due teologie nell’unico racconto della passione di Gesù non armonizzate

non è facile comprendere la passione

di p. José M. Castillo

in “Religión Digital” del 21 marzo 2016

Castillo

Non risulta facile comprendere quello che vediamo e viviamo ogni Settimana Santa. Perché non è facile capire per quale motivo, ogni anno e quando arrivano questi giorni, girano per le nostre strade immagini di dolore, agonia e morte, in processioni di rispetto e di devozione. E – quello che è più stupefacente – esibiamo le immagini del fallimento con troni di esaltazione trionfale, con musica gregoriana, incenso e bande di musica, grancasse e trombe. Tutto questo è l’espressione più eloquente del tentativo incomprensibile di fare, del fallimento più umiliante della vita, il trionfo sognato delle nostre più sublimi illusioni. Perché nell’ambito della religione succede quello che nessuno può immaginare negli altri settori della vita? Non so se questo fenomeno – così chiaramente contraddittorio – si verifichi, con tanta naturalezza, nella storia e nelle pratiche di altre religioni. Nel cristianesimo è un fatto, che ha una storia di secoli ed alcune radici che risalgono alle origini della Chiesa. Ed è il fatto che, comunque rigiriamo la questione, non è facile comprendere la passione di Gesù. Dove sta la chiave del problema? Negli scritti più antichi della Chiesa, nei documenti che chiamiamo Nuovo Testamento, ci sono due teologie, che non si sono integrate debitamente l’una con l’altra, ma sono state pensate e scritte indipendentemente l’una dall’altra. Ed in questioni molto decisive ci dicono cose che non sono facili da armonizzare. La prima di queste teologie (quella che è stata scritta per primo) è stata quella di Paolo (tra gli anni 45 e 55). La seconda è stata quella dei vangeli (dopo l’anno 70, fino agli anni 90). La differenza più ovvia, che si nota tra queste due teologie, è che quella dei vangeli è una “teologia narrativa”, ossia è costruita sulla base di una serie di racconti mediante i quali a noi si spiega la maniera di vivere o il progetto di vita del protagonista di tali racconti, un modesto galileo del sec. I, Gesù di Nazareth. La teologia di Paolo è una “teologia speculativa”, cioè è costruita sulla base di una serie di riflessioni religiose, che non si riferiscono più direttamente all’umile galileo che è stato Gesù, ma al Figlio di Dio, Messia e Signore nostro (Rm 1, 4), che è Cristo, il Risorto che è unito al Padre del Cielo. Detto ciò – e come è logico -, queste due teologie ci offrono due spiegazioni della passione e morte di Gesù. Secondo la teologia dei vangeli, la decisione della morte di Gesù fu presa dall’autorità religiosa (il Sinedrio: sommi sacerdoti, anziani e dottori della Legge). E questa decisione fu approvata dall’autorità politica, il prefetto dell’Impero. Il motivo della condanna a morte è stato religioso (Gesù fu accusato di essere un pericolo per il tempio, di essere e di agire come un bestemmiatore ed un delinquente); ed è stato politico (poiché il governatore ordinò di crocifiggerlo). Secondo la teologia di Paolo, Cristo morì sulla croce non per una decisione umana (una questione che Paolo non cita mai), ma perché “i peccati si espiano con il sangue”, cosa che si riferisce a Cristo che sopporta l’ira di Dio scatenata su tutti i peccatori (Rm 3, 19-20. 25).  Così sul Crocifisso ricadde il giudizio distruttore di Dio, che con la morte di Gesù condannò “il peccato nella carne” (Rm 8, 3). Questo dimostra il fatto che, per Paolo, Gesù si è fatto “maledizione” (Gal 3, 13) e “peccato” (2 Cor 5, 21) per noi. In definitiva, la teologia di Paolo viene ad essere l’accettazione del principio spaventoso che presenta la lettera agli Ebrei: “senza effusione di sangue non vi è remissione” (Eb 9, 22). Riassumendo: la passione di Gesù, secondo la teologia narrativa dei vangeli, si spiega perchè Gesù, nel quale è presente Dio e che ci rivela Dio (Gv 1, 18; 14, 9; Mt 11, 27 par), ha affrontato la sofferenza umana (malattia, povertà, fame, emarginazione, disprezzo, umiliazione, odio…).  Secondo la teologia speculativa di Paolo, la passione di Cristo si spiega perchè Dio ha avuto bisogno del “sacrificio” e dell’“espiazione” dei peccati, per redimere in questo modo l’uomo peccatore.
Ebbene, accettando il fatto che nel Nuovo Testamento si trovano queste due spiegazioni della passione e della morte di Gesù, il problema concreto che si presenta di solito, negli insegnamenti della Chiesa e nella vita dei credenti, sta nel fatto che la spiegazione della passione offerta da Paolo si è costituita, si presenta ed è richiesta alla gente che la si viva come il dogma di fede della nostra salvezza. Mentre la spiegazione della passione presentata dai vangeli viene spiegata alla gente come un criterio di spiritualità per praticare la devozione e la carità cristiana.
Certo, sappiamo che Paolo ha insistito sulla carità e sull’amore cristiano (1 Cor 13, 1-13; Gal 5, 1324; Rm 13, 8-10). Così come sappiamo che i vangeli parlano ripetutamente della fede e della salvezza. Ma si consideri che, quando Gesù parla di “salvezza”, si riferisce alla “cura delle malattie”. Cioè, nei vangeli “salvare” è rimediare alla “sofferenza”. Per questo, quando Gesù diceva a qualcuno: “La tua fede ti ha salvato”, in realtà gli diceva: “La tua salda fiducia in me ti ha curato” (Mc 5, 34; Mt 9, 22; Lc 8, 48; cf. Mc 10, 52; Mt 8, 10. 13; 9, 30; 15, 28; Lc 7, 9; 17, 19; 18, 42). E richiama l’attenzione il fatto che Gesù elogia la fede di un centurione romano (Mt 8, 5-13; Lc 7, 1-10), di una donna cananea (Mt 15, 21-28; Mc 7, 24-30) o di un lebbroso samaritano (Lc 17, 11-19), tutte persone che non avevano la fede nel Dio di Israele. Senza alcun dubbio, l’elemento centrale nella teologia di Paolo è la vittoria sul peccato. Ma, se ci atteniamo alla teologia dei vangeli, l’elemento centrale è la vittoria sulla sofferenza. Detto tutto ciò, mi azzardo a dire che, finchè questa questione non abbia la giusta ed autorevole spiegazione (ed applicazione alla vita), la Chiesa non potrà adempiere al suo ruolo ed alla sua missione nel mondo. In definitiva, con una teologia disarticolata e sgangherata possiamo solo avere una Chiesa ugualmente disarticolata e sgangherata. In altre parole, finché Paolo continuerà ad essere più decisivo di Gesù nella teologia e nella gestione della Chiesa, come Chiesa e come cristiani non andiamo da nessuna parte.
articolo pubblicato il 21.3.2016 nel Blog dell’Autore in Religión Digital

 

 

 

lo ‘stile evangelico’ e la ‘Chiesa rabdomante’ secondo Christopd Theobald

 il vangelo della “nuova” fratellanza

intervista a Christopd Theobald 

a cura di Lorenzo Fazzini in “Avvenire” 

Christopd Theobal

 

tedesco di origine, francese di adozione, Christoph Theobald è tra i più letti e citati teologi di oggi a livello internazionale, in particolare per la sua profonda e argomentata riflessione sullo “stile” evangelico come caratteristica peculiare della presenza cristiana nel mondo. È da poco in libreria Fraternità (Qiqajon, pagine 94, euro 10,00), testo nel quale sono racchiuse due conferenze nelle quali il gesuita del Centre Sèvres di Parigi esplica il senso di questa dimensione di vita. Del resto fu papa Francesco che ne evidenziò l’importanza fin dal suo affacciarsi in piazza San Pietro, il 13 marzo di tre anni fa, quando usò, nel primo saluto da pontefice, proprio il termine “fratellanza”

Nel suo saggio lei sottolinea molto la dimensione sociale del Vangelo. La Chiesa di oggi ha ben coscienza di questo aspetto del messaggio cristiano?

«Penso che sia esistita una lunga tradizione che ha messo in risalto e in atto questo legame intrinseco tra annuncio evangelico e dimensione sociale. Forse però questo aspetto è diventato più attenuato in un’altra epoca. Mi spiego meglio. In Francia, nell’Italia settentrionale, in Germania e in Austria, tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo abbiamo visto sorgere un vero cattolicesimo sociale, ad esempio sotto Pio XI e tramite la diffusione dell’Azione cattolica. Un cattolicesimo sociale la cui metodologia è stata poi condensata nel motto “vedere, giudicare, agire” coniato dal teologo belga, poi cardinale, Joseph-Léon Cardijn. È stata questa visione dell’annuncio cristiano che ha portato alla stesura della costituzione pastorale conciliare Gaudium et spes, che ha sviluppato la questione sociale del Vangelo rispetto a diversi ambiti: famiglia, economia, politica, pace… Inoltre, durante il Concilio Vaticano II sorse quel gruppo per la “Chiesa povera e dei poveri” intorno alle figure del cardinale Giacomo Lercaro e di dom Hélder Câmara, che ha poi portato alla conferenza del Celam di Medellìn, alla scelta preferenziale per i poveri, a quella teologia del popolo di cui papa Francesco è un sostenitore. Forse, come accennavo prima, nel periodo turbolento del post-concilio, un’epoca molto controversa, c’è stato un ritorno sull’identità cristiana nei Paesi del mondo occidentale sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI intorno alla liturgia e alla catechesi. Questo, forse, è avvenuto per una certa paura del relativismo. In questo senso alcune esperienze particolari, come quelle dei preti operai e più in generale del cattolicesimo sociale, sono state messe ai margini. Con Francesco invece, sia con Evangelii gaudium che con Laudato si’, il papa torna a chiedere alla Chiesa di intraprendere la strada del cattolicesimo sociale».

Lei ha citato una certa “linea” che da Lercaro arriva a Francesco. La sensibilità di questo percorso spirituale e teologico è patrimonio comune della Chiesa di oggi?

«C’è molto da fare, e ci sono resistenze. È quello che penso veramente. Credo che ciò sia presente nell’ambito laicale così come nel clero. Quello a cui chiama papa Francesco è veramente una conversione, una mutazione di sguardo. Bisogna passare da un interesse della Chiesa che possiamo definire centripeto, per cui i pastori vogliono portare le persone dentro la Chiesa, ad uno sguardo per cui la Chiesa si mette al servizio dell’avvenire del mondo, della vita, della cultura, del futuro delle nuove generazioni. Vogliamo l’una o l’altra prospettiva? Ciò che ci chiede Francesco è una conversione che si rifà all’affermazione di Gesù: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E come vorrei che fosse già acceso”. Francesco ci indica che il lavoro da fare è anzitutto di carattere spirituale».

In Fraternità lei usa un’espressione molto curiosa, quella della “Chiesa rabdomante”. Cosa significa?

«La formula può sembrare un po’ sorprendente e metaforica, ma vorrei spiegarla brevemente. L’annuncio del Vangelo non può più avvenire secondo l’ordine che chiameremmo “di impiantazione” dall’esterno. Un’altra prospettiva invece ci dice che l’annuncio del Vangelo è già preceduto dalla presenza discreta di Dio nel cuore della gente e del mondo. Il modo di essere della Chiesa deve seguire quello di Gesù che percorreva la Galilea e andava a cercare le faglie della società con un annuncio di vita che era già atteso dall’uomo e dalle donne di quel tempo. Non dobbiamo pensare alla missione come ad un annuncio volontaristico e di carattere istituzionale. Il Vangelo è già lì dove il cristiano arriva a testimoniarlo».

Può fare un esempio concreto di tutto questo?

«Prendiamo la lettera enciclica Laudato si’, quando il papa dice che la prima dichiarazione di Rio sull’ambiente è un testo profetico. Questo significa che il tratto di profetismo proprio del popolo di Dio era già presente nel profetismo del movimento ecologico, che non era cristiano. Come ben sappiamo, l’ecologia non l’ha iniziata la Chiesa, bensì è nata nell’alveo dei cosiddetti movimenti alternativi. Ebbene, la Chiesa ha trovato questo valore altrove, e da lì ha riletto la sua grande tradizione, così come la Scrittura, e ha elaborato una teologia della creazione che prima non aveva esplicitato in tutti i suoi aspetti».

Il termine “fraternità” può essere accostato al valore della misericordia, principio-guida del pontificato di papa Francesco?

«In estrema sintesi: sono diversi ma anche la stessa cosa. Il concetto di fraternità è evidentemente cristiano, ma la sua forza consiste nel fatto che nel tempo si è secolarizzato, in particolare a partire dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo che diede origine alla Repubblica francese. Ma mentre i principi di libertà e di uguaglianza possono essere normalizzati in istituzioni giuridiche, la fraternità è una sorta di trascendenza immanente sulla quale non è possibile legiferare. Al cuore delle nostre costituzioni repubblicane infatti vi sono la libertà e l’uguaglianza, mentre la fraternità è qualcosa che non può diventare legge. Ecco allora il suggerimento di papa Francesco: dobbiamo operare una “mistica della fraternità”, che ci faccia vedere in tutti, in particolare negli emarginati e negli ultimi (i poveri, i disabili, gli anziani, i bambini…) la presenza di Dio. La misericordia in tal senso diventa la fraternità che va fino in fondo. E chi è capace di questo? Dio in Gesù Cristo. “Siate misericordiosi come il Padre vostro che è nei cieli” è un compito arduo. Ma è un invito che ci spinge ad avere un cuore docile e aperto».

il filosofo amico di Ratzinger stronca impietosamente l’enciclica di papa Francesco

Spaemann

“È il caos eretto a principio con un tratto di penna”

spaemann

Il professor Robert Spaemann, 89 anni, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, è professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. È uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi. Vive a Stoccarda. Il suo ultimo libro uscito in Italia è: “Dio e il mondo. Un’autobiografia in forma di dialogo”, edito da Cantagalli nel 2014.

Questa che segue è la traduzione dell’intervista sulla “Amoris lætitia” che egli ha dato in esclusiva ad Anian Christoph Wimmer per l’edizione tedesca di Catholic News Agency del 28 aprile:

 “Ein Bruch mit der Lehrtradition” – Robert Spaemann über “Amoris lætitia”

D. – Professor Spaemann, lei ha accompagnato con la sua filosofia i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Molti fedeli oggi si chiedono se l’esortazione postsinodale “Amoris lætitia” di papa Francesco possa essere letta in continuità con l’insegnamento della Chiesa e di questi papi.

R. – Per la maggior parte  del testo ciò è possibile, anche se la sua linea lascia spazio a delle conclusioni che non possono essere rese compatibili con l’insegnamento della Chiesa. In ogni caso l’articolo 305, insieme con la nota 351, in cui si afferma che i fedeli “entro una situazione oggettiva di peccato” possono essere ammessi ai sacramenti “a causa dei fattori attenuanti”, contraddice direttamente l’articolo 84 della “Familiaris consortio” di Giovanni Paolo II.

D. – Che cosa stava a cuore a Giovanni Paolo II?

R. – Giovanni Paolo II dichiara la sessualità umana “simbolo reale della donazione di tutta la persona” e, più precisamente, “un’unione non temporanea o ad esperimento”. Nell’articolo 84 afferma, dunque, in tutta chiarezza che i divorziati risposati, se desiderano accedere alla comunione,  devono rinunciare agli atti sessuali. Un cambiamento nella prassi dell’amministrazione dei sacramenti non sarebbe quindi “uno sviluppo” della “Familiaris consortio”, come ritiene il cardinal Kasper, ma una rottura con il suo insegnamento essenziale, sul piano antropologico e teologico, riguardo al matrimonio e alla sessualità umana.

La Chiesa non ha il potere, senza che vi sia una conversione antecedente, di valutare positivamente delle relazioni sessuali, mediante l’amministrazione dei sacramenti, disponendo in anticipo della misericordia di Dio. E questo rimane vero a prescindere da quale sia il giudizio su queste situazioni sia sul piano morale che su quello umano. In questo caso, come per il sacerdozio femminile, la porta qui è chiusa.

D. – Non si potrebbe obiettare che le considerazioni antropologiche e teologiche da lei citate siano magari anche vere, ma che la misericordia di Dio non è legata a tali limiti, ma si collega alla situazione concreta di ogni singola persona?

R. – La misericordia di Dio riguarda il cuore della fede cristiana nell’incarnazione e nella redenzione. Certamente lo sguardo di Dio investe ogni singola persona nella sua situazione concreta. Egli  conosce ogni singola persona meglio di quanto essa conosca se stessa.  La vita cristiana, però, non è un allestimento pedagogico in cui ci si muove verso il matrimonio come verso un ideale, così come pare presentata in molti passi della “Amoris lætitia”. L’intero ambito delle relazioni, particolarmente quelle di carattere sessuale, ha a che fare con la dignità della persona umana, con la sua personalità e libertà. Ha a che fare con il corpo come “tempio di Dio” (1 Cor 6, 19). Ogni violazione di questo ambito, per quanto possa essere divenuta frequente, è quindi una violazione della relazione con Dio, a cui i cristiani si sanno chiamati; è un peccato contro la sua santità, e ha sempre e continuamente bisogno di purificazione e conversione.

La misericordia di Dio consiste proprio nel fatto che questa conversione è resa continuamente e di nuovo possibile. Essa, certamente, non è legata a determinati limiti, ma la Chiesa, per parte sua, è obbligata a predicare la conversione e non ha il potere di superare i limiti esistenti mediante l’amministrazione dei sacramenti, facendo, in tal modo, violenza alla misericordia di Dio. Questa sarebbe orgogliosa protervia.

Pertanto, i chierici che si attengono all’ordine esistente non condannano nessuno, ma tengono in considerazione e annunciano questo limite verso la santità di Dio. È un annuncio salutare. Accusarli ingiustamente, per questo, di “nascondersi dietro gli insegnamenti della Chiesa” e di “sedere sulla cattedra di Mosè… per gettare pietre contro la vita delle persone” (art. 305), è qualcosa che nemmeno voglio commentare.  Si noti, solo per inciso, che qui ci si serve, giocando su un fraintendimento intenzionale, del passo evangelico citato. Gesù dice, infatti, sì, che i farisei e gli scribi siedono sulla cattedra di Mosè, ma sottolinea espressamente che i discepoli devono praticare e osservare tutto quello che essi dicono, ma non devono vivere come loro (Mt 23, 2).

D. – Il papa vuole che non ci si concentri su delle singole frasi della sua esortazione, ma che si tenga conto di tutta l’opera nel suo insieme.

R. – Dal mio punto di vista, concentrarsi sui passi citati è del tutto giustificato.  Davanti a un testo del magistero papale non ci si può attendere che la gente si rallegri per un bel testo e faccia finta di niente davanti a frasi decisive, che cambiano in maniera sostanziale l’insegnamento della Chiesa. In questo caso c’è solo una chiara decisione tra il sì e il no. Dare o non dare la comunione: non c’è una via media.

D. – Papa Francesco nel suo scritto ripete che nessuno può essere condannato per sempre.

R. – Mi risulta difficile capire che cosa intenda. Che alla Chiesa non sia lecito condannare personalmente nessuno, men che meno eternamente – cosa che, grazie a Dio, nemmeno può fare – è qualcosa di chiaro. Ma, se si tratta di relazioni sessuali che contraddicono oggettivamente l’ordinamento di vita cristiano, allora vorrei davvero sapere dal papa dopo quanto tempo e in quali circostanze una condotta oggettivamente peccaminosa si muta in una condotta gradita a Dio.

D. – Qui, dunque, si tratta davvero di una rottura con la tradizione dell’insegnamento della Chiesa?

R. – Che si tratti di una rottura è qualcosa che risulta evidente a qualunque persona capace di pensare che legga i testi in questione.

D. – Come si è potuti giungere a questa rottura?

R. – Che Francesco si ponga in una distanza critica rispetto al suo predecessore Giovanni Paolo II lo si era già visto quando lo ha canonizzato insieme con Giovanni XXIII, nel momento in cui ha ritenuto superfluo per quest’ultimo il secondo miracolo che, invece, è canonicamente richiesto. Molti a ragione hanno percepito questa scelta come manipolativa. Sembrava che il papa volesse relativizzare l’importanza di Giovanni Paolo II.

Il vero problema, però, è un’influente corrente di teologia morale, già presente tra i gesuiti nel secolo XVII, che sostiene una mera etica situazionale. Le citazioni di Tommaso d’Aquino prodotte dal papa nella “Amoris lætitia” sembrano sostenere questo indirizzo di pensiero. Qui, però, si trascura il fatto che Tommaso d’Aquino conosce atti oggettivamente peccaminosi, per i quali non ammette alcuna eccezione legata alle situazioni. Tra queste rientrano anche le condotte sessuali disordinate. Come già aveva fatto negli anni Cinquanta con il gesuita Karl Rahner, in un suo intervento che contiene tutti gli argomenti essenziali, ancor oggi validi, Giovanni Paolo II ha ricusato l’etica della situazione e l’ha condannata nella sua enciclica “Veritatis splendor”.

“Amoris Laetitia” rompe anche con questo documento magisteriale.  A questo proposito, poi, non si dimentichi che fu Giovanni Paolo II a mettere a tema del proprio pontificato la misericordia divina, a dedicarle la sua seconda enciclica, a scoprire  a Cracovia il diario di suor Faustina e, in seguito, a canonizzare quest’ultima. È lui il suo interprete autentico.

D. – Che conseguenze vede per la Chiesa?

R. – Le conseguenze si possono vedere già adesso. Crescono incertezza, insicurezza e confusione: dalle conferenze episcopali fino all’ultimo parroco nella giungla. Proprio pochi giorni fa un sacerdote dal Congo mi ha espresso tutto il suo sconforto davanti a questo testo e alla mancanza di indicazioni chiare. Stando ai passaggi corrispondenti di “Amoris lætitia”, in presenza di non meglio definite “circostanze attenuanti”, possono essere ammessi alla assoluzione dei peccati e alla comunione non solo i divorziati risposati, ma tutti coloro che vivono in qualsivoglia “situazione irregolare”, senza che debbano sforzarsi di abbandonare la loro condotta sessuale, e, dunque, senza piena confessione e senza conversione.

Ogni sacerdote che si attenga all’ordinamento sacramentale sinora in vigore potrebbe subire forme di mobbing dai propri fedeli ed essere messo sotto pressione dal proprio vescovo. Roma può ora imporre la direttiva per cui saranno nominati solo vescovi “misericordiosi”, che sono disposti ad ammorbidire l’ordine esistente. Il caos è stato eretto a principio con un tratto di penna. Il papa avrebbe dovuto sapere che con un tale passo spacca la Chiesa e la porta verso uno scisma. Questo scisma non risiederebbe alla periferia, ma nel cuore stesso della Chiesa. Che Dio ce ne scampi.

Una cosa, però, mi sembra sicura: quel che sembrava essere l’aspirazione di questo pontificato – che la Chiesa superi la propria autoreferenzialità, per andare incontro con cuore libero alle persone – con questo documento papale è stato annichilito per un tempo imprevedibile. Ci si deve aspettare una spinta secolarizzatrice e un ulteriore regresso del numero dei sacerdoti in ampie parti del mondo. Si può facilmente verificare, da parecchio tempo, che i vescovi e le diocesi con un atteggiamento non equivoco in materia di fede e di morale hanno il numero maggiore di vocazioni sacerdotali. Si deve qui rammentare quel che scrive san Paolo nella lettera ai Corinti: “Se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà alla battaglia?” (1 Cor 14, 8).

D. – Che cosa succederà ora?

R. – Ogni singolo cardinale, ma anche ogni vescovo e sacerdote è chiamato a difendere nel proprio ambito di competenza l’ordinamento sacramentale cattolico e a professarlo pubblicamente. Se il papa non è disposto a introdurre delle correzioni, toccherà al pontificato successivo rimettere le cose a posto ufficialmente.

“chi è il mio prossimo” oggi?

 papa Francesco

non si classifica il prossimo per nazionalità o religione

papa «Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione». «Ignorare la sofferenza dell’uomo significa ignorare Dio!»
«Chi è il mio prossimo?». Papa Francesco è partito da questa domanda che il dottore della legge rivolge a Gesù, all’udienza generale in piazza San Pietro, per sottolineare che la domanda sottintesa è «i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?»: egli «vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”», e invece, come illustra la successiva parabola del buon Samaritano, «di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori» e, in generale, «tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione».
«Oggi – ha esordito Francesco proseguendo un ciclo di catechesi sul tema giubilare della misericordia – riflettiamo sulla parabola del buon samaritano. Un dottore della Legge mette alla prova Gesù con questa domanda: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli chiede di dare lui stesso la risposta, e quello la dà perfettamente: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gesù allora conclude: “Fa’ questo e vivrai”. Allora quell’uomo pone un’altra domanda, che diventa molto preziosa per noi: “Chi è mio prossimo?”, e sottintende: “I miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?”… Insomma, vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, in quelli che possono diventare prossimi e in quelli che non possono diventare prossimi».
 
Gesù risponde con la parabola «che mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due sono figure legate al culto del tempio; il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero, pagano e impuro, cioè il samaritano. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita si imbattono in un uomo moribondo, che i briganti hanno assalito, derubato e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi. Erano di fretta… Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: “Ma, arrivo tardi alla Messa… Devo dire Messa”. E l’altro ha detto: “Ma, non so se la Legge me lo permette, perché c’è il sangue lì e io sarò impuro…”. Vanno per un’altra strada e non si avvicinano. E qui la parabola ci offre un primo insegnamento: non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo. Non è automatico! Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tu puoi conoscere tutte le rubriche liturgiche, tu puoi conoscere tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare: l’amare ha un’altra strada, occorre l’ intelligenza, ma anche qualcosa di più… Il sacerdote e il levita vedono, ma ignorano; guardano, ma non provvedono. Eppure non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo».
 
«Non dimentichiamolo mai», ha detto Francesco senza esplicitare il riferimento a fatti di cronaca o al suo recente viaggio all’isola di Lesbo da cui è tornato con 12 rifugiati musulmani: «Di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori. Ignorare la sofferenza dell’uomo, cosa significa? Significa ignorare Dio! Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio».
 
Francesco ha sottolineato che il samaritano, «quello sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla», quando vide l’uomo ferito «ne ebbe compassione», «cioè il cuore, le viscere, si sono commosse! Ecco la differenza. Gli altri due “videro”, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi. Invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio. Infatti, la “compassione” è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio. Dio ha compassione di noi. Cosa vuol dire? Patisce con noi, le nostre sofferenze lui le sente. Compassione significa “compartire con”. Il verbo indica che le viscere si muovono e fremono alla vista del male dell’uomo. E nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza». Il samaritano, insomma, «si comporta con vera misericordia»: «All’inizio della parabola per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo; al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino. Gesù ribalta la prospettiva: non stare a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no. Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, cioè se hai quella capacità di patire con l’altro».  

 

il commento al vangelo della domenica

 

LO SPIRITO SANTO VI RICORDERA’ TUTTO CIO’ CHE IO VI HO DETTO

 commento al vangelo della sesta domenica di pasqua (1 maggio 2016) di p. Alberto Maggi:

p. Maggi

Gv 14,23-29

In quel tempo, Gesù disse [ ai suoi discepoli ]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Ci sono tre domande poste da tre discepoli a Gesù, il numero tre lo sappiamo che indica quello che è completo – quindi non sono tanto tre discepoli, quanto tutta la comunità che si esprime attraverso di loro. E queste tre domande sono obiezioni, Tommaso che gli chiede “Signore dove vai?” E Gesù risponderà che lui è la via da seguire, Filippo che gli dice: “Mostraci il Padre e ci basta” e Gesù risponderà: “Chi ha visto me ha visto il Padre”, e Giuda (non l’Iscariota ma l’altro discepolo) che gli chiede: “Signore com’è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” E’ una tentazione che gli fa. Giuda vuole che Gesù si manifesti come il messia atteso. Ed ecco in questo brano di questa domenica la risposta di Gesù, una risposta che contiene uno dei vertici del vangelo di Giovanni e un’affermazione che, se compresa, cambia radicalmente il rapporto con Dio e di conseguenza con gli altri. Ascoltiamo cosa ci dice Giovanni. Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”, osservare la parola di Gesù significa, come lui, fare della propria vita un dono d’amore a servizio degli altri. Ebbene, la risposta di Dio è: “E il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” Questa di Gesù non è una 1 promessa per l’aldilà, ma la risposta del Padre a quanti danno adesione a Gesù. All’inizio del suo vangelo nel Prologo l’evangelista aveva scritto che Dio, questo Verbo, aveva posto la sua tenda fra noi, in noi. Ora Gesù sta dicendo qualcosa di straordinario: a chi lo ama, quindi chi, come lui, orienta la propria vita per il bene degli altri, è oggetto dell’amore del Padre e lui e il Padre vengono in questo individuo e prendono dimora presso di lui. Dio chiede ad ogni persona di essere accolto nella sua vita per fondersi con lui, dilatare la sua capacità d’amare e rendere ogni individuo e ogni comunità l’unico vero santuario dal quale si irradia l’amore misericordioso di Dio. Quindi non c’è più un tempio dove risiede il Signore, ma ogni creatura è il tempio dove Dio si manifesta. Questa affermazione di Gesù ha una grandissima importanza. Per la vita Dio non è qualcosa di esterno, Dio non è un’entità lontana, ma Dio è intimo all’uomo e questo Dio che intimo all’uomo, nel profondo dell’uomo, si manifesta ogniqualvolta l’uomo è più umano. Tanto più l’uomo è umano tanto più manifesta il divino che è in lui. Ma questa affermazione di Gesù non riguarda soltanto la vita dell’individuo, ma anche il passaggio attraverso la morte. Si usa dire che quando muore una persona va in cielo, è tornata alla casa del Padre, no, non si va in cielo perché il cielo è in noi, non si va alla casa del Padre perché noi siamo questa casa. Quindi questa è l’affermazione straordinaria di Gesù. E continua: “Chi non mi ama, non osserva le mie parole”, chi non fa della propria vita un servizio d’amore per il bene degli altri non ha nulla a che vedere con Gesù. “E la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.” Le autorità tendevano a dividere Gesù dal Padre, e Gesù qui afferma invece che c’è perfetta unità, c’è perfetta sintonia, perché insieme continuano l’azione creatrice nel comunicare vita, nel restituire vita, nell’arricchire la vita degli altri. E continua Gesù: “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito…” Cos’è questo Paràclito? Nella precedente traduzione della CEI si era preferito tradurre con “consolatore”, ma poi si è visto che questo termine non rendeva la pienezza del termine greco per cui si è preferito tornare alla traslitterazione di questo termine greco come “colui che viene in soccorso, il protettore”. Quindi questa è l’azione dello Spirito. Non è un’azione che viene nel momento d’emergenza, ma un’azione che la precede. Quindi Gesù invita alla piena serenità la sua comunità e conferma lo Spirito Santo “che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. “ Questa è la garanzia per la comunità cristiana, per la chiesa. Avendo lo Spirito Santo, questo protettore, questo soccorritore al proprio interno, sarà sempre capace di dare nuove risposte ai nuovi bisogni che emergeranno nella società. E’ questo il significato di Gesù con le parole “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”, comprendere, prendere piena coscienza del messaggio di Gesù e saperlo riformulare in una forma completamente nuova di fronte alle nuove situazioni che emergono nella comunità. E poi Gesù afferma: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Non é un augurio. Gesù non  dice “La pace sia con voi”, ma è un dono, laddove la pace è tutto ciò che concorre alla pienezza della vita. E poi afferma: “Non come la dà il mondo, io la do a voi.” La pace era il saluto che si faceva nel momento dell’addio. Per Gesù non è un addio, ma una presenza ancora più intensa. Ecco perché dice: “Non come la dà il mondo”. “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.” Gesù non vuole che nei suoi ci sia il timore, ma l’amore. “Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me”. Gesù qui non sta pensando alle sue sofferenze, ma soltanto al bene dei suoi. Perché dice: “Se mi amaste vi rallegrereste che io vado al Padre”? Perché nella piena dimensione divina con il Padre, l’azione di Gesù sarà ancora più incisiva con i suoi. Andando al Padre Gesù non solo non si separa dai suoi, ma rende più intensa questa presenza. Poco fa abbiamo visto “Io e il Padre mio verremo e prenderemo dimora in lui”, quindi andare al Padre non significa un allontanarsi di Gesù, ma una presenza nell’individuo che emergerà attraverso le azioni della vita della persona. “Ve l’ho detto or a che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate”. E Gesù propone una sfida. Sarà condannato come un maledetto da Dio. Allora Gesù chiede ai discepoli di decidere a chi credere, o al sommo sacerdote o a lui. Se credono in Gesù non crederanno più nel sommo sacerdote. Se credono in Gesù non crederanno più nelle istituzioni religiose che hanno condannato a morte il figlio di Dio

 

 

 

 

 

l’Europa ha deciso di perdere l’anima e di non restare umana

la dissuasione della «cristiana» civiltà europea

in gioco, oltre al destino migliaia di orfani, c’è un confine che le cosiddette democrazie occidentali non dovrebbero, almeno ufficialmente, varcare: il senso minimo di umanità, quello che per gli apologeti distinguerebbe la «civile» Europa dagli altri mondi

lessandro Dal Lago

Dal Lago

 

È sicuro ormai che l’Europa è solo all’inizio di un processo di decomposizione politica. I segnali si moltiplicano. La vittoria dell’estrema destra in Austria, la crisi polacca, il regime di Orbán, l’affermazione dell’AdP in Germania, la chiusura delle frontiere, il referendum sul Brexit. Ma il voto con cui la Camera dei comuni inglese ha rifiutato di accogliere i 3000 bambini di Calais è qualcosa di molto più profondo e sinistro di una crisi politica continentale. È, come hanno notato i critici della decisione, di qualcosa di vergognoso.

Perché in gioco, oltre al destino migliaia di orfani, c’è un confine che le cosiddette democrazie occidentali non dovrebbero, almeno ufficialmente, varcare: il senso minimo di umanità, quello che per gli apologeti distinguerebbe la «civile» Europa dagli altri mondi.

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Oddio, anche sequestrare beni ai profughi, come fanno la Danimarca e altri stati della Ue, è vergognoso, proprio come lasciarli alla deriva a Idomeni e Lesbo, o dare un po’di quattrini a Erdogan perché non ce ne mandi altri. Ma i bambini non dovrebbero essere sacri, nell’Europa cristiana, cattolica, anglicana o luterana che sia? Con il voto alla Camera dei comuni, la risposta è stata semplicemente «No!» D’altra parte, i leader della Afd tedesca non hanno forse dichiarato che è legittimo sparare ai profughi che attraversano illegalmente i confini, anche quando sono donne e bambini? Certo, i conservatori inglesi a parole non arrivano a tanto. Ma il risultato non è molto diverso.

Che fine faranno i bambini che il socialista Hollande fa marcire a Calais, tra assalti xenofobi e manganellate? Nessuno lo sa e a nessuno interessa.

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La motivazione del voto inglese è sublime nella sua ipocrisia squisitamente british. Noi non li accogliamo, per dissuadere altri profughi dal chiedere asilo in Inghilterra. Con la stessa scusa, le navi militari inglesi non soccorrono più la carrette del mare dei migranti nel Mediterraneo. Ora, immaginiamo dei bambini che scampano alla morte in Siria e poi ai naufragi nell’Egeo o nel canale di Sicilia. Ebbene, qualcuno pensa che si faranno dissuadere dal passare in Europa, e magari dal raggiungere dei parenti in Inghilterra, pensando al voto della Camera dei comuni? Quando la Svizzera respinse i profughi ebrei che scappavano dalla Germania con la motivazione che «la barca piena», si macchiò della stessa vergogna, ma con meno ipocrisia.

Noi europei, dopo la Shoah, non dovremmo sorprenderci più di nulla. E nemmeno pensare che, con la sconfitta del nazismo e del fascismo, siamo al sicuro dagli stermini di massa. Migranti e profughi muoiono a migliaia per raggiungere le nostre terre benedette dalla ricchezza.

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Dopo un po’ di lacrimucce sui bambini annegati sulle spiagge greche e turche, ecco che prendiamo a calci quelli che non sono annegati, o semplicemente ne ignoriamo l’esistenza.

Noi europei, così civili e democratici, stiamo gettando le premesse di nuovi stermini, magari per omissione, disattenzione o idiozia. Ma per le vittime non fa nessuna differenza.

grazie a papa Francesco si torna a parlare di infallibilità papale … anche se si sono persi 50 anni

papa Francesco risponde ad Hans Kung e apre alla discussione sulla infallibilità‏

INFALLIBILITÀ DEL PAPA: HANS KÜNG CHIEDE DI ABOLIRLA

 il teologo svizzero, che compie 88 anni il 19 marzo, ha rivolto un appello a Jorge Mario Bergoglio

Festeggerà 88 anni il 19 marzo: alla vigilia del suo prossimo compleanno, il teologo svizzero Hans Küng è tornato a riproporre una revisione e un’abolizione del dogma dell’infallibilità papale, sancito da Pio IX e dal concilio Vaticano I nel 1870. «Vorrei rivolgere di nuovo al Papa un appello che ho più volte inutilmente lanciato nel corso di una discussione pluridecennale in materia di teologia e di politica della Chiesa», ha scritto Küng. «Imploro papa Francesco, che mi ha sempre risposto in modo fraterno: riceva questa ampia documentazione e consenta nella nostra Chiesa una discussione libera, non prevenuta e aperta su tutte le questioni irrisolte e rimosse legate al dogma dell’infallibilità. Non si tratta di banale relativismo, che mina i fondamenti etici della Chiesa e della società. E nemmeno di rigido e insulso dogmatismo legato all’interpretazione letterale. È in gioco il bene della Chiesa e dell’ecumene»

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Hans Kung dice che Francesco ha risposto alla sua richiesta di una libera discussione sul dogma della infallibilità del papa 

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 Hans Küng, il teologo svizzero, dice che ha ricevuto una lettera da Papa Francesco che risponde “alla mia richiesta di una libera discussione sul dogma dell’infallibilità”.
 Küng ha rifiutato di mostrare la lettera al National Catholic Reporter, per “la riservatezza che devo al Papa”, ma dice che  la lettera è datata 20 marzo e che gli è pervenuta  tramite la nunziatura di Berlino poco dopo la Pasqua.
 Küng dice che nella lettera   “Francesco non  ha fissato alcuna restrizione” alla discussione. Küng ha anche detto che egli è molto incoraggiato dalla  recente Esortazione Apostolica, Amoris Laetitia.  “Io non prevedevo  questa  nuova libertà che Francesco ha aperto nella sua esortazione post-sinodale”.  Kung ha scritto  nel comunicato diffuso a NCR e ad altri media.: “Già nell’introduzione, egli scrive  ‘Non tutte le  questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolti dagli interventi del magistero.”
 Küng aggiunge: “Questo è il nuovo spirito che ho sempre atteso dal magistero” e rende possibile una discussione sull’infallibilità.
 Il 9 marzo, Küng aveva diffuso  un “appello urgente a Papa Francesco per consentire una discussione aperta e imparziale sulla infallibilità del papa e dei vescovi”. L’appello è stato diffuso  contemporaneamente in più lingue  e in tante pubblicazioni.

Dennis Coday, editor di NCR

 di seguito  il testo della dichiarazione sulla lettera del papa che Küng ha rilasciato ai media  

Trasmissione Raitre Che tempo che fa

 Il 9 marzo ho diffuso un   Appello a Papa Francesco perché desse  spazio ad una libera discussione, senza pregiudizi e del tutto aperta, sul problema dell’infallibilità. Essa è stata pubblicata  sulle  principali riviste di diversi paesi. Sono stato felice di ricevere una risposta personale da Francesco  subito dopo Pasqua. E’ del  20 marzo e mi è stata trasmessa  dalla nunziatura del Vaticano a Berlino.

 Della  risposta del papa, i seguenti punti sono importanti per me:
 • Il fatto che Francesco ha risposto  e non ha lasciato, per così dire,  cadere nel vuoto  il mio testo;
 • Il fatto che egli stesso ha risposto e non  tramite il suo segretario privato o il segretario di Stato;
 • Mi ha risposto in  maniera fraterna, in lingua  spagnola, rivolgendosi  a me come Lieber Mitbruder ( “Caro Fratello”) in tedesco e queste parole personali sono in corsivo;
 •Con evidenza  egli ha letto molto attentamente l’Appello, a cui avevo aggiunto una traduzione spagnola;
 • Che è altamente apprezzato delle considerazioni che mi aveva portato a scrivere Volume 5 delle mie opere complete, in cui vi suggerisco di vista teologico che parlano le diverse problematiche che il dogma dell’infallibilità solleva alla luce della Sacra Scrittura e la tradizione con l’obiettivo di approfondire il un dialogo costruttivo tra la chiesa “semper reformanda” del 21 ° secolo e le altre chiese cristiane e nella società postmoderna.

 Francesco  non ha fissato alcun limite alla discussione. Egli ha così risposto alla mia richiesta di dare spazio a una libera discussione sul dogma dell’infallibilità. Penso che sia ora indispensabile utilizzare questa nuova libertà per portare avanti la riflessione sulle  definizioni dogmatiche, che sono  motivo di polemica all’interno della Chiesa cattolica e nel suo rapporto con le altre chiese cristiane.
 Non prevedevo  tutto questa  nuova libertà che Francesco ha aperto nella sua esortazione post-sinodale, Amoris Laetitia. Già nell’introduzione, egli dichiara: “Non tutte le discussioni di questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte dagli interventi del magistero”.
 Egli denuncia   “la morale burocratica e fredda” e non vuole che i  vescovi si comportino come se fossero gli “arbitri della grazia”. Egli dice che  l’Eucaristia non è un  premio per le persone perfette   ma è un “nutrimento per i deboli.”
 Egli cita ripetutamente  dichiarazioni fatte al Sinodo dei vescovi o dalle conferenze episcopali nazionali. Francesco non vuole più essere l’unico portavoce della chiesa.
 Questo è il nuovo spirito che ho sempre atteso dal magistero. Sono pienamente convinto che in questo nuovo spirito aperto a  una discussione libera, imparziale del dogma dell’infallibilità, questo problema  chiave per il futuro della Chiesa  potrà essere discusso al meglio.
 Sono profondamente grato a Francesco per questa nuova libertà e ed unisco  il mio grazie di cuore all’aspettativa che i vescovi e i teologi sappiano  senza riserve adottare questo nuovo spirito e unirsi  nel ringraziamento partecipando  a questo compito in accordo con le Scritture e con la  grande tradizione della Chiesa.

 [P. Hans Küng, cittadino svizzero, è professore emerito di teologia ecumenica presso l’Università di Tubinga, in Germania. Questo articolo è stato tradotto dal tedesco da Christa Pongratz-Lippitt.))

le tentazioni più forti della chiesa

denaro e ipocrisia: peccato della Chiesa

 Silvano Fausti SJ

“la Chiesa non è mai perfetta: denaro e ipocrisia sono il suo “peccato originale”, che sempre la insidia, come e più di tutti. Il “male” non è esterno. La brama di avere, di potere e di apparire si traveste in noi di paramenti religiosi. Il peggior male è proprio quello fatto a fin di bene. Quando uno si decide per il bene, allora cominciano le tentazioni (cfr Sir 2,1). Così è stato per Israele, uscito dall’Egitto ed entrato nella terra promessa; cosi è stato per Gesù, dal battesimo alla croce, e cosi è e sarà per noi”

Nella Bibbia, dopo il racconto del paradiso terrestre, c’è quello sulla menzogna che riduce il giardino a deserto e introduce nel mondo il male e la morte (Gen 3,1ss).

Dopo l’idillio della prima comunità e in contrappunto al gesto di Barnaba (At 5,32-37), c’è la menzogna di una coppia attaccata al dio mammona. Anania e Saffira, cercando di servire Dio e denaro, vanno contro lo stile di vita inaugurato da Gesù.

Questo racconto è un fulmine a ciel sereno. Saffira significa “bella” e Anania “Dio ha compassione”. Si, Dio ha molta compassione della sua Chiesa piena di tanti figli uguali a loro! E’ eccessivo, anzi truculento far morire due per una semplice bugia. Se Gesù è morto in croce per i peccatori, la loro morte non è certo una punizione divina. Altrimenti saremmo già morti tutti. Chi non ha detto almeno una bugia? Il racconto ci mette in guardia dal mentire. Amo pensare che i due siano morti di crepacuore per il dolore di vedere scoperto il proprio inganno e di averne capita la gravità. E’ meglio morire che mentire. La menzogna è veleno mortale per ogni relazione. Volesse il cielo che morisse di vergogna chi mente!piazza_san_pietro-vaticano

Il peccato di Anania e Saffira non è aver dato solo una parte di ciò che avevano. Erano liberi di dare anche nulla. Il loro peccato è mentire sapendo di mentire: è menzogna contro lo Spirito, vita della comunità. Se la parola vera è comunicazione, comunione e vita, la parola falsa è trappola, divisione e morte. Il racconto, un caso di “frode fiscale”, evidenzia come la menzogna, spesso fatta a cuor leggero, sia mortifera.  Il testo, ricco di suggestioni, smaschera il male. Alla sua origine sta sempre una menzogna, che lo fa apparire «buono, bello e desiderabile» (Gen 3,6), mentre in realtà è cattivo, brutto e indesiderabile. Suo stipendio infatti è la morte (Rm 6,23). “La lingua dell’uomo è la sua rovina” (Pr 5,13), perché in suo potere è la morte e la vita (Pr 18,21). “Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” (Sir 28,18). “Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il suo corpo”. “La lingua è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose”.

“La lingua è un fuoco, e il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e uccelli, rettili ed esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, pieno di veleno mortale” (leggi Gc 3,2b-8). Alla luce di queste osservazioni di Giacomo, oggi dobbiamo tener presente il potere della parola, moltiplicato all’ennesima potenza dai mass media.

E’ significativo che qui appaia per la prima volta la parola “Chiesa”. La menzogna è tipica dell’ipocrisia religiosa. Con essa Anania e Saffira vogliono apparire migliori di quello che sono: desiderano mettersi in mostra e fare carriera all’interno della comunità . Già prima di loro, Giacomo e Giovanni volevano occupare i primi posti, contro Pietro e in contesa con gli altri (Mc 10,35-45, 9,33-37).

La Chiesa non è mai perfetta: denaro e ipocrisia sono il suo “peccato originale”, che sempre la insidia, come e più di tutti. Il “male” non è esterno. La brama di avere, di potere e di apparire si traveste in noi di paramenti religiosi. Il peggior male è proprio quello fatto a fin di bene. Quando uno si decide per il bene, allora cominciano le tentazioni (cfr Sir 2,1). Così è stato per Israele, uscito dall’Egitto ed entrato nella terra promessa; cosi è stato per Gesù, dal battesimo alla croce, e cosi è e sarà per noi.

 

la piccola chiesa a servizio del grande mondo

Vito Mancuso

la chiesa a servizio del mondo

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Chiesa – mondo le due realtà di per sé dal punto di vista fisico sono incommensurabili.Chiesa è una cosa così piccola, così limitata, c’è solamente da 2000 anni. Mondo, una realtà che esiste, si muove, si organizza in questa stupefacente varietà almeno da 13.8miliardi di anni. Erano, secondo la conoscenza scientifica 13.7 fino a qualche mese fa, ma nel marzo del 2007 sono giunti a terra i dati di un satellite chiamato Planck, sono stati elaborati dagli scienziati e sembra che l’età dell’universo sia aumentata, l’età dell’universo conosciuto. Non più 13.7 – tredici miliardi e settecentomilioni di anni ma 13.82.

Chiesa … capite la differenza, la sproporzione enorme se poi consideriamo anche questo mondo come lavora, come si fa, la sua vastità: 100 miliardi di galassie dicono, ciascuna delle quali ha 100 miliardi di stelle … Noi facciamo fatica a pensare, non riusciamo a pensare a una galassia se veramente consideriamo così. Riusciamo noi a pensare al nostro sistema solare, sì … ma già pensare alla via Lattea, la nostra galassia ….. miliardi di galassie …

Quindi le due realtà sono dal punto di visto fisico incommensurabili e dico solo quale è la mia tesi da questo punto di vista.

La mia tesi è molto semplice cioè il fatto che la realtà chiesa ha senso nella misura in cui è a servizio di questa realtà molto più grande che è la realtà mondo. E’ molto semplice, proprio perché c’è questa sproporzione enorme, il fenomeno fisico chiesa non è ridicolo, anzitutto si tratta di questo, non è in sé qualche cosa come una pretesa così ampia da risultare ridicolo, non è ridicolo solo nella misura in cui si relaziona alla realtà mondo, ponendosi al servizio, certo un servizio particolare che adesso tenteremo di comprendere.

Ulteriore cosa che dico sempre a livello introduttivo, il tema chiesa – mondo è così vasto da imporre una trattazione molto diversa a seconda dell’interlocutore. A chi sto parlando adesso io di chiesa e mondo? Un conto se dovessi parlare di questo tema in un’aula accademica dell’università degli studi, università statale dove insegno, un conto dover fare una lezione in una università pontificia, già cambiano le cose, un conto è parlarne all’interno di una associazione culturale laica, magari di una associazione culturale atea. A chi sto parlando adesso io di chiesa – mondo? Capite che l’interlocutore e come sempre non solo per questo tema, ma in particolare per temi così ampi che si possono veramente modificare molto a secondo del punto di vista, l’interlocutore modifica l’oggetto.

Io mi preparo dovendo parlare per ameno un’ora in un tema di questo genere sapendo le persone a cui sto parlando e il sapere delle persone a cui sto parlando modifica i miei pensieri. E’ del tutto evidente questo, veramente vale per qualunque cosa a patto che l’interlocutore non sia una di quelle macchine, tipo macchinetta del caffè che ti fa sempre lo stesso caffè in tutte le condizioni e in tutte le maniere. Ci sono persone così che pensano, elaborano a prescindere e consegnano il prodotto finito a prescindere dagli interlocutori. Io non sono capace di fare così. Io tento anche quando sono da solo tento sempre di ragionare. Ma queste cose che scrivo, queste cose che penso, al cospetto di chi le penso; al cospetto di chi le scrivo? Naturalmente soprattutto quando poi devo fare delle conferenze .

Ora chi è il mio interlocutore? Il mio interlocutore sapendo che avrei parlato in un convento cattolico per quanto un po’ chiacchierato … si può dire ancora che è cattolico … il mio interlocutore è naturalmente il cattolico che recita il credo e che ci crede a quello che recita perché altrimenti non lo reciterebbe e che giungendo all’ultimo articolo di fede dice: credo la chiesa, una santa, cattolica e apostolica. Il mio interlocutore è esattamente la persona che aderisce a questo articolo di fede e da questo punto di vista voi capite come la differenza rispetto al mondo apparirebbe (poi andrete a capire il senso del mio condizionale) apparirebbe clamorosa. Il mondo sembrerebbe non essere né uno, penso a Giordano Bruno: gli infiniti mondi in questo universo che ha centomila .. cento miliardi di galassie e chissà quali altri mondi ci sono intendendo l’universo appunto l’insieme fisico del complesso, dell’energia, di questa massa di energia e di materia che è l’universo, ma all’interno dell’universo probabilmente di sicuro c’è un mondo inteso come spazio vitale e questo è il pianeta terra, ma è molto plausibile pensare che ci siano altri mondi abitati.

Quindi se la chiesa è una, almeno dal punto di vista del credo cattolico, poi anche qui ci sono diverse chiese, il mondo non è uno, se la chiesa è santa, il mondo non è santo. Se uno ha qualche dubbio al riguardo basta aprire un giornale, sfogliare un libro di storia.

Nessuno ha dubbi sul fatto che il mondo non sia santo, semmai oggi noi abbiamo l’altro grande problema quello di non credere più alla bontà, alla giustizia del mondo, semmai.

Siamo malati spiritualmente parlando di ciò che Hans Jonas definiva il principio gnostico, questa totale sfiducia nei confronti della vita, in particolare della vita umana e in particolare del fenomeno umano. Io sono convinto che questa è la malattia spirituale del nostro tempo.

Noi siamo un composto, siamo un corpo e abbiamo le malattie legate al corpo, siamo psiche e abbiamo le malattie legate alla psiche, noi siamo anche spirito e abbiamo le malattie legate allo spirito e la malattia legata allo spirito si chiama principio gnostico laddove questo principio gnostico sottolinea esattamente quanto dicevo: la sfiducia totale nei confronti del mondo, nei confronti del mondo umano. Mentre fino a poco tempo fa si riteneva che per ritrovare il bene noi avremmo dovuto abbracciare la società, diventare umani il più possibile, oggi sempre più c’è la tendenza a ritenere l’esatto opposto. Per raggiungere il bene occorre prendere le distanze, prendere il congedo dal fenomeno umano. Il fenomeno umano tutto ciò che tocca lo rende necessariamente malvagio,corrotto, cattivo. Questa dimensione è molto diffusa. E’ per questo che già gli antropologi e i filosofi parlano dell’epoca del post-umanismo, al di là dell’umanesimo. Ormai le energie migliori del nostro pianeta, quelle più giovani, quelle più sensibili non sentono più attrazione nei confronti dell’umano. Occorre superare l’umano, o superarlo nel senso digitale del termine pensando a macchinari che giungono ad avere tutte le funzioni dell’uomo senza le imperfezioni dell’uomo o superarlo nel senso naturale del termine abbracciando così tanto la natura, diventando un frammento di natura e abolendo ciò che è lo specifico di sapiens – sapiens. O in una direzione o nell’altra la tentazione oggi è quella di prescindere dal male.

Il mondo non è uno, il mondo non è santo e tanto meno è cattolico e apostolico e poi uno, soprattutto non si crede. Nessuno si mette di fronte al mondo e fa l’atto di fede nei confronti del mondo. Mentre alla chiesa uno dice: credo la chiesa una, santa .. chi è che si pone di fronte al mondo e dice: credo al mondo? Normalmente il mondo lo si vive, lo si sopporta, lo si sente, ci si nutre del mondo, ma si ritiene normalmente di non aver bisogno di depositare verso il mondo la propria energia spirituale dicendo: ci credo, ti credo. Ma è veramente così? E’ veramente tale il nostro rapporto col mondo da non imporre, da non dover imporre a ciascuno di noi un atto di fede nei confronti del mondo?

Io penso di no, penso che da sempre il fenomeno umano ha delineato diverse modalità di stare al mondo, di vivere al mondo e che queste diverse modalità delineate sottolineano le diverse fedi, le diverse letture nei confronti del mondo.

Voi potete credere al mondo, potete non credere al mondo, potete credere che il sentimento di bene e di giustizia che vi abita e che contraddistingue sapiens – sapiens rispetto tutti gli altri esseri viventi è qualche cosa che deriva dallo stesso lavoro del mondo per cui esaltando il sentimento di bene e di giustizia voi vi ponete ancora più in comunione con il mondo oppure potete credere al contrario, che questo sentimento etico è qualche cosa che vi contrappone al mondo, che contraddice il mondo, che lo vuole in un certo senso cancellare ponendo un altro mondo, un’altra società e in questo caso capite, che cosa entra in gioco? Entra in gioco precisamente una diversa filosofia del mondo, una diversa modalità di vedere il mondo.

Per quello esistono diverse filosofie mentre la scienza è una e i dati che ti consegna, quelli sono, e devi sostanzialmente come dire, prenderne atto.

Poi ci sono anche geni particolari naturalmente, ma si parla di geni particolari che dicono: i dati che mi vengono consegnati sono questi, un attimo, qualcosa non mi torna … e allora inventano tra il 1905 e il 1915 la teoria della relatività ristretta e generale esattamente sulla base di un solo foglio di carta e sulla base prima ancora della fiducia dell’unità del mondo perché fu questa fiducia, fede nell’unità del mondo, una unità spinoziana e plotiniana che portò Albert Einstein alla teoria della relatività. Nessun esperimento, semplicemente la fiducia che il mondo è uno e il mondo è razionale e quindi se il mondo è uno e razionale io posso unificare da un lato la meccanica newtoniana, dall’altra l’elettromagnetismo di Maxwell che ai tempi di Einstein erano separati … e no, devono essere uno.. e allora se devono essere uno ecco la mente che congiunge. Ma a parte lui e pochi altri, la gran parte di noi prendiamo atto dei dati del mondo e che esiste una scienza.

Ecco invece esistono diverse filosofie e all’interno di questa nostra sala che noi potremo … sicuramente noi ci dividiamo, magari abbiamo tutti la stessa fede, magari anche qui già ci dividiamo, ma di sicuro all’interno delle filosofie, se io consegnassi a ciascuno di voi un foglio bianco e dicendo, (come diceva la mia professoressa al ginnasio quando si facevano i temi, il foglio bianco bisognava dividerlo in due e ancora adesso immagino che si faccia così, si scrive da questa parte perché da questa invece ci sono le correzioni .. se io consegnassi un foglio così a ciascuno di voi dicendo: tema, il mondo, la vita.

Colonna A scrivere tutte le cose, tutte le realtà positive che trovate nel mondo e colonna B le realtà negative, che cosa succederebbe? Succederebbe che qualcuno di voi riempirebbe molto di più la colonna A e molto meno la colonna B, qualcuno molto di più la colonna B e quasi niente la colonna A, qualcuno pari. E naturalmente dietro questa diversa compilazioni ci stanno diversi sentimenti, percezioni, apercezioni, contatti vitali della vostra interiorità con la realtà mondo. E le filosofie che cosa sono? Semplicemente portare al pensiero i diversi sentimenti vitali, nient’altro che questo.

Hegel diceva, la filosofia è il proprio tempo portato al pensiero, è qualcosa di più e certamente il proprio tempo conta, ma è qualcosa ancora di più del proprio tempo. Non è solo il tempo, è lo spazio anche, è la modalità con cui il tuo piccolo quantum di energia è intenzionato e si relaziona a questa massa di energia e materia che è il mondo e di cui noi facciamo parte.

E qualcuno di noi in questo contatto con la grande madre dell’energia che è il mondo ha una relazione armoniosa ed è una nota luminosa e si sente, come si dice espresso mediante una musica armoniosa, pensate alla musica di Mozart, pensate all’arte di Raffaello.

Qualcun altro invece reagisce a una dimensione conflittuale, più drammatica e non è più la musica di Mozart, ma comincia ad essere magari la musica di Beethoven e l’arte non è più quella di Raffaello, ma comincia ad essere l’arte di Michelangelo dove c’è molto più dramma, dove c’è molta più tensione e via via …. Esistono diverse risonanze. Le filosofie sono le risonanze della mente, del pensiero di fronte alla musica complessiva del mondo e così anche le teologie naturalmente, anche le teologie sono diverse.

Questo è un grande dono del vaticano II, il fatto che ha aperto la mente cattolica a pensare che non c’è più la teologia, una santa, cattolica e apostolica, la teologia, sempre quella dogmaticamente stabilita, ci sono i dogmi e poi c’è la bibbia, si prende la bibbia, si tirano fuori le prove bibliche scritturali (i così detta dicta probantia) e in base alle quali far vedere che il dogma del magistero ragiona. Quindi una prospettiva totalmente deduttivista e totalmente, come capite, che cala dall’alto. Il dogma ecclesiale è stabilito e sulla base di questo si costruisce la teologia che non può che essere una e unica a partire dal vaticano II e in realtà ancora prima, la teologia nouvelle, Theilhard de Chardin, il modernismo.

Probabilmente la grande caldaia che ha fatto sorgere il vaticano II è stata la temperie modernista e non è certo bastato Pio X con il decreto lamentabile, il giuramento antimodernista a bloccare questo bisogno dell’intelligenza di andare avanti.

L’intelligenza non sarà bloccata mai dai dogmi, dalle preposizioni, magari sul momento, ma è come un fiume per cui se tu gli poni come dire da un certo punto di vista gli poni una impossibilità di andare, l’acqua un’altra uscita la trova. Ed è per quello che poi dal modernismo è nata la teologia Nouvelle, Theilhard de Chardin e da questo è nato il vaticano II, da questa sorgente profondissima e inarrestabile e quindi da qui ci sono diverse teologie.

Quindi che cosa sto dicendo, che cosa ho detto finora? Ho detto che anche il mondo si crede, ed è, per quello che esistono diverse filosofie, esistono diverse teologie, e a seconda della filosofia che hai, svilupperai una teologia diversa.

Tutti i teologi che costruiscono pensiero sono abitati da una precisa filosofia, che lo sappiano o non lo sappiano. E qual è la filosofia del cristianesimo nel guardare il mondo?

Ma, chi di voi è cristiano, chi di voi condivide il messaggio cristiano sostanzialmente si pone di fronte al mondo e crede nel primato del bene e della giustizia e dell’amore. Alla fine tutto il senso del cristianesimo è questo: porsi di fronte a questo fenomeno assolutamente contraddittorio che è il mondo: è un fenomeno antinomico il mondo.

Antinomico vuol dire che ci sono tesi e antitesi entrambe legittime, mi riferisco ovviamente alla “critica della ragione pura” di Kant ed è esattamente a partire dalla idea cosmologica, dall’idea del mondo che tanti dicono: ci sono tesi e ci sono antitesi entrambe legittime e la ragione non ha la possibilità … Il foglio bianco diviso in due: chi avrebbe ragione? Chi avrebbe di noi il voto più alto se io dovessi essere il professore, chi mi compila la colonna A o chi mi compila la colonna B? Probabilmente il voto più alto lo avrebbe l’alunno o quell’alunna che consegnerebbe il foglio con le due colonne entrambe piene di aggettivi o entrambe vuote di aggettivi, ma paritarie, perché dimostrerebbe esattamente quello che a mio avviso è il risultato della ragione di fronte al mondo, l’antinomia.

Non c’è un omos? solo, una legge sola, ce ne sono due, ma non nel senso dualistico, no, nel senso proprio in questo continuo processo evolutivo che è il mondo per cui oggi questo lavoro che è il mondo ti produce giustizia, ma producendo giustizia qui sembra quasi inevitabile che si produca ingiustizia là, producendo nutrimento qui sembra quasi inevitabile che si debba produrre il contrario del nutrimento, la morte, la distruzione là. Il cristiano è colui che abita questo processo non dualisticamente, ma dualmente configurato, non è dualismo, è dualità, una dualità che dice esattamente, perché è duale?

Perché si muove, se non si muovesse il mondo non sarebbe duale. Si può muovere esattamente perché quest’unica massa di energia è sì configurato dalla legge Logos (logos – logica)… il vangelo di Giovanni lo avete fatto come comincia? In principio era il logos, ma questo suo essere il principio del mondo da parte del logos non è tale da creare una organizzazione necessaria e necessitata.

Il caos che è l’altro grande elemento è sempre all’opera e il mondo è esattamente questo: qual è la formula del mondo? La formula del mondo così come io la vedo e la percepisco è Logos più caos e ciascuno di noi al suo interno è logos più caos e non è il bene e il male, sono importanti entrambi. Guai a quella persona che è solo logos, che non sa aprirsi alla dimensione nuova, innovativa del caos, che non vive la sua vita, la sua esistenza come sistema aperto facendo sì che la realtà come si propone ponga anche disarmonia, negazione, contestazione rispetto alla sua visione del mondo. Se non lo fa, se uno non è così rimane chiuso, statico, questa è la persona dogmatica, è quella persona che già ha tutto configurato.

Occorre invece che alla dimensione giusta delle proprie idee, dico giusta nel senso di legittima, di avere le proprie idee, di avere la propria visione del mondo ci sia questa apertura nei confronti dell’alterità, nei confronti della contestazione, nei confronti del caos e guai naturalmente alla persona viceversa che ha solo caos, che ha solo disordine, che è solamente come dire apertura incondizionata a tutto e a tutti senza avere criteri, senza avere capacità di giudizio, senza saper soppesare ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che introduce maggiore ordine e ciò che invece conduce alla disgregazione, al disordine.

Logos + caos, naturalmente siccome è difficile vivere all’insegna di questa continua apertura, è difficile essere un sistema aperto, avere la vita come un sistema aperto, allora che cosa ti dà? Logos + caos qual è il risultato?  Vi sto dicendo, il mio nuovo libro … il succo è questo qui. Logos + caos = patos, la passione. Il segreto della vita, ciò che ci fa illuminare lo sguardo, ciò che ci fa vivere, il segreto dell’esistenza è la passione. Naturalmente questa passione è da intendersi sia nel senso attivo di emozione dominante, sia nel senso passivo di patimento perché è difficile essere aperti sempre al mondo. Ti scava questa apertura al mondo, questo disordine che entra entro di te può essere molto difficile da sopportare. Ma questa è la vita: essere sistema aperto e introdurre sempre ordine e energia positiva dove è possibile nell’apertura alla più alta dimensione del caos.

E essere cristiani vuol dire questa cosa:

vuol dire credere che all’interno di questa processualità di logos e caos, credere nel primato del logos senza cadere nell’errore dogmatico di chiudersi al caos, di chiudersi al disordine, no, ma credere comunque al primato del logos laddove logos significa come tutti voi sapete, certamente significa parola, certamente significa discorso, certamente significa ragione, ma anzitutto ha un valore fisico ed è per quello che io lo traduco come relazione. In principio era il logos vuol dire, in principio è la relazione. Logos viene dal verbo “leghein” che significa anzitutto tutto legare, mettere insieme. Certo parola, significa parola perché, cos’è la parola? Si mettono insieme i suoni e significa discorso. Ma perché significa discorso? Perché si mettono insieme le parole. Poi significa ragione perché? Perché si mettono insieme i significati del discorso e il succo del discorso è la ragione. Logismos, stessa radice di logos significa calcolo, è la stessa radice e si mettono insieme i numeri. Ma capite che il vero significato è questa forma relazionale, è ciò che mette insieme, è ciò che unisce, ciò che intreccia, ciò che mette in relazione.

Che cos’è l’amore? scusate se il cristianesimo consiste in questo, che cos’è l’amore se non esattamente relazione, una relazione totale, sincera, pulita, trasparente, caotica anche nella misura in cui è l’amore con l’A maiuscola e l’amore con una persona che comporta anche la dimensione eros, la dimensione filia e la dimensione agape. Certo c’è anche ladimensione caos, ma è chiaro perché è la vita.Però essere cristiani significa ultimamente credere nel primato del logos, credere nel primato della relazione trasparente, nel primato della relazione pulita, nel primato della relazione totale, totalizzante con sé stessi e con gli altri e così via … Questa è la filosofia di fondo che mi guida nel parlare di chiesa, nel parlare di mondo, nel parlare di chiesa e di mondo.

Perché vedete di fronte alla grande questione, tu a chi appartieni, a chi ti senti di più di appartenere, alla chiesa o al mondo? Sei più un uomo di mondo (come diceva Totò: un uomo di mondo) o sei più un uomo di chiesa? La tua energia vitale si sente di più a casa all’interno del mondo o all’interno della chiesa?

Per chiesa, attenzione non intendete solamente quella gerarchica, si intende la chiesa gerarchica, la chiesa …(adesso non si può dire la chiesa del papa perché per fortuna abbiamo un papa..). insomma quella chiesa lì, la chiesa abbastanza antipatica … no, anche questa è un fenomeno di chiesa. Che cos’è? Ecclesia, non è un fenomeno di chiesa questa comunità? Quindi la caritas, le comunità, lo stare insieme, a chi appartiene se le cose stanno così? Capite che per me non è semplice rispondere, e io infatti non rispondo.

Non rispondo perché? Perché io dico: appartengo a entrambi perché, la logica è esattamente la medesima alla luce di quello che ho detto. Una delle frasi più importanti del  “de civitate Dei” di S. Agostino dice: “due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, il mondo, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé ha costruito la città celeste.” Ecco da questa prospettiva cosa emerge? Emerge non la dualità, ma il dualismo, la contrapposizione chiesa mondo, la contrapposizione, anche io e Dio, per cui non puoi amare te stesso se vuoi amare Dio, devi disprezzare te stesso se vuoi amare Dio secondo questa prospettiva.

Emerge anche da questa prospettiva la grande contrapposizione tra filosofia e teologia, tra sapere di Dio e sapere del mondo. Questa è stata la prospettiva dominante all’interno del cristianesimo: don Camillo e Peppone e prima ancora i guelfi e i ghibellini e la gran parte della storia italiana, probabilmente tutta la storia italiana di questa penisola italica, dopo, da quando è diventata Italia, da quando la chiesa ha giocato un ruolo.

Certo non la storia dell’impero romano, la storia dell’Italia a partire dall’anno 1000 sostanzialmente e tutto questo si spiega alla luce di questa contrapposizione del “de civitate Dei” 14-28, di questi due amori. Il fatto che noi per avere lo stato unitario abbiamo dovuto combattere contro lo stato della chiesa – il 20 settembre 1870, i bersaglieri a porta Pia- e tutto questo che cosa dice? Dice esattamente che qui in Italia e penso che la stessa cosa valga per gli altri grandi paesi cattolici, la Francia e la Spagna penso (è semplicemente una intuizione che andrebbe verificata) tutto questo, questa auto comprensione della chiesa come contrapposta al mondo come di una società perfetta contrapposta a una società imperfetta che è il mondo ha generato esattamente questo dualismo che ha contrassegnato profondamente la storia e la mentalità per cui ancora noi quando sentiamo il termine chiesa – mondo inevitabilmente siamo portati a sentire una contrapposizione.

Ma ci sono limiti immensi in questa prospettiva, prima di tutto perché anche nella chiesa c’è amore di sé, anche nella chiesa c’è mondo. Alla prospettiva di Agostino uno direbbe: ma teoreticamente lasciamola anche sussistere, ma dal punto di vista empirico dov’è questa chiesa, me la puoi indicare questa chiesa che vive totalmente all’insegna del disprezzo di sé, e dell’amore del mondo? Andiamo a vederla come è fatta la chiesa concretamente? Quindi empiricamente parlando questa prospettiva non tiene e non tiene neanche il mondo perché uno potrebbe dire anche ad Agostino: vieni con me, dammi la mano e ti porto a fare un giro in questo mondo e ti mostrerò tanti aspetti in questo mondo che non sono per niente contraddistinti dal disprezzo di Dio e dall’amore per sé.

Anche questo mondo, a prescindere dal fatto che sia cristiano o meno, produce una serie di elementi di, come li vuoi chiamare Agostino, santità? Li vuoi chiamare giustizia? Decidi tu come chiamarli, ma certamente sono elementi estremamente positivi. Vogliamo dare un’occhiata a cos’è il bodhisattva del buddismo? Vogliamo dare un’occhiata al libro dei morti dell’antico Egitto cap.125 etc. etc. o semplicemente anche fenomeni laici, non solo religiosi, ma anche fenomeni laici, elementi come dire, esperienze di volontariato che non hanno alcun riferimento religioso e che sono trasparenti quanto giustizia e volontà di bene e di solidarietà.

Quindi questa prospettiva di Agostino è empiricamente falsa e quando una cosa è empiricamente falsa è teoreticamente falsa subito, quando è smontata dal basso, poi tutti i castelli costruiti sopra vengono meno. Una cosa invece da questa prospettiva di Agostino emerge con forza: qual è? Amor. Dice due amori. Ora ciò che da questo brano di Agostino emerge con forza è che c’è un’unica intenzionalità che contraddistingue il rapporto dell’uomo con il mondo e quest’ultima intenzionalità è l’amore. Allora questo amore, questa è la mia tesi di fondo; io dico che è l’amore che porta le persone a vivere all’insegna del bene e della giustizia, a prendere sul serio le parole di Gesù all’interno del vangelo e quindi a costruire comunità, e quindi a essere ecclesia e quindi a essere chiesa, questo amore non è assolutamente diverso dalla medesima logica, dalla medesima tensione che è alla base della costruzione del mondo.

Sto dicendo che anche il mondo è chiesa, sto dicendo che anche il mondo nella sua logica di fondo manifesta la medesima logica che genera la chiesa. Qual è la logica che genera la chiesa? Ec-clesia, ec-caleo??, è qualcosa che è chiamato, c’è una forza, in questo caso è una forza spirituale che ti chiama, ti fa uscire da sé e ti pone in comunione. Questa è la forza che sta alla base della chiesa. Questa logica è presente nel mondo oppure no? Che cosa ho bevuto adesso? Io adesso ho bevuto un po’ d’acqua, l’ho bevuto perché avevo la gola un po’ secca dopo tutto questo parlare, ma che cos’è l’acqua? Aggregazione, aggregazione come lo sappiamo fin da bambini H2O. Non esiste l’acqua se non come il risultato di una aggregazione di elementi.

Un bel respiro: l’aria senza la quale noi dopo 3 secondi moriremmo, e che cosa è l’aria? Aggregazione, aggregazione di gas, azoto e ossigeno e qualcos’altro ancora … e noi come organismo, io che vi sto parlando e voi che mi state ascoltando che cosa siamo?

Aggregazione a partire dalle particelle subatomiche che poi diventano atomi e poi diventano molecole e poi diventano tessuti e cellule, organi, sistemi di organi, organismo, aggregazione. Il pianeta terra è il risultato di cosa il pianeta terra? Aggregazione di gas e di polvere stellare che a un certo punto si sono solidificati. Il sole, la stella che genera la vita, che cos’è? Aggregazione anche lì, aggregazione di gas. Il sistema solare? Aggregazione. Ditemi se vi viene in mente una cosa che non è il risultato di una aggregazione, non esiste.

L’acqua, l’aria, la terra, il fuoco, il corpo, la pietra, tutto è il risultato di aggregazione. E la chiesa che cos’è? La chiesa non è nient’altro che il risultato di una aggregazione con una differenza specifica che per la chiesa si dovrebbe parlare più che altro di congregazione, non tanto per le congregazioni religiose, ma perché senza l’impegno della libertà personale non si dà aggregazione ecclesiale. In questo senso il cum del termine congregazione, il cum latino divide, distingue l’aggregazione dalla congregazione perché c’è il lavoro della coscienza personale, mentre per gli elementi c’è il lavoro della natura che avviene a prescindere dal lavoro personale.

Tra l’altro sarebbe veramente bellissimo indagare a livello fisico questa questione: perché il mondo consiste e sta? Perché sta? E la risposta la fisica ce l’ha, perché ci sono le particelle materia, i fermioni, e ci sono le particelle forza, i bosoni che non hanno niente a che fare con la comunità di Bose, è importante, ma fino a un certo punto … non è che li hanno chiamati così per via … no, li hanno chiamati così per Bose Satyendra Nath che era un fisico indiano che aveva esattamente, in uno scritto famoso che consegnò a Einstein, elaborato questa idea delle particelle forza. Il mondo non è solo materia, il materialismo è una filosofia, è una visione anche delle cose molto povera, estremamente povera, non sa rendere conto di quell’altra grande dimensione immateriale che è la forza senza la quale la materia non sarebbe.

Comunque quello che sto dicendo è che la logica del mondo e la logica della chiesa è la medesima, questo fenomeno relazionale, logico, logico nel senso di logos.. enarché?? logos la relazione come fonte originaria di tutto. La differenza naturalmente tra l’aggregazione che porta l’idrogeno e l’ossigeno a dare l’acqua e quella di ciascuno di noi, che porta ciascuno di noi, a voler essere per chi lo vuole, essere ecclesia, comunità, naturalmente la differenza come ho detto è che in noi subentra anche il lavoro della libertà.

Però la chiesa in sé stessa quando è vera, quando veramente abbiamo a che fare con il fenomeno chiesa, e non nel senso ecclesiastico del termine clericale, che è una degenerazione di questo, quando abbiamo veramente abbiamo a che fare con il fenomeno ecclesiale nel suo senso profondo, ebbene la chiesa è l’espressione libera e consapevole della logica che sottostà alla materia, è la medesima.

In questo senso la chiesa serve il mondo in funzione del mondo perché l’espressione consapevole, l’espressione che sa e che vuole (consapevole = cum sapio volo) consapevolezza vuol dire quando dentro di te c’è il sapere, ma c’è anche il volere.

L’unione di intelletto e volontà fa la consapevolezza. Allora la chiesa dovrebbe essere la consapevolezza di questa logica che da sempre è all’opera nel mondo pensato come creazione di Dio, anzi come creazione continua di Dio, perché è una creazione continua.

Il rapporto tra Dio e il mondo a livello creativo è il rapporto che avviene sempre, in ogni istante. Vado a concludere dicendo che da qua discendono alcune conseguenze, da questa visione della vita, da questa visione del mondo, da questa visione della chiesa, da questa visione del rapporto chiesa mondo.

La prima è che il cristianesimo, così come lo vivo io e così come l’hanno vissuto in molti, da questa mia visione delle cose discende una modalità di essere cristiani che pone l’incarnazione come vertice, incarnazione intesa come comunione con il mondo. Il divino è da sempre strutturalmente teso alla comunione con il mondo. C’è una modalità di pensare il cristianesimo all’insegna dello scontro con il mondo ed è una modalità altrettanto legittima dal punto di vista dei vangeli, dal punto di vista del nuovo testamento ed è una modalità che pone la croce come primato, ma croce intesa non come ultimo atto di comunione con il mondo, ma come scontro, contrapposizione, atto di guerra del mondo nei confronti del divino. Quindi naturalmente da qua, da questa modalità di intendere il cristianesimo che è il cristianesimo di Lutero, che è il cristianesimo di Pio X che non è una questione confessionale protestanti e cattolici, è esattamente quella visione che pone il mondo e la natura come contrapposti, come distinti, che sottolinea con forza la distinzione tra natura e sovranatura. Mentre io non sottolineo in alcun modo la distinzione, anzi io dico non c’è questa distinzione natura e sovranatura, c’è un unico processo abitato da un’unica logica che naturalmente diviene più matura, più piena, più responsabile, più consapevole laddove aumenta la pienezza, la maturità, la consapevolezza del mondo, ma non c’è contrapposizione natura sovranatura.

Questa è la prima conseguenza, la seconda conseguenza concerne la modalità con cui guardare il mondo. Questa è la modalità con cui considerare il cristianesimo e la modalità con cui considerare il cristianesimo, ho detto, è all’insegna dell’incarnazione cioè dell’armonia, del dialogo con la dimensione naturale, con la dimensione del mondo.

Secondo, come guardare il mondo? All’insegna di questa prospettiva discende una modalità di guardare il mondo come continua creazione di Dio come un fenomeno che in ogni istante è rivelazione di Dio. In un certo senso all’interno di questa prospettiva anche la distinzione tra creazione e rivelazione viene meno. La rivelazione storica, biblica, è la grammatica, la semantica con cui leggere la continua rivelazione di Dio che è questa vita, in questo mondo.

Terzo … le altre religioni … voi capite la modalità con cui pensare le altre religioni.

All’insegna della prospettiva chiesa-mondo agostiniana che pensa che tutto ciò che non è chiesa nel senso di chiesa cristiana è generazione dell’amore di sé fino al disprezzo di Dio anche le altre religioni saranno considerate amore di sé fino al disprezzo di Dio, saranno considerate tentativi come la torre di Babele, le altre religioni come torre di Babele, e gli uomini tentano di arrivare al divino a partire da sé, tentano di arrivare al divino valorizzando sé stessi come grande atto di tracotanza, di superbia. C’è una modalità di pensare le altre religioni, c’è stata, adesso per fortuna è minoritaria, ma c’è stata lungamente una modalità di pensare le filosofie e le religioni all’insegna di questo dualismo.

Al contrario nella mia prospettiva, nella prospettiva che esiste da Giustino (non è che l’ho inventata io), una prospettiva che esiste da sempre all’interno del nuovo testamento, nei padri apologeti, nei padri della chiesa, i grandi esponenti di questa prospettiva, ho citato Giustino all’inizio, poi naturalmente viene Origene e poi si arriva alla grande scolastica, molto Tommaso D’Aquino è all’interno di questa prospettiva. In Tommaso d’Aquino poi in realtà c’è anche l’altra, come anche Agostino, sono da una parte e dall’altra, dalla prospettiva di Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro per arrivare ai nostri giorni naturalmente a Theilhard de Chardin, a tutta la prospettiva della “teologie nouvelle”, Rahner, se volete la teologia dei gesuiti è una teologia all’insegna di questa grande fiducia nei confronti del pensiero umano, la teologia di Martini è all’interno di questa prospettiva.

E non a caso io mi sono formato alla scuola di Carlo Maria Martini, per quanto molte idee che io ho, lui lo ha anche scritto nella mia lettera, non le condivideva.

La terza conseguenza riguarda esattamente la modalità con cui guardare le altre religioni, pensate come espressione della medesima tendenza ecclesiale della realtà. La realtà ha una tendenza ecclesiale, è l’energia che forma il mondo ad avere una tendenza verso la chiesa intesa esattamente come aggregazione, come comunione degli elementi e poi delle cose che formano sistemi, sistemi sempre più complessi. Questa tendenza verso l’unione della comunione è esplicitata anche dalle grandi religioni le quali non vogliono fare altro che porre il singolo in comunione con il principio del mondo. Poi deriva anche se pensate, una modalità di pensare la chiesa, altra conseguenza la chiesa dal punto di vista estetico, dal punto di vista dell’estetica.

Voi capite, un conto è pensare chiesa nel senso di edificio, edificio chiesa all’insegna di una teologia della divisione rapporto chiesa – mondo, un conto è pensare una chiesa nel senso dell’edificio chiesa che si costruisce all’interno della visione armoniosa chiesa – mondo laddove la chiesa ancora una volta non è nient’altro che il mondo che prende coscienza di sé. E’ una prospettiva, si starà molto attenti a far sentire il fedele che entra in chiesa come non a casa: sei in qualche cosa di molto più grande di te, qualcosa che ti schiaccia, qualcosa che ti pone quasi un senso di timore e tremore, di soggezione, non è la tua casa questa, è la casa di Dio e proprio perché è la casa di Dio non potrai essere a casa tua e tu sei sempre appunto necessariamente straniero qui, piccolo.

Un certo tipo di gotico impone questo senso di soggezione e non è che è un caso, no, sottolinea una precisa modalità di pensare il rapporto Dio – mondo, di pensare la spiritualità. Invece qual è l’architettura che promana da una visione di questo tipo? Il romanico, è una prospettiva dove il singolo si sente a casa, questa chiesa non ti mette soggezione, ti mette confidenza. Entri e non hai questo senso di timore, ma hai questo senso di allegria casalinga come quando senti il profumo del pane a casa o il caffè alla mattina e queste cose che ti fanno tanto sentire casa. Allo stesso modo la chiesa, ti senti a casa.

Non è un caso che ci siano chiese “A” all’insegna della trascendenza assoluta, chiese che ti fanno sentire straniero, che ti fanno sentire intimorito e viceversa chiese “B” che ti fanno sentire a proprio agio, non è un caso, perché ci sono diverse teologie e infine naturalmente la spiritualità che ne deriva, la spiritualità che ti deriva dal pensare il mondo.

Un conto se tu pensi che per il tuo essere cristiano devi negare il mondo, devi entrare in chiesa, devi avere una relazione con il mondo all’insegna della distanza, della polemica, della negazione, un conto se invece pensi che il mondo stesso è già una chiesa. Voi capite come ci si muove in maniera completamente diversa, cammini nel mondo pensando che è santo così come è santa una chiesa o che non è santo così come non è santa una chiesa, che è un processo che tende però verso questa giustizia, questa santificazione, cambia tutto.

Noi entriamo in chiesa e facciamo il segno di croce, ma pensiamo all’idea di uscire di casa e di fare il segno di croce e di fare una genuflessione … cosa che non si può perché veramente uno esce di casa e fa la genuflessione, poi ti prendono …. Ma mentalmente si può, poi soprattutto di fronte ai fenomeni naturali, di fronte al sole che sorge, di fronte a una montagna verso la quale si va, prima di entrare in un bosco, ma magari anche di fronte a un monumento, di fronte a una piazza. Uno prima di entrare, uno dice mi faccio il segno di croce, sto entrando in un posto.. una piazza, una piazza di una città, ma scusate che cos’è se non un fenomeno di ecclesia? Ecclesia, ec-caleo? è la medesima logica aggregativa, di congregazione, la medesima che ha portato gli uomini a costruire quella piazza e perché allora quando entro in chiesa mi faccio un segno di croce e quando entro a Piazza Maggiore, a piazza del Duomo o a piazza della Signoria, mentalmente non mi faccio lo stesso un segno di croce e dico: entro in un luogo santo?

(trascrizione non rivista dall’autore)

Montefano, lì 2 giugno 2013

i sinti e la festa del 25 aprile

 

l’elenco dei sinti e dei rom,di cui si ha notizia, che hanno partecipato alla Liberazione nel Nord Italia

ancora sinti

“Nell’Aprile del 1945 c’erano i tedeschi in ritirata. Molti sinti facevano i partigiani. Per esempio mio cugino Lucchesi Fioravante stava con la divisione Armando, ma anche molti di noi che facevano gli spettacoli durante il giorno, di notte andavano a portare via le armi ai tedeschi. Mio padre e lo zio Rus tornarono a casa nel 1945 e anche loro di notte si univano ad altri sinti per fare le azioni contro i tedeschi nella zona del mantovano fra Breda Solini e Rivarolo del Re (oggi Rivarolo Mantovano), dove giravano con il postone che il nonno aveva attrezzato. Erano quasi una leggenda e la gente del luogo li aveva soprannominati i «Leoni di Breda Solini»…”

Questo è il racconto di Giacomo “Gnugo” De Bar, sinto emiliano venuto a mancare pochi mesi fa, che bambino è stato rinchiuso con la sua famiglia nel campo di concentramento di Prignano sulla Secchia, in Provincia di Modena, nel settembre del 1940. Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio, la sua famiglia riusci a fuggire dal campo di concentramento, insieme a tutte le altre famiglie sinte. E’ infatti dall’autunno del 1943 che in particolare sinti italiani, maggioritari nel Nord Italia, si danno alla macchia e si uniscono alle brigate partigiane.liberazione

Molte famiglie sinte e rom scappate dai campi di concentramento, nel Nord Italia vengono rastrellate e inviate verso il campo di concentramento di Bolzano per poi essere deportati in Germania e in Polonia. Alcune riescono a sfuggire ai rastrellamenti dei Carabinieri e delle Forze tedesche nascondendosi nelle campagne grazie all’aiuto delle famiglie contadine, come per esempio la famiglia di Candida “Bianca” Ornato, sinta mantovana.

rom e sinti

di seguito l’elenco dei sinti e dei rom,di cui si ha notizia, che hanno partecipato alla Liberazione nel Nord Italia:

Giuseppe “Tarzan” Catter, eroe partigiano sinto, ucciso dai fascisti nell’Imperiese, il suo distaccamento ne prese il nome, decorato al valore
Walter “Vampa” Catter, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944
Lino “Ercole” Festini, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944
Silvio Paina, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944
Renato Mastini, eroe partigiano sinto, Martire di Vicenza, fucilato l’11 novembre 1944
Giacomo Sacco, partigiano sinto, partecipa alla liberazione di Genova
Giuseppe “Tzigari” Levakovich, partigiano sinto nella Brigata “Osoppo” in Friuli Venezia Giulia
Rubino Bonora, partigiano sinto nella Divisione “Nannetti” in Friuli Venezia Giulia
Amilcare “Corsaro” Debar, partigiano sinto, staffetta e poi partigiano combattente nella 48° Brigata Garibaldi “Dante Di Nanni”
Vittorio “Spatzo” Mayer, partigiano sinto in Val di Non
Mirko Levak, partigiano rom, scappato dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau si unisce ai partigiani
Fioravante Lucchesi, partigiano sinto nella Divisione Modena Armando
Formazione partigiana I Leoni di Breda Solini, formato unicamente da sinti italiani, fuggiti dal campo di concentramento di Prignano sulla Secchia (MO), operò nel mantovano
 
foto di Istituto di Cultura Sinta - Sucar Drom.