i ‘preti in tenda’ decidono di continuare …

siamo don Emanuele, don Andrea, don Alessandro e don Gianluca:

conclusa la Pasqua abbiamo deciso di continuare a vivere nella tenda

lettera dal titolo “la tenda, ancora” nella quale raccontiamo il perché

e  anche qualcosa di quello che abbiamo capito in questi mesi

Immagine

La tenda. Tempo primo

Quando abbiamo cominciato a vivere nella tenda avevamo più sentimenti che idee, eravamo più protesta che proposta. Vivendo in tenda abbiamo assistito sorpresi al fiorire di significati come mai avremmo immaginato. A propiziare tutto quanto è stata la sua collocazione, sul limitare del sagrato, ma anche la lettera-denuncia che ne ha accompagnato l’apparizione e il rimbalzo della sua immagine su qualche social network e giornale. Motivo di vaniloquio, occasione di dibattito, luogo di ascolto: la tenda è stato tutto questo e promette di diventare anche altro. Intanto su di noi ha agito come una levatrice: ci ha aiutato a partorire sguardi nuovi sul mondo, sulla chiesa, su noi stessi. Ripensando con riconoscenza agli incontri vissuti ci rendiamo conto ora che essi attendevano da tempo di poter accadere. Serviva soltanto che ci spostassimo un po’.

Non è stato facile. Siamo preti, eredi di una cultura cristiana che ha occupato una posizione di assoluta centralità. La tenda ha fatto del suo meglio per aiutarci a guardare le cose dal punto di vista di chi vive in periferia. E qualche risultato l’ha ottenuto se diverse persone che soffrono ai margini del mondo hanno sentito qui un p  di vicinanza spirituale. Persone che vivono ai margini della vita ecclesiale per ragioni etiche, politiche o religiose; persone che vivono al centro della vita parrocchiale ma soffrono l’immobilità delle sue pratiche pastorali; persone che condividono la vita con i poveri e combattono per il loro riscatto; persone che continuano a credere nella politica come arte della convivenza; adolescenti e giovani in ricerca: molti di loro hanno trovato nella tenda motivo di conforto, un’àncora simbolica alla loro condizione. Non ultimi i nostri amici richiedenti asilo. Nella lettera lasciata in occasione della loro visita abbiamo trovato queste parole: “l’esperienza che state vivendo in tenda ci fa pensare a come potremmo trovarci a vivere se fossimo costretti alla clandestinità…”. Grazie ai sensi molteplici e perfino ai controsensi che di volta in volta le persone hanno voluto trovarvi, la tenda è cresciuta divenendo ai nostri occhi come un simbolo, capace di  mettere insieme e di dividere. L’abbiamo abitata in quattro, ma molti l’hanno edificata come molti l’hanno demolita. A tutti dobbiamo un grazie perché nel tempo di Quaresima è stata ci  che è stata.

Qualche visitatore ci ha ringraziato perché vivevamo insieme in condizione di debolezza e provvisorietà. D’un colpo abbiamo rotto due cliché radicati nell’immaginario, quello del parroco che vive da solo e che vive in una canonica. E’ bastata l’esile struttura della tenda con noi quattro dentro a disarmare i nostri visitatori e a favorire il clima libero, non giudicante e confidenziale dello scambio. Vivere insieme in un ambiente indifeso è stato la risposta più efficace e persuasiva che ha raggiunto i nostri visitatori prima ancora che aprissimo bocca, l’argomento più solido di qualsiasi considerazione sul divario tra ricchi e poveri. Con la complicità di un ambiente povero, a qualche parrocchiano e visitatore è parso del tutto naturale inserirsi in questa fraternità offrendo un dono, un pasto, un servizio, una lettera, una telefonata. Ovviamente a qualcun altro è parso del tutto inappropriato che dei parroci vivessero così. Nel frattempo la tenda è riuscita a mettere insieme noi preti molto più di quanto non siano riuscite a fare le nostre case parrocchiali. Mai come in queste settimane abbiamo percepito il bisogno gli uni degli altri. Non il bisogno di una mano pastorale ma il bisogno di stare vicini, di sostenerci a vicenda nel rendere ragione della nostra scelta. Una sensazione del tutto nuova, favorita dalla vulnerabilità e confinante con l’amicizia. Vivere insieme ha naturalmente reso evidenti somiglianze e differenze: ma perché ci sia amicizia servono entrambe. Così, pur nella diversità dello stile e del ritmo abitativo, abbiamo sentito che la nostra fraternità c’era, che poteva essere generativa per altri, che poteva favorire lo sviluppo di alleanze e parole vere per il nostro tempo.

Trovato posto per le nostre distanze, è stato possibile trovarne uno per quelle alimentate da  osservatori esterni: le critiche di amici e nemici ci hanno rafforzato, costringendoci a verifiche continue. Uno degli effetti salutari imposti dalle obiezioni degli altri è stato dubitare seriamente di noi stessi. Già quando si era trattato di scendere in tenda all’inizio della Quaresima, qualche esitazione si era fatta sentire. Ma col passare dei giorni e con il polarizzarsi dei commenti, a favore o contro, i dubbi hanno cominciato a pesare.

Dubbi sull’opportunità di un gesto così apertamente provocatorio in un clima sociale già teso: non sarebbe stato meglio un invito forte alla conciliazione visto il nostro ruolo di parroci in paesi prevedibilmente divisi su questioni così gravi? Non sarebbe stato meglio promuovere azioni solidali invece che azioni di rottura?

Dubbi sui possibili effetti controproducenti: non avrebbe la tenda favorito paradossalmente sentimenti pregiudiziali verso i poveri?

Dubbi sulla credibilità della nostra causa: i poveri non sono forse sempre esistiti? Perché svegliarsi ora e con questa veemenza? E perché questa insistenza sui poveri che giungono da fuori? Non sarebbe stato meglio occuparsi delle mille povertà che affliggono i nostri paesi ed evitare di sporgere una denuncia così unilaterale  contro le colpe dell’Occidente?

Infine dubbi sulla credibilità della nostra scelta: i poveri sono ben lontani dalle condizioni socio-economiche di cui abbiamo continuato a godere noi, malgrado la nostra precaria abitazione. Sicché: la tenda sarà anche povera; ma i quattro che la abitano?

Onore dunque ai dubbi; ma restiamo convinti che neppure essi siano al di sopra di ogni sospetto, che anch’essi siano una forma del rapporto che l’uomo istituisce con la verità delle cose e siano specchio del suo cuore. E che vadano sempre distinti dal sarcasmo stizzoso e dal pregiudizio. Per questo motivo tra i dubbi che meno ci hanno convinto c’è quello di aver trasgredito le buone maniere, il politicamente corretto e l’ecclesialmente corretto; aver lasciato trasparire la passione con i suoi eccessi, le sue parzialità, aver vestito i panni arrabbiati dei migranti invece che quelli equilibrati degli osservatori. Più che figlie del dubbio queste reazioni ci sono sembrate irritazioni un poco borghesi. Non c’è da rimanere meravigliati: decidendo di uscire dal tracciato delle pratiche pastorali ammesse, era da prevedere qualche rischio, qualche perplessità e ironia tra i cristiani e i confratelli alle prese con le stesse problematiche pastorali.

La tenda. Tempo secondo

Con la Pasqua le visite sono sostanzialmente terminate. E con esse il flusso gratuito e inarrestabile di senso profuso dalle parole e dalle attese degli altri. La palla è tornata nuovamente a noi. Che fare della protesta con cui abbiamo iniziato? Che fare dei significati nuovi avuti in regalo? E come rispondere alle attese emerse dagli incontri? Ci troviamo di fronte non a un difetto di senso ma alla sua sovrabbondanza. Gli sviluppi possibili sono molteplici e coinvolgono l’intera nostra esistenza. Abbiamo bisogno di tempo per capire e rispondere. Ecco una ragione per cui la tenda è ancora qui e noi siamo ancora dentro: per ora ci pare il luogo migliore per ascoltare le periferie, per custodire le intuizioni nate, per dare corpo alla nostra fraternità, per dare vita a nuovi segni di protesta e azioni di proposta in favore degli indifesi del mondo.

Mentre scriviamo, l’Austria e i paesi del nord Europa minacciano di sospendere Schengen per altri due anni, il Burundi sta precipitando nel rischio di un nuovo genocidio, l’intervento armato in Libia è sempre sul punto di esplodere, la guerra in Siria continua a mietere vittime innocenti, l’Inghilterra ha detto no a tremila bambini siriani fuggiti da quell’inferno. L’elenco delle aberrazioni etiche e giuridiche è infinito. Proprio in questi giorni i siti web hanno aggiornato la cifra dei morti annegati nel penultimo affondamento nel mediterraneo: non quattrocento ma cinquecento. Quanti sono ormai a giacere là in fondo? Tanti, troppi perché il nostro sistema emotivo possa reggere senza dolore. Questo è il punto. Si diventa remissivi per soffrire di meno. Se la morte del piccolo Aylan sulle coste della Grecia fu una tragedia, 500 migranti che affogano diventano facilmente un dato statistico. Ci si abitua, ci si adatta. Ma a noi non sta bene. Noi non vogliamo abituarci né adattarci. Come tutti ci sentiamo impotenti. E l’impotenza acuisce il dolore. Ma noi crediamo che questo dolore sia il ponte che ci tiene collegati alla realtà e alla nostra comune umanità. Per questo non vogliamo disfarcene. E per questo restiamo nella tenda. Abbiamo bisogno di pungolare continuamente la nostra carne e la nostra mente per restare svegli, per riuscire a piangere, per non assopirci e lasciarci inoculare qualcuno degli anestetici di cui la nostra cultura abbonda. Beninteso, è del tutto inutile restare in una tenda ai fini del miglioramento della condizione degli oppressi. Ma anche abitare una casa lo è. La differenza è che in una tenda piantata tra le case è più difficile abituarsi. In un tenda devi dare spiegazioni a te stesso e agli altri. In una tenda è più facile immaginare ci  che i poveri vivono. E sentirlo. E sentire ogni giorno l’urgenza di alzare la voce in loro favore denunciando l’illegalità e la complicità delle istituzioni democratiche occidentali, quelle dei regimi dittatoriali loro alleati o nemici, l’indifferenza della società civile, il silenzio dei media, la lucida crudeltà della finanza mondiale e del commercio di armi.

Non è la nostra tenda a costituire un’eccezione. Per limitarci al diritto negato di un luogo dove vivere in dignità, è risaputo che ci sono milioni di esseri umani baraccati nelle immense bidonville latino-americane e africane, dimenticati da decine di anni nei campi profughi mediorientali,  espropriati delle case, della terra e di ogni altro diritto in Palestina, sistemati in tendoni maleodoranti ai confini dell’Europa in fuga da guerra e miseria. Se spostiamo lo sguardo nei nostri paesi scopriremo che gli sfratti per morosità sono in aumento, che la crescita dei senza fissa dimora non conosce sosta e che le case vuote sono molte ma sono indisponibili per chi ne ha un disperato bisogno. Non si tratta di una situazione transitoria: la verità è che sempre più persone faticano a trovare un posto dove vivere e un modo per vivere. E vengono trattate come fuori legge se protestano. Sempre più persone sono costrette ad accontentarsi delle briciole che cadono dalla mensa dei ricchi, relegate alle periferie del mondo, lontane dai centri che contano, condannate a non avere voce né storia. No davvero, non è la nostra tenda a fare eccezione. Siamo in molti qui.

Ci  che è stato fatto alle vittime è imperdonabile ma non pu  essere cambiato. L’orologio indietro non torna. L’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è implorare che accada l’impossibile: il perdono. Qualcuno ha detto che c’è perdono solo dove c’è l’imperdonabile. Se accadrà saremo salvi. Intanto è nostro dovere domandarlo con forza e domandarlo sempre. Non c’è altra speranza di salvare l’umanità che abbiamo perduto. E’ questa un’altra ragione per cui continuiamo ad abitare la tenda. E’ un modo di fare penitenza e dire ad alta voce che ci vergogniamo di quanto abbiamo fatto e di quanto stiamo facendo. Il perdono delle vittime è l’unica cosa che vorremo aver implorato quando si tratterà di entrare nel Regno dei cieli.

Domandare perdono sarebbe d’altra parte un insulto ulteriore alle vittime se fosse disgiunto dalla volontà ferma di dare un nome ai crimini commessi in passato e denunciare quelli in corso. Mentre imploriamo il perdono dunque, dobbiamo deciderci a scucire la bocca, a rompere l’autocensura che ci imponiamo nel timore di suscitare incomprensioni o divisioni. Noi crediamo che la Chiesa così come il suo Signore è stata inviata “a portare un lieto messaggio ai poveri e la liberazione ai prigionieri”. Dobbiamo stare all’erta per cogliere da quale direzione giungono le voci delle vittime  perché da quella parte giunge anche la voce di Gesù: Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verr  da lui, cener  con lui ed egli con me. (Ap 3,20).

I sacerdoti delle comunità di

Ambivere, Mapello e Valtrighe

la Dachau di oggi

Emergenza Migranti

Idomeni

dentro la Dachau dei vivi

 

12mila persone di cui il 40 percento bambini sono bloccati da oltre due mesi al confine tra la Grecia e la Macedonia, un viaggio nella più grave crisi umanitaria che l’Europa si sia trovata ad affrontare dalle guerre nei Balcani ad oggi

Brillano sotto il sole di fine aprile le migliaia di tende da campeggio, ormai frustrate dalla pioggia e dal vento dei mesi scorsi. I fili tirati tra un accampamento e l’altro, per cercare di asciugare i vestiti bagnati dall’ultimo temporale, creano una specie di gimkana, complicata e fittissima. “Hello my friend!”, è il ritornello gridato dai ragazzi che ti incrociano per i sentieri sterrati e dai bambini che ti prendono per mano e ti trascinano a giocare con loro.

Idomeni non è come te lo aspetti. A vederlo dall’alto, in una bella giornata, sembrerebbe una distesa di coriandoli su un prato verdissimo.

Quelli che fino a tre mesi fa erano campi arati come molti altri, a pochi passi dalla ferrovia e dal filo spinato che delinea il confine proibito con la Macedonia, sono stati trasformati dalla chiusura della frontiera, lo scorso 21 febbraio, nel campo profughi che il ministro degli interni greco ha definito la Dachau dei vivi.

12mila persone, di cui il 40% bambini, da oltre due mesi sono bloccate qui, costrette a dormire sotto la pioggia, il vento e il sole, già cocente, di aprile.

Altre migliaia di famiglie, si sono fermate nelle due stazioni di servizio vicino a Polycastro, il Paese di 12mila abitanti a venti minuti di macchina da Idomeni. Per la paura dei controlli infatti, molti autobus privati, lasciavano le persone all’entrata del Paese, dicendo che la frontiera si trovava dietro l’angolo, mentre in realtà è a 25 km di distanza. Oltre al campo di Idomeni, accampati sull’asfalto, vicino ai distributori di benzina, oggi ci sono circa altre 3500 persone, principalmente famiglie con bambini piccoli e persone malate.

 

Mappa Idomeni Web

le organizzazioni umanitarie presenti nel campo

«Questo era solo un punto di transito da cui passavano circa mille persone al giorno, dirette verso il nord Europa». Racconta Emmanuel Massart, coordinatore di Medici senza Frontiere (MSF), che qui a Idomeni è presente dallo scorso novembre. “Con la chiusura della frontiera, il numero è schizzato a 12mila in pochi giorni, fino ad arrivare ad un picco di 15mila, 2 settimane fa.” L’80% delle persone bloccate qui, provengono da Syria e Iraq.

Ma a Idomeni i numeri si rincorrono. Secondo l’UNHCR adesso le persone sono 10mila, secondo uno dei volontari, un po’ meno, Medici senza Frontiere però è convinto della propria cifra. Con uno staff di 200 persone e altri 90 operatori, a cui è stata appaltata la pulizia, MSF è la presenza umanitaria più importante sul campo. «Abbiamo 20 medici e 20 infermieri e due ambulatori, aperti 24 ore su 24. Uno dei due è dedicato solo alle donne, moltissime hanno bisogno di assistenza postnatale, molte altre invece hanno subito violenze durante il viaggio. Spesso succede che gli stupratori siano proprio i trafficanti», continua Massart, «dobbiamo fare un conteggio preciso per calcolare le risorse da impiegare, per questo siamo sicuri della nostra stima». 12mila persone.

Una marea di esseri umani, con appena 250 bagni chimici e 70 docce. «Abbiamo gestito le trattative con l’amministrazione locale e i proprietari terrieri, per prendere in affitto i campi e installare questi servizi», continua Massart. «Non tutti i contadini però hanno accettato di dare in affitto i propri campi. Questo è il motivo per cui non possiamo mettere altre toilet. Anche se molte persone hanno piantato la propria tenda su quei terreni, noi non abbiamo il permesso per mettere altre infrastrutture».

Sono passate appena 2 settimane da quando un gruppo di profughi aveva cercato di varcare il confine e la polizia macedone aveva risposto con lacrimogeni e pallottole di gomma. Un inferno, nell’inferno. La situazione è ancora considerata critica dal punto di vista della sicurezza: «La tensione è alta e le persone iniziano ad essere stanche di avere gli obiettivi puntati addosso». Dicono da Save the Children.

Eppure, nonostante la macchina fotografica appesa al collo, le persone ricambiano il mio saluto con un sorriso e molti si fermano a parlare, perché chiunque venga da fuori, forse può portare qualche notizia.

«Cosa si dice fuori? Qui non ci dicono niente», mi chiede Ibrahim, un uomo siriano sulla cinquantina, sedendosi su una brandina, all’ombra di un telo scuro appeso sopra un accampamento di cinque tende. La sua è la sistemazione più vicina al filo spinato che separa quest’ultimo appezzamento di terra greca dal confine macedone. Mi invita ad entrare nel suo piccolo accampamento e accomodarmi, dopo aver sgridato Ahmed il più piccolo dei suoi cinque figli, che voleva a tutti i costi prendere possesso della mia macchina fotografica. «Siamo qui da due mesi e due settimane». Mi racconta, calcando col tono della voce quel “due settimane”, perché qui ogni giorno che passa pesa di più. Uno dei suoi figli, di appena 17 anni, era riuscito a partire alcuni mesi prima del resto della famiglia e ora è in Germania. È là che tutti sono diretti. Abdul, il figlio più grande è stato colpito in testa da uno dei proiettili della polizia macedone, fortunatamente la ferita si sta rimarginando. «Non possiamo fare altro che aspettare». Continua Ibrahim. Come molte altre persone qui, è arrivato con la sua famiglia da Deir el-Zor, città sotto assedio dai miliziani dell’Isis dall’estate scorsa, l’ultimo massacro di civili appena lo scorso gennaio. «L’Isis ci ha preso tutto. La nostra casa non c’è più. Non abbiamo più niente». Mentre parliamo Mohammed, tira la maglia del padre e gli grida qualcosa: «Vuole un cane! Mi chiede se tu ne hai uno?». Gli rispondo che anche io vorrei un cane, ma vivo in un appartamento troppo piccolo e non saprei dove metterlo. Ibrahim traduce la mia risposta e Mohammed replica, nel modo più naturale del mondo, con qualcosa che deve essere davvero divertente, perchè suo padre scoppia a ridere: «Dice che invece noi sapremmo dove metterlo! Fuori dalla tenda…c’è un sacco di spazio!». Rimane in silenzio per un attimo e scuote la testa. «Se non avessi investito tutto nel viaggio per venire in Europa, tornerei in Syria. Sarebbe meglio che restare qui e non sapere niente».

Una frase che sento ripetere spesso nel campo, perché, nonostante le condizioni invivibili, il “non sapere”, è la mancanza più grave di tutte. Su questo tutti sono d’accordo.

 

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«L’UNHCR dovrebbe andare di tenda in tenda e spiegare a queste persone quali sono i propri diritti, quali sono le alternative e creare le condizioni per avere accesso ai procedimenti di richieste d’asilo», afferma Rose Lee, volontaria indipendente arrivata a Idomeni da un mese. «È vedere le vite di tutte queste persone sospese così. Spesso mi chiedono quando penso che riaprirà la frontiera, la cosa più straziante è non poter rispondere. La speranza è l’unica cosa che rimane a chi è qui, come faccio a dire che non aprirà più?». Dal canto suo l’UNHCR conferma di avere in programma un piano per la registrazione di massa, ma non ci sono ancora tempistiche precise e qui le tempistiche sono tutto. La pioggia e il fango presto lasceranno lo spazio al caldo insopportabile.

 

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Sulla carta chi si trova a Idomeni ha tre opzioni: tutti possono fare domanda per la richiesta di asilo in Grecia, chi ha già un parente all’estero, può fare richiesta per il ricongiungimento famigliare, mentre i siriani e gli iracheni possono invece richiedere la “relocation”, ovvero il trasferimento in un altro Paese dell’Unione Europea. Per iniziare queste procedure però è necessario prendere un appuntamento via Skype con l’ufficio di Salonicco per fissare un colloquio. «È un procedimento online. Chiunque lo può fare in qualsiasi posto si trovi». Afferma Marco Bono, responsabile regionale dell’UNHCR. Facile a dirsi, ma praticamente impossibile a farsi: «A Idomeni in moltissimi non hanno nemmeno la possibilità di accedere ad internet. Nel campo ci sono appena due reti wi-fi, per 12mila persone!», spiega Massart. Una delle due reti wi-fi tra l’altro, è fornita e gestita esclusivamente da un gruppo di volontari e, a rendere la situazione ancora più difficile, il fatto che dall’ufficio di Salonicco, nessuno risponda alle chiamate Skype. Yamine, 24 anni, volontario italo-algerino, è arrivato a Idomeni da Padova con la campagna Over the Fortress. Insieme ad un gruppo di ragazzi da tutta Europa gestisce il flusso di persone che si alternano davanti ai due computer di una tenda affollatissima, per provare ad effettuare le chiamate Skype e riuscire ad ottenere un appuntamento.

Per via dell’emergenza, con Medici Senza Frontiere abbiamo fatto molte cose che di solito non sono di nostra competenza, all’inizio abbiamo anche distribuito i pasti. Ma non riusciamo a coprire anche la parte relativa alle informazioni e francamente questo non spetterebbe a noi!

Emanuel Massart

«Ci sono solo alcuni giorni e orari prestabiliti in cui si possono effettuare le chiamate», racconta Yamine. «Il problema è che, molto spesso nessuno dall’altra parte risponde. Siamo qui da stamattina e oggi, ad esempio, nessuno ha risposto. La vita di queste persone è letteralmente appesa ad una chiamata». La scorsa settimana Rania Ali, 20 anni, studentessa siriana di economia, bloccata a Idomeni ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere di sostituire Skype con un sistema alternativo, dopo che per 20 giorni ha provato a fissare un appuntamento via skype con l’ufficio di Salonicco, senza successo. La petizione ha superato le 80mila firme, ma ne mancano ancora oltre 68mila per raggiungere l’obiettivo di 150mila e cercare di modificare questo sistema assurdo. E Skype non è l’unico ostacolo. L’iter di richiesta asilo è lunghissimo. Per avere un appuntamento ci vogliono almeno 2 mesi e, per andare a Salonicco, le persone si devono organizzare con i propri mezzi, ma moltissimi ormai hanno speso tutto e non possono nemmeno più permettersi il viaggio fino agli uffici. Infine, per ottenere una risposta bisogna aspettare tra i 6 e i 9 mesi. Tempistiche lunghissime, impensabile pensare di sopravvivere tutto questo tempo a Idomeni.

 

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Esraa, 25 anni, studentessa di architettura di Damasco, è a Idomeni con i genitori e il gatto. «L’ho nascosto in un marsupio per portare i bambini! È dimagrido cinque chili da quando siamo arrivati…stiamo tutti male qui. Mia madre ha un’ernia e dormire per terra la fa stare malissimo». Continua. «La nostra tenda poi è stata squarciata dal vento della scorsa notte. Quando ne ho chiesta una nuova al container dell’UNHCR mi è stato risposto che mi sarei dovuta spostare in uno dei campi del governo». Nel nord della Grecia, il governo infatti ha aperto 10 nuovi campi istituzionali, gestiti in collaborazione con l’UNHCR tra questi quello di Neakavala, a pochi km da Idomeni che abbiamo provato a visitare invano: «Non si può entrare, bisogna avere un permesso da Atene». Mi dice il soldato all’ingresso. Anche i video e le fotografie sono proibiti.

Gran parte di questi nuovi centri non rispettano gli standard igienico-sanitari minimi.

Emanuel Massart
 

«Gran parte di questi nuovi centri non rispettano gli standard igienico-sanitari minimi». Spiega Emanuel Massart. «Diverse persone sono tornate qui, perchè non avevano nemmeno garantito l’accesso all’acqua». Tra queste Marek, 37 anni, un’insegnante di Homs, è qui con il marito, due figli, la cognata e tre nipoti. La incontro mentre cammino per il piccolo villaggio di Idomeni, un gruppetto di case, dove, fino a tre mesi fa, vivevano appena un centinaio di persone. «Nella sfortuna, siamo stati fortunati», racconta. «Una signora anziana ci ha messo a disposizione il garage. Non parla inglese e non capisco niente di quello che dice, ma ci sta aiutando moltissimo. I greci sono brava gente», continua, «Sono i governi che ci trattano come le bestie. Io e la mia famiglia eravamo tra quelli che aiutavano i poveri e adesso…Non so neanche cosa dare da mangiare a mio figlio…Di notte non dorme, non riesce più a mangiare il cibo del campo…la frutta e la verdura per noi costano tantissimo e io non posso cucinare». «Non so come faremo col Ramadam. Non riesco neanche a pregare e pregare mi fa sentire meglio, ma per farlo dobbiamo pulirci bene e qui non abbiamo l’acqua». D’istinto, da laica e non musulmana, mi viene da dirle, «prega lo stesso, se ti fa sentire meglio, Allah capirà». Poi mi viene in mente il dialogo tra lo scrittore Jonathan Safran Foer e sua nonna, sopravvissuta all’Olocausto, che, subito dopo essere stata liberata, pur rischiando di morire di fame, rifiutò un pezzo di carne di maiale, perché non era Koescher, spiegando di aver preso quella decisione così dura perchè, “Se niente importa, allora non c’è niente da salvare”. «Abbiamo fatto cinque anni di guerra, abbiamo perso tutte le nostre cose in mare, durante il viaggio e adesso siamo qui». Le chiedo se si sente di raccontarmi la sua storia in video, ma rifiuta. «Se vuoi, appena riesco a connettermi ti mando un messaggio Whatsapp», interviene Ala, la nipote sedicenne di Marek. «Dopotutto ho tanto di quel tempo qui…». Accetto ma capisco quanto possa essere difficile avere accesso alla rete qui, eppure qualche giorno dopo, quando sono già in Italia ricevo un messaggio audio.

È uno shock collettivo quello provato da migliaia di persone davanti alla chiusura della frontiera: «Guarda, tre mesi fa ero qui!», mi dice Mohammed, 25 anni infermiere siriano, facendomi vedere una foto in cui sorride in un ristorante, insieme alla sua famiglia. «Guarda com’ero tutto bello, pulito, elegante, e adesso sono qui, in questo schifo…». Insieme ad altri nove volontari del campo, gestisce Solidaritea, un’iniziativa lanciata da un gruppo di ragazzi tedeschi che, nel campo, distribuisce circa 3mila litri di tè al giorno. «Dare una mano mi aiuta letteralmente a non impazzire. Servendo tè ho conosciuto amici da tutta Europa, l’unica cosa triste è che, prima o poi, tutti se ne vanno, mentre io rimango qui».

Negli ultimi giorni il numero delle persone presenti nel campo è calato. Circa 2mila profughi sono state trasferite nei campi del governo ma, secondo alcuni volontari, in molti stanno cercando di fare l’ultimo disperato tentativo. «Non sapere niente rende le persone ancora più vulnerabili alle promesse di trafficanti e approfittatori». Racconta Imad Aoun, responsabile regionale di Save the Children. «Mi viene da pensare che se non ci sono informazioni, forse non c’è un piano preciso. Dopotutto questi sono i rifugiati dimenticati, quelli che si sono trovati bloccati nei paesi della rotta balcanica, subito prima dell’accordo UE/Turchia». Rania, 22 anni, è qui insieme ai genitori. Parla bene inglese e mi invita nella sua tenda. Mi racconta del fatto che a Damasco studiasse economia e che è diretta in Svezia, per raggiungere il fratello minore. Idomeni ha interrotto il suo viaggio e la sua vita. «Non ce l’aspettavamo proprio che la frontiera avrebbe chiuso». Ci fermiamo a parlare per parecchio tempo e salutandola, le dico che sarei passata a trovarla il giorno successivo, scuote la testa e mi risponde che non sarebbe più stata lì. «Ce ne andiamo». Rania e la sua famiglia sono tra le persone a cui è rimasto ancora qualcosa da investire e non hanno nessuna intenzione di rimanere ad aspettare. Chiederle di fermarsi a pensare al pericolo dei trafficanti, alla violenza della polizia macedone è inutile, persino crudele, perchè l’alternativa rimane un limbo infernale, fatto di fango, caldo insopportabile e condizioni disumane. A confermarlo, le parole con cui mi saluta: «Meglio morire dall’altra parte, che continuare a morire lentamente qui».

Reportage, foto e video di
Ottavia Spaggiari

Grafica a cura di
Redazione VITA

i volti del divino e il divino dei volti

il divino e i volti

di Angelo Casati

in “Esodo” n. 4 del dicembre 2015

Casati

Il divino e i volti. Ringrazio per il congiungimento – per la “e” del congiungimento tra il divino e i volti -. Ho sofferto a lungo, troppo a lungo, per la schizofrenia di un divino che mi veniva raccontato come prendere distanza dall’umano, e la sete del volto di Dio raccontata come purificazione dalla sete del volto delle donne e degli uomini del mio tempo, e questo nei giorni in cui mi andavo sempre più innamorando. Innamorando dei volti.

Veniva sera e scrivevo: I volti degli amici sono come Terra Promessa: pochi metri di zolla nera e feconda che conosco palmo a palmo, come il ramificarsi delle vene su una mano. I volti dei miei amici sono come lo specchio del tempo. Li interrogo in silenzio la sera: negli occhi s’è fissata e ancora vive, tutta, l’avventura di un giorno: ancora inseguono scomode immagini, come mozziconi che nessuno osa spegnere in ceneri di indifferenza. Dilaga nella piega degli occhi la lotta dei disperati, l’amore dei folli, questo nostro sperare contro ogni speranza. Sui volti dei miei amici ripercorro ogni giorno il sentiero inquieto delle nostre domande senza risposta. Unica certezza – tra sabbie e deserti di scelte provvisorie – il Cristo Presenza e Assenza, vicino come la carne di uno sposo, e atteso nella notte con fiaccole che faticano al vento quasi fossero sul punto di morire. E noi, amici? Noi chiamati a rischiare la notte, a decidere al buio – quando fioca è la luce – per un cammino o per l’altro. Perché non parli, o Signore? Nostra nuova condizione è non sapere e sperare contro ogni speranza. Volti dei miei amici volti senza presunzione, immagine della speranza dei folli. Volti dei miei amici, la terra del domani. La frequentazione della Paola creava congiungimento di divino e di volti. Mi affascinava e mi intrigava l’immagine di un Dio che si lasciava prendere da stupore per ciò che gli era uscito dalle mani: “E vide che era cosa buona, bella”. Lui al culmine dello stupore, quando gli riuscì di creare un uomo e una donna: “E vide che era cosa molto buona, molto bella”. Parte di lui abitava quel volto di donna, quel volto di uomo, li aveva creati a sua immagine, secondo la sua somiglianza. E la parola immagine, nella lingua antica, non racconta una fotografia, ma una custodia di presenza, della presenza del divino nel volto. A volte l’affresco parlava nei suoi colori. A volte purtroppo – e furono secoli! – l’affresco veniva dimenticato o appesantito di sovraccarico. Ci furono giorni in cui scordammo l’affresco delle origini, che parlava di volti abitati. Nuovi maestri, cosiddetti dello spirito, mi parlavano di un Dio di cui innamorarmi, da contemplare, e di donne e uomini da relativizzare, dai quali distogliere gli occhi. Ci furono anche giorni in cui in Seminario – e rabbrividivo – mi portavano come esempio di virtù S. Luigi Gonzaga, per il fatto che non guardasse in volto, perché donna, sua madre. A me sembrava pura schizofrenia. Come se amare la vita, fosse togliere qualcosa a Dio. Un disamoramento chiamato virtù. Pensavo all’incarnazione. Non era il superamento della schizofrenia, tra Dio e uomo? Dio si è fatto uomo. Dio lo trovi dove? Dove è andato a nascondersi? Nella carne, nella storia degli umani. Non è contro la vita, è nella vita. Oggi, alla domanda dov’è andato a nascondersi Dio, mi si accende nel cuore l’indicazione di una preferenza che urge come una segnalazione. Da non scordare. Pena il perdere l’appuntamento. Risuona già insistente nel primo Testamento dove Dio in pagine e pagine viene evocato come il difensore dell’orfano, della vedova, dello straniero, di coloro che portano scritta nella pelle un’ assenza che grida, assenza di difesa, di affetti, di terra. Dio congiunto a loro. Dove si è nascosto Dio? Al cuore mi ritorna un racconto, quello biblico del roveto che narra di Mosè che nei pressi di un monte, al di là del deserto, vide un roveto ardere e non consumarsi. Mosè si avvicinò, ma Dio gli parlò dal roveto chiedendogli di sostare: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo, sul quale tu stai, è suolo santo!”. Ci dovrebbe dunque condurre il sospetto che il luogo che calpestiamo sia sacro, mescola di umano e divino. Dove si è nascosto Dio? Un midrasch della tradizione rabbinica cerca di spiegare l’immagine del roveto che arde e non si consuma. Ecco come la interpreta: “Il Santo, benedetto sia, disse a Mosè: ‘Non senti che io sono nel dolore proprio come Israele è nel dolore? Guarda da che luogo ti parlo: dalle spine! Se così si potesse dire, io condivido il dolore di Israele’. Perciò si legge anche (Is 63,9): ‘In tutte le loro angustie Egli fu afflitto’” (Esodo Rabbà 2,5). Dov’è il divino, dove si è nascosto Dio? Fedele alla sua tradizione, con la sua vita ancor prima che con le sue parole, Gesù ha insegnato dove Dio oggi si nasconde, dove lui stesso oggi è presente: “Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,34-40). Sembra di capire il perché della preferenza di Dio e, di conseguenza, il perché della scelta preferenziale per i poveri – per i poveri di ogni categoria – a cui siamo chiamati urgentemente dalla Parola di Dio. Una scelta cui spesso ci chiama papa Francesco. Perché la preferenza? Non certo perché Dio faccia preferenza di persone, ma perché di questi suoi figli vede i volti violati, sconsacrati, depauperati della sua immagine divina. Altri hanno mezzi e stratagemmi con cui difendersi, hanno accoliti e solidali che li difendono, questi no. Li difende Dio, li difendono i veri credenti in Dio. E quando succede che a difenderli siano gli atei, Dio si sente difeso dagli atei. E quando succede che non li difendano i credenti, Dio si sente abbandonato e sconfessato dai credenti. Paradossi della storia! C’è una conversione da operare. Una conversione di sguardi e di cuore. A chi normalmente vanno i nostri sguardi? Chi ha un posto – e dovrebbe essere posto di preferenza – nei nostri sguardi? E nelle nostre assemblee pastorali? E nei nostri programmi pastorali? Alcuni di noi forse ricordano con commozione come la Didascalia degli apostoli (III secolo) prescrivesse al cap. 12 che, ad accogliere nell’assemblea i poveri, uomini o donne che fossero, doveva essere il vescovo stesso e non i diaconi, e che doveva essere ancora il vescovo a procurare loro un posto e che, se questo non si fosse trovato, doveva cedere il suo e sedere a terra ai loro piedi. “È questo un sogno? – si chiedeva anni fa il teologo don Pino Ruggieri -, o sono piuttosto un tradimento dell’eucaristia quelle celebrazioni che ripropongono, nella disposizione dei partecipanti e nello stile della partecipazione, le gerarchie mondane, ma anche soltanto l’educato stare ognuno per conto suo?”. Non è forse vero che riconsacriamo il pane del Signore ogni volta che ci lasciamo trascinare dal gesto, l’ultimo che il Signore ci ha lasciato come comando, in quella sua ultima cena, il gesto del servo che si china a lavare i piedi stanchi? E dunque ricondotti anche noi ai piedi, impolverati di fatiche, delle donne e degli uomini con cui camminiamo, nel desiderio di sollevarli dalle stanchezze e di rialzarli a dignità? Uno sguardo di preferenza ai loro volti. Uno sguardo segnato dalla tenerezza. Perché non basta vedere. Anche il sacerdote e il levita della parabola videro, ma passarono oltre. A differenza del samaritano che vide e sentì rivoluzionarsi dentro le viscere per la compassione. C’è modo e modo di vedere le sofferenze dell’umanità, e c’è modo e modo di parlarne, nelle nostre omelie e nei nostri incontri. Posso vedere e posso parlare senza “toccare”, senza “lasciarmi toccare” da ciò che vedo, da ciò di cui si sta parlando. Posso guardare e parlare a occhi asciutti. O mi si possono inumidire gli occhi. C’è un modo distaccato, professionale, asettico di guardare e di parlare. Si può guardarlo come un caso da risolvere, come un caso che, se gli dai attenzione, ti ruba tempo, un caso che in qualche modo ti crea disagio o ti contagia. Ci sono anche oggi categorie che noi sospettiamo di contagio, sbrigativamente li chiamiamo “irregolari”, portano ferite devastanti nell’anima, esclusioni che sono morti civili. Forse il sacerdote e il levita avevano una purezza da salvaguardare, chissà, in vista di quali celebrazioni nel tempio! Avevano una sacra giustificazione per “girarsi dall’altra parte”. Quante volte non ci si ferma, invocando una non opportunità. Una non opportunità secondo le convenzioni codificate. Ma un’opportunità secondo il vangelo. Il 10 luglio di quest’anno a Santa Cruz della Sierra, in Bolivia, parlando di volti ai movimenti popolari, Francesco, il vescovo di Roma, diceva: “Quando guardiamo il volto di quelli che soffrono, il volto del contadino minacciato, del lavoratore escluso, dell’indigeno oppresso, della famiglia senza casa, del migrante perseguitato, del giovane disoccupato, del bambino sfruttato, della madre che ha perso il figlio in una sparatoria perché il quartiere è stato preso dal traffico di droga, del padre che ha perso la figlia perché è stata sottoposta alla schiavitù; quando ricordiamo quei “volti e nomi” ci si stringono le viscere di fronte a tanto dolore e ci commuoviamo… Perché “abbiamo visto e udito” non la fredda statistica, ma le ferite dell’umanità sofferente, le nostre ferite, la nostra carne. Questo è molto diverso dalla teorizzazione astratta o dall’indignazione elegante. Questo ci tocca, ci commuove e cerchiamo l’altro per muoverci insieme. Questa emozione fatta azione comunitaria non si comprende unicamente con la ragione: ha un “più” di senso che solo la gente capisce e che dà la propria particolare mistica ai veri movimenti popolari”. Scoprire il divino nei volti significa in qualche misura anche perdersi. Perdersi a contemplare – sia pure attraverso un’esile fessura –. Perdersi a contemplare l’oltre che abita i volti . Qualcosa che eccede, qualcosa che fa la dignità di quel volto, che a volte è stato piegato in un nome, in un genere, in un’età, in una categoria, in una professione, in una cultura, in una religione. Se ti perdi con gli occhi nell’aldilà che lo abita, sfiori il divino. Un oltre che diventa per te nutrimento. Spesso mi fermo a pensare e anche a ringraziare per i volti. Sono stati la mia ricchezza, il mio nutrimento. Quello che io sono in gran parte lo devo a loro, all’oltre che li ha abitati. Se ti perdi nei loro volti, i crocifissi della storia, che nel migliore dei casi vengono considerati come oggetto di cui prendersi cura, vengono strappati alle loro periferie per ritrovare dignità: da oggetto diventano soggetto, protagonisti, portatori di dignità e di ricchezza, creature che possono dare, possono ospitare, possono insegnare. Come non ricordare la donna del vangelo che Gesù, alla fine della sua vita pubblica, invita a guardare? Quasi ci dicesse: “Guardate lei, imparate da lei”. Intrigante pensare che, alla fine del vangelo, Gesù lasci in eredità un volto. Di una donna, vedova e povera. Nella sua povertà ha lasciato scivolare due monetine nel tesoro del tempio, era quanto aveva per vivere. E Gesù la mette in cattedra, mentre spodesta altri dalle loro solenni, altezzose cattedre; ha appena finito di dire: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa” (Mc 12,38- 40). Dal vangelo viene una consegna, quella di ricondurre dalla terra di esilio in cui sono stati deportati, dalle periferie della società in cui sono stati emarginati, dai silenzi in cui sono stati zittiti, gli ultimi della terra. Gli ultimi che per il vangelo sono i primi: qui sta la rivoluzione del vangelo, negata o incompiuta. Gli ultimi che Gesù difese a costo di morte, restituendo loro quella dignità di cui spesso vengono illegalmente espropriati. Gli ultimi, i dimenticati, inghiottiti nelle nebbie della nostra dilagante indifferenza, nelle nostre agghiaccianti leggi di esclusione, esclusione illegale in umanità. Gli ultimi, una categoria dell’umanità, che dovrebbe aver un posto di privilegio, terra sacra, nella vita di ogni vero discepolo del vangelo. Potremmo azzardare domande: attingiamo alla sapienza degli ultimi? Li mettiamo in cattedra nei nostri consigli pastorali, nelle nostre assemblee ecclesiali? A chi diamo la voce nei nostri grandi convegni, nelle imponenti faraoniche manifestazioni ecclesiali? Troviamo presenti i loro volti? Ci prende timore che in assenza dei loro volti, in una misura non indifferente, si nasconda anche Dio? Una rivoluzione? Incompiuta o nemmeno iniziata? Se ne intravedono inizi – e nemmeno tanto timidi, in alto, che più alto non si può – quasi un segnale per tutta la chiesa e non solo per la chiesa. Forse queste mie parole – le mie troppe parole – possono efficacemente essere racchiuse in una sola immagine, quella dei centocinquanta clochard in visita ai Musei vaticani e alla Cappella Sistina il 26 marzo scorso, su invito di papa Francesco. Passi offrire la cena! Ma offrire una visita ai musei e alla cappella Sistina, con guida di esperti? È gesto che rivendica dignità di occhi e di intelligenza per coloro che noi chiamiamo “barboni”. Dignità, intelligenza, capacità di godere della bellezza, un volto! A sorpresa il papa si affacciò nel mezzo della loro visita, strinse le mani a ciascuno, disse loro: “Benvenuti. Questa è la casa di tutti, è casa vostra. Le porte sono sempre aperte per tutti”. I suoi occhi! I suoi occhi mentre li guarda. Li vedi come perduti in un’icona, quasi stessero sulla soglia. Sulla soglia del divino. Invito a una sosta.

Angelo Casati

i bagagli sono pesanti, soprattutto per la chiesa

papa Francesco

“il profeta sa andare in periferia libero da bagagli”

Udienza ai padri Mercedari nell’ottocentesimo della loro fondazione:

non sia ricordo del passato glorioso ma anche occasione per esaminare difficoltà, vacillamenti ed errori

un inviato di Dio sa avvicinarsi alle periferie esistenziali «libero da bagagli»: lo ha detto papa Francesco alla delegazione dei padri Mercedari ricevuta in udienza in Vaticano in occasione del capitolo generale dell’Ordine per gli ottocento anni di vita. L’anniversario, ha detto, non sia solo il ricordo del passato glorioso ma anche occasione per esaminare difficoltà, vacillamenti ed errori.

 

«Certo, c’è molto da ricordare e ci fa bene ricordare», ha detto il Papa nel discorso pronunciato in spagnolo ai membri di quest’Ordine di frati che nel medioevo si sostituivano in riscatto a schiavi e prigionieri. «Ma questa memoria non dovrebbe limitarsi a un’esposizione del passato, bensì deve essere un atto sereno e consapevole che ci permetta di valutare i nostri successi senza dimenticare i nostri limiti e, soprattutto, affrontare le sfide che l’umanità pone. Questo capitolo può essere una occasione privilegiata per un dialogo sincero e proficuo che non si accontenta di un passato glorioso, ma esamina le difficoltà incontrate in questo cammino, i vacillamenti e anche gli errori. La vera vita dell’Ordine va ricercata nel continuo sforzo di adeguarsi e rinnovarsi, al fine di dare una risposta generosa alle reali esigenze del mondo e della Chiesa, restando fedeli al patrimonio perenne di cui siete depositari». 

«Con questo spirito – ha proseguito il Papa – possiamo realmente parlare di profezia, altrimenti non possiamo. Perché essere profeta è prestare la nostra voce umana alla Parola eterna, dimenticarci di noi stessi affinché sia Dio che manifesta la sua onnipotenza nella nostra debolezza. Il profeta è un inviato, un unto, ha ricevuto un dono dello Spirito per il servizio del santo popolo fedele di Dio. Anche voi avete ricevuto un dono e siete stati consacrati per una missione che è un’opera di misericordia: seguire Cristo che porta la buona notizia del Vangelo ai poveri e la liberazione ai prigionieri. Cari fratelli, la nostra professione religiosa è un dono e una grande responsabilità, perché la portiamo in vasi di creta. Non ci fidiamo della nostra propria forza ma affidandoci sempre alla misericordia di Dio. Vigilanza, perseveranza nella preghiera, nel coltivare la vita interiore sono i pilastri che ci sostengono. Se Dio è presente nella vostra vita, la gioia di portare il Vangelo sarà la vostra forza e la vostra gioia. Dio ci ha chiamato a servirlo nella Chiesa e nella comunità. Sostenetevi in questo percorso comune, che la comunione fraterna e la concordia in buone azioni testimoniano, prima delle parole, il messaggio di Gesù e il suo amore per la Chiesa». 

Il profeta, ha detto ancora il Papa, «sa andare alle periferie, alle quali si avvicina libero da bagagli. Lo Spirito è un vento leggero che ci spinge in avanti. Evocare ciò che mosse i vostri Padri e dove li diresse, ci impegna a seguire i loro passi. Loro furono in grado di restare come ostaggio accanto ai poveri, agli emarginati, agli esclusi della società, per consolarli, soffrire con loro, completando con la propria carne ciò che manca alla passione di Cristo. E questo un giorno dopo l’altro, nella perseveranza e nel silenzio di una vita libera e generosamente donata. Seguire questi predecessori, è comprendere che, per riscattare, dobbiamo farci piccoli, unirci al prigioniero, nella certezza che così non solo soddisfaremo il nostro scopo di redimere, ma troviamo anche noi stessi la vera libertà, perché nel povero e nel prigioniero riconosciamo presente il nostro Redentore». Per questo, nell’ottocentesimo anniversario dell’ordine, è opportuno «proclamare l’anno della grazia del Signore» a tutti coloro ai quali li ha inviati: «I perseguitati a causa della fede e i prigionieri, le vittime di tratta e i giovani nelle scuole, chi attende alle opere di misericordia, i fedeli delle parrocchie e delle missioni che sono state affidate loro dalla Chiesa».

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