il nuovo olocausto

la Shoah oggi? 

“il nuovo Olocausto è nella fossa comune del Mediterraneo”

OvadiaOvadia

 

 

l’artista ospite del Teatro “Gesualdo” per una due giorni in città all’insegna della memoria come insegnamento per l’oggi

“l’ebreo di oggi è il rom, considerato ancora paria dell’umanità; è il musulmano, il palestinese; è il profugo che trova la morte nella fossa comune del Mediterraneo”Ovadia

di 

“Io conosco la Shoah. Tuttavia ritengo che oggi essa venga strumentalizzata per altri scopi. Il giorno della memoria sta diventando il giorno della falsa coscienza e della retorica. L’Ebreo è divenuto il Totem attraverso cui ricostruire la verginità della civiltà occidentale. Ma l’ebreo di oggi è il rom, considerato ancora paria dell’umanità; è il musulmano, il palestinese; è il profugo che trova la morte nella fossa comune del Mediterraneo”. A parlare è l’artista poliedrico Moni Ovadia. Un ebreo italiano, nato in Bulgaria nel 1946. Un uomo, innanzitutto. La sua famiglia vive gli anni della persecuzione nella schiera dei ‘fortunati’. Sfuggono ai campi di concentramento perché Bulgaria e Danimarca non cedono alle pressioni internazionali e scelgono di non piegarsi alle deportazioni di massa. “Vuol dire che si poteva fare- ricorda Ovadia- e che gli altri Stati hanno deciso consapevolmente di non farlo”.

Parole dure come macigni, che rispolverano quel concorso di colpa tutto italiano nelle vicende della Seconda Guerra Mondiale. La memoria scivola a quel 16 ottobre del 1943, data in cui 1024 ebrei romani, 1024 italiani, furono arrestati, tenuti prigionieri e infine caricati come bestiame sui quei vagoni la cui ultima fermata recava ‘Auschwitz Birkenau’. Circa 847 di loro furono direttamente ‘selezionati’ all’arrivo per le camere a gas. Tornarono in sedici, una donna e quindici uomini. “Abbiamo bisogno di sapere- suggerisce Ovadia- che la memoria serve ad edificare presente e futuro. Altrimenti, è solo vuoto celebrativismo. E allora, che si parli pure di una giornata ‘delle memorie'”.

Ad ascoltare, attenti, gli studenti della Scuola Media ‘Perna- Alighieri’ e quelli del Liceo delle Scienze Umane ‘P. V. Marone’ che ogni anno, nel mese di febbraio, porta i suoi studenti a visitare il tristemente noto campo di concentramento di Auschwitz Birkenau. Nell’ambito della rassegna ‘Teatro Civile’, il Teatro Carlo Gesualdo e il Conservatorio Cimarosa di Avellino si sono fatti promotori di una due giorni incentrata sul ricordo delle vittime della Shoah. Presenti all’incontro il presidente dell’Istituzione Teatro comunale Luca Cipriano, l’assessore con delega alla Cultura Teresa Mele e l’assessore alle Politiche Sociali Marco Cillo, che nel donare a Moni Ovadia una sciarpa realizzata nel maglificio confiscato alla camorra ‘CentoQuindici Passi’ ricorda le vittime trasversali del ‘sonno della ragione’. “Se il compito del Terzo Reich- afferma Cillo- è stato quello di cercare di cancellare dalla memoria le vittime innocenti del genocidio, al pari la mafia tenta di nascondere alle coscienze il ricordo dei suoi morti. Oggi abbiamo il compito di affidare questi nomi agli studenti per dar loro la possibilità di perpetrare la memoria. Il 27 gennaio dovrebbe uscire dal calendario ed entrare nella nostra quotidianità”.

Ma è Moni Ovadia a rinsaldare la consapevolezza. A ricostruire il sottile legame con la coscienza. “Si è passati- afferma- dallo sterminio degli ebrei alla israelianizzazione della memoria. Ho ascoltato politici, per me furfanti, uscire dal campo di concentramento di Auschwitz e dire “mi sento israeliano”. Ma che affermazione è questa? Non sento nessuno affermare di sentirsi rom, omosessuale, antifascista, slavo o menomato. Eppure anche loro furono vittime dello sterminio. Vedete, distinguere tra morti è uno schifo. Primo Levi ha scritto un capolavoro assoluto della memorialistica e della riflessione, ma non l’ha intitolato ‘Se questo è un ebreo’ ma ‘Se questo è un uomo’. Ricordiamoci degli esseri umani. Anche se noi italiani siamo specialisti in retorica e falsa coscienza, sfatiamo il mito degli ‘italiani brava gente’. Ricordiamo che quello fascista è stato il regime dei genocidi: in Cirenaica, ad opera del generale Graziani; in Etiopia, il generale Badoglio ordinò lo sterminio col gas. Centotrentacinquemila morti civili, innocenti spariti in una volta sola. Ricordiamoci della ex Jugoslavia. Facciamo come i tedeschi. Loro hanno fatto chapeau. Loro, con la storia, ci hanno fatto i conti. Forse dovremmo iniziare a farlo anche noi”.

Nella memoria di Ovadia sfilano gli armeni, lo sterminio di massa in Manciuria, quello delle Filippine; ma anche il tentativo di cancellazione di un’intera generazione in Argentina con i desaparecidos, la lotta interna della Cambogia, la guerra civile dell’ex Jugoslavia tra coloro che pregavano lo stesso Dio: i cattolici- croati e i serbi- ortodossi. E l’Europa, ferma a guardare le sue faglie in rotta di collisione tra loro. Pronta a favorire gli uni piuttosto che gli altri interessi. Per non parlare delle crociate di democrazia moderne, dei morti civili in Iraq, Afghanistan, Siria, Libano, Palestina. La lista è lunga, ma la domanda resta: si può oggi escludere una persistenza della mentalità degli stermini? “Il Mar Mediterraneo è una fossa comune- arringa Ovadia- Ancora una volta gli interessi economici vengono anteposti alla dignità degli esseri umani. Eppure siamo stati noi occidentali a dire che ‘gli uomini nascono liberi e uguali, pari in dignità e diritti‘. Ma ancora manca il diritto di residenza universale. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ed io condivido con tutto il cuore questa impostazione, propone l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Altrimenti non saremo mai una vera umanità. I dati Onu ci dicono che le ‘guerre moderne’ causano oggi il 95 percento delle vittime civili. La guerra non è di per sé un atto criminale?”.

“Io voglio stare in esilio finché vivrò- conclude l’artista- L’Italia è il mio Paese ma non la mia patria. Patrie non ne voglio avere. Vengo a parlare con questi ragazzi perché le loro vite non subiscano passivamente la falsa coscienza e retorica. Perché oggi i rom vengono considerati ancora i paria dell’umanità mentre gli ebrei sono le vacche sacre? Perché i primi non hanno uno Stato, mentre i secondi sono armati fino ai denti con testate nucleari e cercano costantemente di estendere i propri confini. Ecco perché l’antisemitismo di Stato è scomparso. Per carità, sopravvive in alcuni corpuscoli nazisti, ma è stato espunto dallo spazio pubblico. Si deve avere coraggio e lungimiranza per affermare certe idee. Poi ne paghi il prezzo: io non dirigo teatri o festival, collaboravo per alcune testate e ora non mi ci fanno più scrivere. Ma settant’anni cominci a fregartene e comprendi che l’informazione è importante, ma non deve mai ridursi a mera comunicazione. In questi giorni assisteremo ad un profluvio di trasmissioni sulla Shoah, ma nessuno penserà di collegare quel ricordo con gli stermini di massa di cui siamo complici nel presente. L’informazione- conclude- va incrociata con l’indagine del presente per poter essere un elemento fruibile dalle future generazioni”.

ha un volto la misericordia?

il volto della misericordia

di Angelo Casati
in “Mosaico di pace” del febbraio 2016

Casati

“non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo”

papa3

Non posso che spigolare. Spigolare dietro un’abbondanza. L’abbondanza di una lettera. Non sono un esperto di giubilei del passato né delle loro bolle di indizione, sono lettore della lettera che papa Francesco ha scritto, con la quale apre questo giubileo, “Misericordiae vultus”. “Lettera” sta scritto. Mi sono detto che non dovremmo leggerla come un documento, quasi depredandola della sua qualifica di lettera. Un conto è quando leggi un testo, un conto è quando apri e leggi una lettera. La differenza è enorme. Se è lettera, in primo piano c’è un volto e tu ascolti racconti. Le lettere è difficile riassumerle, e forse anche farne commento, forse puoi solo raccontare emozioni. A busta richiusa. Per certe lettere mai chiusa. La premessa va da un lato a dire l’entusiasmo per il genere letterario della “lettera”, ma anche a segnalare l’orizzonte piccolo delle mie riflessioni: saranno emozioni di lettura. Niente di più: sono principiante, per natura un principiante. Una prima emozione è nella titolazione “Misericordiae vultus”. Il volto: confesso che ho passato una vita a cercare volti. Soprattutto volti. Più che ottantenne ancora cerco volti, mi interessano i volti. Volti — diceva Italo Mancini —”da guardare, da rispettare, da accarezzare…”. Ha un volto la misericordia? Starei per dire che il suo volto, la sua identità, la sua passione è “guardare, rispettare, accarezzare i volti”, senza esclusioni. La lettera di Francesco invita a guardare, a toccare con tenerezza: “Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo” (n.15). Ebbene, mi sembra di poter dire che il volto, i volti, hanno a che fare con le porte e penso alle porte dell’anno santo. La porta, immagine di una bellezza mozzafiato, la porta, che fa squarcio nell’immobile durezza del cemento armato. È con la misericordia che tu bussi e passi umile e fiducioso la porta dell’altro. Giubileo come aprire porte. Ma non puoi dimenticare la precedenza: se tu passi una porta, è perché Dio per primo l’ha passata per te, verso di te. La tua misericordia, il tuo sguardo di misericordia, il tuo volto di misericordia ha un incipit nella misericordia del tuo Dio. Lui, il primo a passare la porta verso di te, a mostrarti il suo volto. Troppo a lungo abbiamo annunciato un Dio impassibile, distaccato, in alto; meno, un Dio toccato nelle viscere dalla nostra fragilità e dal nostro peccato. Toccato nelle viscere —dice l’Antico Testamento —come succede a una donna quando porta in grembo un piccolo d’uomo. Così Dio. È toccato nelle viscere per noi, quando ancora noi non siamo toccati nella via di una conversione. Ed era lo scandalo del Vangelo. Gesù passava la porta prima che i peccatori si fossero convertiti. Così agendo diventava insopportabile. Insopportabile l’idea che — come successe quel giorno con Zaccheo, ma fu una volta tra le tante — sedesse a pranzare con pubblicani e peccatori. Si badi, non convertiti. Perché nel caso avessero premesso un atto di pentimento, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Quella festa, con quelle voci che giungevano sin sulla strada, era per i benpensanti della religione indecorosa. Ma così è Dio, e così, con questi banchetti, il Figlio lo raccontava. Ed era questo a convertire. A convertirti non è certo uno sguardo inceneritore, bensì la tenerezza che pulsa nello sguardo dell’altro. Che non ti guarda dall’alto in basso. Anche questa è mistificazione della misericordia. Misericordia non significa far piovere dall’alto una sorta di compassione, quasi dicessimo “oh poverini!”. Non è questa la misericordia di Dio. Che va, invece, a riconoscere e a scommettere sulla bellezza che è in te. Dio ti riconosce dignità vestendoti. Lo fece
con Adamo ed Eva, lo raccontò Gesù narrando di un padre che fece una festa da sogno per il figlio che se n’era andato e lo vestì dell’abito più luminoso. dal basso in alto Non dall’alto in basso, ma dal basso in alto. Misericordia è inginocchiarsi. Ancora mi ritorna alla memoria, quasi icona, il Gesù piegato a terra il giorno in cui gli portarono, quasi fosse un oggetto, la donna sorpresa in adulterio. E Gesù, a confronto con gli scribi e i farisei, che, da giudici spietati, volevano la lapidazione della donna, che cosa disse e che cosa fece? “Chi di voi” disse “è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. E poi, dopo aver scritto parole segrete per terra, sulla sabbia, si alzò e disse “Donna, nessuno ti ha condannata? Nemmeno io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più”. Dal loro alto scribi e farisei la condannavano, lui dal basso “faceva misericordia”. Quel giorno sulla sabbia accadde la misericordia. Il Gesù piegato. Piegato fa la misericordia. Se non ti pieghi dici a parole misericordia, ma non fai la misericordia. La donna sentì parole che erano a centimetro di viso, le altre arrivano da grattacieli di spietatezza.
Dio passa la porta inginocchiandosi davanti a te. Messaggio per una Chiesa. Dimenticato? Troppo critici, direbbe qualcuno. Ma la constatazione, se pur preceduta da un incantevole “forse”, è di papa Francesco: nella lettera osa dire che in qualche misura si è smarrito il cuore dell’Evangelo, che si è ampiamente e a lungo declinato la fede con parole marginali, impallidendone la buona notizia, impallidendo il vero nome di Dio che è “misericordia”. Temo che ancora non ci sfiori l’intensità e l’urgenza di questa denuncia del Papa che scrive: “Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia” (n.10). Per tanto tempo! sosta laica Passo di emozione in emozione leggendo, né mi rimane tempo di sostare. Vorrei, prima di consegnare questi pensieri su volti e su porte, fare un accenno alle porte che forse un poco rozzamente chiamiamo “laiche”. Per recensire un altro stupore. Perché per troppo tempo eravamo abituati a giubilei che fossero passare la porta santa in un luogo liturgico, nella sfera del cosiddetto sacro. Ma se in una lettera ti viene sussurrato che l’indulgenza tu la ricevi in dono, anche se fai un’opera di misericordia, tutto cambia. A me sa di rivoluzione. Quasi a dire che ci sono porte sante “laiche”, ci sono porte sante di “non credenti”. Le opere di misericordia, infatti, non sono forse quelle che l’Evangelo in una parabola attribuisce a coloro che non hanno conosciuto il Signore, ma si sono sentiti dire di averlo servito solo perché si sono chinati sulla sofferenza degli umani? Passerò per un sognatore, ma non riesco a non immaginarmi porte sante nelle case e per le strade, vado riconoscendo porte sante anche là dove qualcuno proprio non le metterebbe. Non ha forse chiarito anche questo, Francesco, quando, parlando dei carcerati, ha scritto: “Ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta santa”. Cammino e vedo porte sante.

il grande problema della chiesa

il teologo H. Kung

“chiesa e fedeli troppo distanti

ora papa Francesco deve reagire”

Kung

“Adesso papa Francesco può appellarsi al responso della maggioranza dei fedeli su temi così importanti, nel confronto con i reazionari della Curia. Il Papa emerito Benedetto XVI mi ha da poco scritto, a me eterno ribelle, una missiva affettuosa in cui s’impegna a sostenere Francesco sperando in ogni suo successo».
Insomma, in sostanza è quasi dire Francesco come Gorbaciov, l’uomo nuovo contro gli ortodossi, ma con la gente al suo fianco. Ecco la voce di Hans Küng, massimo teologo cattolico critico vivente, sul sondaggio- shock pubblicato ieri su Repubblica e il suo effetto nella Chiesa.   


Professor Küng, come giudica il sondaggio sui cristiani nel mondo?

«Presi insieme e analizzati, questi dati rivelano la straordinaria discrepanza tra gli insegnamenti della Chiesa sui temi fondamentali, come la famiglia, e invece la visione reale dei cattolici nel mondo».

Per lei tra i molti risultati del sondaggio quali sono i più importanti?
«Per me la cosa più importante è comunque la stragrande maggioranza di consensi per papa Francesco: l’87 per cento dei cattolici interrogati in tutto il mondo e il 99 per cento degli italiani sono d’accordo con lui. È un’enorme manifestazione di fiducia per il Sommo Pontefice Francesco. Per me è un piccolo miracolo, dopo gli anni della crisi di fiducia che aveva investito la Chiesa negli anni di papa Benedetto. Adesso in meno d’un anno papa Francesco è riuscito nell’inversione di tendenza dei sentimenti dei fedeli di tutto il mondo».

E il papa emerito Benedetto secondo lei sarà felice o triste del responso del sondaggio?
«Naturalmente lo rattristerà vedere questi risultati, specie ripensando oggi agli ultimi mesi vissuti da lui come Pontefice, nel suo mandato. Però sicuramente si rallegrerà del fatto che adesso si va avanti, e lui secondo me pensa più al destino della Chiesa che non di quanto riguardi se stesso».

È solo una sua supposizione o può provare quanto dice sui sentimenti di Joseph Ratzinger in questo momento?
«Io credo che spiegherò al meglio il pensiero di Benedetto citandole frasi della sua recentissima lettera a me».

Benedetto le ha scritto, dopo anni di contrasti? E che cosa le ha scritto?

«Ecco, attenda solo un momento, mi lasci prendere qui sulla mia scrivania affollata quel manoscritto con la carta della Santa Sede intestata a lui personalmente dalla sua residenza di Papa emerito. Data, 24 gennaio 2014. Intestazione, “Pontifex emeritus Benedictus XVI”. “Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera ». Credo siano parole molto belle. Certo, scritte prima della pubblicazione del sondaggio. Tanto più questa scelta di schieramento del Papa emerito Benedetto mi convince».

E che cosa significa il sondaggio per i vescovi, e in generale per le gerarchie ecclesiastiche?

«Io vorrei distinguere tra tre categorie di prelati. Per i vescovi pronti alle riforme, e ne esistono in tutto il mondo, i risultati del sondaggio significano un grande incoraggiamento: dovranno impegnarsi apertamente per le loro convinzioni, e non restare troppo timidi. Secondo, per i conservatori che hanno le loro riserve: dovrebbero riflettere sulle loro riserve, e dovrebbero ascoltare gli argomenti dei rinnovatori. Terzo, per i vescovi reazionari, presenti non solo in Vaticano ma in tutto il mondo, dovrebbero abbandonare la loro resistenza caparbia e scegliere la ragionevolezza ».

E che cosa significa il sondaggio per la base, per i cristiani? Incoraggiamento alla riforma dall’interno, come sognò invano Gorbaciov per il socialismo reale e l’Impero sovietico?
«È importante il segnale che il movimento per la riforma all’interno della Chiesa ha dalla sua parte la grande maggioranza dei fedeli. Il movimento di riforma è appoggiato dalla base — movimenti di riforma come “Noi siamo Chiesa” — più di quanto non sia apparso finora, più di quanto non sia appoggiato all’interno della Chiesa ufficiale. È un fatto a livello internazionale».

Professore, Lei da decenni chiede cambiamenti e aperture nella Chiesa, fu il primo e ne pagò le conseguenze. Per Lei questo sondaggio è una vittoria, una vittoria amara, o cos’altro?

«Non mi considero come vincitore, non ho condotto la battaglia per me ma per la Chiesa. Ho fatto evidentemente molte esperienze amare, ma è bello vedere un cambiamento nella direzione del Concilio Vaticano II. Ho avuto la grande gioia di poter vedere ancora da vivo il successo delle idee di riforma della Chiesa per cui ho combattuto così a lungo, di poter vedere l’inizio della svolta. Per me è un nuovo impulso vitale, come dice Benedetto, per quest’ultimo tratto del percorso della vita che noi ora abbiamo davanti».

Papa Francesco che conseguenze dovrebbe trarre dai risultati di questo sondaggio?

«Se posso dargli un umile consiglio, dovrebbe andare avanti con coraggio sulla via su cui si è incamminato e non avere paura delle conseguenze ».

Concretamente che significa?

«Spero che usi l’arte del Distinguo che abbiamo imparato entrambi alla Pontificia Università Gregoriana: dove c’è secondo il sondaggio consenso nella Comunità ecclesiale dovrebbe proporre una soluzione positiva al Sinodo. Dove c’è dissenso dovrebbe permettere e suscitare un libero dibattito nella Chiesa. Dove egli stesso è di altra opinione rispetto alla maggioranza dei cattolici, come sul sacerdozio per le donne, dovrebbe nominare una task force di teologi e di altri scienziati

ciò che accade è il colmo dell’assurdo

la disumanità dei muri d’Europa

di Furio Colombo
in “il Fatto Quotidiano” del 28 febbraio 2016

Colombo

Secondo la vulgata comune, sono due i gruppi umani che attraversano il mondo per migliaia di chilometri, affrontando le prove dell’aggressione armata, del banditismo, del mare senza mezzi per traversarlo, delle barriere di filo spinato, di muri costruiti apposta per fermarli, di treni fermi, di marce a piedi che durano settimane, di frontiere chiuse, mentre mancano del tutto luoghi di sosta, di minima assistenza, di soccorso ai bambini. Il primo gruppo è composto di persone (quasi sempre uomini soli) in cerca di un lavoro e di una vita migliore. Il secondo gruppo, un corteo senza fine di intere famiglie con molti bambini, sta cercando di fuggire dalle guerre che diventano di giorno e di notte sempre più violente senza che alcuno stato di guerra sia stato dichiarato o alcuna ragione sia stata detta dall’aggressore all’aggredito e – meno che mai – all’opinione pubblica.

muro La stessa vulgata comune vuole che il primo gruppo debba essere subito cacciato (molti amano dire “a calci in culo” come se l’immigrazione per povertà non fosse il più antico mestiere del mondo, spiazzando la fama della prostituzione). Il secondo (chi fugge da una guerra) va invece accolto e assistito secondo le buone regole della civiltà. La sequenza di eventi ha voluto che il primo gruppo sia drasticamente diminuito, perché sono aumentate le guerre o sono caduti in stato di guerra e violenza incontrollata luoghi che prima erano solo poveri (la frase è assurda, ma è l’unico modo di spiegare perché sono comparsi sempre di più donne e bambini nei gruppi classificati “poveri” e non “rifugiati”).

muro1 E il secondo gruppo sia cresciuto e stia crescendo a dismisura perché, oltre a moltiplicarsi, le guerre stanno diventando più selvagge, più vaste, più spietate e rendono la fuga non una opzione, ma una necessità inevitabile e urgente. Di fronte a questo fenomeno, la miseria morale del mondo agiato, unito a una incredibile assenza di capacità di governo, crea una situazione che nessun narratore di fantascienza o di fantapolitica avrebbe inventato, e nessun editore o produttore avrebbe accettato per eccesso di crudeltà ma anche di cecità umana e di mancanza di realismo. Chiudere l’Europa. È ciò che sta accadendo e che viene prima annunciato come se fosse una minaccia possibile, poi prefigurato e infine deciso, almeno da alcuni governi, e accettato da tutti nell’ultima riunione austriaca di ribelli al soccorso.

muro3 Ciò che accade è il colmo dell’assurdo. Primo, c’è la guerra in Siria e c’è la guerra in Libia, e in ciascuna di queste guerre sono coinvolte, in gradazioni e intensità diverse, ma altrettanto pericolose, le due grandi potenze, Russia e Stati Uniti, alcuni importanti membri dell’Unione europea, la Nato e altri Paesi chiave (Arabia Saudita, Turchia, Iran) il cui peso è grande, e lo sbilanciamento che portano drammatico. Non è nuova l’idea di immaginare la propria azione di guerra come un’iniziativa che porta danno ma non lo subisce. Non è mai vero, ma può essere l’intento azzardato e sbagliato di alcuni dei protagonisti elencati. Certo non Stati Uniti e Russia, che rischiano il confronto diretto. Certo non l’Europa che a tutti e due i conflitti (Siria e Libia) è contigua, coinvolta e interessata. Eppure l’Europa, che non solo a causa della guerra degli altri, ma anche della propria partecipazione a quella guerra, sta creando una marea di popoli in fuga, crede di potersi permettere il lusso di chiudere le frontiere, come se si trattasse di un disaccordo temporaneo fra repubbliche. Anche in quel caso sarebbe disumano, ma tecnicamente possibile. Nel caso che stiamo vivendo siamo noi ad avere riempito la Turchia, la Grecia, i Balcani di popoli sradicati e in fuga. E siamo noi a dire che non va bene, che bisogna prima contarli, che ci vuole una ordinata identificazione, che le impronte digitali vanno prese, se necessario, anche con la forza. E che per il momento “poiché non c’è più posto”. A uno a uno, piccoli protagonisti della Storia che si dicono parte dell’Unione europea, chiudono le frontiere, uno a uno o a gruppi in modo che nessuno passi. muro2
In questo modo ognuno crea una tragedia all’altro e tutti le creano ai popoli in fuga dalle guerre che i Paesi che si sentono collocati in un grado superiore della storia, non hanno impedito, hanno fermato e infine hanno cominciato a prendervi parte con notevole forza distruttiva e l’uso di continui spaventosi bombardamenti a cui tutti cercano di prendere parte e che cacciano dalle loro case persone (i sopravvissuti) che nessuno dei portatori di guerra vuole neppure in un campo profughi. Non era mai accaduto prima un simile disastro umano affrontato con tanta disumanità. E non si distingue tra i leader uno che abbia la forza e il coraggio di denunciare l’orrore di ciò che sta accadendo.

“lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù”

“cara Chiesa tra riti e scandali hai tradito Gesù Cristo”

Ermanno Olmi

Olmi

Lettera a una Chiesa che ha dimenticato Gesù

 

questo l’inizio:

Cara Chiesa, non so più a chi rivolgermi e anche tu non mi vieni in aiuto. Ci parli di Dio ma sai bene che nessun dio è mai venuto in soccorso dell’umanità.
Nella lotta tra bene e male, l’uomo è sempre stato solo. Già nel racconto biblico si comincia con un delitto: «Che hai fatto Caino? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo dove sei nato…» dunque, dio ha udito benissimo il grido del fratello ucciso, ma non ha fatto nulla per trattenere la mano fratricida.

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E adesso?  Cosa sta accadendo a tutti noi?  Come abbiamo fatto a ridurci così ?  troppo spesso ho la sensazione di non sentirmi in relazione con gli altri. Anche con le persone che mi sono più vicine. Mi trovo in uno stato confusionale, come se ognuno parlasse per conto proprio annaspando nel nulla.
Cara Chiesa di cristiani smarriti, ho deciso di scriverti non tanto per fede ma perché tu hai più di duemila anni di storia e forse puoi aiutarci a capire i nostri comportamenti. Abbiamo smarrito la via maestra della pacifica convivenza. Ovunque conflitti di religione, separazioni di razze. Chi crede in dio sa bene che il Creatore ha fatto l’uomo e la donna, ma non le razze. E che neppure ha dato di più ad alcuni per farli ricchi perché con il loro denaro umiliassero i poveri. Così ho deciso di scriverti.
Perché in questo tempo bastardo anche tu mi deludi, e mi dispiace. Probabilmente sono mosso più dal sentimento che dalla ragione. Del resto, è il sentimento che presiede ogni ragionamento.
Voglio credere, Chiesa di Cristo Gesù, che tu abbia i tuoi buoni motivi che io non posso conoscere né sarei in grado di capire: questioni istituzionali, ragioni di Stato. Ma ugualmente non riesco del tutto a giustificarti, perché vorrei sentire che prima d’ogni altro motivo c’è il tuo impulso di madre a proteggerci, e che sopra tutti i tuoi pensieri ci siamo noi, i tuoi figli. Io, e tanti come me, vorremmo che nelle difficoltà che ogni giorno dobbiamo affrontare non mancasse mai il tuo conforto. In momenti come questi che stiamo vivendo, sembra perduta ogni solidarietà fra gli uomini. Non mi dimentico che ci sono tanti cristiani di buona volontà, preti e laici, che prima ancora che nelle gerarchie ecclesiastiche si riconoscono in coloro che hanno più bisogno del nostro aiuto. Non sono soprattutto gli umiliati, i reietti che Cristo ti ha affidato?
Ma chi sono io, cara Chiesa, per pretendere di interrogarti e tirarti dentro a questioni di cui non sono all’altezza? Mi faccio coraggio pensando che chiunque poteva rivolgersi con confidenza a Gesù come ora io mi rivolgo a te. Non tanto perché tu debba a me delle spiegazioni. Tu sai bene quali sono i tuoi compiti e come agire, ma almeno aiutami a capire certi tuoi comportamenti a cominciare dall’attaccamento ai beni temporali. Mostraci che hai davvero a cuore i più deboli e diseredati. Che come vedi, sono sempre più numerosi e vengono al mondo solo per morire. Ma tu, Chiesa, ci dici che sono proprio costoro i primi presso il cuore di Gesù. E allora, se sei davvero Chiesa soccorritrice, ricordati anche della solitudine dei ricchi che non troveranno mai quiete nelle loro ricchezze.
Quel che adesso sto per dire disturberà gerarchie e devoti benpensanti e tutti coloro che proclamano la Chiesa madre di tutti. Ma tu, Chiesa dell’ufficialità, sei una madre distratta, più sollecita nei fasti dei cerimoniali che nell’annunciare la prima di tutte le santità: quella di coloro che credono in te anche soffrendo per le ingiustizie subite.
Sono convinto che tutto l’Occidente – e questa nostra Italia sempre più sfiduciata e incapace di nuovi slanci – abbia bisogno di un supplemento d’anima. Quel Gesù di Nazareth, falegname e maestro, col suo esempio può farci ancora ritrovare la gioia di come spendere il bene prezioso della nostra esistenza.
Invece tu, vecchia Chiesa che hai innalzato tanti altari di Cristo, sembri averlo dimenticato. Proprio tu! ecco perché oggi molti s’interrogano: «Quale sarà il luogo delle beatitudini dove il Maestro tornerà all’appuntamento coi nuovi discepoli di questo nostro tempo?…». Sei davvero tu, Chiesa cattolica, la casa aperta non solo ai cristiani obbedienti, ma anche a coloro che cercano dio nella libertà, oltre i loro dubbi?
Assisto sconsolato a quanto sta accadendo in Vaticano in questi ultimi mesi: intrighi, processi, scandali di pedofilia, movimenti di capitali nelle banche della stessa Chiesa. Il compianto cardinal Martini, nel momento estremo del suo congedo ci ha lasciato il suo ammonimento: «Siamo una Chiesa rimasta indietro di duecento anni, una Chiesa carica di addobbi e orpelli…». Una Chiesa ricca per i ricchi.
Ho nella mente un turbinare di interrogativi che non mi danno tregua. Quanti anni sono passati dal Concilio Vaticano II? E dal poverello di Assisi cosa abbiamo imparato e poi trascurato? E dai martiri di ogni tempo e di ogni fede? Cattolici, protestanti, ortodossi: eppure eravamo tutti ai piedi della stessa Croce. Ma cosa sono duemila anni nella storia dell’umanità? Ne sono trascorsi appena cinquanta dal Concilio Vaticano II e troppo poco è rimasto della buona novella di quella straordinaria assemblea di fedeli. E che grande fermento: in quei giorni si sentì la brezza di una nuova primavera. Giovanni XXIII scosse la sonnolenza di una Chiesa che si affidava più alla “liturgia del rito” che alla “liturgia della vita”. E tutto il mondo, cristiano e no, accolse l’invito ad aprire menti e cuori perché entrasse nella Casa di Cristo aria fresca e luce limpida. Ma poco è davvero cambiato nella Chiesa di Roma. Né dopo il Concilio né dopo duemila anni di cristianità.
Ancora una volta, come dopo quella notte nel Getzemani, qualcuno ha tradito. Ancora una volta, su tutti i monti degli ulivi, Gesù è uno sconfitto. Siamo tutti degli sconfitti

gli immigrati ripopolano e ringiovaniscono l’Italia

Italia senza figli

(se non fosse per gli immigrati)

Chierici

 

di Maurizio Chierici
in “il Fatto Quotidiano” del 23 febbraio 2016

Quasi una favola quando nasce un bambino. Ottant’anni fa, Mussolini ammoniva le donne senza figli: se le bare supereranno le culle prenderò provvedimenti dragoniani. Ottant’anni dopo, famiglie cambiate, bambini sempre meno. Meno della metà dei piccoli che aprivano gli occhi nei favolosi anni Sessanta quando i “profughi economici” (oggi maledetti dai pifferai della politica pop) non arrivavano a 63mila. Ormai sono sei milioni. Per fortuna. Senza le loro facce nere, gialle, marron saremmo in ginocchio.

Non solo perché aiutano le promesse di Renzi con 7 miliardi di tasse, ma soprattutto per aver addolcito le abitudini delle generazioni on line allergiche ai lavori fangosi: contadini che sudano, operai Cinq’ ghej, cinque soldi come i migranti lombardi nella Svizzera del dopoguerra. Muratori su e giù da impalcature traballanti, mani nelle immondizie, schiavi nella raccolta di arance e pomodori: 12 ore sotto l’occhio dei caporali pagando oro il piatto delle brodaglie e le baracche del sonno. Anni così che ogni giorno dimentichiamo.

foto premio migranti E dimentichiamo i turbanti dei sikh che alle tre del mattino mungono nelle stalle il Parmigiano Reggiano, Grana Padano e ogni formaggio della pianura del benessere perché bergamini lombardo-emiliani non se ne trovano più. Qualcuno va meglio nel nord delle fabbriche. Migliaia di artigiani e piccoli imprenditori si affacciano con l’ottimismo di chi vuol cambiare ma si allarga ogni anno la folla di chi scappa dalle guerre o dalla fame: piega la testa e tira la vita. Non tutti sono angeli: chi ruba, chi spaccia, chi beve e poi orrori di sangue che la nostra innocenza non può sopportare. Siamo perbene: mai femminicidi o esaltati che fanno a pezzi donne troppo sole. Mai clan oscuri, niente mafie, nessuna corruzione. Per carità, gli italiani non imbrogliano, quindi non sopportano la barbarie dei profughi selvaggi. “Nigeriano strangola la fidanzata; marocchino strappa la borsa alla vecchia signora”: gli appositi giornali informano così. Quarant’anni fa, Basaglia approvava ogni deformazione a patto che i titoloni annunciassero “sano di mente stermina la famiglia”. IN PIÙ GLI EXTRA fanno figli. Troppi. Si ammalano e pretendono due stanze per fare casa: “Paghiamo sempre noi”. Bisogna riconoscere che senza i bambini arcobaleno, le scuole dei paesi abbandonati nei mille chilometri dell’Appennino sarebbero scatole vuote, maestri disoccupati nel silenzio delle comunità fantasma. Perché le nostre ragazze non fanno figli o li cercano a 40 anni? Come mai i bambini non rientrano nei programmi degli gnomi che controllano mercati, finanza, segreti delle banche? Li considerano clienti da coccolare ma fino a una certa età. Intanto i giovani studiano o lavorano inseguendo la stabilità necessaria a mettere su famiglia. Disoccupate e disoccupati bussano a porte che non si aprono. E fanno i conti. Un bambino costa più di un peccato mortale: asili nido talmente cari da scoraggiare la voglia di tenerezze mentre dalla Francia ai paradisi del nord, lo Stato “rimborsa” per 3 anni madre e padre e allunga la protezione contante fino alla maggiore età. C’è da dire che la famiglia è cambiata: meno matrimoni (civili e religiosi) mentre si allunga l’anticamera delle convivenze nell’attesa di chissà quale domani. Meno male che i profughi da tante cose continuano a fare bambini neri, gialli, marron. Non è semplice mescolarli a scuola o nel lavoro ai piccoli bianchi dell’Italia che invecchia. Loro non sanno niente di noi; noi niente di loro. La politica guarda e tace: si arrangino da soli.

l’immagine negativa dei palestinesi che emerge dai testi scolastici israeliani

la Palestina nei testi scolastici israeliani

 

edito dal Gruppo Abele il libro, in traduzione italiana, della professoressa Nurit Peled, la cui figlia è stata uccisa in un attentato kamikaze

 

foto1Nurit Peled-Elhanan è professoressa di lingua e pedagogia all’università ebraica di Gerusalemme,  è stata tra le fondatrici del Parent’s Circle, associazione di parenti palestinesi e israeliani che hanno avuto vittime; in un attentato kamikaze compiuto a Gerusalemme in Ben Yehuda sua figlia di 13 anni è stata uccisa. È stata insignita del premio Sakharov del Parlamento Europeo per i Diritti Umani

Il 7 ottobre 2015 è uscita, per le Edizioni Gruppo Abele, la traduzione italiana del libro di Nurit Peled-Elhanan “La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione”, uscito nel Regno Unito nel 2012, mai tradotto in ebraico e boicottato in Israele.

“Nonostante tutte le altre fonti di informazione, i testi scolastici costituiscono potenti mezzi mediante cui lo Stato può configurare le forme di percezione, classificazione, interpretazione e memoria necessarie a determinare identità individuali e nazionali. Ciò vale in particolar modo per Paesi come Israele, dove storia, memoria, identità personale e nazione sono intimamente legati”.

lo studio, condotto su un campione di testi scolastici pubblicati tra il 1996 e il 2009, scelti in base alla popolarità dei libri fra gli insegnanti, analizza i discorsi e i mezzi semiotici mediante i quali vengono rappresentati la Palestina e i palestinesi. Vengono ben esemplificati alcuni dei principali sistemi di creazione di propaganda, quali l’utilizzo della dicotomia ebreo-non ebreo e la conseguente spersonalizzazione dei palestinesi, il culto della continuità e la legittimazione storica dello Stato di Israele e la cancellazione di 1.300 anni di presenza palestinese sulla terra di Palestina

L’autrice spiega che una delle aree su cui il Ministero dell’istruzione è particolarmente attento, è la comunicazione riguardante l’esercito (IDF). Scrive Nurit, “Fin da piccoli i bambini israeliani imparano che devono diventare dei buoni soldati. Sono sottoposti a questo brainwashing da quando hanno tre anni, quando ricevono le visite dei soldati nelle scuole e ogni vacanza è caratterizzata dalla presenza o rappresentazione di qualche eroe.”

La seconda area riguarda i Palestinesi, la cui stessa esistenza è negata nei libri.

“Nelle scuole in pratica non imparano niente sul Medio Oriente, perché lo stato di Israele è loro proposto come parte dell’Europa, néfoto2 imparano nulla dei loro vicini o delle nazioni confinanti. Neppure della storia degli ebrei negli altri paesi. L’unica cosa che imparano sono i pogrom, l’olocausto e il fatto che il sionismo ha salvato gli ebrei dai cristiani. Rappresentazione quest’ultima che potrebbe funzionare per l’Europa dell’Est ma non per i paesi arabi”.

Dalla lettura dei libri di testo israeliani si capisce che “i palestinesi costruiscono i loro edifici illegalmente perché non vogliono pagare le tasse e che vivono in modo primitivo perché non amano la modernità”.

i palestinesi non sono mai chiamati palestinesi se non quando l’argomento è il terrorismo. Vengono chiamati arabi. “Arabi su cammelli, vestiti come Ali Baba. Li descrivono come spregevoli, devianti e criminali, gente che non paga le tasse, che vive a spese dello stato, che non vuole progredire” racconta. “Vengono rappresentati solo come rifugiati, agricoltori arretrati e terroristi. Non si vede mai un bambino palestinese, un dottore, un insegnante, un ingegnere o un agricoltore moderno.”

L’aspetto più importante, in tutti i testi analizzati, riguarda la ricostruzione storica degli eventi del 1948, l’anno in cui Israele iniziò ad attaccare i palestinesi per affermare la propria identità di stato indipendente e centinaia di migliaia di persone furono. L’uccisione dei palestinesi è raccontata come qualcosa che fu necessario per la sopravvivenza del nascente stato ebraico, afferma l’autrice: “Non è che i massacri vengano negati, ma nei testi scolastici israeliani vengono presentati come eventi che nel corso del tempo si sono rivelati positivi per lo stato ebraico.”

“I bambini crescono per servire nell’esercito e interiorizzare l’idea che i palestinesi siano gente la cui vita può essere sacrificata impunemente. E non solo questo, ma gente il cui numero deve essere ridotto. “

Nel libro sono descritte le forme di razzismo presenti in Israele.

“Una domanda che tormenta tanta gente è come ci si può spiegare il comportamento brutale dei soldati israeliani verso i palestinesi, l’indifferenza alla sofferenza umana, le sofferenze che vengono inflitte. Ci si chiede come possano questi graziosi bambini e bambine ebrei diventare mostri una volta indossata l’uniforme. Io credo che la causa principale sia nell’educazione. Così ho voluto vedere come i testi scolastici rappresentano i palestinesi.” Peled afferma di non aver trovato, in “centinaia e centinaia” di libri, una sola fotografia che mostrasse un arabo come una “persona normale”. All’interno di Israele, dice, Nurit “vedo solo un avanzamento verso il fascismo. Ci sono 5,5 milioni di palestinesi controllati da Israele che vivono in un’orribile condizione di apartheid, senza diritti civili né umani. L’altra metà sono ebrei e stanno anch’essi perdendo i loro diritti, giorno dopo giorno”. Peled è convinta che il sistema educativo aiuti a perpetuare uno stato ingiusto, non democratico e insostenibile. “In ogni cosa che fanno, dalla scuola materna fino alle superiori, vengono imbottiti in tutti i modi possibili, attraverso le letture, le canzoni, le vacanze e i passatempi, di nozioni patriottiche scioviniste.”

Barbara Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus

il commento al vangelo della domenica

SE NON VI CONVERTITE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO 

commento al vangelo della terza domenica di quaresima (28 febbraio 2016) di p. Alberto Maggi

p. Maggi

Lc  13,1-9

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.
Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Ogniqualvolta Gesù tenta di liberare le persone subito appaiono coloro che sono contro questo processo di liberazione. E’ quanto emerge nel capitolo 13 di Luca – è un episodio che ha soltanto questo evangelista – i primi 9 versetti.
Scrive l’evangelista: “In quello stesso tempo”. Quale tempo? Gesù aveva detto alla folla: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” Gesù cerca di emancipare il popolo dall’influsso e dalla dottrina degli scribi, dei farisei. Sono le autorità religiose che determinano quello che la gente deve credere e come deve credere, cosa deve praticare.
Allora Gesù invita le persone a crescere, ad essere persone mature, che ragionano con la propria testa e camminano con le proprie gambe. Questo è inammissibile per il potere religioso che deve sempre sottomettere le persone, trattandole come in maniera infantile. Ed ecco la reazione. 
Si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei. Dire “Galileo”, al tempo di Gesù, non indicava soltanto la provenienza da una determinata regione. Galileo significa “rivoluzionario” e indicava gli zeloti, i terroristi dell’epoca. Ricordiamo la grande rivolta di Giuda il Galileo che c’è scritta negli Atti degli Apostoli. Quindi Riferirgli il fatto di quei Galilei – Gesù è galileo – il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere (letteralmente mescolato) insieme a quello dei loro sacrifici.
Quindi Gesù sta tentando di liberare il popolo dall’influsso delle autorità religiose e gli arriva questa minaccia, un avvertimento di chiaro stampo mafioso: “Attento Galileo che qui da noi i Galilei fanno una gran brutta fine”. Ebbene Gesù non solo non si lascia intimorire, ma passa all’attacco, reagendo. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?”
Gesù smentisce il nesso che vede il castigo come un’azione da parte di Dio per punire i peccati degli uomini. “No, io vi dico, ma se non vi convertite…”, cioè se non cambiate vita. La conversione nel vangelo indica mettere il bene dell’altro come principale valore della propria esistenza, “…perirete tutti allo stesso modo.”
Quindi Gesù dice “No, attenti! Siete voi che se non cambiate vita fate una brutta fine”. Ma non solo. Ora Gesù continua. Se prima ha fatto un esempio generale, indicando i Galilei, ora si trova a Gerusalemme e parla proprio di quella città, di Gerusalemme.
“O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe…”, Siloe è un quartiere di Gerusalemme, ancora oggi si vede il basamento di questa torre che crollò, “…  e le uccise, credete che fossero più colpevoli (letteralmente più debitori) di tutti gli abitanti di Gerusalemme?” Ecco se prima l’esempio era stato per i galilei, ora Gesù lo porta proprio lì dove parla di Gerusalemme.
“No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Gesù riafferma nuovamente quanto detto prima. Quindi Gesù esclude in maniera tassativa il castigo divino e li invita di nuovo alla conversione. E poi Gesù allarga la tematica e qui è un po’ una risposta a Giovanni che era l’ultimo erede di questa tradizione che vedeva Dio come colui che puniva i peccatori. Ricordiamo che Giovanni Battista aveva detto: “Ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco”.
Ecco Gesù allarga il discorso e prosegue. Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna”. Il fico e la vigna nell’antico testamento sono immagini di Israele, del popolo di Israele. E venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Ecco abbiamo visto Giovanni Battista diceva che se non porta frutti si taglia e si butta nel fuoco. Gesù non è d’accordo. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni”, a rappresentare un tempo completo, “che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”.
Ma quello gli rispose … e questa è l’azione di Gesù che è contrario a un’azione che distrugge, a un’azione che punisce. Gesù non è venuto a distruggere, ma a portare vita, a vivificare. Ma quello gli rispose: “Padrone (il termine esatto è “signore”, si vede che è un rapporto con Dio), lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.” 
L’azione di Gesù di fronte ai peccatori, di fronte alle persone sterili, di fronte a coloro che non portano frutto, non è un’azione punitiva, ma vivificante, offre ancora nuove possibilità di portare frutto, di portare vita, e non solo offre questa possibilità, ma collabora perché questo si realizzi.
E poi Gesù continua: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Il Dio di Gesù, quello che Luca ci presenta, è il Dio per il quale nulla è impossibile. Come aveva scritto al momento dell’annunciazione: questo è il sesto mese per lei, parlando di Elisabetta, la parente di Maria, che tutti dicevano sterile. Ecco così anche un albero che sembra sterile, per l’azione di Dio e per la collaborazione dell’uomo, può portare frutto.
L’insegnamento di Luca e molto chiaro, molto preciso. A quanti vedono una relazione tra il peccato e il castigo Gesù annunzia in maniera chiara, tassativa e definitiva che l’azione di Dio con i peccatori non è punitiva, distruttiva, ma vivificante.

 

 

da solo per le strade di un mondo chiuso

il bimbo profugo a piedi in autostrada

otto ore per raggiungere la frontiera (chiusa) della Macedonia

BAMBINO

un bambino profugo, apparentemente solo, cammina trascinando un borsone e tenendo in mano la giacca. La didascalia dice tutto: siamo in Grecia, quella è una autostrada, il confine di Idomeni con la Macedonia si trova a otto ore di macchina. Ed è chiuso.

La foto è diventata virale e racconta il dramma dei migranti intrappolati sul territorio greco dopo essere sbarcati dalla Turchia.

La Macedonia ha ristretto il passaggio ai soli siriani, col contagocce. E’ l’effetto della decisione dell’Austria di accogliere soltanto 3200 profughi di passaggio al giorno, dando asilo a 80. E così lungo il corridoio dei Balcani i governi uno alla volta stanno sbarrando il passo ai richiedenti asilo, tanto che ora la Commissione europea paventa una crisi umanitaria in Grecia e cioè dove i profughi rimangono bloccati.

“Le autorità greche stimano che ci siano circa 25mila” migranti “attualmente presenti sul loro territorio” a questo si aggiungono “due-tremila nuovi arrivi al giorno. La priorità della Commissione europea è evitare che ci sia una crisi umanitaria”, ha avvertito un portavoce del governo Ue.

bimbo

Alexis Tsipras ha avvertito che la “Grecia non diventerà il magazzino dei migranti”. Per ritorsione contro l’Austria non ha accettato la visita del ministro dell’Interno di Vienna e ha ridotto il traffico degli aliscafi che portano i migranti dalle isole al porto di Atene.

l’ ‘altro’ che sostanzia le nostre paure

via la paura dell’altro

migranti

di Frère Aloïs Löser
in “Avvenire” del 25 febbraio 2016

i grandi flussi migratori ai quali assistiamo sono ineluttabili. Non rendersene conto è pura miopia. Cercare il modo di regolamentare quei flussi è legittimo e anche necessario, ma voler impedirli innalzando muri e fili spinati è assolutamente vano. Di fronte a questa situazione la paura si comprende. Resistere alla paura non significa che essa debba scomparire, ma che non deve paralizzarci. Non permettiamo che il rifiuto dello straniero s’insinui nelle nostre mentalità perché il rifiuto dell’altro è l’inizio della barbarie

Nel mondo intero donne, uomini e bambini sono costretti ad abbandonare la loro terra. È la loro sfortuna che li costringe a partire. Ciò che li spinge è più forte di tutte le barriere innalzate per bloccare il loro cammino. Posso testimoniarlo di persona perché ultimamente ho trascorso alcuni giorni in Siria. A Homs la vastità delle distruzioni causate dai bombardamenti è inimmaginabile. Gran parte della città è in rovina. Ho visto una città fantasma e ho percepito la disperazione degli abitanti della regione. Oggi sono i siriani ad affluire in Europa, domani saranno altri popoli. I grandi flussi migratori ai quali assistiamo sono ineluttabili. Non rendersene conto è pura miopia. Cercare il modo di regolamentare quei flussi è legittimo e anche necessario, ma voler impedirli innalzando muri e fili spinati è assolutamente vano. Di fronte a questa situazione la paura si comprende. Resistere alla paura non significa che essa debba scomparire, ma che non deve paralizzarci. Non permettiamo che il rifiuto dello straniero s’insinui nelle nostre mentalità perché il rifiuto dell’altro è l’inizio della barbarie. In un primo momento i Paesi ricchi dovrebbero prendere maggiormente coscienza che hanno la loro parte di responsabilità nelle ferite inferte ad altri lungo il corso della storia, ferite che hanno provocato e continuano a provocare immense migrazioni, in particolar modo dall’Africa e dal Vicino Oriente. E anche certe politiche attuali sono causa di instabilità in quelle regioni. Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del superamento della paura dello straniero e delle culture differenti e dell’impegno a modellare quel nuovo volto delle nostre società occidentali che già si intuisce grazie alle migrazioni. Invece di vedere nello straniero una minaccia per il nostro tenore di vita o per la nostra cultura, accogliamolo come membro della stessa famiglia umana. E scopriremo che, se l’afflusso di rifugiati e migranti crea certamente delle difficoltà, può tuttavia costituire anche un’opportunità. Studi recenti mostrano l’impatto positivo del fenomeno migratorio sulla demografia e sull’economia. Perché tanti discorsi sottolineano così fortemente le difficoltà senza mettere in evidenza i lati positivi? Coloro che bussano alla porta di Paesi più ricchi del loro spingono tali Paesi a divenire solidali. Non favorisce forse tutto ciò il sorgere di un nuovo slancio vitale? Vorrei descrivere qui la nostra esperienza di Taizé. È umile e limitata ma molto concreta. Dal novembre scorso, d’accordo con la prefettura, la comunità dei Comuni di cui fa parte il nostro villaggio e alcune associazioni del luogo, ospitiamo a Taizé undici giovani provenienti dal Sudan – la maggior parte dal Darfur – e dall’Afghanistan, arrivati tra noi dalla ‘giungla’ di Calais. La loro venuta ha destato uno slancio di solidarietà impressionante nella nostra regione: alcuni volontari vengono ad insegnare loro il francese, altri, medici, li curano gratuitamente, degli abitanti del luogo li conducono in giro in bicicletta a fare la conoscenza di questa terra… Circondati così dall’amicizia, questi giovani, che hanno vissuto eventi tragici nella loro vita, stanno ricostruendosi. E questo contatto semplice con dei musulmani cambia lo sguardo di coloro che stanno accanto a loro. Nel villaggio di Taizé, questi giovani sono stati accolti da famiglie provenienti da diversi Paesi – Vietnam, Laos, Bosnia, Ruanda, Egitto, Iraq – giunte a Taizé negli ultimi decenni e che fanno ormai parte integrante del nostro tessuto umano. Tutti hanno conosciuto grandi sofferenze, ma portano al nostro villaggio una grande vitalità grazie alla ricchezza e alla diversità delle loro culture. Se una tale esperienza è possibile in una regione piccola come la nostra, perché non lo sarebbe a scala più ampia? Si crede a torto che la xenofobia sia il sentimento più diffuso. Penso invece che spesso c’è piuttosto molta ignoranza. Quando gli incontri personali sono possibili, le paure lasciano il posto alla fraternità, che esige chiaramente di mettersi nella pelle dell’altro. La fraternità è il solo cammino possibile per preparare la pace. Assumendosi tutti insieme le responsabilità che l’ondata migratoria impone, invece che giocare sulle paure, i responsabili politici potrebbero aiutare l’Unione Europea a ritrovare quella dinamica vitale delle sue origini che s’è andata affievolendo.
Un’intera giovane generazione europea aspira a una tale apertura. Lo constatiamo noi che da anni e anni riceviamo sulla collina di Taizé in occasione degli incontri internazionali di una settimana, decine di migliaia di giovani da tutto il continente. Ai loro occhi la costruzione dell’Europa trova il suo vero senso solo se si mostra solidale con gli altri continenti e con i popoli più poveri. Molti giovani europei fanno fatica a capire i loro governi quando manifestano la volontà di chiudere le frontiere. Questi giovani chiedono, al contrario, che la mondializzazione dell’economia sia accompagnata da una mondializzazione della solidarietà e che questa si manifesti in particolare con un’accoglienza degna e responsabile dei migranti. Molti di loro sono disposti a contribuirvi. Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che anche la generosità ha un ruolo importante da giocare nella vita della città dell’uomo.

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