro Valdo”. Un braccio di ferro che non terminerà certo a breve. Da queste parti la resistenza spirituale ha forgiato generazioni e storie. Ed è una qualità che i cittadini desiderano perpetuare. A dispetto delle piccinerie e dei calcoli elettorali.

Immagine: By Pensées de Pascal – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48507009

un Gesù dolciastro che cancella il Gesù in collera è antievangelico

la censura sulla collera di Gesù

di Enzo Bianchi  Bianchi

in 'Jesus' settembre 2016

In questa stagione ecclesiale caratterizzata anche dall’interesse e della ricerca riguardo all’umanità di Gesù, permane tuttavia una certa timidezza nell’analizzare e mettere in rilievo i sentimenti di Gesù. In particolare si evita di leggere uno di questi modi di comportarsi da parte di Gesù: la collera, l’ira, lo sdegno. A volte si ha l’impressione che si voglia presentare un Gesù uomo come noi, ma dolciastro, oleografico, forse perché l’atteggiamento della collera contrasta con il dominante bisogno di dolcezza, mitezza, rimozione e negazione del conflitto.

Eppure, se prendiamo il vangelo più antico, quello secondo Marco, questo tratto di Gesù – mitigato dagli altri evangelisti e talvolta addirittura assente – emerge con chiarezza: l’ira, la collera, lo sdegno non sono solo sentimenti umani che non significano modi peccaminosi, ma sono anzi segno che in Gesù c’erano passione e forte convinzione. La collera è reazione all’indifferenza, al silenzio complice, alla tolleranza acquiescente, alla clemenza a basso prezzo, tutti atteggiamenti che accompagnano chi non conosce l’amore, la passione dell’amore.

gesu La collera è l’altra faccia della compassione! Per questo non è possibile dimenticare le parole dure di Gesù, le sue invettive, i suoi atteggiamenti verso alcune situazioni e a volte anche verso gli stessi discepoli. La minaccia, l’invettiva deve essere detta, se è pronunciata come avvertimento urgente e forte, non come giudizio di condanna! Nel vangelo secondo Marco troviamo innanzitutto il verbo orghízomai, andare in collera, che appare come sentimento di Gesù alla vista del lebbroso (cf. Mc 1,41). Perché Gesù è preso da collera di fronte al lebbroso? Perché sente in sé sdegno di fronte a quel malato emarginato. Nella compassione che sale dalle sue viscere c’è anche questo sentimento di sdegno, che grida: “Non è giusto! Perché?”. Questa è santa collera che protesta di fronte alla sofferenza degli uomini concreti incontrati da Gesù. Ma la collera di Gesù si manifesta anche verso i “giusti incalliti”, i pretesi osservanti della Legge. Quando, entrato di sabato nella sinagoga, guarisce un uomo con la mano paralizzata, i farisei lo osservano per poterlo accusare di trasgressione della Torah (cf. Mc 3,1-4). E Gesù “volgendo su di loro uno sguardo di collera (orghé), rattristato per la durezza dei loro cuori…” (Mc 3,5). Qui lo sdegno e l’ira si leggono nello sguardo di Gesù: uno sguardo che discerne e avverte severamente quei presunti sani, quei presunti giusti! Tutti ricordiamo inoltre come Gesù agì dopo l’ingresso trionfale in Gerusalemme. Salito a Gerusalemme, Gesù trova nel tempio ciò che non doveva esservi: vede la dimora di Dio trasformata in una casa di commercio. Allora “avendo fatto una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i tavoli” (Gv 2,15). Qui c’è sdegno, collera manifestata in azioni che non sono violente verso le persone ma provocano un danno economico, un impedimento al commercio praticato nel tempio. Solitamente se si ricorda questa azione di Gesù è solo per dire che egli era violento e non mite. No, Gesù non cede alla violenza, non fa violenza sulle persone, ma compie un gesto profetico carico di significato, e lo fa con sdegno e collera.

mercantiInfine, conosciamo bene le invettive, il “Guai a voi!” ripetuto sette volte nei confronti degli scribi e farisei ipocriti (cf. Mt 23,13-32), parole il cui sdegno è stato ben interpretato dal film di Pasolini, quando ci presenta Gesù che grida con forza, parole taglienti che spogliano le autorità religiose degli orpelli del loro potere per mostrarli quali sono veramente, nella loro qualità malefica! Dunque sdegno, collera, ira erano presenti in Gesù, a testimonianza della sua fede convinta, della sua passione per la giustizia, della sua urgente parola profetica che voleva tenere svegli, non lasciare che gli altri si addormentassero, ammonirli finché c’era tempo. Purtroppo questo Gesù oggi viene  censurato da generazioni di credenti che non amano il conflitto, che temono la voce alta, che rifuggono l’urgenza del sì o del no. Sono convinto che, se oggi Gesù tornasse, molti cristiani, soprattutto monaci e monache, non lo seguirebbero, perché lo riterrebbero troppo duro, troppo esigente, non sufficientemente mite e dolce: non hanno colpe, perché non conoscono l’amore e la sua passione forte come la morte, tenace come l’inferno (cf. Ct 8,6).

il ‘festival francescano’ alla sua seconda edizione

il perdono in versione francescana

di Maria Teresa Pontara Pederiva
in “La Stampa-Vatican Insider”

festival-francescano
Al via venerdì 23 settembre a Bologna la seconda edizione del Festival Francescano all’indomani del grande incontro ecumenico di Assisi e nel contesto del Giubileo della Misericordia.
Prenderà il via in Piazza Maggiore a Bologna venerdì 23 settembre la 2° edizione del Festival Francescano, un’iniziativa congiunta delle famiglie francescane che al suo debutto, lo scorso anno, ha subito incontrato l’interesse di un vasto pubblico.

Forse ancora più imponente lo sforzo rispetto all’edizione precedente che ha ormai inaugurato una tradizione: saranno infatti oltre 150 gli appuntamenti per intercettare età e sensibilità diverse, ma unico è ancora una volta il filo rosso che li intreccia all’insegna del tema «Per forza o perdono». Un evento che viene a cadere esattamente all’indomani del grande incontro ecumenico di Assisi a 30 anni da quello del 1986, nell’anno dell’8° centenario del Perdono di Assisi e nel contesto dell’Anno giubilare della Misericordia.

festval-franc Singolari coincidenze che conferiscono al Festival una responsabilità inedita: forte di una riflessione a 360°, costituire un luogo dove religioni e culture si mettono in dialogo nell’ottica della forza del perdono. Ad ampio raggio anche le collaborazioni tra le quali spiccano la Diocesi e il Comune di Bologna. «Lavoriamo su questo programma da molti mesi – hanno spiegato gli organizzatori del Movimento Francescano dell’Emilia-Romagna alla conferenza stampa della vigilia – Mai avremmo pensato che le questioni che affronteremo al Festival, ovvero il dialogo interreligioso, la giustizia sociale, l’economia civile, fossero così urgenti alla luce dei tragici fatti di cronaca che hanno segnato gli ultimi tempi». Il sipario verrà alzato venerdì mattina con un momento di spiritualità e l’esposizione delle reliquie di tre santi francescani: Leopoldo Mandić, Massimiliano Kolbe e Pio da Pietrelcina, cui seguirà un percorso di natura letteraria con la poesia di Davide Rondoni. Nel corso delle tre giornate, fitte di appuntamenti, si alterneranno singole conferenze, tavole rotonde (Giancarlo Caselli e Giovanni Nicolini su «Giustizia e pace si baceranno»), testimonianze e presentazioni di libri-novità, e ancora percorsi espositivi (come quello su «Le opere di misericordia» nel Cortile d’onore di Palazzo d’Accursio), workshop esperienziali o psicologici, laboratori manuali, proiezioni di documentari e film e pièce teatrali (lo storico Alberto Melloni affiancato dalla Compagnia teatro di Camelot). Si intensifica quest’anno anche l’attenzione ai più piccoli (0-12 anni) con la collaborazione dell’Antonianum di Bologna (con il Piccolo Coro Mariele Ventre) che presenterà l’11° edizione della Città dello Zecchino d’Oro con attività sportive e laboratori artistici e teatrali e un laboratorio di giornalismo per ragazzi a cura della redazione de Il Messaggero dei Ragazzi sul tema «Ti perdono!» (iscrizioni già chiuse, e in anticipo, per esaurimento posti).

francescoDecisamente nutrita la presenza dei libri, e relative Case editrici e incontri con gli autori, a partire dalle Edizioni del Messaggero di Padova (francescani conventuali, direttore editoriale Fabio Scarsato) che offriranno tre novità appena giunte sugli scaffali delle librerie con l’intervento di alcune firme: il 3° volume della (originale e fortunata) collana Punti di incontro dal titolo «L’ospitalità di Abramo» di Claudio Monge, Gadi Luzzatto Voghera, Laura Mulayka Enriello e Ritanna Armeni (il 1° volume «Il padre misericordioso» era stato presentato all’ultimo Salone del Libro di Torino, mentre il 2° «La pace» al Festival Biblico di Vicenza); un piccolo saggio a più mani per riflettere sull’enciclica Laudato Si’ «Con tutte le Tue creature» con contributi di Vincenzo Balzani, Enrico Galavotti, Romano Prodi, Ugo Sartorio, Andrea Segrè e Alex Zanotelli e, della  stessa collana «Sorella Terra.alex

Il cantico di san Francesco» a cura di Alberto Melloni, Massimo Cacciari, Paolo Curtaz, Jacques Dalarun, Chiara Francesca Lacchini. Sempre per il settore letterario è da segnalare l’evento con cui la Pontificia Facoltà Teologica «San Bonaventura» Seraphicum (che edita la rivista scientifica Miscellanea Francescana assieme al mensile San Bonaventura informa) parteciperà, per il quarto anno consecutivo, al Festival francescano: la presentazione ufficiale dell’atteso volume su fra Tommaso da Celano: «La vita ritrovata. Un dono-per conoscere meglio san Francesco e il suo primo biografo Tommaso da Celano». A fianco di Jacques Dalarun – scopritore nel 2015 del manoscritto, finora sconosciuto, del frate biografo – sarà fra Domenico Paoletti, teologo e promotore del convegno internazionale su Tommaso, svoltosi a gennaio al Seraphicum, e fra Emil Kumka, docente di francescanesimo e curatore della pubblicazione che raccoglie gli atti del convegno insieme a nuovi e importanti elementi sul frate abruzzese che, con la sua opera, ha permesso di conoscere la vita di Francesco di Assisi. Molti anche quest’anno, oltre a quelli già ricordati, i volti noti che offriranno testimonianze sull’unico tema del perdono, tra questi l’arcivescovo della diocesi mons. Matteo Zuppi (intervistato da Lorenzo Fazzini direttore della casa Editrice Missionaria) gli economisti Stefano Zamagni e Luigino Bruni, i medievisti Roberto Lambertini e Maria Giuseppina Muzzarelli, i sociologi della Cattolica, e coniugi, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti (sulla riconciliazione nelle relazioni familiari) e poi ancora i filosofi Massimo Cacciari e Roberto Mancini, lo storico Andrea Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, Glauco Cantarella, Anna Pia Viola («Misericordia, femminile singolare»), sul versante dell’ecumenismo Brunetto Salvarani, Adel Jabbar e Bruno Segre, mentre su quello musicale fra Alessandro Brustenghi «la voce di Assisi» e Francesco Gabbani, vincitore della sezione Giovani all’ultimo Festival di Sanremo

giovedì 22 settembre
C 14:00 – 18:30 Le parole imperdonabili| Palazzo d’Accursio, Cappella Farnese
venerdì 23 settembre
C 9:30 Davide Rondoni, “Perdonare è una parola”| Piazza aggiore
C 10:15 Glauco Cantarella, “Penitenza e perdono, Canossa e qualche papa”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 11:00 Gian Carlo Caselli e Giovanni Nicolini, “Giustizia e pace si baceranno?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Anna Pia Viola, “Misericordia: femminile, singolare”| Piazza Maggiore
C 16:30 Inaugurazione di Festival Francescano alla presenza delle autorità| Piazza Maggiore
C 17:00 Jacques Dalarun, Emil Kumka e Domenico Paoletti, “La vita ritrovata. Un dono-per conoscere meglio san Francesco e il suo primo biografo Tommaso da Celano”| Palazzo d’Accursio, Cappella Farnese
sabato 24 settembre
C 9:30 Alberto Melloni e Teatro di Camelot, “La rivoluzione della misericordia”| Piazza Maggiore
C 10:00 Roberto Mancini, “La scoperta della misericordia”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 10:00 – 12:15 Tra perdono e solidarietà. Le origini dei Monti di Pietà e la predicazione francescana| Oratorio di San Filippo Neri
C 11:00 Matteo Maria Zuppi, “Quando perdonare è difficile”| Piazza Maggiore
C 11:15 Marco Riccòmini, “Il perdono in età barocca: quadri a Bologna”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:00 Brunetto Salvarani, Adel Jabbar e Bruno Segre, “Pace fra le religioni: solo un’utopia?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Elena Buia Rutt, “Dio sul pianerottolo. Il perdono come affidamento”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:30 – 17:30 La mediazione sociale e del conflitto come strumento del perdono| Oratorio di San Filippo Neri
C 16:30 Luigino Bruni, “Perdono e condono dei debiti”| Piazza Maggiore
C 17:00 Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, “Dal risentimento alla riconciliazione”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
domenica 25 settembre
C 11:30 Massimo Cacciari, “Beati quelli che perdonano per lo tuo amore”| Piazza Maggiore
C 14:30 Ritanna Armeni, Laura Mulayka Enriello, Gadi Luzzatto Voghera, Claudio Monge e Fabio Scarsato, “L’ospitalità: Abramo alle querce di Mamre”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 15:00 Giovanni Salonia, “Io mi perdono, tu mi perdoni?”| Piazza Maggiore
C 15:30 Luciano Lotti, “I santi della misericordia”| Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari
C 16:30 Andrea Riccardi, “Lo spirito di Assisi”| Piazza Maggiore
C 17:00 Rosanna Virgili, “Occhio per occhio, ma io vi dico” | Palazzo d’Accursio, Sala Tassinari

 

 

 

all’inizio non era il clero … per una chiesa declericalizzata

 

la sfida del sacerdozio universale

per liberare la Chiesa dalla malattia del clericalismo

da: Adista Documenti n° 33 del 01/10/2016
Guarire dalla malattia del clericalismo, ritornando al messaggio originale di Gesù. È questa la grande sfida che la Chiesa è chiamata oggi a raccogliere, tornando al passato per proiettarsi nel futuro, superando chiusure e tentazioni autoreferenziali in maniera da aprirsi con fiducia alla modernità. Una sfida la cui importanza è stata chiaramente colta da Iglesia Viva, rivista trimestrale spagnola “di pensiero cristiano” e riflessione militante, che ha deciso di dedicare a questo tema il suo ultimo numero (il 266), dal titolo “Per una Chiesa declericalizzata”, proprio nella consapevolezza, evidenziata nella presentazione da Bernardo Pérez Andreo, che nessun rinnovamento sarà possibile senza estirpare definitivamente quello che è «il male per eccellenza della Chiesa», quel clericalismo che «pietrifica la fede» e la trasforma in un «pesante fardello sulle spalle della gente». Esattamente il contrario di ciò che intendeva Gesù, il quale, come sottolinea il teologo spagnolo Xabier Pikaza in uno degli interventi del numero, ripreso poi in un articolo pubblicato sul suo blog, non aveva altro fine che proclamare e instaurare il Regno di Dio, un Regno di «perdono e concordia universale», a partire «dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele». Un progetto, questo, che avrebbe dovuto tenere la comunità cristiana al riparo da ogni struttura clericale e da ogni lusinga del potere, ma a cui la Chiesa ha finito per voltare le spalle, trasformandosi in un’istituzione patriarcale di tipo gerarchico alleata con il sistema dominante. Ed è così che quelli che erano stati pensati appena come servizi funzionali all’organizzazione comunitaria – quelli dei servitori (diaconi), degli anziani (presbiteri) e dei supervisori (vescovi) – nel quadro del sacerdozio universale dei fedeli hanno dato vita a un potere sacro, stabilendo una divisione non evangelica tra clero e laici.

di seguito l’articolo di Pikaza pubblicato in tre parti sul suo blog (http://blogs.periodistadigital.com/xpikaza.php; 24, 27 e 29 agosto):


Una Chiesa declericalizzata

per una chiesa declericalizzata

 

(…). Gesù era un laico, non un sacerdote. Non voleva riformare le antiche istituzioni sacre, né crearne di nuove, bensì potenziare i valori della vita partendo dagli esclusi, in una linea di gratuità, fino alle estreme conseguenze. I suoi seguaci credettero in lui e fondarono comunità per preservarne la memoria, sulla base del messaggio del Regno, del perdono e del pane condiviso, creando così diversi ministeri (…) sorti dalla stessa natura laica e messianica del Vangelo.

Successivamente, per esigenze culturali e pressioni ambientali, i cristiani trasformarono questi ministeri in istituzioni patriarcali di tipo gerarchico/clericale. Ma il tempo di questo dominio clericale sta volgendo al termine e dalla radice del Vangelo dovrà sorgere, nelle stesse comunità, un ministero evangelico in una linea non gerarchica. Non si tratta di sopprimere ministeri, ma di dare loro maggiore forza missionaria ed evangelica, per recuperare il messaggio e il cammino del Regno. (…).

AL PRINCIPIO NON ERA COSÌ

(…). Gesù non assunse titoli sacerdotali né rabbinici, ma operò come un comune essere umano (…). 

Era stato per un certo tempo discepolo del Battista (…). Ma, dopo l’assassinio di Giovanni, Gesù ebbe la certezza che Dio lo spingesse a proclamare e instaurare il suo Regno (di perdono e concordia universale), cominciando dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele (…).

Animato da questa certezza, lasciò il deserto e cominciò a instaurare il Regno di Dio in Galilea, senza titoli né sigilli sacri che lo accreditassero, semplicemente come un israelita cosciente della propria identità e della propria missione. (…). Convinto che Dio fosse il Padre di tutti, promosse un movimento centrato sulla saggezza popolare, sulla cura e sulla comunione tra gli emarginati, che egli risollevò, accompagnò e animò, come destinatari ed eredi del Regno di Dio (cfr Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20; 7,22). (…). Aveva la certezza che solo ai margini (fuori dal sistema dominante) si potesse edificare l’opera di Dio, e non certo in un’ottica di potere. Non utilizzò mezzi di reclutamento e di discriminazione classisti (…) propri dei gruppi di potere. Non addestrò un gruppo di combattenti (zeloti), né fondò una compagine di puri (farisei), né optò per un pugno di prescelti in mezzo a una massa di gente perduta. Non fece ricorso al denaro, né alle armi, né coltivò un vivaio di funzionari super competenti.

Non ebbe bisogno di edifici, né di dipendenti, ma proclamò e instaurò il Regno di Dio, senza mediazioni gerarchiche. Parlò con parabole che tutti potevano capire (…) e realizzò gesti che tutti potevano assumere, aprendo canali personali di solidarietà tra esclusi e bisognosi, come guaritore ed esorcista (…) e, soprattutto, come amico dei poveri. Accolse (perdonò) gli esclusi e condivise la mensa con chi veniva da lui, in cerca di salute, di compagnia o di speranza, prendendosi cura in maniera speciale dei bambini, degli infermi e di coloro che venivano espulsi dalla società. (…). 

Minacciati dal suo progetto, lo condannarono i sacerdoti di Gerusalemme, dove era andato a presentare la sua proposta, dopo aver trasmesso il suo messaggio e la sua solidarietà, nelle strade e nei paesi della Galilea, a uomini e donne, sani e malati, bambini e adulti. Non si era recato nelle città (Seforis, Tiberiade, Tiro, Gerasa), rifuggendo probabilmente le strutture urbane dominate da un’organizzazione classista, sotto la dominazione di Roma, e volendo diffondere un messaggio universale a partire dalle zone contadine in cui abitavano gli umili e gli esclusi della società (…), in maniera da includere tutti, al di sopra delle leggi di discriminazione sociale o religiosa della cultura dominante.

I primi destinatari del suo progetto erano i poveri, i pubblicani e le prostitute, gli affamati e gli infermi, chi era espulso dal sistema. A questi dedicò la sua vita, da questi volle far partire il suo movimento (…). Ma anche nella società dominante aveva simpatizzanti e amici, ai quali chiese che si lasciassero “curare” dai poveri, ponendosi al servizio della comunione del Regno.

Si circondò di seguaci e amici, alcuni dei quali lasciarono case e proprietà per accompagnarlo, e con essi si spostava, dando inizio al suo movimento. In questa linea, convocò i Dodici, scelti come rappresentanti e messaggeri del nuovo Israele (le dodici tribù), che inviò a predicare il messaggio, senza autorità amministrativa o sacrale (non erano sacerdoti né scribi), solo con l’autorità della vita. (…).

Morì per il delitto di aver annunciato un Regno universale, che risultava pericoloso per l’Impero e per il Tempio. (…). Morì, ma alcuni dei suoi seguaci, donne e uomini, lo scoprirono vivo (risorto) e ripresero il suo progetto.

Non tracciarono un unico camino, ma vari. Non erano pronti (pensavano che il Regno stesse per arrivare e che tutto si sarebbe risolto), né sapevano come si sarebbe dovuto organizzare il movimento, ma andarono avanti, perché il ricordo di Gesù e l’impulso dello Spirito (…) davano loro forza. (…). Inizialmente non sapevano in che modo, né fissarono un incontro istitutivo per definirne le strutture; ma il carisma e la libertà di Gesù li andò guidando nella creazione di gruppi di amici e seguaci, vincolati al suo ricordo e alla sua presenza (…).

I cristiani non avevano ministeri uguali in tutti i luoghi, ma operavano in modi diversi, in base ai gruppi e alle circostanze. Non ricrearono il sacerdozio sacro, in quanto tutti si sentivano sacerdoti, senza bisogno di un tempio come quello di Gerusalemme. A loro importava più il messaggio che l’organizzazione, più il carisma che la struttura, più la missione che il conto dei convertiti. (…). Solo più tardi, a consolidamento avvenuto, mirarono a un’unificazione dei ministeri.

Esistevano vari gruppi di cristiani, ebrei ed ellenisti, a Gerusalemme, in Galilea e nella diaspora, come fiumi che unendosi andavano a formare la Grande Chiesa, ma senza che nessuno dominasse sugli altri. Per questo, al principio non c’era uniformità, bensì diversi gruppi semi-indipendenti, vari modi di intendere l’unità e i ministeri (…).

Il Nuovo Testamento (completato verso il 150 d.C.) non conosce ministeri ordinati fissi, che sorgeranno più tardi, alla fine del II d.C. (…): «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). (…). 

La Chiesa è pertanto un corpo centrato sulla comunione di tutti e non una gerarchia (gli uni sopra, gli altri sotto), secondo una linea di reciprocità, partendo da coloro che sono più in basso e ricevono meno onori, che, in base alla tradizione, sono i più importanti (Mc 9,33-37; 10,35-45; 1Cor 12,12-26). (…).

LA NASCITA DEL CLERO

Dopo due sconfitte (67-70 e 132-135 d.C.), gli ebrei accettarono in modo consapevole la fine del tempio (…) piangendo la propria condizione di orfani dinanzi al Muro del Pianto, per organizzarsi come federazione di sinagoghe libere, senza sacerdoti. I cristiani, invece, pur mantenendo il sacerdozio universale di tutti i credenti, “recuperarono” successivamente alcuni simbolismi sacri e gerarchici più propri dell’Antico Testamento e della politica romana che del messaggio di Cristo.

Il tema si impose a partire dal 150, quando diversi gruppi di tipo semi-gnostico (…) cercarono di separare il cristianesimo dalla sua base ebraica, per trasformarlo in una religione intimista (…). A ciò si oppose la Grande Chiesa  conservando l’origine ebraica e rafforzando alcuni elementi sacri dell’istituzione sacerdotale di Gerusalemme (…); nonché consolidando la propria indipendenza, con l’introduzione nella Scrittura di testi propri (Nuovo Testamento) e la riorganizzazione della vita e della liturgia a partire dall’Eucarestia o Memoria della Cena di Gesù, intesa in forma sacrificale, in una prospettiva che combinava elementi ebraici ed ellenisti, secondo un processo già in corso a partire del 200 d.C. (…).

Un processo, questo, che evitò il rischio di dissoluzione gnostica del cristianesimo, ma a costo di mettere a tacere importanti elementi del Vangelo, come la sacralità universale ed egualitaria di tutti i credenti. (…). Alla radice, il cristianesimo continuò a essere quello che era (…), ma accettò e sacralizzò di fatto la distinzione dei credenti su due livelli (ordini) all’interno della Chiesa.

Tale divisione, con cui le donne restarono escluse dalla gerarchia, si vincolò inoltre alla forma di celebrazione dei due grandi “sacramenti” cristiani: l’eucarestia (che doveva essere presieduta dal vescovo o da un suo delegato) e la riconciliazione o riammissione dei peccatori ufficiali nella Chiesa (che restò riservata al vescovo). E così:

– sorse il clero, formato da vescovi, presbiteri e diaconi maschi, elevati al di sopra del resto della Chiesa, come rappresentanti di Gesù, con autorità sacra: un ordine sacerdotale, come se la “grazia” di Dio passasse per loro tramite al resto dei fedeli. La Chiesa (…) si trasformò in un’istituzione di potere sacro, al servizio dei poveri, ma al di sopra di essi.

– E, dall’altra parte, restò il popolo, formato da laici: cristiani destinati ad ascoltare la parola e a ricevere i sacramenti offerti loro dal clero (…).

Questa divisione, pur non essendo evangelica, svolse una sua funzione, assicurando stabilità alla Chiesa, come organizzazione unitaria ed efficiente (sottosistema sacrale), in un mondo gerarchico. È questo il paradosso: i cristiani, che avevano rifiutato la gerarchia religiosa dell’Impero, venendone perseguitati, finirono per assumere, nel corso di un processo affascinante (e pericoloso) di rifondazione, molti dei suoi tratti sacri. (…). 

FARE RITORNO ALLE ORIGINI PER CREARE QUALCOSA DI NUOVO

Benché al principio le cose non stessero così, questa nuova situazione si consolidò a partire dal IV secolo d.C. (Costantino) e soprattutto dall’XI (Riforma Gregoriana), quando la Chiesa si trasformò in una gerarchia feudale, dipendente dal papa e dai vescovi. Il Vaticano II provò a tornare alle origini, ma non riuscì a farlo in modo coerente, dando spazio nei suoi documenti a due ecclesiologie:

– a livello teorico, predomina l’ecclesiologia di comunione, la Chiesa come Popolo di Dio, comunità di credenti, con ministeri che fioriscono dalla comunità. (…); 

– nei fatti, dominano le formulazioni giuridiche e pratiche dell’ecclesiologia gerarchica. (…). I dirigenti detengono il potere sacro, che esercitano al servizio del popolo, ma al di sopra di esso. Un’ecclesiologia rafforzatasi sul piano pratico dopo il Vaticano II, (…) ma che è messa in crisi dai tentativi di rinnovamento portati avanti da papa Francesco.

È una situazione schizofrenica: si parla di comunione (…), ma continua a dominare un’ecclesiologia del sacerdozio gerarchico, con l’avallo del nuovo Diritto Canonico (1983) e del Catechismo (1993) (…). Ciò di cui c’è bisogno non è una nuova facciata, qualche ritocco cosmetico in questioni controverse (celibato, crisi di “vocazioni”, ministeri femminili, esclusione delle donne, pedofilia…), ma un recupero in termini di identità.

Tornare al Vangelo, al sacerdozio dei poveri 

Dopo secoli di inerzia clericale (…), dobbiamo rompere la struttura clericale della gerarchia (…). Il modello sacerdotale dei ministeri è entrato in crisi, a causa della coscienza moderna di uguaglianza/fraternità e soprattutto per esigenza evangelica. (…). Vescovi e presbiteri sono ministri di una Chiesa di cui sono al servizio e da cui ricevono (con cui condividono) la Parola e il Sacramento di Gesù, nella consapevolezza che il sacerdozio appartiene all’insieme dei fedeli, in modo speciale ai poveri e agli emarginati (…). L’unità e l’autorità ecclesiale non risiedono in un potere unificato, né in un’organizzazione centrale, bensì nella comunione multiforme dei credenti, che diffondono e condividono la parola e il pane, a partire dagli esclusi.

Non si tratta di ottenere potere 

Il Vangelo non vuole conquistare il potere, ma superarlo. Il punto non è che i poveri lo assumano per governare meglio dei ricchi, ma che sconfiggano il potere (…) per creare forme distinte di legami sociali per tutti gli esseri umani. La conversione cristiana è una meta-noia (cambiamento di pensiero: Mc 1,15) e implica il superamento di un potere sociale di comando (cfr. Mc 10,41-45). Le Chiese devono creare altre forme di presenza e comunicazione che non siano in una linea di potere. Non si tratta del fatto che il papa, i vescovi e i presbiteri deleghino funzioni, concedendo alle comunità cristiane maggiore autonomia: non possono, infatti, dare quello che non è loro, bensì operare al di là del potere, (…) in maniera che le Chiese si espandano e si organizzino autonomamente, a partire dalla Vita e dalla Memoria di Gesù, per unirsi (al tempo stesso) in comunione e in dialogo, creando ministeri evangelici. È comprensibile che alcuni, in questa fase di cambiamenti, auspichino un nuovo concilio (…). Vorrebbero creare nuove strutture, risolvendo dall’alto questioni come il celibato, l’ordinazione delle donne, il potere dei vescovi, la celebrazione dell’eucarestia e la confessione. Però:

– forse non è il momento adatto per un concilio di vescovi, dal momento che la maggior parte delle nomine risponde a un principio di sacralità e persino di fondamentalismo: un Vaticano III a cui partecipassero solo loro sarebbe poco rappresentativo della Chiesa e della dinamica del Vangelo. (…).

– Bisogna cominciare dalla vita. Più che un concilio è importante che le Chiese esplorino e ricerchino cammini evangelici, in comunione mutua, senza attendere soluzioni dall’esterno. Per questo sembra necessario prendersi un tempo per la ricerca, per condividere la sofferenza degli emarginati e aprire insieme ad essi un cammino di libertà. Nessuno (dentro o fuori la Chiesa) deve dare ai cristiani l’autorità per pensare e celebrare, organizzarsi e decidere, in quanto loro stessi sono autorità (cfr. Mt 18,15-20), concilio permanente.

– Occorre superare l’endogamia. Un concilio centrato su temi ecclesiastici sarebbe un segno di egoismo, come dice papa Francesco. L’importante sono i poveri, più che le questioni di Chiesa. (…). L’autentico concilio è la vita quotidiana delle Chiese, in cui si creino forme concrete e impegnate di presenza e di servizio ai poveri, in comunione di vita.

Oltre quello che c’è. La grande utopia

(…). Sta trionfando in tutto il mondo un capitalismo anti-divino, opposto a ciò che dovrebbe essere la Chiesa: alcuni hanno addirittura proclamato l’avvento del Regno Finale del Capitale (F. Fukuyama, La fine della storia, 1992). Contro tale affermazione, continuiamo a camminare nella storia, verso la cattolicità cristiana della grazia che si esprime a partire dai poveri. Così, per coerenza storica e spirito evangelico, i ministri delle Chiese (tutti i credenti!) devono tornare al luogo in cui stava Gesù (e i primi cristiani: Maddalena, Pietro, Paolo…), tra gli affamati e gli emarginati dell’antico Impero, per riscoprire e ricreare la cattolicità del Vangelo. (…). Ciò presuppone che il sacerdozio di Gesù torni a far parte della vita delle Chiese, in quanto il battesimo, l’eucarestia e il perdono non sono un diritto di vescovi e presbiteri, ma un elemento essenziale delle comunità (…). Non è la gerarchia a creare l’eucaristia, ma il contrario: è l’eucarestia, celebrata dalla comunità, riunita nel nome di Gesù, a rendere possibile il sorgere di una comunità in cui i credenti abbiano doni e ministeri diversi, al servizio del corpo ecclesiale (cfr. 1Cor 12-14). (…). 

Ironia della storia: come delegati di Dio, alcuni sacerdoti di Gerusalemme (…), alleati con il sistema imperiale romano, condannarono Gesù (…), ma molti seguaci di quel Gesù, combattuto dal potere religioso e militare, ristabilirono una gerarchia simile, scendendo a patti con i nuovi soldati del mondo. (…).

Sacerdozio comune, ministeri nuovi 

(…). Non c’è niente e nessuno al di sopra dei fedeli, in quanto è il loro stesso amore reciproco, in comunione di Parola e Pane, a presentarsi come verità definitiva. In questo senso, tutti i cristiani possono e devono ascoltare e diffondere il Vangelo, in modi appropriati, con gesti distinti, come vuole 1Cor 12-14 e tutto il Nuovo Testamento.

Per questo, la prima cosa è potenziare il sacerdozio comune (…), in modo tale che nella Chiesa non vi sia posto per consacrati speciali, né sante sedi, né persone o luoghi santi (…). Non esiste per Gesù un mondo di Dio lassù, come sfera superiore di sacralità platonica, in quanto è questo mondo quaggiù (specialmente quello dei poveri e degli emarginati) a essere presenza di Dio.

(…). Tutto nella Chiesa è profano (laico), pur essendo al tempo stesso sacro, prossimo a Dio, espressione del suo mistero. Per questo, la missione cristiana non è creare un tras-mondo di santità, ma coltivare la vita di Dio in Cristo in questo mondo. Per essere quello che è e fare/dire quello di cui Gesù l’ha incaricata, la Chiesa non ha bisogno di una gerarchia sacra nello stile antico, né di strutture di potere (…). Bastano la Parola e l’Amore mutuo di Gesù, in modo che tutti i suoi fedeli ascoltino e dicano, condividano e celebrino la Parola, il Perdono e il Pane.

(…). In questa linea, il sacerdozio è la stessa vita cristiana, ed è solo sulla base di questo sacerdozio comune che si può e si deve parlare di ministeri speciali, al servizio della missione e della comunione cristiana. (…). 

Attualmente, l’eucarestia ufficiale dipende da un rituale complesso, presieduto da un ministro ordinato maschio (…), cosicché i battezzati non possono autonomamente proclamare e condividere la Parola e consacrare (benedire) il Pane di Gesù (…). Tale situazione contraddice la parola di Gesù («dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro», Mt 18,20) e lo scopo fondamentale del Vangelo, che è quello di scoprire e celebrare la Vita di Dio nella vita stessa degli esseri umani.

La tradizione dell’ordine gerarchico (in base a cui non esiste eucarestia senza un ministro ordinato dall’alto, celibe e maschio) ha stravolto l’esperienza di Gesù e della Chiesa primitiva, che partiva dalle comunità, le quali nominavano i propri ministri, in comunione (come è logico) con le comunità circostanti. Ma è giunto il momento di ricapovolgere tale situazione, tornando alla radice del Vangelo, in maniera che l’insieme della Chiesa recuperi la sua libertà creativa, il suo sacerdozio di base, superando l’attuale dicotomia tra clero e laici.

La prima cosa è allora il sacerdozio di base. Ogniqualvolta un gruppo di cristiani si riunisce, in buona fede, nel nome di Gesù, ascolta la sua parola e ne fa memoria nel pane e nel vino condivisi, possiamo e dobbiamo affermare che esiste eucarestia (…). Il modello attuale di Chiesa gerarchico/burocratico, con un vertice sacro a garantirne unità e missione, è secondario, successivo, e deve essere superato, così da recuperare la libertà delle prime Chiese che celebravano autonomamente l’eucarestia, in comunione con altre Chiese.

Su questa linea, la Grande Chiesa è comunione di comunità autonome, che apprendono a celebrare da sé, scegliendo a tale scopo i loro ministri. (…). 

Il sistema politico-sociale-economico è spietato con chi non gli è utile, escludendolo e negandogli i suoi benefici. Proprio tra questi emarginati la Chiesa deve edificare le sue comunità, scoprendo e celebrando la Vita a partire dall’esistenza minacciata degli esseri umani, al fine di esprimere il senso della creazione di un Dio che entra nella storia, manifestando il suo amore gratuito nell’amore che gli esseri umani provano e condividono.

Questioni aperte

(…). Non si tratta, allora, di sopprimere i ministeri, ma di far sì che abbiano più forza missionaria ed evangelica. Non sarà il vertice ecclesiale a promuovere e guidare in maniera efficiente questa ricreazione dei ministeri (…), per quanto sia auspicabile che esso partecipi, rompendo la macchina burocratica della curia romana e di altre curie episcopali per porsi al servizio del Vangelo.

Il cambiamento è iniziato già (come granello di senape) e andrà avanti per opera di persone e gruppi che assumano il Vangelo con nuovo spirito creativo, creando comunità di servizio mutuo e di contemplazione attiva. (…). 

(…). Non si tratta di trasformare alcune istituzioni, sopprimendo le vecchie e creandone di nuove, più moderne e democratiche in senso esteriore, né di sostituire le persone che oggi governano con altre migliori (cosa difficile e inutile, se si conservano le stesse strutture). Si tratta, piuttosto, di superare, partendo dal Vangelo, l’istituzione gerarchico/clericale, non per abbandonare i credenti all’improvvisazione o per condannare la comunità cristiana all’anarchia, ma per sperimentare e promuovere a partire da Gesù spazi umani in termini di affetti, di incoraggiamento, di perdono, di pane.

La risposta è tornare alle origini del messaggio di Gesù, alla sua esperienza del Regno, con lo stesso animo dei primi gruppi ecclesiali sorti per opera dello Spirito, per esplorare nuovi cammini in direzione del Vangelo. Tre sono, a mio giudizio, le questioni aperte.

– Proclamazione della Parola. (…). Non si tratterà di una Parola interpretata solo in forma privata (…), ma di una Parola ascoltata, condivisa e proclamata in nome dell’intera comunità.

– Impegno di conversione. (…). Per promuovere la conversione e affermare/celebrare il perdono devono sorgere ora ministeri che, pur non essendo gerarchico-clericali, siano profondamente efficaci, in quanto senza conversione sociale e perdono non c’è Chiesa.

– Celebrazione del Pane Condiviso, Eucarestia. Non c’è Chiesa senza memoria di Gesù e presenza di Dio nel pane concreto, pane dei poveri reali e di comunione universale, che si celebra, si vive e si canta. (…). 

 

il commento di p. Bianchi al vangelo della domenica


25 settembre 2016 
XXVI domenica del tempo Ordinario anno C  
commento al Vangelo 
di ENZO BIANCHI Bianchi


Lc 16,19-31

In quel tempo Gesù diceva ai discepoli: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf.Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro.

“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno”. Di costui non si dice il nome, ma viene definito dal suo lusso e dal suo comportamento. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e ostentare: da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e ricco, anche nella chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura affermare che la porpora è indossata per dare gloria a Dio…

L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro banchettare con ostentazione. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza mai pensare alla condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era accorto del povero presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato quella carità che la Torah stessa esigeva. Ma qual è la malattia più profonda di quest’uomo? Quella che papa Francesco, in una sua omelia mattutina, ha definito mondanità: l’atteggiamento di chi “è solo con il proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”.

Accanto al ricco mondano, alla sua porta, sta un altro uomo, “gettato” là come una cosa, coperto di piaghe. Non è neanche un mendicante che chiede cibo, ma è abbandonato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge di lui, ma solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cf. Mc 7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate che possano capitare a quanti sono nella sofferenza. Eppure Gesù dice che costui, a differenza del ricco, ha un nome: ‘El‘azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di liberazione da parte di Dio.

In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per cui per entrambi giunge l’ora della morte, che tutti accomuna. Un salmo sapienziale, già citato altre volte, presenta un significativo ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio” (cf. Sal 48,13.21). Il ricco della parabola non ricordava questo salmo per trarne lezione e neppure ricordava le esigenze di giustizia contenute nella Torah (cf. Es 23,11; Lv 19,10.15.18, ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti (cf. Is 58,7; Ger 22,16, ecc.). Di conseguenza, era incapace di responsabilità verso l’altro, di condivisione. Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo ricco non l’ha capito…

Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno gettato in una fossa comune!) è officiato dagli angeli, che vengono a prenderlo per condurlo nel seno di Abramo. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel regno di Dio, dove si trova il padre dei credenti, di cui egli è figlio: colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al banchetto di Abramo (cf. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo eventuale ingresso nel Regno.

Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due uomini sono ancora una volta divergenti, ma a parti invertite. Ciò che appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, mentre ci sono realtà invisibili che sono eterne (cf. 2Cor 4,18) e che dopo la morte si impongono: il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, il ricco negli inferi. Alla morte viene subito decisa la sorte eterna degli esseri umani, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la vita danno l’esito della beatitudine oppure quello della maledizione. A Lazzaro è donata la comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa dall’avere troppo al non avere nulla.

Nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi e “da lontano” vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal povero, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti: lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo, abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia un gesto di amore, che lui mai aveva fatto verso un bisognoso.

Ma Abramo gli risponde: “Figlio, durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni, mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze nella vita oltre la morte: il comportamento terreno è già il giudizio, da esso dipendono la salvezza o la perdizione eterne (cf. Mt 25,31-46). Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai” indirizzato ai ricchi (cf. Lc 6,20-26) si realizzano pienamente. Poi Abramo continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la decisione è eterna e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca nell’oggi…

Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono. Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non potendo fare nulla per sé, pensa ai suoi famigliari che sono ancora sulla terra. Lazzaro potrà almeno andare ad avvertire i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo di tormento, se vivranno come l’uomo ricco. Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cf. Rm 4,16-18) risponde negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via della salvezza. Le Scritture contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono comportarsi nella vita, sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle, cioè fare loro obbedienza, realizzando concretamente quello che Dio vuole!

Ma il ricco non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo: “Padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, saranno mossi a conversione”. Abramo allora con autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli straordinari per condurre alla fede…

No, i cristiani devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù Cristo, testimoniano la sua resurrezione. Se il cristiano prende consapevolezza delle parole di Gesù (cf. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione.

Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

un altro rom laureato

  giovane Rom cosentino consegue la laurea

fiore-manzo

“il risultato ottenuto dallo studente è motivo di orgoglio per tutta la città di Cosenza”

 

Festa grande per la comunità rom cosentina. Tanti sacrifici culminati in una tesi che li vede protagonisti dal titolo: Gli stanziali. Modelli di insediamento dei Rom a Cosenza. Uno studio che il dottor Manzo ha compiuto da vicino attraverso un’analisi che solo chi conosce la vita all’interno della comunità Rom cosentina avrebbe potuto svolgere con così tanta dovizia di particolari. Non è il primo Rom cosentino a diventare dottore, almeno in cinque lo hanno preceduto. Ma oggi anche Palazzo dei Bruzi, dopo aver esiliato in un parcheggio di cemento nei pressi della stazione per un’intera estate l’intera popolazione che abitava lungo il Crati, augura il meglio al neodottore della comunità Rom. “La laurea in Scienze dell’Educazione conseguita dal giovane Fiore Manzo è motivo di orgoglio non soltanto per la comunità Romanes di Cosenza ma per tutta la nostra città che, storicamente, ha fatto dell’integrazione e dell’inclusione i suoi cardini sociali”. Il sindaco Mario Occhiuto esprime le più sentite congratulazioni al neo laureato rom che è nato nella baraccopoli del quartiere Gergeri e che ha raggiunto oggi un importante traguardo, “un traguardo personale – afferma Occhiuto – che assume un significato collettivo contro ogni forma di pregiudizio. “I miei complimenti – aggiunge ancora il Sindaco – giungano a Fiore, alla sua famiglia e a tutti gli attivisti dell’associazione Lav Romanò per l’esempio di condivisione di un risultato che trasmette una palpabile fiducia nel futuro”.

da Cosenza.it

il commento di p. Maggi al vangelo della domenica

NELLA VITA, TU HAI RICEVUTO I TUOI BENI, E LAZZARO I SUOI MALI; MA ORA LUI E’ CONSOLATO, TU INVECE SEI IN MEZZO AI TORMENTI 

commento al vangelo della domenica ventiseiesima del tempo ordinario (25 settembre 2016) di p. Alberto Maggi:Maggi

Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:  «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Gesù lo ha dichiarato in maniera chiara e radicale. E’ più facile che un cammello entri dentro la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli, cioè nel regno di Dio.  Perché questo? Nel regno di Dio c’è posto per i signori ma non per i ricchi. Qual è la differenza? Il ricco è colui che ha e trattiene per sé, il signore è colui che dà e condivide generosamente con gli altri. Quindi Gesù esclude tassativamente i ricchi. I ricchi, nel vangelo di Luca, sono considerati malati terminali di egoismo per i quali non c’è alcuna speranza. Sentiamo allora questa parabola al capitolo 16 di Luca, dal versetto 19, la parabola di Lazzaro e del ricco che Gesù rivolge ai farisei. Quei farisei che quando Gesù aveva detto “non si può servire Dio e la ricchezza” lo deridevano, sghignazzavano alla sue spalle.
Dice Gesù:  “C’era un uomo ricco”. E’ la terza volta che appare un uomo ricco in questo vangelo e l’immagine è’ sempre negativa.  Ed ecco la pennellata fantastica con la quale l’evangelista descrive l’uomo ricco. “Che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo”. Oggi avrebbe detto “vestiva firmato da capo a piedi”, “E ogni giorno si dava a lauti banchetti”. Frequentava i migliori ristoranti. In questo unico versetto c’è una descrizione psicologica del ricco di straordinaria importanza. E’ povero interiormente, allora ha bisogno di mostrare la ricchezza esteriormente, ecco perché veste firmato da capo a piedi. E quanta fame ha! Ogni giorno si dà a lauti banchetti, ha dentro una fame interiore insaziabile, che crede di calmare ingurgitando cibo. Non capisce che invece questa fame interiore si sazia dando agli altri.
Quindi una povertà interiore alla quale corrisponde un lusso esteriore. Poi c’è un povero, “di nome Lazzaro”. E’ l’unico personaggio delle parabole che ha un nome. Lazzaro significa “Dio aiuta”. “Stava alla sua porta, coperto di piaghe”. Il fatto che sia coperto di piaghe, secondo la mentalità dell’epoca, significa che è stato castigato da Dio, quindi è un peccatore che è stato castigato, uno che è andato in cerca della sua disgrazia.
“Bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani …” I cani erano considerati animali impuri, “… che venivano a leccare le sue piaghe.” Gli animali impuri sono gli unici che si avvicinano ad un essere considerato impuro. In questa descrizione non si parla di cattiveria da parte del ricco nei confronti di Lazzaro, vivono due mondi diversi, due mondi separati. Il ricco, come vedremo, viene rimproverato e condannato non perché si è comportato male nei confronti del povero Lazzaro, ma semplicemente perché lo ha ignorato.
Erano vicini fisicamente (sedeva alla sua porta), ma erano due mondi diversi, c’era un abisso tra di loro.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Gesù non sta rivolgendo questo insegnamento ai suo discepoli, ma ai farisei, e usa categorie teologiche proprie dei farisei. Nel mondo farisaico era in auge un libro apocrifo, chiamato il libro di Enoch, in cui la vita dopo la morte è rappresentata come un’enorme caverna, chiamata appunto “il seno di Abramo”, dove, nella parte più profonda, quindi quella più buia, più scura, ci stavano le persone che si erano comportate male, nella parte più alta, quindi più vicina alla luce, le persone che si erano comportate bene. Ebbene il povero muore e viene portato accanto ad Abramo, cioè nella parte più luminosa.
Lui che era considerato un castigato invece viene presentato come un benedetto.
“Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi…” Finalmente con la nuova traduzione della Bibbia della CEI del 2008 è stato corretto l’errore, presente nelle edizioni precedenti, in cui si traduceva il termine greco “ade” con “inferno”. Non si tratta di inferno, ma di inferi, cioè la parte inferiore della terra.
“Tra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui.” Adesso finalmente, nel momento del bisogno, il ricco si accorge di quello che aveva ignorato per tutta la sua esistenza, Lazzaro.
“Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me …”.  I ricchi sono sempre gli stessi, a loro tutto è dovuto. Non pensano mai di dare, ma pretendono. E qui usa l’imperativo “manda!” Comanda! Adesso che si è accorto di Lazzaro è soltanto per usarlo per i suoi scopi.
 “Manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.  Adesso finalmente si è accorto di Lazzaro, ma lo vede soltanto per il suo bisogno. Non supplica, pretende. Non chiede, comanda, che è l’atteggiamento tipico dei ricchi.
“Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali”, cioè tu non hai condiviso i tuoi beni con Lazzaro. “Ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso”, cioè lo stesso mondo differente, lo stesso abisso che c’era in terra tra il ricco, che viveva a un livello tale in cui non si accorgeva del povero, c’è ora dopo la morte. “…Coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre …”, notiamo… malati terminali di egoismo i ricchi. Ora che è nel bisogno non pensa alla popolazione, alla gente, ma soltanto a se stesso ed eventualmente al suo clan familiare.. “Ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli”. Si interessa soltanto della sua famiglia, non dice “mandalo a tutto il paese”. “Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. Mosè e i profeti hanno scritto a favore dei poveri. In  Mosè si legge che la volontà è che nel suo popolo nessuno sia bisognoso. E i profeti hanno tuonato contro i ricchi, che si alimentano dei beni dei poveri.
E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Ed ecco la sentenza finale di Gesù ai farisei. “Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti”, proprio i farisei che si rifanno sempre a Mosè e ai profeti, Gesù denuncia che in realtà non li ascoltano, “non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.
Perché Gesù afferma questo, che neanche alla resurrezione dei morti saranno persuasi? Perché quanti sono incapaci di condividere il loro pane con l’affamato, non riusciranno mai a credere nel risorto, nel Cristo risuscitato, che è riconoscibile, come in questo vangelo nell’episodio di Emmaus, soltanto nello spezzare il pane. Soltanto chi è generoso in vita potrà poi fare l’esperienza del Cristo risuscitato nella sua esistenza.