in preparazione del grande ‘sinodo panortodosso’

Documenti preparatori del Sinodo panortodosso

Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse autocefale

 sinodo5

La Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse autocefale, tenutasi a Chambésy nei pressi di Ginevra dal 21 al 28 gennaio, ha ratificato una serie di documenti preparatori del Santo e grande Sinodo panortodosso, che si terrà a Creta dal 16 al 27 giugno, e ne ha deciso la pubblicazione. Tra essi, due rivestono un particolare interesse. Il primo è Le relazioni della Chiesa ortodossa con l’insieme del mondo cristiano, adottato alla V Conferenza panortodossa preconciliare di Chambésy (10-17.10.2015), che riconferma l’impegno ecumenico della Chiesa ortodossa nonostante le resistenze di alcune correnti interne, e affronta questioni controverse come l’ecclesialità delle altre confessioni cristiane e il metodo per la conduzione dei dialoghi teologici. E il secondo è La missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo. Il contributo della Chiesa ortodossa alla realizzazione della pace, della giustizia, della libertà, della fraternità e dell’amore fra i popoli e all’eliminazione delle discriminazioni razziali e di altra natura, approvato dalla Sinassi dei primati, che esprime l’atteggiamento dell’ortodossia nei confronti dei problemi dell’attualità quali pace e guerre, persecuzione, discriminazione, globalizzazione e consumismo.

 sinodo4

Le relazioni ecumeniche

1. La Chiesa ortodossa, essendo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, crede fermamente, nella sua coscienza ecclesiale profonda, di occupare un posto preminente per la promozione dell’unità dei cristiani nel mondo di oggi.
2. La Chiesa ortodossa basa la sua unità sul fatto di essere stata fondata da nostro Signore Gesù Cristo, nonché sulla comunione nella santa Trinità e nei sacramenti. Questa unità s’esprime attraverso la successione apostolica e la tradizione patristica di cui la Chiesa vive fino a oggi. La Chiesa ortodossa ha la missione e il dovere di trasmettere e proclamare tutta la verità, contenuta nella santa Scrittura e nella santa Tradizione, cosa che le conferisce il suo carattere universale.
3. La responsabilità della Chiesa ortodossa e la sua missione ecumenica riguardo all’unità della Chiesa sono state espresse dai concili ecumenici. Essi hanno sottolineato in modo particolare il legame indissolubile fra la vera fede e la comunione sacramentale.
4. La Chiesa ortodossa che prega incessantemente «per l’unione di tutti» ha sempre coltivato il dialogo con coloro che si sono separati da essa, lontani e vicini; essa è stata sempre in prima fila nella ricerca delle strade e dei mezzi per ristabilire l’unità dei credenti in Cristo, ha partecipato al movimento ecumenico fin dalla sua nascita e ha contribuito alla sua costituzione e al suo ulteriore sviluppo. Del resto, grazie allo spirito ecumenico e filantropico che la distingue e in base al comandamento divino che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), la Chiesa ortodossa ha sempre lottato per il ristabilimento dell’unità dei cristiani. Perciò, la partecipazione ortodossa al movimento ecumenico non contrasta in alcun modo con la natura e la storia della Chiesa ortodossa, ma costituisce la coerente espressione della fede e della tradizione apostolica in nuove condizioni storiche.
5. Gli attuali dialoghi teologici bilaterali della Chiesa ortodossa, nonché la sua partecipazione al movimento per il ristabilimento dell’unità dei cristiani, si fondano sulla coscienza stessa dell’Ortodossia e sul suo spirito ecumenico per la ricerca, sulla base della fede e della tradizione della Chiesa antica dei sette concili ecumenici, della perduta unità dei cristiani.
6. In base alla natura ontologica della Chiesa, la sua unità non può essere compromessa. La Chiesa ortodossa riconosce l’esistenza storica di altre Chiese e confessioni cristiane che non sono in comunione con essa, ma crede anche che le relazioni che intrattiene con queste ultime debba basarsi su una chiarificazione, il più rapidamente e oggettivamente possibile, dell’intera questione dell’ecclesiologia e, più specificamente, della dottrina generale che professano riguardo ai sacramenti, alla grazia, al sacerdozio e alla successione apostolica. Essa è quindi favorevole, per ragioni sia teologiche sia pastorali, a partecipare a ogni dialogo teologico con diverse Chiese e confessioni cristiane e, più in generale, a partecipare al movimento ecumenico contemporaneo, convinta di poter offrire attraverso il dialogo una testimonianza dinamica della pienezza della verità in Cristo e dei suoi tesori spirituali a tutti coloro che sono al di fuori di essa, mirando a spianare la strada che conduce all’unità.
7. È con questo spirito che oggi tutte le sante Chiese ortodosse locali partecipano attivamente ai dialoghi teologici ufficiali e la maggior parte ai vari organismi intercristiani bilaterali e multilaterali e prendono parte a vari organismi nazionali, regionali o internazionali, nonostante la profonda crisi che attraversa il movimento ecumenico. Questa attività ecumenica pluridimensionale scaturisce dal senso di responsabilità e dalla convinzione che la coesistenza, la comprensione reciproca, la collaborazione e gli sforzi comuni verso l’unità cristiana siano essenziali «per non mettere ostacoli al Vangelo di Cristo» (1Cor 9,12).
8. Evidentemente la Chiesa ortodossa, dialogando con gli altri cristiani, non ignora le difficoltà legate a una tale impresa; ben più, essa comprende gli ostacoli che si ergono sulla strada di una comprensione comune della tradizione della Chiesa antica e spera che lo Spirito Santo, che costituisce «l’intera istituzione della Chiesa» (stichere dei vespri di Pentecoste) «rimedierà alle insufficienze» (voto espresso all’ordinazione). In questo senso, nel corso di questi dialoghi teologici, nonché nel quadro della sua partecipazione al movimento ecumenico, la Chiesa ortodossa non si basa unicamente sulle forze umane di coloro che prendono parte ai dialoghi, ma anche sulla protezione dello Spirito Santo e sulla grazia del Signore che ha pregato perché «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).
9. Gli attuali dialoghi teologici bilaterali, annunciati da conferenze panortodosse, sono l’espressione della decisione unanime di tutte le santissime Chiese ortodosse locali, che hanno il dovere di partecipare attivamente e con continuità al loro svolgimento, per non ostacolare la testimonianza unanime dell’Ortodossia a gloria del Dio trinitario. Nel caso in cui una Chiesa locale decida di non designare delegati – per uno dei dialoghi o per una determinata assemblea – se la decisione non è presa a livello panortodosso, il dialogo continua. Qualunque sia la ragione – prima dell’apertura del dialogo o dell’assemblea in questione –, l’assenza di una Chiesa locale deve essere oggetto di una discussione all’interno della missione ortodossa impegnata nel dialogo, per esprimere la solidarietà e l’unità della Chiesa ortodossa.
10. I problemi che sorgono durante le discussioni teologiche delle commissioni teologiche miste non giustificano sempre, da soli, il richiamo unilaterale dei delegati o la sospensione definitiva della partecipazione di una Chiesa ortodossa locale. Come regola generale, si deve evitare che una Chiesa si ritiri da un dialogo, facendo tutti gli sforzi necessari a livello interortodosso per ristabilire la rappresentanza completa nella commissione teologica ortodossa impegnata in quel dialogo. Se una o più Chiese ortodosse rifiutano di partecipare alle riunioni della commissione teologica mista di un determinato dialogo per ragioni ecclesiologiche, canoniche, pastorali o morali, la Chiesa o le Chiese in questione devono comunicare per iscritto il loro rifiuto al patriarca ecumenico e a tutte le Chiese ortodosse, secondo l’ordine panortodosso stabilito. Nel corso della consultazione panortodossa, il patriarca ecumenico cerca di ottenere il consenso di tutte le altre Chiese su ciò che converrà fare, compresa la possibilità di una nuova valutazione del processo di un dialogo teologico concreto, nel caso in cui questo sia ritenuto, all’unanimità, indispensabile.
11. La metodologia seguita nello svolgimento dei dialoghi teologici mira a trovare una soluzione alle divergenze teologiche ereditate dal passato o a quelle che sono eventualmente comparse di recente, e a cercare gli elementi comuni della fede cristiana. Essa presuppone anche che tutta la Chiesa venga messa al corrente sull’evoluzione dei vari dialoghi. Nel caso in cui non si giunga al superamento di una divergenza teologica precisa, il dialogo teologico può continuare dopo aver registrato il disaccordo su quella specifica questione teologica e aver informato di quel disaccordo tutte le Chiese ortodosse locali, in vista di misure da prendere successivamente.
12. L’obiettivo perseguito da tutti nel corso dei dialoghi teologici è evidentemente lo stesso: il ristabilimento finale dell’unità nella vera fede e nell’amore. Resta comunque il fatto che le divergenze teologiche ed ecclesiologiche esistenti permettono in qualche modo una gerarchizzazione delle difficoltà che si presentano sulla strada del raggiungimento di questo obiettivo fissato a livello panortodosso. La specificità dei problemi legati a ciascun dialogo bilaterale presuppone una differenziazione della metodologia da seguire in ogni caso, ma non una differenziazione a livello dell’obiettivo, perché quest’ultimo è lo stesso per tutti i dialoghi.
13. Tuttavia, in caso di necessità, s’impone uno sforzo di coordinamento del compito delle diverse commissioni teologiche interortodosse, tanto più che l’unità ontologica indissolubile della Chiesa ortodossa deve rivelarsi e manifestarsi anche nel quadro di questi dialoghi.
14. La conclusione di ogni dialogo teologico annunciato ufficialmente corrisponde all’assolvimento del compito da parte della commissione teologica mista designata a tale scopo. Il presidente della commissione interortodossa sottopone un rapporto al patriarca ecumenico, il quale, d’accordo con i primati delle Chiese ortodosse locali, annuncia la chiusura del dialogo. Nessun dialogo è considerato chiuso prima della proclamazione della sua chiusura mediante una tale decisione panortodossa.
15. La decisione panortodossa di ristabilire la comunione ecclesiale, nel caso in cui un dialogo teologico termini con successo, deve potersi basare sull’unanimità di tutte le Chiese ortodosse locali.
16. Uno dei principali organi del movimento ecumenico contemporaneo è il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC). Alcune Chiese ortodosse sono state fra i membri fondatori e in seguito tutte le Chiese ortodosse locali ne sono diventate membri. Il CEC in quanto organo intercristiano strutturato, così come altri organismi intercristiani e organismi regionali, quali la Conferenza delle Chiese europee (KEK) e il Consiglio del Medio Oriente, pur non raggruppando tutte le Chiese e confessioni cristiane, svolgono una missione fondamentale per la promozione dell’unità del mondo cristiano. Le Chiese ortodosse di Georgia e di Bulgaria si sono ritirate dal Consiglio ecumenico delle Chiese, la prima nel 1997 e la seconda nel 1998, a causa di una diversa visione del suo ruolo, per cui non partecipano alle attività intercristiane promosse dal CEC e da altri organismi intercristiani.
17. Le Chiese ortodosse locali membri del CEC vi partecipano pienamente e alla pari e contribuiscono in tutti i modi di cui dispongono alla testimonianza della verità e alla promozione dell’unità dei cristiani. La Chiesa ortodossa ha accolto favorevolmente la decisione del CEC di rispondere alla sua richiesta di costituzione di una Commissione speciale per la partecipazione ortodossa allo stesso in conformità con il mandato della Conferenza interortodossa di Tessalonica (1998). I criteri fissati dalla Commissione speciale, proposti dagli ortodossi e accettati dal CEC, hanno portato alla costituzione di un Comitato permanente di collaborazione e di consenso e sono stati ratificati e incorporati negli Statuti e nel Regolamento interno del CEC.
18. La Chiesa ortodossa, fedele alla sua ecclesiologia, all’identità della sua struttura interna e all’insegnamento della Chiesa antica, pur partecipando al CEC, non accetta assolutamente l’idea dell’uguaglianza delle confessioni e non può concepire l’unità della Chiesa come un compromesso interconfessionale. In questo spirito, l’unità ricercata nel CEC non può essere solo il risultato di accordi teologici, ma deve essere anche quello dell’unità della fede della Chiesa ortodossa così come è vissuta e preservata in modo misterioso nella Chiesa.
19. Le Chiese ortodosse membri del CEC considerano una condizione sine qua non della partecipazione al CEC il rispetto dell’articolo-base della sua Costituzione, secondo il quale solo le Chiese e le Confessioni che riconoscono il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo la Scrittura e credono nella Trinità, Dio, il Figlio e lo Spirito Santo in base al Simbolo di Nicea-Costantinopoli possono esserne membri. Esse sono intimamente convinte che i presupposti ecclesiologici contenuti nella Dichiarazione di Toronto (1950), intitolata La Chiesa, le Chiese e il Consiglio ecumenico delle Chiese, rivestono un’importanza capitale per la partecipazione ortodossa al suddetto Consiglio. Perciò, va da sé che il CEC non ha nulla di una super-Chiesa e non deve in alcun caso diventarlo. «Lo scopo del CEC non è quello di negoziare unioni fra Chiese, cosa che può essere fatta solo dalle stesse Chiese, agendo di loro propria iniziativa, bensì quello di consentire alle Chiese di intrattenere relazioni vive fra di loro e di promuovere lo studio e la discussione delle tematiche relative all’unità della Chiesa» (Dichiarazione di Toronto III, 2; in EO 5/2373).
20. Le prospettive dei dialoghi teologici della Chiesa ortodossa con le altre Chiese e Confessioni cristiane sono sempre determinate sulla base dei criteri canonici della tradizione ecclesiastica già costituita (can. 7 del II concilio ecumenico e can. 95 del concilio Quinisextum).
21. La Chiesa ortodossa desidera rafforzare il lavoro della commissione Fede e costituzione e segue con vivo interesse l’apporto teologico da essa offerto fino ai nostri giorni. Valuta positivamente i testi teologici redatti dalla stessa, il prezioso contributo di teologi ortodossi, considerandoli una tappa importante nel movimento ecumenico verso l’avvicinamento delle Chiese. Ma la Chiesa ortodossa continua ad avere delle riserve su punti capitali legati alla fede e all’ordine.
22. La Chiesa ortodossa considera condannabile ogni tentativo di divisione dell’unità della Chiesa da parte di persone o gruppi con il pretesto di una presunta difesa della pura Ortodossia. Come testimonia tutta la vita della Chiesa ortodossa, la preservazione della pura fede ortodossa è salvaguardata solo dal sistema conciliare che, da sempre nella Chiesa, costituisce il giudice deputato e ultimo in materia di fede.
23. La Chiesa ortodossa ha una coscienza comune della necessità del dialogo teologico intercristiano, che deve andare sempre di pari passo con la testimonianza nel mondo e con azioni che esprimono la «gioia ineffabile» del Vangelo (1Pt 1,8), escludendo ogni atto di proselitismo o di altra azione di antagonismo confessionale provocatorio. In questo spirito, la Chiesa ortodossa ritiene molto importante che tutti i cristiani di buona volontà, ispirati dai principi fondamentali comuni della nostra fede, cerchino di dare una risposta sollecita e solidale, basata sul modello ideale per eccellenza dell’uomo nuovo in Cristo, agli spinosi problemi che ci pone il mondo di oggi.
24. La Chiesa ortodossa sa che il movimento per il ristabilimento dell’unità dei cristiani adotta forme nuove per rispondere a situazioni nuove e far fronte alle nuove sfide del mondo attuale. È indispensabile che essa continui a portare la sua testimonianza al mondo cristiano diviso in base alla tradizione apostolica e alla sua fede. Noi preghiamo perché i cristiani lavorino insieme per affrettare l’avvento del giorno in cui il Signore colmerà la speranza delle Chiese ortodosse: «Un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).
 sinodo3

La missione nel mondo contemporaneo

La Chiesa di Cristo vive «nel mondo», ma «non è di questo mondo» (Gv 17,11.14-15). La Chiesa costituisce il segno e l’immagine del regno di Dio nella storia, perché annuncia una «nuova creatura» (2Cor 5,17), «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,13), un mondo nel quale Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più la morte, né lutto né lamento né sofferenza» (Ap 21,4-5).
Quest’attesa è già sperimentata e pregustata nella Chiesa, per eccellenza ogni volta che essa celebra la divina eucaristia e si riuniscono «in assemblea» (1Cor 11,17) i figli dispersi di Dio (cf. Gv 11,52), in un corpo senza distinzione di razza, sesso, età, origine sociale o qualsiasi altra forma di distinzione, là dove «non c’è più né giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina» (Gal 3,28; Col 3,11), in un mondo di riconciliazione, di pace e di amore.
La Chiesa sperimenta e pregusta anche la «nuova creatura», il mondo trasformato dai suoi santi che, attraverso l’ascesi e la virtù, sono diventati già in questa vita immagini del regno di Dio, mostrando e assicurando così che l’attesa di un mondo di pace, di giustizia e di amore non è un’utopia, ma è «la ferma assicurazione di ciò che si spera» (Eb 11,1), che è possibile con la grazia di Dio e con la lotta spirituale dell’uomo.
Continuamente ispirata dall’attesa e dalla pregustazione del regno di Dio, la Chiesa non resta indifferente di fronte ai problemi dell’uomo, in tutte le epoche, ma, al contrario, condivide la sua inquietudine e i suoi problemi vitali, occupandosi, come il suo Signore, del dolore, delle ferite causate dal male che opera nel mondo e fasciando, come il buon samaritano, le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino (cf. Lc 10,34) «con la parola della pazienza e della consolazione» (Rm 15,4; Eb 13,22) e l’amore operoso. La sua parola rivolta al mondo non mira a denunciare, giudicare o condannare il mondo (cf. Gv 3,17; 12,47), ma a offrirgli come guida il Vangelo del regno di Dio, la speranza e la certezza che il male, sotto qualsiasi forma, non ha l’ultima parola nella storia e non bisogna permettergli di dirigerne il corso.
Basandosi su questi principi e sull’esperienza e l’insegnamento della sua tradizione patristica, liturgica e ascetica nel suo complesso, la Chiesa ortodossa condivide le preoccupazioni e le angosce dell’uomo del nostro tempo alle prese con problemi esistenziali che preoccupano il mondo moderno, desiderando contribuire alla loro soluzione per offrire al mondo la pace di Dio «che supera ogni intelligenza» (Fil 4,7), la riconciliazione e l’amore.
 sinodo2

A. Il valore della persona umana

1. La santità della persona umana, derivante dalla creazione dell’uomo a immagine di Dio e dalla sua missione nel piano di Dio per l’uomo e per il mondo, è stata la fonte d’ispirazione per i padri della Chiesa ortodossa che si sono chinati sul mistero dell’economia divina. In questo contesto, san Gregorio il Teologo sottolinea che il Creatore «ha collocato l’uomo sulla terra, come un secondo mondo, macrocosmo nel microcosmo, come un altro angelo, un essere doppio creato per adorarlo, un custode del creato visibile, un iniziato del mondo intelligibile, un essere che regna sugli esseri della terra […], un essere che vive in questo mondo e aspira a un altro, il compimento del mistero, avvicinandosi a Dio mediante la theosis» (Gregorio il Teologo, Oratio 45, 7; PG 36, 632AB). La creazione trova il suo fondamento e il suo compimento nell’incarnazione del Logos di Dio e nella divinizzazione dell’uomo. Cristo, rinnovando in se stesso il vecchio Adamo (cf. Ef 2,15), «divinizzava, così facendo, tutto l’uomo, costituendo così l’inizio del compimento della nostra speranza» (Eusebio, Demostr. evang., 4,14; PG 22,289A). Questo insegnamento della Chiesa è la fonte di ogni sforzo cristiano per la salvaguardia della dignità e della grandezza della persona umana.
2. Su questa base, è indispensabile promuovere in tutte le direzioni la collaborazione intercristiana per salvaguardare la dignità della persona umana e la pace, in modo che gli sforzi pacifici di tutti i cristiani acquistino più peso e forza.
3. Il comune riconoscimento del valore eminente della persona umana può servire da premessa a una collaborazione più ampia in questo campo. Le Chiese ortodosse sono chiamate a contribuire alla concertazione e alla collaborazione interreligiose e, attraverso di esse, all’eliminazione di ogni manifestazione di fanatismo; in questo modo esse opereranno a favore della riconciliazione dei popoli e del trionfo dei beni della libertà e della pace nel mondo, al servizio dell’uomo, indipendentemente dalle razze e dalle religioni. Va da sé che questa collaborazione esclude ogni sincretismo, nonché ogni tentativo di una religione d’imporsi sulle altre.
4. Siamo convinti che, «collaboratori di Dio» (1Cor 3,9), possiamo progredire in questo ministero insieme con tutti gli uomini di buona volontà che si dedicano alla ricerca della pace vera per il bene della comunità umana, a livello locale, nazionale e internazionale. Questo ministero è un comandamento di Dio (cf. Mt 5,9).

B. Libertà e responsabilità

1. Il dono della libertà è uno dei maggiori doni fatti da Dio all’uomo, sia in quanto portatore concreto dell’immagine di un Dio personale, sia in quanto membro della comunità di persone che riflettono mediante la grazia, attraverso l’unità del genere umano, la vita nella santa Trinità e la comunione delle tre Persone. «Dio ha creato l’uomo inizialmente libero e gli ha donato il libero arbitrio, con la sola limitazione della legge del comandamento» (Gregorio il Teologo, Oratio 14,25; PG 35,892A). La libertà permette all’uomo di progredire indefinitamente verso la perfezione spirituale ma, al tempo stesso, implica il pericolo della disobbedienza, il rischio dell’insubordinazione a Dio e quindi della caduta, da cui le tragiche conseguenze del male nel mondo.
2. Le conseguenze di questo male sono le imperfezioni e le trasgressioni che sono appannaggio del nostro tempo, come la secolarizzazione, la violenza, la rilassatezza dei costumi, i fenomeni malsani causati dal flagello delle droghe e di altre dipendenze in una parte della gioventù contemporanea, il razzismo, la corsa agli armamenti, le guerre e i mali sociali che essi producono, l’oppressione dei gruppi sociali, delle comunità religiose, di interi popoli, le disuguaglianze sociali, la limitazione dei diritti dell’uomo nel campo della libertà di coscienza e specialmente della libertà religiosa, la disinformazione e la manipolazione dell’opinione pubblica, la miseria economica, l’ingiustizia nella ripartizione dei beni basilari per la vita o la loro totale mancanza, la fame di milioni di uomini, le deportazioni forzate di popolazioni o il traffico di esseri umani, l’afflusso di rifugiati, la distruzione dell’ambiente, l’utilizzazione incontrollata della biotecnologia genetica e della biomedicina sull’inizio, sulla durata e sulla fine della vita umana, tutte cose che mantengono l’angoscia infinita nella quale si dibatte attualmente l’umanità.
3. Oggi, di fronte a questa situazione, che ha condotto a un degrado del concetto di persona umana, il dovere della Chiesa ortodossa consiste nel far valere, attraverso la sua predicazione, la sua teologia, il suo culto e la sua attività pastorale, la verità della libertà in Cristo. «Tutto è permesso, ma non tutto è utile; tutto è permesso, ma non tutto edifica. Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri […] Qui io parlo non della vostra coscienza, ma di quella dell’altro. Per quale motivo, infatti, la mia libertà sarebbe giudicata da una coscienza estranea?» (1Cor 10,23-24.29). La libertà senza responsabilità e senza amore conduce alla fine alla perdita della libertà.
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C. Pace e giustizia

1. La Chiesa ortodossa riconosce e sottolinea sotto l’aspetto diacronico il posto centrale della pace e della giustizia nella vita umana. La stessa rivelazione in Cristo è qualificata come «vangelo di pace» (Ef 6,15), perché Cristo, «instaurando la pace con il sangue della sua croce» (Col 1,20), è «venuto ad annunciare pace, pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,17). Egli è diventato «la nostra pace» (Ef 2,14). Questa pace che «supera ogni intelligenza» (Fil 4,7) è, come Cristo stesso ha detto ai suoi apostoli prima della sua passione, più ampia e più essenziale di quella promessa dal mondo: «Vi lascio la pace, vi dono la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Perché la pace di Cristo è il frutto maturo della ricapitolazione di tutte le cose in lui; della dignità e della grandezza della persona umana, in quanto immagine di Dio; della manifestazione dell’unità organica del genere umano e del mondo in Cristo; dell’universalità nel corpo di Cristo degli ideali della pace; della libertà e della giustizia sociale; infine, della fecondità dell’amore cristiano fra gli uomini e i popoli. La vera pace è il frutto del trionfo sulla terra di tutti questi ideali cristiani. È la pace che viene dall’alto che la Chiesa ortodossa invoca sempre nelle sue preghiere quotidiane, chiedendola a Dio che tutto può ed esaudisce le preghiere di coloro che si rivolgono a lui con fede.
2. Ciò che precede mostra chiaramente la ragione per cui la Chiesa, in quanto «corpo di Cristo» (1Cor 12,27), prega sempre per la pace in tutto il mondo, la quale, secondo Clemente di Alessandria, è sinonimo di giustizia (Stromata, 4,25; PG 8,1369B-1372A). Basilio il Grande aggiunge: «Non posso convincermi di essere degno di essere chiamato servo di Gesù Cristo se non sono in grado di amare gli altri e di vivere in pace con tutti, almeno per quanto dipende da me» (Epist. 203,1; PG 32,737B). Come ricorda lo stesso padre, questo è talmente naturale per il cristiano che si potrebbe affermare che «non esiste nulla di così specificamente cristiano come operare a favore della pace» (Epist. 114; PG 32,528B). La pace di Cristo è la forza mistica che scaturisce dalla riconciliazione dell’uomo con il suo Padre celeste, «grazie alla provvidenza di Gesù che opera tutto in tutti, crea una pace indicibile predestinata fin dall’inizio dei secoli, ci riconcilia con lui stesso e, attraverso di lui, con il Padre» (Dionigi Areopagita, De nom. div. 11,5; PG 3,953AB).
3. Al tempo stesso, dobbiamo sottolineare che i doni spirituali della pace e della giustizia dipendono anche dalla sinergia umana. Lo Spirito Santo accorda i doni spirituali, quando l’uomo cerca nel pentimento la pace e la giustizia di Dio. Questi doni della pace e della giustizia si realizzano là dove i cristiani si sforzano di operare a favore della fede, dell’amore e della speranza in Gesù Cristo nostro Signore.
4. Il peccato è una malattia spirituale i cui sintomi visibili sono i conflitti, le discordie, i crimini e le guerre con le loro tragiche conseguenze. La Chiesa cerca di guarire non solo i sintomi visibili di questa malattia, ma anche la stessa malattia, il peccato.
5. Al tempo stesso, la Chiesa ortodossa ritiene di dover incoraggiare tutto ciò che è posto realmente al servizio della pace (cf. Rm 14,19) e apre la strada verso la giustizia, la fraternità, la vera libertà e l’amore reciproco di tutti i figli dell’unico Padre celeste, nonché di tutti i popoli che costituiscono una famiglia umana. Essa soffre insieme a tutti coloro che, in varie parti del mondo, sono privati dei beni della pace e della giustizia.

D. La pace e la prevenzione della guerra

1. La Chiesa di Cristo condanna in linea di massima la guerra, perché la considera conseguenza del male e del peccato nel mondo: «Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?» (Gc 4,1). Ogni guerra costituisce una minaccia distruttiva per il creato e per la vita.
Soprattutto in caso di guerre combattute con armi di distruzione di massa, le conseguenze sarebbero terrificanti, non solo perché causerebbero la morte di un numero incalcolabile di esseri umani, ma anche perché la vita dei sopravvissuti diventerebbe insopportabile, con la comparsa di malattie incurabili, mutazioni genetiche e altri mali che colpirebbero gravemente le generazioni future.
Estremamente pericolose non sono solo le armi nucleari, ma anche le armi chimiche e biologiche e ogni forma di armamento che suscita un’illusione di supremazia e di dominio sul mondo circostante. Questo tipo di armamento intrattiene un clima di paura e di mancanza di fiducia e causa una nuova corsa agli armamenti.
2. La Chiesa di Cristo, considerando la guerra principalmente una conseguenza del male e del peccato nel mondo, incoraggia ogni iniziativa e ogni sforzo per evitarla o prevenirla attraverso il dialogo e ogni altro mezzo appropriato. Nel caso in cui la guerra diventasse inevitabile, la Chiesa continua a pregare e a prendersi cura a livello pastorale dei suoi figli coinvolti in conflitti bellici per difendere la loro vita e la loro libertà, operando con tutte le sue forze per ristabilire il più rapidamente possibile la pace.
3. La Chiesa ortodossa condanna fermamente ogni sorta di conflitti e di guerre, motivati dal fanatismo derivante da principi religiosi. I casi continuamente in crescita di repressioni e persecuzioni dei cristiani e di altre comunità a causa della loro fede, nel Medio Oriente e altrove, nonché lo sradicamento del cristianesimo dalla sua culla storica, suscitano una profonda preoccupazione. Questo mette in pericolo le relazioni interreligiose e interetniche esistenti e costringe al tempo stesso molti cristiani a lasciare i loro paesi di origine. Gli ortodossi di tutto il mondo soffrono insieme ai loro fratelli cristiani e a tutti gli altri perseguitati in questa regione e chiedono di trovare una soluzione equa e permanente dei problemi della regione.
La Chiesa ortodossa condanna anche le guerre causate dal nazionalismo e quelle che provocano epurazioni etniche, cambiamenti dei confini degli stati e l’occupazione di territori.

E. La Chiesa ortodossa di fronte alle discriminazioni

1. Il Signore, Re di giustizia (cf. Eb 7,2-3), disapprova la violenza e l’ingiustizia (cf. Sal 10,5), condanna il comportamento disumano verso il prossimo (cf. Mc 25,41-46; Gc 2,15-16). Nel suo Regno – la cui immagine e presenza nel mondo è la Chiesa – non c’è posto né per gli odi fra le nazioni né per l’inimicizia e l’intolleranza di qualsiasi sorta (cf. Is 11,6; Rm 12,10).
2. La posizione della Chiesa ortodossa in materia è assolutamente chiara: la Chiesa ortodossa crede che Dio «creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra» (At 17,26) e che, in Cristo, «non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno» (Gal 3,28). Alla domanda «chi è il mio prossimo?», Cristo ha risposto con la parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37). Così ci ha insegnato ad abolire ogni barriera d’inimicizia e di pregiudizio. La Chiesa ortodossa confessa che ogni essere umano – indipendentemente da colore, religione, razza, sesso, nazionalità e lingua – è creato a immagine e somiglianza di Dio ed è quindi un membro alla pari della comunità umana. In conformità con la sua fede, la Chiesa rifiuta la discriminazione sotto tutte le forme appena elencate, che suppongono una distinzione nella dignità fra le persone.
3. La Chiesa, rispettando i principi dei diritti dell’uomo e dell’uguaglianza di trattamento degli uomini, considera l’applicazione di questi principi alla luce della sua dottrina sui sacramenti, sulla famiglia, sul posto dell’uomo e della donna nella Chiesa e sui valori della sua tradizione ecclesiale in generale. La Chiesa si riserva il diritto di portare, e porta di fatto, la testimonianza della sua dottrina nella vita pubblica.

F. La missione della Chiesa ortodossa come testimonianza di amore nella diaconia

1. Compiendo la sua missione di salvezza nel mondo, la Chiesa ortodossa si prende attivamente cura di tutti coloro che hanno bisogno di aiuto: affamati, bisognosi, malati, disabili, anziani, oppressi, prigionieri, senzatetto, orfani, vittime di catastrofi naturali e di conflitti armati, del traffico di esseri umani e delle moderne forme di schiavitù. Gli sforzi della Chiesa ortodossa per superare la povertà estrema e l’ingiustizia sociale sono un’espressione della sua fede e un servizio reso allo stesso Signore che s’identifica con tutti gli uomini e ancor più con i bisognosi: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). La Chiesa può collaborare con tutte le istituzioni sociali in tutta la varietà del suo ministero sociale.
2. Gli antagonismi e le ostilità che regnano nel mondo causano anche l’ingiustizia e la disuguaglianza nella partecipazione degli uomini e delle nazioni ai beni della creazione divina. Privano milioni di uomini dei beni di prima necessità e conducono all’impoverimento della persona umana. Provocano migrazioni in massa di popolazioni, suscitano conflitti etnici, religiosi, sociali che minacciano la coesione interna delle società.
3. La Chiesa non può restare indifferente di fronte ai processi economici che influenzano in modo negativo l’intera umanità. Essa insiste sulla necessità non solo di basare l’economia su principi morali, ma anche di servire attivamente l’uomo attraverso di essa, seguendo l’insegnamento dell’apostolo Paolo: «I deboli si devono soccorrere lavorando e ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere”» (At 20,35). San Basilio il Grande scrive: «Perciò lo scopo che ognuno deve avere nel suo lavoro è quello di soccorrere gli indigenti e non di provvedere alle sue proprie necessità» (Basilio il Grande, Regole 42: PG 31,1025A).
4. Il divario fra ricchi e poveri si allarga drammaticamente a causa della crisi economica, che è di solito il risultato di una speculazione sfrenata da parte dei rappresentanti dei circoli finanziari, della concentrazione della ricchezza in mano a un ristretto numero di persone e di un’attività economica falsata, che, priva di giustizia e di sensibilità umana, non serve in definitiva alla soddisfazione dei veri bisogni dell’umanità. Un’economia vitale è un’economia che combina l’efficacia con la giustizia e con la solidarietà sociale.
5. In queste condizioni tragiche, si può comprendere l’immensa responsabilità della Chiesa nella lotta contro la fame e ogni forma di miseria che imperversa nel mondo. Questo fenomeno del nostro tempo, nel quale i paesi vivono in un sistema di economia globalizzata, rivela la grave crisi d’identità del mondo moderno. La fame non solo mette in pericolo il dono divino della vita in interi popoli, ma colpisce anche l’eminente dignità della persona umana e così offende Dio stesso. Per questo motivo, mentre la cura della nostra propria alimentazione è una questione materiale, la cura dell’alimentazione del nostro prossimo è una questione di ordine spirituale (cf. Gc 2,14-18). Tutte le Chiese ortodosse hanno quindi il dovere di mostrarsi solidali e di organizzare in modo efficace il loro aiuto ai fratelli bisognosi.
6. La santa Chiesa di Cristo, nel suo corpo cattolico che comprende molti popoli, pone in primo piano il principio della solidarietà umana e approva una più ampia collaborazione dei popoli e degli stati per la risoluzione pacifica dei conflitti.
7. La crescente imposizione all’umanità di uno stile di vita sempre più consumistico, privo di qualsiasi appoggio sui valori morali cristiani, preoccupa la Chiesa. In questo senso, il consumismo combinato con la globalizzazione secolarizzata tende a condurre i popoli alla perdita delle loro radici spirituali, della loro memoria storica e alla dimenticanza delle tradizioni.
8. I media sono spesso controllati dall’ideologia della globalizzazione liberale e promuovono un’ideologia di consumismo e immoralità. I casi di trattamento irrispettoso, persino blasfemo, di valori religiosi, provocando discordie e rivolte nella società, suscitano una particolare inquietudine. La Chiesa mette in guardia i suoi fedeli dal pericolo della manipolazione delle coscienze attraverso i media, della loro utilizzazione non per avvicinare gli uomini e i popoli, ma per manipolarli.
9. Nella diffusione della sua dottrina e nel compimento della sua missione salvifica a favore dell’umanità, la Chiesa si trova sempre più davanti a manipolazioni dell’ideologia della secolarizzazione. La Chiesa di Cristo nel mondo è invitata a esprimere e mettere in primo piano la sua testimonianza profetica al mondo, basandosi sull’esperienza della sua fede e ricordando così la sua vera missione verso il popolo, «proclamando» il regno di Dio e coltivando la coscienza dell’unità del suo gregge. In questo modo le si aprono davanti ampie prospettive, perché è in quanto elemento essenziale del suo insegnamento ecclesiologico che essa presenta a un mondo in frantumi la comunione e l’unità eucaristica.
10. La volontà di una crescita costante del benessere e il consumismo sfrenato comportano inevitabilmente un uso sproporzionato delle risorse naturali e il loro esaurimento. Il mondo, creato da Dio per essere coltivato e custodito dall’uomo (cf. Gen 2,15), subisce le conseguenze del peccato umano: «La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,20-22). L’attuale crisi ecologica è legata ai cambiamenti climatici e al riscaldamento della terra e obbliga assolutamente la Chiesa a contribuire, con i mezzi spirituali di cui dispone, alla protezione della creazione di Dio dagli effetti dell’avidità umana. L’avidità di soddisfare i bisogni materiali conduce all’impoverimento spirituale dell’uomo e alla distruzione dell’ambiente. Non bisogna dimenticare che la ricchezza naturale della terra non è proprietà dell’uomo, ma del Creatore: «Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo con i suoi abitanti» (Sal 24,1). Perciò la Chiesa ortodossa sottolinea la necessità di proteggere la creazione di Dio coltivando il senso di responsabilità verso l’ambiente, che è dono di Dio, scoprendo il valore delle virtù della frugalità e della moderazione. Dobbiamo ricordarci che non sono solo le generazioni attuali ad aver diritto alle ricchezze naturali che ci sono state donate dal Creatore, ma anche quelle future.
11. Per la Chiesa ortodossa, la facoltà di studiare scientificamente il mondo costituisce un dono di Dio all’uomo. Ma, al tempo stesso, essa sottolinea i pericoli insiti nell’uso di determinati progressi scientifici. Secondo la Chiesa, lo scienziato è libero non solo di fare ricerche, ma anche di porvi un termine quando sono violati i principi cristiani e umani (Paolo: «Tutto mi è lecito, ma non tutto giova», 1Cor 6,12; e Gregorio il Teologo: «Il bene non è più bene se i mezzi sono cattivi», Or. theol. I, 4: PG 36,16C). Questo punto di vista della Chiesa si rivela a vari titoli indispensabile per delimitare correttamente la libertà e valorizzare i frutti della scienza, riguardo alla quale si prevedono successi, ma non privi di pericoli, praticamente in tutti i campi, specialmente in quello della biologia. Noi sottolineiamo al tempo stesso il carattere incontestabilmente sacro della vita umana, dal suo concepimento alla sua morte naturale.
12. In questi ultimi anni si registra uno sviluppo folgorante delle bioscienze e della biotecnologia a esse collegata, con numerosi successi, considerati in gran parte benefici per l’umanità, mentre alcuni pongono dilemmi di natura morale o devono essere rigettati. La Chiesa ortodossa afferma che l’uomo non è semplicemente un insieme di cellule, tessuti e organi e che non è determinato unicamente da fattori biologici. L’uomo è creato a immagine di Dio (cf. Gen 1,27) e bisogna trattarlo con il rispetto che gli è dovuto. Il riconoscimento di questo principio fondamentale induce a concludere che, sia nel corso delle ricerche scientifiche sia durante l’applicazione pratica delle nuove scoperte e invenzioni, bisogna salvaguardare il diritto assoluto di ogni persona umana a essere trattata con rispetto in ogni fase della sua vita e la volontà di Dio, così come è stata rivelata nella creazione. La ricerca deve tener conto dei principi morali e spirituali della vita e dei valori e costumi cristiani. Bisogna mostrare il rispetto indispensabile anche a tutta la creazione di Dio, sia nel suo uso da parte dell’uomo sia nel corso della ricerca, seguendo il comandamento che Dio le ha dato (cf. Gen 2,15).
13. In quest’epoca di secolarizzazione appare specialmente la necessità di esaltare l’importanza della santità della vita nell’ottica della crisi spirituale che caratterizza la civiltà moderna. La confusione fra libertà e vita licenziosa porta all’aumento della criminalità, alla distruzione e alla profanazione dei santuari e alla scomparsa del rispetto per la libertà del prossimo e per la sacralità della vita. La tradizione ortodossa che si è formata attraverso l’esperienza concreta delle verità cristiane è portatrice di spiritualità e di morale ascetica, che bisogna esaltare e promuovere specialmente ai nostri giorni.
14. La speciale cura pastorale della Chiesa per la gioventù e per l’infanzia prosegue instancabilmente, avendo come scopo la loro educazione in Cristo. L’estensione della responsabilità pastorale della Chiesa all’istituzione divina della famiglia va da sé, essendosi sempre e necessariamente basata sulla santità del sacramento del matrimonio cristiano come unione di un uomo e di una donna che rappresenta l’unione fra Cristo e la sua Chiesa (cf. Ef 5,32). Questo è particolarmente attuale di fronte ai tentativi di legalizzare in alcuni paesi e di giustificare teologicamente in alcune comunità cristiane forme di coabitazione che contraddicono la tradizione e la dottrina cristiane.
15. Nella nostra epoca, come in ogni epoca, la voce profetica e pastorale della Chiesa si rivolge al cuore dell’uomo e lo esorta, con l’apostolo Paolo, a scegliere e praticare «quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato» (Fil 4,8), l’amore sacrificale del suo Signore crocifisso, l’unica strada verso un mondo di pace, di giustizia, di libertà e di amore fra gli uomini e i popoli.

‘misericordia’ non è ‘fare la carità’

Il valore profetico della misericordia (di J. Moltmann)

Vi sono strutture della misericordia? Finora abbiamo considerato la misericordia, secondo il suo contenuto letterale, solo nella pietà personale e spontanea verso i bisognosi. Ma la misericordia funziona solo nell’ambito personale? Il vescovo brasiliano dom Hélder Câmara una volta ha detto: «Quando provavo pietà per i poveri, mi si lodava e mi si chiamava santo. Quando chiedevo pubblicamente perché i poveri sono tali, mi si insultava e mi si chiamava comunista». Se vi sono leggi inumane e strutture asociali, vi sono anche leggi umanamente giuste e strutture socialmente eque. Dunque vi sono anche strutture misericordiose o meno.

Le prime comunità cristiane non affrontavano la povertà solo individualmente come il “samaritano misericordioso”; praticavano la nota comunione dei beni protocristiana che ancora oggi vige negli ordini cristiani dei monaci e delle suore: «Non c’era infatti tra loro alcun bisognoso» (Atti, 4, 34). La comunità originaria di Gerusalemme aveva ordinato persino «sette assistenti ai poveri» (Atti, 6, 3) che si prendevano cura di vedove e orfani privi di diritti e indifesi. A quanto pare alcune comunità si prendevano cura non solo dei propri poveri, ma — come constatavano i contemporanei ammirati — anche di vedove e orfani dell’intera città. In entrambi gli istituti riconosciamo le radici cristiane della solidarietà.

La solidarietà qui si può riconoscere come fedeltà comunitaria: non lasciamo che nessuno cada, ma ci preoccupiamo di tutti quelli che appartengono a noi. Ma vediamo anche una solidarietà aperta verso tutti i miseri della città o della società. Di fronte alle chiese medievali sedevano sempre molti mendicanti in modo che i pii fedeli potessero esercitare verso di loro le buone opere di misericordia e raccogliere per sé un tesoro nei cieli. Certo, nelle società medioevali vi erano anche fratellanze per compiere le sette opere di misericordia. Anche se gli uomini oggi non credono più nei cieli, si sentono “bene” quando sono “benevoli” e fanno offerte alla Caritas. Dalla Riforma non vi sono più mendicanti di fronte alle chiese evangeliche. I cristiani protestanti non sono allora più misericordiosi perché credono alla giustificazione solo per fede e non mediante opere buone? No. La Riforma è stata nelle città una riforma non solo della Chiesa, ma anche della società. A partire dalla Riforma i diaconi hanno assunto il compito dell’assistenza ai poveri e ai malati, preparando in questo modo per la società la via verso lo Stato sociale.

La legislazione sociale di Bismarck era orientata al modello Erbenfeld, creato dalla comunità olandese-riformata. Il barone von der Heydt è stato il mediatore di questi primi inizi di Stato sociale in Germania. Max Weber ha certo enunciato la tesi per cui il calvinismo avrebbe ispirato il capitalismo, ma ciò è storicamente falso. Si potrebbe dire ugualmente che il calvinismo abbia ispirato attraverso il diaconato il socialismo e attraverso l’ordinamento ecclesiale presbiteriano-sinodale la democrazia. La pietà personale porta logicamente verso strutture di misericordia. Entrambe le Chiese nel corso del XIX secolo hanno sostenuto nei territori tedeschi il movimento cooperativo e fondato esse stesse molte cooperative in campagna e in città per combattere povertà e disoccupazione. Se ci si unisce autonomamente in cooperative, si diventa forti.

L’alternativa alla povertà non è la ricchezza, l’alternativa a povertà e ricchezza è la comunità. Quando sentiamo la parola misericordia, pensiamo solitamente all’uomo misericordioso, non all’uomo misero. Come si sentono i poveri che sono rimessi ai buoni doni dell’uomo misericordioso? Come si sentono i disoccupati e senzatetto che dipendono dalle mense e da un luogo caldo nelle chiese? Se la misericordia viene dall’alto verso il basso, essi si sentono doppiamente umiliati. Dare è un bene, accettare è più difficile. Per questo appartiene alla pietà sempre anche il riconoscimento della dignità dell’uomo e il rispetto di fronte all’amore di sé del bisognoso. L’aiuto migliore è “aiutare ad aiutarsi”. L’«opzione primaria per i poveri» latino-americana (Medellin 1968) è buona per coloro che non sono poveri e non è dunque un’«opzione dei poveri». Infatti i poveri non hanno optato per la povertà, ne sono prigionieri e cercano una via per uscire dalla povertà verso una vita buona e in comune. I poveri sono tali solo in confronto ai ricchi, non lo sono in sé e sotto altri aspetti; essi hanno doti ed energie proprie che vogliono essere risvegliate e mobilitate. I poveri non vogliono — come tutti noi — essere richiamati a ciò che non hanno, ma essere riconosciuti in ciò che sono. Per questo hanno bisogno non solo di misericordia, ma anche di solidarietà umana, e la sperimentano in una comunità umana solidale.

Cos’è e come funziona una comunità umana solidale? La misericordia viene dal cuore ed è — come mostra la parabola del buon samaritano — personale, spontanea e momentanea. La solidarietà è invece senso civico e fedeltà comunitaria ed è sociale, istituzionale e duratura. In una comunità solidale vi è la partecipazione pubblica di tutti e la suddivisione del bene comune per ciascuno. Fiducia e affidabilità, diritti e doveri qualificano la vita. Il modello cristiano non è nel samaritano misericordioso, ma nella comunione dei beni protocristiana. Il moderno Stato sociale europeo è una conseguenza della solidarietà organizzata tra forti e deboli, sani e malati, giovani e anziani. Lo Stato sociale trasforma i poveri, i malati, gli anziani da oggetti di pietà a soggetti di diritti ed esigenze: l’assicurazione sociale, l’assicurazione previdenziale, le pensioni di anzianità. Tutto ciò è qualcosa di più che «misericordia strutturale» (Wolfgang Thierse); è fondato sugli universali diritti umani e civili ed è piuttosto solidarietà strutturale.

Lo Stato moderno di diritto non si occupa solo di coloro i quali sono «incappati nei briganti», si sforza anche di eliminare rapine e omicidi e di socializzare i briganti. E se il moderno Stato sociale diventa anche ecologico, può dare forma a misericordia e solidarietà con animali e piante e con la terra intera. Quanto più vengono utilizzate energie rinnovabili e l’industria si converte da waste-making industry in recycling industry, tanto meglio sarà per l’intero ecosistema della terra, patria di noi tutti. Diventano così superflue misericordia e pietà? No. La misericordia è l’anima della giustizia sociale. Senza una cultura della misericordia va perduta la motivazione alla base di una legislazione sociale. L’etica della pietà verso i deboli, i malati e gli anziani deve essere oggi difesa contro la freddezza sociale del neoliberalismo; infatti solo un’etica universale della pietà può giustificare le leggi sociali e non solo deplorare individualmente l’omissione di soccorso, ma anche punirla. Anche negli Stati sociali la misericordia personale è necessaria. La Caritas nella Chiesa cattolica e il Diakonische Werk in quella protestante sono irrinunciabili in Germania.

Anche se la rete sociale dell’assistenza statale intercetta i bisogni più acuti, vi sono molti disoccupati e senzatetto, malati e anziani di cui nessuno si preoccupa. Come mostra l’esperienza, le leggi sociali hanno sempre delle falle perché la vita è irregolare. Nelle agenzie sociali predomina spesso il sospetto per la frode invece del rispetto per la dignità umana dei bisognosi. La misericordia apre la comunità solidale nazionale ai perseguitati e ai profughi, per quanto sia possibile e ragionevole. Per questo Papa Francesco è stato a Lampedusa. La misericordia è, per così dire, il vertice missionario di uno Stato sociale aperto. Infine, la misericordia diventa fonte del soccorso internazionale. Ciò è ovvio in caso di catastrofi naturali, terremoti e tsunami, come anni fa ad Haiti. In caso di catastrofi politiche come in Siria e in Iraq, in occasione di guerre civili e Stati che si disgregano, invece, per la comunità degli Stati la questione è complessa. L’Onu deve intervenire in caso di genocidio. Interi popoli, gruppi etnici e singole etnie possono infatti incappare «nei briganti», come mostrano le catastrofi umanitarie in Ruanda e Burundi.

La comunità solidale e lo Stato sociale funzionano soltanto finché il mondo morale viene connotato da solidarietà e misericordia e non dall’ideologia capitalistica dell’avidità, dell’avarizia e dell’egomania. In fondo la pietà personale non è solo necessaria, ma anche buona e bella. La pietà personale è la traduzione della misericordia divina nella nostra convivenza umana. La nostra piccola pietà consacra questa vita ed è una risonanza della grande misericordia divina. La pietà personale è incondizionata e immediata nelle attenzioni verso l’altro. La pietà personale è generosa e non calcola. La pietà personale è ovvia e dimentica di sé. La pietà personale è anche nello sdegno verso l’inumanità di certe condizioni e la spietatezza degli uomini. La pietà personale è una vita felice nel vasto spazio della misericordia di Dio.

 
 
da nicodemo.net

ma chi l’ha fatto cardinale questo qui!

card. Burke

“di fronte all’apocalisse della secolarizzazione, i veri cattolici sono chiamati al martirio”

cardinale

Il cattolicesimo sta affrontando «la peggiore crisi di tutta la sua storia», causata da «un tradimento della verità da parte di coloro che dichiarano di seguire Cristo e di essere membri della Chiesa», ed occorre che i cattolici si preparino «al martirio». Sono parole dell’ultraconservatore card. Raymond Burke, forse il più aspro “nemico” di papa Francesco, almeno tra quelli che si esprimono pubblicamente. Fino al 2014 uno dei prelati statunitensi più potenti in Vaticano, tradizionalista e ultraconservatore, poi “ridotto” dal papa a mero cardinale assistente dei Cavalieri dell’Ordine di Malta (v. Adista Notizie nn. 34, 40, 45/14; 2, 8, 14, 18, 32/15), Burke non ha perso occasione di esprimere a Francesco tutto il proprio livore nei confronti delle linee adottate, a partire dal – peraltro cautissimo – spiraglio aperto ai divorziati risposati dai due Sinodi sulla famiglia

Anche in questo caso, il bersaglio polemico di Burke è stata la questione della possibile riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati. Secondo quanto riporta Cruxnow (18/5), intervenendo il 7 maggio scorso ad un “Rome Life Forum”, incontro promosso da “Voice of the Family”, iniziativa di laici cattolici pro-life, Burke ha affermato, a partire da suggestioni dell’opera di p. John Hardon – gesuita statunitense morto nel 2000 dalla ferrea ortodossia, direttore spirituale delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta, noto per i suoi scritti sulla catechesi e l’evangelizzazione, l’ultimo dei quali porta una prefazione dello stesso Burke – che «non può accadere che la Chiesa da una parte professi la fede nell’indissolubilità del matrimonio, e dall’altra ammetta ai sacramenti persone che vivono pubblicamente violando l’indissolubilità del matrimonio». Una concessione di questo genere, ha dichiarato, sarebbe il prodotto «di una prospettiva mondana e antropocentrica».

«Il cattolicesimo – scriveva Hardon, che Burke ha citato a piene mani – soffre gli spasimi della peggiore crisi di tutta la sua storia. Se i veri e fedeli cattolici non dimostreranno lo zelo e lo spirito dei primi cristiani, se non dimostreranno l’intenzione di fare ciò che quelli fecero e di pagare il prezzo che quelli pagarono, i giorni dell’America sono contati». Lo stesso si può dire, ha aggiunto il cardinale, di tutti i Paesi «soggetti alla virulenta secolarizzazione della società, una secolarizzazione che è anche penetrata nella Chiesa». Ed una secolarizzazione che, ha spiegato, Hardon evinceva da alcuni indici inconfutabili: «la fede nella reale presenza di Nostro Signore Gesù nella Santa Eucaristia è drasticamente diminuita»; «la Messa domenicale non è più vista come un serio obbligo»; «il regolare accesso al sacramento della Penitenza è stato abbandonato da un enorme numero di cattolici»; «la generale confusione e l’errore riguardo alla legge morale… porta distruzione e morte nella vita di tanti individui e di numerose famiglie». Di qui, ha detto Burke, la necessità di chiamare i cattolici fedeli ad una «testimonianza di catechesi», sollecitandoli a «far sentire la loro voce» in opposizione a «tanta confusione sulle verità dogmatiche e morali fondamentali». Certo, ha avvertito, così facendo si incontrerà un’opposizione destinata ad esprimersi in tre forme di martirio, individuate già da Hardon: sangue, persecuzione e testimonianza; «Chi segue la verità scritta da Dio in ogni cuore umano – ha chiosato il cardinale ultraconservatore – soffrirà la persecuzione per mano di coloro che preferiscono la convenienza immediata e il piacere della menzogna, anche della più disgustosa». Ed ecco l’attacco sferrato alla parte più aperta della Chiesa: «La sofferenza è enormemente accresciuta dal tradimento della verità di coloro che pretendono di seguire Cristo e di essere membri della sua Chiesa, tra cui persino vescovi, preti e religiosi consacrati».

Burke ha anche suggerito che le istituzioni cattoliche nelle culture secolarizzate devono esser pronte a rinunciare al supporto pubblico se vogliono restare fedeli al magistero della Chiesa: «Penso per esempio alla minaccia della perdita dell’esenzione fiscale – ha spiegato – con i suoi effetti disastrosi su tanti apostolati ecclesiali, che potrebbe derivare necessariamente dalla volontà di restare fedeli alla nostra fede e alla legge morale». Si tratterebbe di un «martirio che è testimonianza quotidiana»: «accogliamo l’indifferenza, il ridicolo, il rifiuto e altre forme di persecuzione perché amiamo nostro Signore e tutti i nostri fratelli e sorelle in Lui, nella sua Santa Chiesa».

l’abbraccio dopo le critiche e l’incomprensione del passato con le Madri di Plaza di Mayo

Plaza de Mayo

l’abbraccio del Papa alla fondatrice

Marta Hebe de Bonafini, portavoce delle Madri di Plaza de Mayo, è stata ricevuta in udienza privata da Bergoglio, in passato da lei criticato per il suo atteggiamento verso la dittatura argentina

Marta Hebe de Bonafini (Wikimedia Commons)

Marta Hebe de Bonafini

L’appoggio di Papa Francesco alle Madri di Plaza de Mayo si è rinnovato con l’incontro, avvenuto ieri alla Casa Santa Marta, con la presidente Marta Hebe de Bonafini, 87 anni. La donna, durante la dittatura argentina del 1976-83, perse il figlio e la nuora, finiti nel ‘buco nero’ dei desaparecidos, oppositori del regime videliano

Secondo quanto riferisce la Radio Vaticana, l’anziana donna argentina ha parlato di un incontro “lungo” ed “affettuoso” con il Santo Padre. Durante il ministero sacerdotale e poi episcopale di Bergoglio a Buenos Aires, la Bonafini era stata tra i critici del futuro pontefice, accusato da molto di non aver fatto nulla per salvare gli oppositori.

La storia, com’è noto, ha poi dato ragione a Bergoglio, e la stessa fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo gli aveva poi scritto una lettera di scuse, riconoscendo il grande impegno al fianco degli oppositori al regime, molti dei quali da lui stesso personalmente salvati.

Incontrando la stampa a Roma, la Bonafini ha riferito alcuni passaggi della sua conversazione con Francesco, al quale ha parlato della nuova drammatica crisi economica e occupazionale che ha travolto l’Argentina. Il Papa pur avendola ascoltata con grande attenzione e partecipazione, le avrebbe però riferito di non poter recarsi al momento in visita nel suo paese natale.

un disumano dopo-Idomeni

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emergenza migranti

dopo Idomeni: ecco dove sono finiti i profughi

le foto dei campi militari dove sono state trasferite le prime famiglie dopo lo sgombero di Idomeni

migliaia di bambini e donne incinte costrette a vivere in condizioni disumane e aria irrespirabile

sono le immagini dell’ennesima vergogna d’Europa, quelle catturate da Antonio Nicolini, volontario italiano, tra i pochissimi ad essere riusciti ad entrare a Sindos, uno dei campi militari dove sono state trasferite le prime famiglie, dopo lo sgombero di Idomeni. “Sono riuscito a entrare in un momento di confusione e la situazione che ho trovato è sconvolgente” racconta Nicolini. “ A Sindos ci sono tre hangar polverosi dove l’aria è irrespirabile, c’è poca luce e ci sono appena 18 bagni per 600 persone, tra cui moltissimi bambini e diverse donne incinte.”

A Sindos ci sono tre hangar polverosi dove l’aria è irrespirabile, c’è poca luce e ci sono appena 18 bagni per 600 persone, tra cui moltissimi bambini e diverse donne incinte

Martedì scorso UNHCR aveva confermato a Vita.it che, oltre ai 34 campi formali già funzionanti, il governo greco ha adibito diversi capannoni della zona industriale di Salonicco a centri di accoglienza, che dovrebbero arrivare ad ospitare circa 8mila persone. UNHCR non aveva però ancora valutato le condizioni di questi spazi e l’ingresso in molti campi è ancora oggi vietato alle ONG, una situazione giudicata inaccettabile anche da Save the Children.

“Quando le famiglie sono arrivate nei nuovi campi, molti bambini, anche piccolissimi, hanno trovato pessime condizioni di accoglienza, con pochissimo cibo e acqua a disposizione e solo quattro servizi igienici completamente sporchi per più di 200 persone, ora destinate ad aumentare,” ha dichiarato Amy Frost, Responsabile di Save the Children in Grecia. “I nostri team di emergenza hanno distribuito aiuti in uno dei campi e hanno incontrato famiglie costrette a dormire in tende vuote su una coperta che avevano disteso sulla terra nuda. Per l’Europa del 2016 questo è assolutamente inaccettabile.

Appena arrivate nei capannoni di Sindos, le persone trasferite da Idomeni non hanno nemmeno trovato i rubinetti, installati il giorno stesso del trasferimento. “L’acqua potabile viene fornita solo in bottiglie. Il pavimento è pieno di polvere e fango e l’aria è irrespirabile. Mi sono bastati quindici minuti nel campo per uscire con un mal di testa terribile.” Racconta Nicolini. “Swiss Cross, l’unica organizzazione presente nel campo, cerca di essere ottimista, dice che le condizioni miglioreranno e probabilmente sarà così. Perché però si sono spostate tutte queste persone quando i campi non erano ancora pronti?” A peggiorare la situazione, ancora una volta la mancanza di informazioni. “Ci sono voci incontrollabili, confusione enorme e la paura che questi luoghi vengano trasformati in campi chiusi. Molte persone sono scappate, l’autostrada ieri era piena di famiglie che cercavano un passaggio, o camminavano per cercare un altro posto.”

Dal 30 maggio alla fine di luglio sulla terraferma, verrà avviato un piano di pre-registrazione, per avviare le pratiche di richiesta asilo, ricongiungimento familiare e ricollocamento (accessibile solamente a siriani e iracheni), aperto a tutti coloro arrivati in Grecia prima dell’accordo Europa-Turchia dello scorso marzo. E mentre l’UNHCR ha messo a disposizione dell’operazione, a supporto del Servizio di Asilo greco 130 funzionari, è chiaro che il numero non sia ancora adeguato per gestire le pratiche delle circa 50mila persone che aspettano in Grecia da mesi.

“La paura delle persone è quella di rimanere in questi campi per un tempo indefinito”, racconta Nicolini. I campi della zona industriale, che non sono ancora nemmeno mappati da UNHCR, spaventano più degli altri, sono lontano dal centro di Salonicco, lontano dagli occhi dei cittadini e dai microfoni della stampa. Qui è più facile nascondere la vergogna d’Europa, è più facile essere dimenticati. “Idomeni era un limbo, ma questo non è meglio.”

“Con un coordinamento e una gestione migliore si sarebbero potute evitare simili condizioni preparando adeguatamente i nuovi campi in tempo, invece di sottoporre queste persone a ulteriori e inutili sofferenze.” Ha dichiarato Frost. “Per molti di loro è un’ennesima terribile esperienza, dopo aver vissuto per mesi o spesso anni sotto la guerra ed essere sopravvissuti ai pericoli del viaggio verso l’Europa. Molti hanno perso ogni speranza.”

il commento al vangelo della domenica

TUTTI MANGIARONO A SAZIETA’  

commento al vangelo della domenica del ‘corpus Domini’ (29 maggio 2016) di p. Alberto Maggi:

maggi20

Lc 9,11-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Nella solennità del SS Corpo e Sangue di Cristo la liturgia ci presenta l’evangelista Luca al capitolo 9, versetti 11-17. Gesù con i suoi discepoli si è ritirato a Betsaida, fuori dal territorio Giudeo. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Le folle si sentono attratte da Gesù perché sentono nel suo messaggio la risposta di Dio al bisogno di pienezza che ogni persona si porta dentro.
Egli le accolse e prese a parlare loro del Regno di Dio. Gesù non parla loro del regno di Israele, Gesù non è venuto a restaurare il regno di Israele, ma ad inaugurare il regno di Dio, un regno senza confini perché l’amore di Dio non tollera nessuna barriera.
E a guarire quanti avevano bisogno di cure. Ecco di fronte al male, di fronte alle malattie, Gesù non ha parole di consolazione, ma azioni che curano, che eliminano questo male. Questo è un effetto del regno di Dio. Nel regno di Dio il bene e il benessere dell’uomo sono al primo posto.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono.  L’evangelista sottolinea una differenza. Mentre le folle seguono Gesù – e Gesù aveva invitato i suoi discepoli, i dodici, a seguirlo – i dodici gli sono lontani, tengono quasi un distanza di sicurezza, gli si devono avvicinare, ma gli si avvicinano per un motivo che è negativo … Dicendo … “ E l’evangelista adopera un verbo all’imperativo, quindi comanda quasi a Gesù: “Congeda (cioè manda via) la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”.
I dodici trattano Gesù quasi da sprovveduto come se non sapesse che era in una zona deserta, che non c’era da mangiare, quindi la loro preoccupazione è mandare via la gente. Non si dice che la gente si fosse stancata di ascoltare l’insegnamento di Gesù, sono i discepoli che pensano soltanto a se stessi.
Gesù disse loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Letteralmente l’evangelista scrive: “Date voi stessi da mangiare”. Il significato è duplice. Oltre a quello ovvio “procurate voi stessi da mangiare” c’è il significato “datevi voi da mangiare”. L’evangelista sta qui anticipando quello che sarà il significato dell’eucaristia, dove Gesù, il figlio di Dio, si fa pane, alimento di vita, perché quanti lo accolgono, lo mangiano e lo assimilano, siano poi capaci a loro volta di farsi pane, alimento di vita per gli altri.
Ecco però l’obiezione dei dodici.  Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare …” C’è un contrasto tra l’invito di Gesù “date”, cioè “condividete”, e la mentalità dei discepoli, “comprare”. Ancora non hanno compreso il messaggio di Gesù, della condivisione. “… viveri per tutta questa gente”, letteralmente popolo, ed è un termine dispregiativo. Gli apostoli vedono quasi con fastidio tutta questa folla che segue Gesù.
C’erano infatti circa cinquemila uomini. Perché questo numero? Perché la primitiva comunità cristiana, secondo gli Atti degli Apostoli, era composta da circa cinquemila persone. Allora l’evangelista vuole dire che questa è l’azione che costituisce la comunità.
Egli disse ai suoi discepoli: “Fateli sedere”. Mentre gli apostoli hanno usato l’imperativo “Mandali via, congedali”, Gesù risponde con un altro imperativo contrario: “Fateli sedere”, letteralmente sdraiare. Nei pranzi festivi, nei pranzi solenni, si mangiava sdraiati su dei lettucci, ma chi poteva mangiare così? I signori quelli che avevano dei servi che provvedevano a loro. Allora Gesù chiede alla comunità dei discepoli di far sì che i presenti si sentano come dei signori perché loro si mettono al loro servizio.
“A gruppi di cinquanta circa”. In questo brano del vangelo ci sono molti numeri. I numeri della Bibbia hanno sempre un significato figurato, simbolico, mai matematico o aritmetico.  Cinquanta è l’azione dello Spirito. Pentecoste è il cinquantesimo giorno, quindi cinquanta e i suoi multipli indicano l’azione dello Spirito. 
 Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Quindi tutti i partecipanti a questa azione vengono trattati come dei signori. E qui l’evangelista anticipa quelli che saranno i gesti di Gesù nell’ultima cena.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, (in comunione con Dio) recitò su di essi la benedizione, … rendere grazie, far comprendere che non si possiede più questo pane e questi pesci ma che sono un dono di Dio e i doni di Dio vanno condivisi per moltiplicare gli effetti della sua azione creatrice.
Li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. I discepoli non sono i padroni, i proprietari di questo pane, ma sono servi il cui compito è distribuire questo pane alla folla. Non sta a loro decidere chi è degno e chi no di prendere questo pane, di partecipare o no a questa mensa, il loro compito è soltanto quello di distribuire.
Risalta l’omissione di un rito molto importante nel pasto giudaico: la purificazione. Perché Gesù non chiede alla folla di purificarsi per essere degna di mangiare questo pranzo? L’evangelista anticipa quella che è la grande novità di Gesù: mentre la religione insegna che l’uomo deve purificarsi per essere degno di accogliere il Signore, con Gesù è accogliere il Signore quello che lo purifica e lo rende degno di lui.
Conclude l’evangelista: Tutti mangiarono a sazietà. Quando si condivide c’è l’abbondanza per tutti.
 E furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. E’ l’ultimo dei numeri apparso in questo vangelo. Perché dodici? Dodici è il numero delle tribù che compongono Israele. L’evangelista vuole dire che attraverso la condivisione dei pani si risolve il problema della fame. Fintanto che le persone accaparrano per sé, trattengono per sé, c’è l’ingiustizia e c’è la fame, quando quello che si ha non si considera come esclusivamente proprio ma lo si condivide per moltiplicare l’azione creatrice del Padre, si crea sazietà e abbondanza.

papa Francesco comincia a smuovere qualcosa anche tra i vescovi italiani …

Il contagio del papa. E il primo effetto sui vescovi

di Luigi Accattoli
in “www.ilblogdelregno.it” del 23 maggio 2016

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“C’è un influenza del papa argentino sui nostri vescovi? E in quale direzione?”: apre su questa pista, attraverso la sollecitazione provocata da queste due domande, l’ indagine di Luigi Accattoli sul positivo “contagio” che viene ai nostri vescovi dalle parole e dai gesti di papa Francesco. L’esempio da seguire è certamente “alto”, ma gli entusiasmi e le buone pratiche non mancano.

Se il «male è contagioso, lo è anche il bene»: è un motto di papa Bergoglio (Angelus del 15 febbraio 2015) che pongo a logo della mia seconda indagine sul contagio esercitato da Francesco. Ho riferito qui il novembre scorso delle domande che ho posto ai vicini e ai commercianti del rione Monti di Roma dove abito, e di quelle – forse più stringenti – che ho fatto a me stesso e ai visitatori del mio blog e ne è venuto un quadro sbilanciato: entusiasmo verbale ma pochi fatti (cf. «Bergoglio nel blog e nel quartiere. Qualcosa si muove ma è troppo poco», Regno-att. 10,2015,711s). Ora apro l’indagine su vescovi e preti. Parto dai vescovi: qui l’entusiasmo delle parole è minore, molto minore e spero che per compenso siano di più i fatti. Ma lo devo verificare. Questa puntata è un lancio di sasso: tornerò sull’argomento e sfrutterò l’eco che mi verrà dalla caduta del sasso.Sigalini

Resto una settimana in ogni parrocchia Nei giri per conferenze mi è capitato di ascoltare i cristiani comuni grati e lodanti per papa Francesco, con i soli preti – a volte – pieni di riserve. I vescovi che «si interrogano» mi paiono proporzionalmente più frequenti dei preti. Ma non mancano gli entusiasmi e le buone pratiche. Mi appunto a queste, più che alle parole. C’è un’influenza fattuale del papa argentino sui nostri vescovi? E in quale direzione? Il caso che m’attrae è quello di Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, e riguarda l’abitazione: «Da un paio d’anni non abito più nel palazzo vescovile ma in case varie che mi vengono messe a disposizione dai parroci o dai parrocchiani. Per 19 mesi ho così girato i 18 comuni e le due frazioni della diocesi, restando un mese in ciascuno. Volevo conoscere la geografia e la popolazione, toccare le situazioni. Ora sto facendo la stessa cosa per la visita pastorale: resto una settimana ad abitare in ognuna delle 40 parrocchie. Sempre celebro o concelebro e tengo una breve omelia ogni mattina. Posso così conoscere le persone, ascoltarle, parlare a loro con il cuore in mano. Ho trovato un mio modo per essere tra le pecore a distanza ravvicinata. Per vivere basta una stanza, dico a chi mi commisera. Tutti sono generosi nell’ospitarmi e mi trattano benissimo». Uno potrà dire: Sigalini ha buon gioco, perché Palestrina è una piccola diocesi. È verissimo: sede suburbicaria, cioè sotto l’Urbe, con appena 114.000 abitanti.

BrambillaMa ho trovato un’analoga uscita verso le pecore nel vescovo di una grande diocesi: Franco Giulio Brambilla, di Novara: 564.000 abitanti in un territorio vastissimo. Brambilla, avendo appena concluso il Sinodo diocesano, ha avviato una visita pastorale «residenziale» che prevede una sua permanenza di due mesi – 60 giorni distribuiti in tre periodi – in ciascuno degli otto vicariati, in modo da incontrare gli operatori pastorali, tutti i preti e i laici che lo chiedono, i responsabili e gli animatori delle unità pastorali. «Una scelta – mi dice Franco Giulio – mirata alla conoscenza diretta, in loco, delle singole realtà e delle singole persone». Conosco da tanto tempo sia Sigalini sia Brambilla e ne tiro la conclusione che un vescovo secondo il cuore di papa Francesco cerca di fiutare le pecore, sia che ne abbia poche sia che ne abbia tante. Analoga a quella di Sigalini, per quanto riguarda l’abitazione e la celebrazione del mattino, è la scelta del nuovo arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: alloggia in una casa del clero in via Barberia – dove ha un piccolo appartamento nello stesso piano già abitato da tre vescovi ausiliari emeriti – e celebra tutte le mattine, con omelia, all’altare del Sacramento in Cattedrale.

Zuppi
L’abitazione e la messa con omelia Al posto di Zuppi, nel settore Centro di Roma, è stato chiamato don Gianrico Ruzza, già parroco di San Roberto Bellarmino, la chiesa romana di cui il cardinale Bergoglio era titolare: egli si propone di cercare un alloggio che lo tenga a contatto con la popolazione e va studiando come poter guardare da vescovo ausiliare al mondo dei giovani. Vedremo che cosa inventerà. Il settore Centro è anche il mio e io ero buon amico di Zuppi e già lo sono di Ruzza, che una volta mi chiamò a San Roberto a parlare proprio di papa Francesco e già mi ha interpellato sull’avvicinamento dei giovani. Sulla falsariga delle iniziative papali, don Ruzza aveva avviato nella sua grande parrocchia un servizio docce e una mensa per i senzatetto. Per casa e messa feriale, molto simile alla scelta di Zuppi è quella del nuovo arcivescovo di Trento Lauro Tisi, già vicario generale della stessa arcidiocesi: «Resterò ad abitare dove sono ora», ha detto il giorno della pubblicazione della nomina, cioè in una casa del clero. Don Tisi ha deciso anche di tenersi la sua utilitaria, senza cercare un’auto di rappresentanza; e di celebrare ogni mattina – con omelia – per gli universitari, nella cappella dell’arcivescovado. Per la sola casa va anche nominato il vescovo di Cesena-Sarsina, Douglas Regattieri, che sta realizzando una trasformazione della sua residenza per aprirla a una «casa famiglia» della Comunità papa Giovanni XXIII e lo sta facendo con esplicito riferimento agli inviti di Francesco alla condivisione con i poveri e all’accessibilità, cioè all’opportunità che il vescovo sia sempre accostabile da parte di chi lo cerchi. Il modo e il luogo dell’abitare e l’omelia mattutina mi paiono gli elementi sensibili di questa miniindagine. Se li annoti chi volesse aiutarmi con segnalazioni. Chiedo infatti a chi mi legge di darmi una mano per allargare il campo di osservazione, indicandomi vescovi nostri che si sono posti fattivamente sulle orme del primate d’Italia.
Non vorrei il titolo di eccellenza Mi interessano ovviamente anche altri aspetti del contagio. Fino a qui ho nominato vescovi con i quali ho parlato e dunque sono sicuro di quello che ho scritto. Ma ho letto tanti altri segni del contagio bergogliano tra i nostri vescovi, che riferisco sommariamente dalla lettura dei giornali, o di siti Internet, o da sentito dire, che sono tutte fonti fallaci. Il cardinale Francesco Montenegro di Agrigento gira in vespa e parla dei migranti con lo stesso linguaggio evangelico del papa. Lo faceva già prima che arrivasse papa Francesco, ed è forse per quella vicinanza di linguaggio e gesti che è stato fatto cardinale. E lui ha voluto un gruppo di poveri alle «visite di calore» il giorno dell’investitura. Analoga la parabola del cardinale Edoardo Menichelli, che conosco dal vivo e che sempre è andato in giro con un’utilitaria che guida da solo. Da sempre don Edoardo parla delle famiglie ferite con lo stesso scrupolo dell’accompagnamento che oggi viene comandato dal papa venuto dalla fine del mondo.

Cipolla Il nuovo vescovo di Padova Claudio Cipolla da solo, con la sua piccola automobile, percorre la vastissima diocesi per incontrare a uno a uno tutti i 774 preti, nonché i religiosi e i laici che vogliono parlargli.
Vende Opel Astra e realizza un dormitorio CastellucciIl recente arcivescovo di Modena, Erio Castellucci, ha con sé in arcivescovado una famiglia di immigrati albanesi e rifiuta ogni cerimonia. «Non vorrei per me, se possibile, la qualifica di eccellenza e preferirei essere chiamato per nome», ha detto nell’omelia di ingresso. Sarei curioso di sapere come funziona questa spoliazione dai titoli, già tentata da tanti a partire dal cardinale Pellegrino all’indomani del Concilio, ma che attacca più in America Latina che da noi. Il cardinale Bergoglio a Buenos Aires era per tutti «padre Jorge», mentre qui da noi sono solo gli amici di prima che continuano a chiamare per nome chi diventa vescovo, anche se l’eletto preferirebbe che lo facessero tutti. Mi piacerebbe anche sapere come va, nella vita ordinaria, ai nuovi vescovi degli ultimi mesi che hanno voluto un pastorale di legno (Roberto Carboni, francescano conventuale già missionario a  Cuba e ora vescovo di Ales-Terralba); o hanno annunciato che volevano continuare a vivere in una comunità di preti e non isolati in episcopio (Renato Marangoni, prete padovano divenuto vescovo di Belluno); o hanno venduto l’automobile Opel Astra che gli era stata regalata al momento dell’ingresso in diocesi, destinando il ricavato alla realizzazione di un dormitorio per senzatetto (Luigi Renna vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano). Il dono aveva acceso polemiche e altrettante ne ha scatenate la vendita. Morale: un vescovo non deve badare alle polemiche. Che ne è stato della «condivisione degli stipendi» proposta due anni addietro dal cardinale Gualtiero Bassetti ai dipendenti della curia di Perugia, «affinché chi prende di più si adatti per un motivo etico e di carità a ricevere meno in questo momento di difficoltà economiche»?

BregantiniCom’è finita l’autotassazione del clero di tutta Italia per costituire un fondo a sostegno dell’occupazione giovanile di cui parlò una volta l’arcivescovo Giancarlo Bregantini?
Appena ti muovi ti tirano le pietre Non sono pessimista sul contagio che viene ai nostri vescovi dalle parole e dall’esempio del papa. Tengo in conto le difficoltà a seguirlo, che forse sono maggiori in un piccolo ambiente, o comunque non minori. Appena ti muovi ti tirano le pietre: vuoi metterti in mostra, getti cattiva luce sul predecessore, cerchi un cardinalato fuori dalle regole. Sulla difficoltà di seguire il papa nella sua vicinanza alle pecore valga questa riflessione del cardinale Betori quando l’ebbe ospite in Firenze il novembre scorso:

Betori «Gli sono stato dietro tutto il giorno e ho ammirato la sua dedizione verso tutti, dai bambini agli anziani, ai poveri, ai malati, ai detenuti. La gente non fa fatica a voler bene a un uomo così, ma certo il problema è per noi pastori che abbiamo questo alto esempio da seguire».
www.luigiaccattoli.it

Quando si innalza un muro è come se si dichiarasse guerra. A un popolo. All’umanità intera

non passa lo straniero?

editoriale di Mosaico di pace – maggio 2016 – 
http://www.mosaicodipace.it
Renato Sacco – coordinatore nazionale di Pax Christi

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“(…) Quando si innalza un muro è come se si dichiarasse guerra. A un popolo. All’umanità intera, che ha diritto a vivere in pace al di là del luogo in cui si è nati. E che dire del principio inviolabile del ripudio della guerra, (esiste ancora!) sancito nell’articolo 11 della Costituzione italiana, ridotto a brandelli?
Sì, perché oggi le guerre non si dichiarano, si fanno e basta. (…)
Guerre che si fanno anche con i muri. Come se veramente gli stranieri fossero invasori, come se veramente potessimo credere che la sicurezza dipenda dal trincerarci tra fili spinati a destra e a manca. Come se si potesse interrompere questo esilio forzato di gente senza nome né volti senza fermare subito il commercio delle armi, in Paesi in guerra o in altri Stati che fanno da tramite.

muro1 E continuiamo a concludere ben più che redditizi accordi con il Qatar (dove ci saranno i mondiali di calcio nel 2022) o a inviare missili in Kuwait. Anche al Brennero, ora, si vuol costruire un muro. Stessi luoghi, stesse guerre, stesse retoriche. E spesso in nome di radici cristiane dell’Europa! E perché non ripartire proprio dal Brennero per indicare strade nuove? Pensiamoci.  (…)  Insomma, dal non passa lo straniero della prima guerra mondiale ai ghetti della seconda… sino ai muri della terza? No! Noi non ci stiamo.  Non ci resta, che resistere, sempre. Anche alle guerre non dichiarate. “

sull’omofobia cosa sta cambiando nella chiesa?

Omofobia

cosa cambia nella Chiesa

tra resistenze ed “effetto Francesco”

intervista a Innocenzo Pontillo

a cura di Giampaolo Petrucci
in “Adista” – Notizie

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un vescovo un giorno mi ha detto: «Ho sempre ricevuto e letto con attenzione le lettere dei gruppi di credenti omosessuali, ma non potevo fare nulla per loro. Solo oggi papa Francesco mi sta mettendo in condizione di poter rispondere concretamente a queste sollecitazioni»

Per il decimo anno consecutivo, dal Nord al Sud Italia, passando per Torino, Sanremo, Genova, Firenze, Cagliari, Roma, Siracusa e Palermo, e poi anche in Spagna, in luoghi chiave della cattolicità a Barcellona e Siviglia, le settimane a ridosso della Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia istituita nel 2007 dall’Unione Europea per il 17 maggio – nello stesso giorno del 1991, l’Oms cancellava l’omosessualità dalla sua classificazione internazionale delle malattie mentali – sono state animate da una lunga serie di veglie di preghiera in ricordo delle vittime e dell’intolleranza omofobica, fiaccolate, serate musicali, culti domenicali, ecc. intorno al versetto del Vangelo di Giovanni: «Amatevi come io vi ho amato». Eventi promossi dagli storici gruppi di cristiani Lgbt italiani presso luoghi di culto delle Chiese cristiane valdesi o metodiste ma – questo il dato in crescita – anche presso parrocchie cattoliche. In alcuni casi, a farsi carico dell’organizzazione degli eventi sono stati proprio i parroci che accompagnano il percorso spirituale dei fedeli gay della propria parrocchia, ma anche commissioni e gruppi di quelle diocesi che negli ultimi anni hanno promosso una riflessione pastorale introno al rapporto tra fede e omosessualità. Le persone omosessuali e transessuali ancora vivono in condizioni di drammatica emarginazione e discriminazione nella società e nella comunità religiosa, si legge il 17 maggio sul portale del Progetto Gionata, che racconta quanto si muove a livello nazionale nel mondo lgbt credente. «Eppure in questi anni sono cambiate molte cose. Soprattutto è cambiato il modo in cui le Chiese affrontano e riflettono su questi argomenti: dieci anni fa, in occasione delle prime veglie, in Italia le chiese cattoliche si rifiutavano di ospitarle, mentre forti discussioni si accesendevano sull’opportunità di accoglierle anche in ambito evangelico. Le veglie allora erano tenute quasi in segreto, evitando di pubblicizzarle troppo. Parlare di certi argomenti era quasi un tabù nella società e sopratutto nelle nostre chiese. In questi ultimi anni invece sono tante le comunità cristiane che hanno deciso di organizzare questi momenti di preghiera e di riflessione insieme ai gruppi di cristiani Lgbt». A margine delle veglie 2016, abbiamo scambiato alcune parole con Innocenzo Pontillo, animatore storico del portale Progetto Gionata e coordinatore del gruppo Kairos di cristiani omosessuali di Firenze. Raccontaci il tuo 17 maggio. A Firenze, 10 anni fa, è nata la prima veglia per ricordare le vittime dell’omofobia in seguito al suicidio di un ragazzo vittima di bullismo omofobico. Quest’anno, proprio il 17 maggio, per la decima volta, il gruppo Kairos ha organizzato un momento di sensibilizzazione contro discriminazione e omotransfobia insieme ad altre realtà, tra cui Libera, Pax Cristi, Samaria, Progetto Gionata, Ives di Pistoia, la Parrocchia della Madonna della Tosse di Firenze, la Comunità di base delle Piagge, l’altracittà giornale della periferia, la Sezione di Firenze degli Scout laici della Cngei, Delegazione Finisterre, la Chiesa evangelica valdese e la Chiesa vetero cattolica di Firenze. Insieme abbiamo organizzato una fiaccolata, partita dalle periferie geografiche della città, ma anche da quelle simboliche delle nostre vite, e giunta nei luoghi simbolo del centro (piazza Duomo, Piazza S. Marco, Piazza Ognissanti, Piazza Strozzi). Con la luce della nostra testimonianza abbiamo voluto illuminare la notte della nostra città e ricordare che ognuno di noi può essere “luce nel mondo”. Le testimonianze che costituivano il cuore della fiaccolata lasciavano senza parole e in profondo silenzio il pubblico incontrato lungo il tragitto. Sul sito di Kairos, kairosfirenze.wordpress.com, si possono vedere foto della fiaccolata e della veglia. La Giornata contro la violenza omofobica sembra unire molte persone e comunità di diversa estrazione…

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A Firenze, per esempio, la fiaccolata ha visto la partecipazione di laici cattolici ed evangelici, suore e religiosi, associazioni e anche parrocchie, e si è poi conclusa poi con una veglia nel tempio valdese. La veglia fiorentina è ospitata ogni anno, a rotazione, da una comunità cristiana diversa, ora cattolica, ora evangelica. Perché sempre più parrocchie accolgono le veglie? Cosa è cambiato con il pontificato di Francesco? C’è da dire che già dalla seconda edizione dell’iniziativa, molte comunità parrocchiali hanno ritenuto scandaloso che si negasse a dei credenti un luogo in cui pregare, solo perché omosessuali. Con l’arrivo del nuovo papa i vescovi si sono divisi in due: una maggioranza che ha rinunciato a sanzionare le parrocchie che ospitano le veglie; altri invece hanno voluto ribadire con forza la loro contrarietà, sopratutto nel Nordest. Le parole di ascolto e misericordia di papa Francesco non hanno convertito i cuori di alcuni vescovi, spesso condizionati da altre convenienze e logiche. Il caso di Genova è esemplare: lo scorso anno il card. Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, ha vietato a una parrocchia della sua diocesi di accogliere una veglia, sollevando un grande movimento di protesta all’interno della Chiesa locale. Quest’anno, prudentemente, ha evitato ulteriori gesti eclatanti ed anzi ha inviato un suo delegato alla veglia genovese. Questo cambiamento di atteggiamento è dovuto anche alle reazioni di quel popolo di Dio cui papa Francesco ha dato nuova dignità, al cui sensus fidei il papa invita giustamente a guardare perché è lì che oggi spesso il Vangelo dà risposte vive e palpitanti. L’impressione, a volte, è che le veglie si fanno nelle parrocchie cattoliche perché lì c’è un prete “illuminato”, che opera senza un coordinamento, e spesso anzi in contrasto con le gerarchie locali e nazionali. Se non ci fosse l’iniziativa personale di alcuni parroci o suore si farebbe molta fatica a rintracciare il timido cambiamento in corso nella Chiesa italiana. Sono ancora pochi i vescovi che si stanno interrogando su questo tema, basti pensare alle difficoltà del Sinodo a discutere serenamente di accoglienza delle persone Lgbt. Comunque il Sinodo ha aiutato, se non a offrire soluzioni, almeno a mettere in luce il tema. E così, ora, alcuni vescovi stanno cominciando a incontrare i gruppi di credenti omosessuali e i loro genitori, per capire meglio le difficoltà che incontrano concretamente. 

Monsignor Krysztof Charamsa, 43 anni, il teologo che ha fatto coming out, con il suo compagno Eduard alla fine della conferenza stampa in corso a Roma, 3 ottobre 2015. ANSA/ LUCIANO DEL CASTILLO

Monsignor Krysztof Charamsa, 43 anni, il teologo che ha fatto coming out, con il suo compagno Eduard alla fine della conferenza stampa in corso a Roma, 3 ottobre 2015. ANSA/ LUCIANO DEL CASTILLO

Uno di loro un giorno mi ha detto: «Ho sempre ricevuto e letto con attenzione le lettere dei gruppi di credenti omosessuali, ma non potevo fare nulla per loro. Solo oggi papa Francesco mi sta mettendo in condizione di poter rispondere concretamente a queste sollecitazioni». Insomma, il processo di dialogo con le gerarchie è ancora agli albori ed è tutto da inventare, percorrendo spesso strade inesplorate. Un passo avanti e due indietro? L’Amoris Laetitia non è stata accolta con grande entusiasmo dal mondo gay credente… È stato troppo grande lo scarto tra la discussione sul tema dell’accoglienza delle persone omosessuali, che pure c’è stata nel popolo di Dio, e le risposte impacciate del Sinodo. A dirla tutta al Sinodo è stata palpabile la difficoltà di molti vescovi di parlare di questo tema, argomento ancora tabù per molti di loro. Nell’Amoris Laetitia papa Francesco si è limitato a registrare le poche generiche parole scaturite dal Sinodo, lasciando però aperta la porta nella Chiesa alla ricerca e alla sperimentazione di nuove risposte. Cosa che sta creando anche situazioni contraddittorie: ad esempio, nella Diocesi di Torino è nato il progetto “Alla luce del sole” dell’equipe Fede&Omosessualità, sotto la supervisione dell’incaricato vescovile per l’accompagnamento delle persone omosessuali cristiane. L’équipe ha poi organizzato, presso una parrocchia torinese, la veglia del 7 maggio, che ha inaugurato il lungo cammino delle veglie che si concluderà il 31 maggio. Al tempo stesso però dentro alcune strutture diocesane torinesi c’è anche un gruppo di Courage, che propugna invece l’accoglienza delle persone omosessuali nella Chiesa solo se rinunciano alle relazioni affettive e vivano nel nascondimento di ciò che sono. L’enfasi di Francesco sulla prassi pastorale può essere interpretato come un escamotage per
aggirare la dottrina della Chiesa, senza modificarla, lasciando che il cambiamento si imponga di fatto a livello locale? Credo che questo sia l’invito di Papa Francesco: una sfida per la Chiesa locale che non sarà esente da passi falsi. Edith Warton diceva: «Ci sono due modi per diffondere la luce: essere la candela, o lo specchio che la riflette». Quindi se davvero Cristo è la nostra candela, è nostra responsabilità esserne lo specchio e permettere a questa luce di arrivare anche a chi si è sentito rifiutato, emarginato, “sbagliato”. Oggi la Chiesa locale si pone la domanda: come essere “specchio”, anche per le persone Lgbt? Come cattolici non abbiamo ancora una risposta, ma finalmente siamo di nuovo in cammino per cercarla. È forse giunto il tempo, per la Chiesa, di farsi compagna di viaggio di chi bussa alla sua porta?

basterebbe poco per salvare il mondo dei disperati

l’Onu «bacchetta» i Grandi

l’1% delle spese militari per affrontare le crisi globali 

di Lucia Capuzzi
in “Avvenire”

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Non è retorica. È aritmetica. Per affrontare così tante crisi umanitarie in corso sono necessari – in base ai calcoli delle Nazioni Unite – 240 milioni di dollari l’anno. Un traguardo tutt’altro che impossibile: la cifra rappresenta solo l’1 per cento delle attuali spese militari mondiali. A ricordarlo ai 57 capi di Stato e di governo e quasi 6mila delegati riuniti a Istanbul per il Primo summit umanitario è stato ieri Ban Ki-moon. Il segretario generale, promotore dell’iniziativa, si è detto «orgoglioso» dei risultati della conferenza. Devo, però – ha aggiunto – esprimere «disappunto per il fatto che alcuni leader non siano venuti, soprattutto quelli del G7, ad eccezione di Angela Merkel». Ban ha, dunque, lanciato un appello ai membri del Consiglio di sicurezza «a intraprendere passi importanti: la loro assenza non è una scusa per non fare nulla»armi1

La situazione è drammatica: 130 persone hanno necessità di assistenza per sopravvivere. E il loro numero cresce al ritmo allarmante di un milione al mese. Per far fronte all’emergenza, è urgente riformare il sistema degli aiuti in modo – afferma l’Onu – da renderlo «più inclusivo». A preoccupare, in particolare, è il proliferare di conflitti e le difficoltà nel fermare quelli in corso: come sottolinea l’Onu, l’80 per cento dei fondi devono tamponare tragedie create dall’uomo. Una vera soluzione, come ha ricordato papa Francesco nel messaggio inviato al summit, si può trovare solo mettendosi nei panni e dalla parte delle vittime. Ascoltiamo il loro pianto – ha chiesto il Pontefice –, lasciamo che ci diano «una lezione di umanità». La chiave per la riuscita del vertice – ha ribadito ieri il cardinale Pietro Parolin – è «mettersi dalla parte di quanti soffrono». In un’intervista a Radio Vaticana, il segretario di Stato – che ha guidato la delegazione della Santa Sede a Istanbul – ha sottolineato la centralità della persona umana «ma della persona umana nella sua concretezza, nella sua singolarità. Quindi la persona che soffre, la persona che si trova nella necessità».

armi2La conferenza non è stata, comunque, esente da polemiche. Il leader del Paese ospite, Recep Tayyb Erdogan, ha colto l’occasione per lanciare un nuovo affondo all’Ue. Il giorno dopo le critiche di Merkel per il giro di vite turco, il presidente ha detto di non aver ricevuto dall’Europa gli aiuti promessi per l’accordo sui profughi. E ha lanciato la sfida a Bruxelles: «Se non ci saranno progressi sulla liberalizzazione dei visti, Ankara non continuerà nell’attuazione dell’intesa sui migranti». Eloquente, pure, in tale direzione la scelta di non inserire nel nuovo esecutivo Volkan Bozkir, protagonista della recente mediazione con l’Europa.