il commento al vangelo della domenica
E NOI CHE COSA DOBBIAMO FARE?
commento al vangelo della terza domenica d’avvento (13 dicembre 2015) di p. Alberto Maggi
commento al vangelo della terza domenica d’avvento (13 dicembre 2015) di p. Alberto Maggi
a cura di Massimo Solani
in “l’Unità” del 10 dicembre 2015
«Il rischio è che queste morti vengano lasciate in secondo piano, dimenticate in un clima di guerra come quello che si è creato nel contesto dell’Unione Europea dopo i terribili attentati di Parigi. Come se questi morti non meritassero lo stesso trattamento e la medesima attenzione»
monsignor Gian Carlo Perego è direttore della Fondazione Migrantes e i suoi numeri sulla strage silenziosa nelle acque del Mediterraneo hanno per un giorno riacceso i riflettori sulle tragedie dell’immigrazione che l’Europa sembra aver dimenticato, travolta dall’esigenza di sicurezza e contrasto al terrorismo
Le cifre del 2015 ci dicono chiaramente che nel Mediterraneo è in corso un’ecatombe. E l’Europa cosa fa dopo tanto discutere?
«Il primo segnale negativo è stato l’abbandono delle missione Mare Nostrum e il passaggio a Triton che ha causato il doppio delle morti nel Mediterraneo. L’Europa non si è preoccupata di spendere 588 milioni di euro in una solo settimana per bombardare la Libia ma ha ritenuto eccessivo spendere appena un quinto di quella cifra per salvare invece delle vite in mare. Parimenti, adesso, non ci si pone il problema di spendere altri soldi per bombardare la Siria senza tuttavia preoccuparsi di investire soldi per mettere in atto sistemi realmente efficaci di soccorso in mare che permettano di evitare altre tragedie come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni. Purtroppo, ancora una volta prevale la logica di guerra sul diritto umanitario e la solidarietà internazionale. Il secondo segnale preoccupante, invece, è quello a cui assistiamo in queste settimane di lotta al terrore con la creazione di altri muri in Europa e altre divisioni. Sta tornando a prevalere il concetto per cui le frontiere non sono più luoghi di passaggio fra Stato e Stato, ma barriere fisiche viste come argine alle migrazioni e agli spostamenti di popoli in cerca di aiuto. Eppure sia Papa Francesco che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno più volte segnalato che occorre evitare questo rischio»
. Ma in questo clima non può essere un caso la crescita di formazioni politiche marcatamente xenofobe come il Front National di Marine Le Pen.
«La cultura del terrore e la paura crescono e si rafforzano nei momenti di grande incertezza e proprio in condizioni come quelle attuale generano quello che Piero Calamandrei definiva “il sonno della ragione”. In quasi tutta Europa stiamo assistendo al progressivo rafforzamento di formazioni politiche che teorizzano il rifiuto dell’altro e che minano il necessario percorso di dialogo, convivenza e inclusione sociale. Si tratta di un pericolo grave che va sconfitto attraverso l’educazione: bisogna tornare a far prevalere la ragionevolezza perché la paura e la diffidenza generano soltanto nuovi scontri e radicalizzano ulteriormente le tensioni. Il dialogo, dobbiamo ricordarlo, rappresenta l’unica strada per la convivenza pacifica in Europa. La tragedia dei Balcani a cui abbiamo assistito soltanto pochi anni fa deve essere un monito: non possiamo restare inermi di fronte al crescere di nuovi focolai di tensione e scontro in quei Paesi che, ad est, stanno costruendo la nuova Europa».
Dopo l’emergenza umanitaria dell’estate e il cordoglio unanime per i lutti come quello del piccolo Aylan, l’Europa è tornata a voltare la testa dall’altra parte? Cosa è rimasto di quella mobilitazione?
«L’Europa si è resa conto che la costruzione di questa realtà politica manca ancora di pezzi importanti che riguardano la solidarietà e la tutela del diritto d’asilo. Dopo aver firmato l’accordo di Dublino sul diritto d’asilo europeo ci siamo accorti che di fatto solo 5 paesi su 28 accoglievano e avevano un piano di accoglienza dei richiedenti asilo. Ci siamo accorti che non tutti concepiscono le frontiere come luoghi di passaggio delle persone ma come luoghi di chiusura totale. Questo mondo di richiedenti asilo e rifugiati ci ha ricordato che un diritto fondamentale espresso nella costituzione europea e nelle costituzioni di tutti i Paesi europei di fatto non è salvaguardato e ha messo in luce la latitanza di tutti gli Stati sul piano della cooperazione internazionale di aiuto dei paesi più poveri. Un’urgenza che già Paolo VI, negli anni 60, aveva affermato con la sua “Populorum progressio”. Questa consapevolezza chiede un nuovo cammino insieme nella solidarietà in un momento in cui la solidarietà non sembra essere affatto premiale sul piano politico. E prova ne sono i risultati delle ultime elezioni regionali in Francia».
di Enzo Bianchi
in “la Repubblica”
il gesto di apertura della porta chiusa è stato compiuto da papa Francesco innanzitutto in Africa, tra i poveri della terra, e ieri anche a Roma, nella basilica di San Pietro. In Vaticano, dove egli esercita il suo ministero di servo della comunione nella chiesa e tra le chiese e di annunciatore della buona notizia a tutta l’umanità. In un’epoca in cui si sono ricostruiti muri e si sono di nuovo innalzate barriere di filo spinato, in cui molti vorrebbero chiudere le frontiere, e alcuni le chiudono, infondendo nella gente ansia e paura, papa Francesco fa il gesto così semplice, quotidiano, umano di aprire una porta chiusa
Purtroppo temo che molti di quelli che passeranno per le porte sante aperte nelle chiese non arriveranno neppure a pensare che potrebbero aprire o tenere aperta la porta della propria casa: aperta per chi giunge inaspettato, straniero o povero, conosciuto o sconosciuto, aperta per un atto di fede-fiducia fatto nei confronti degli altri umani, tutti legati dalla fraternità, valore per il quale pochi oggi combattono, ma senza il quale anche la libertà e l’uguaglianza diventano fragili e non sono concretamente instaurabili. Papa Francesco ha compiuto lo stesso atto in un microcosmo come quello di Bangui, dove sono in atto violenza, intolleranza, scontro di religioni, e a Roma, dove per ora è lontana la violenza dello scontro culturale; potrebbe però essere più vicina di quanto pensiamo, e non perché i terroristi vengono da noi, ma perché alcune forze nostrane continuano ad alimentare diffidenza, odio, non accoglienza, atteggiamenti che possono solo trasformarsi in risentimento, humus su cui crescono risposte all’insegna della violenza. Aprire e tenere aperta una porta è invece una decisione umanizzante, un’azione antropologica che non dovrebbe essere così estranea a cristiani e a non cristiani. Ma per giungere a tale comportamento occorre con urgenza che la convinzione e la prassi di misericordia, compassione e perdono siano inoculate come diastasi nelle nostre società, dando vita a un’ospitalità culturale reciproca che ci permetta di far cadere pregiudizi e di conoscerci meglio. Nell’omelia di apertura del giubileo papa Francesco ha chiesto che questo sia «un anno in cui crescere nella convinzione della misericordia». Sì, il primo passo è essere convinti della misericordia, così come la Scrittura ce la propone quale nome di Dio, e diventarne realizzatori nelle nostre società, a livello personale, ma anche comunitario, economico e politico. Per i credenti tutto nasce dall’immagine di Dio che hanno, perché questa plasma la loro fede e il comportamento. Secoli di storia cristiana testimoniano che la misericordia di Dio non è compresa, scandalizza i credenti stessi, sembra un eccesso che va temperato con le nozioni di verità e giustizia. Il papa lo sa bene e lo denuncia con forza: «Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto » — e solo i cristiani possono pronunciarlo — «che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza invece affermare prima che sono perdonati dalla sua misericordia… Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia», perché «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Giacomo 2,13). Poche parole, eppure parole di grande rottura con una certa vulgata cattolica, attestata soprattutto negli ultimi secoli, secondo la quale è doverosa l’intransigenza, è necessario l’esercizio del ministero di condanna: secoli in cui l’immagine prevalente di Dio era quella del Dio irato e giudice, del “Dio ti vede”, quale occhio in un triangolo ovunque presente, del Dio che castiga, che va placato con sofferenze e fatiche a lui offerte affinché arresti il braccio della sua giustizia divina. Papa Giovanni diede inizio a una nuova stagione della chiesa non innovando la dottrina, ma proclamando: «Oggi la sposa di Cristo, la chiesa, preferisce ricorrere alla medicina della misericordia piuttosto che brandire le armi della severità» (11 ottobre 1962, Allocuzione di apertura del concilio Vaticano II). E Papa Francesco manifesta l’urgenza della misericordia come la sua più intima convinzione: «Questo nostro tempo è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro… Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia » (6 marzo 2014, Discorso ai parroci di Roma).
Lo stesso Francesco ha esplicitato a più riprese che la misericordia, la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio non sono da intendersi come un correttivo della giustizia divina, non sono in tensione con il suo giudizio, ma semplicemente sono la giustizia di Dio messa in atto verso l’essere umano. In Dio c’è un prevalere della misericordia sulla giustizia, se così possiamo dire. Addirittura, secondo il profeta Osea, la misericordia è la manifestazione della santità di Dio, il quale è Santo, cioè è differente, altro dall’uomo proprio nel giudicare e nel sentire la giustizia. Osea arriva a dire che nel cuore di Dio c’è una sorta di “rivolta” del sentimento di misericordia contro la volontà di giustizia: questo sentimento impedisce a Dio di castigare secondo l’alleanza, di andare in collera contro chi ha peccato (cf. Osea 11,8-9). Gesù sottolinea questo prevalere in Dio della misericordia sulla giustizia citando per ben due volte un’altra parola dello stesso profeta: “Andate a imparare che cosa vuol dire: voglio misericordia e non sacrifici (Osea 6,6)” (Matteo 9,13 e 12,7). Con i suoi incontri e con le sue parole, in particolare con le parabole, Gesù attesta che la giustizia di Dio è oltre la giustizia umana, trascende la giustizia della legge, perché non è “giustizia bendata” (Adriano Prosperi) ma vede, discerne, guarda in volto ogni umano; per questo non è retributiva, né punitiva, né meritocratica, secondo i concetti della “nostra” giustizia umana che proiettiamo in Dio. La giustizia di Dio proclamata nella Bibbia attesta che Dio non è indifferente al male compiuto dagli umani, perciò, anche quando va in collera, tale comportamento è l’altra faccia della compassione. Di fronte a questa verità molti cristiani continuano a chiedersi: «Ma allora che ne è della giustizia, della responsabilità umana?». Ha risposto bene il cardinale Pietro Parolin: «La misericordia esercitata non è buonismo, non è timidezza di fronte al male, ma è esercizio di responsabilità». Il segretario di Stato, con la sua profonda consonanza con papa Francesco, arriva a parlare di «misericordia necessaria, prima ancora dei trattati, per poter spianare i terreni di pace e le tante vie degli esodi forzati che stanno mutando il mondo», perché anche a livello economico, politico e giuridico la misericordia e il perdono devono trovare realizzazioni che aprano a una convivenza buona tra i popoli e le genti. È la stessa convinzione alla quale era giunto papa Giovanni Paolo II che, nel messaggio per giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002, arrivò a chiedere che il perdono, negando la giustizia punitiva, trovasse realizzazione in «una politica del perdono espressa in atteggiamenti sociali e in istituti giuridici» e non fosse relegato nella coscienza del privato cittadino. Davvero, come recita il titolo di quel messaggio profetico, «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono »: giustizia e perdono sono immanenti l’una all’altra. E all’Angelus di ieri papa Francesco con una delle sue frasi, aforismi che colpiscono, ha detto: «Non si può capire un cristiano che non sia misericordioso, come non si può capire Dio senza misericordia». Di fronte a questo cammino percorso dalla chiesa cattolica e all’insegnamento di papa Francesco non si possono più elevare accuse di spiritualismo o di evasione dalla storia. Questo è il cammino storico fatto dal Vaticano II a oggi. Con il concilio «si sono spalancate al mondo le porte chiuse… per un autentico incontro tra la chiesa e gli uomini del nostro tempo», ha detto papa Francesco. E ha anche chiesto che il giubileo in corso «non trascuri lo spirito emerso dal Vaticano II», lo spirito di una chiesa che si piega verso l’uomo sofferente, sull’esempio del samaritano il quale, secondo il vangelo, “ha fatto misericordia”. Questo è semplicissimo, è umanissimo. Priore della comunità monastica di Bose
«non smettiamo di giocare perché siamo vecchi; invecchiamo perché abbiamo smesso di giocare»
mi vado sempre più convincendo che il vero problema non è tanto quello del credere, quanto piuttosto: in quale Dio credere. Ci sono, in circolazione, troppe immagini contraffatte, deformi, quasi caricaturali, di Dio. Domina incontrastata, sopratutto, l’immagine del Dio giudice severo, giustiziere, inesorabile, che incombe sull’uomo. Ad ogni immagine falsificata di Dio corrisponde una religiosità non autentica, adulterata e quindi pericolosa. Ed ecco, allora una pratica religiosa volontaristica, all’insegna dello sforzo, con la preoccupazione ossessiva di guadagnarsi dei meriti. Ecco una concezione della fede in chiave legalista, colpevolizzante, a causa della quale prevale la paura di non essere a posto, di non aver sistemato tutti i conti. Ecco un culto formale, senza spontaneità né vita. Ecco certe esistenze cristiane perennemente tormentate, problematiche, contorte, complicate fino all’assurdo. Ecco un rapporto con Dio visto esclusivamente in chiave di doveri, prescrizioni, divieti, dove tutto è ridotto a colpa, rimorsi, timori, angoscia, senza l’abbandono dell’intimità, della poesia, della musica, della contemplazione, della mistica, del gioco.
Sì, proprio del gioco. (…) Occorre avere l’onestà di ammettere che troppi cristiani esibiscono la loro fede come qualcosa di vecchio, stantìo, tetro, rancido, rigido. Manca, appunto, il senso del gioco. Secondo quanto afferma un proverbio inglese: «non smettiamo di giocare perché siamo vecchi; invecchiamo perché abbiamo smesso di giocare». E la cosa incide negativamente anche su un certo stile religioso. Urge, dunque, guardando a ciò che è accaduto a Cana, ritrovare il vero volto di Dio. Vorrei esprimere tutto ciò sotto forma di colloquio diretto col Signore. Più o meno così. Tu sei un Dio senza fischietto Signore, Tu non hai mai usato il fischietto con me. E – ho motivo di ritenere – con nessuno. Quando ero bambino, chiunque passasse sotto la finestra di casa suonando il violino o la tromba, il flauto o il piffero, la chitarra o la zampogna, l’organino o semplicemente l’armonica a bocca, o uno zufolo rudimentale, mi buttava in strada. Chiunque suonasse uno strumento qualsiasi – corno violoncello piatti – mi poteva portare dove voleva. Tu sapevi questa mia debolezza e tutte le volte – quante sono state! – che volevi sloggiarmi, hai pizzicato una corda, premuto un tasto, soffiato una nota, accennato un arpeggio, liberato nell’aria un motivetto… Se penso alla mia chiamata al sacerdozio, non posso dire di aver sentito una voce. Credo di aver avvertito un suono, forse qualche accordo d’organo, come quelli che tira fuori il mio amico Piero, o la mia “sirocchia” clarissa suor Raffaella… E io ti ho seguito, sia pure arrancando (chissà perché le tue strade non sono mai in discesa…). Ma non hai fatto ricorso al fischietto, neppure le volte che mi presentavi la croce – e non sono state poche -, nemmeno quando pretendevi ti tenessi dietro lungo la via dolorosa – ed è capitato spesso -. Comunque, se avessi adottato il fischietto, non sarei venuto perché non ti avrei riconosciuto. Ho incocciato, invece, parecchi tuoi rappresentanti che si sono intestarditi a farmi rigar dritto a colpi di fischietto. Il prete all’oratorio, dopo aver fischiato i falli nella partita di pallone, usava lo stesso fischietto per mandarci in chiesa (nella tua e nostra casa!), a Messa (alla tua festa!), o a confessarci (all’abbraccio del tuo perdono!), o al catechismo (ad ascoltare notizie sul tuo conto!).
Troppi, lungo la mia strada, mi hanno parlato di Te e delle tue esigenze modulando – si fa per dire – il messaggio a colpi di fischietto. Colpi secchi rabbiosi cattivi. E io avvertivo e avverto ancor oggi, che in quel fischietto sibila un fiato che viene da un fegato guasto, risultato inequivocabile di una cattiva digestione della tua Parola, un’aria gelida, non riscaldata dal cuore, non rigenerata dalla misericordia, non percorsa dalla tua tenerezza. E provo una ripugnanza istintiva a imboccare quella strada irta di divieti e imposizioni, dove la tirannia del codice ha soppiantato il gusto dell’esplorazione e il fascino dell’avventura. Tu sei un Dio che mi fa cantare. Io vorrei danzare, correre per i sentieri, ruzzolare nei prati, scavalcare le siepi, scorticarmi i piedi suoi sassi, appostarmi su un roccione per contemplare il paesaggio, arrampicarmi su un albero come Zaccheo, mettermi ad urlare al tuo passaggio come il cieco Bartimeo… E loro, invece, si accaniscono a mettermi in riga, impormi il silenzio, e farmi procedere a passo di militare, cadenzato, con la divisa inappuntabile, disciplinatamente, come a una parata ( o a un funerale?). Io vorrei cantare a squarciagola. E loro mi ammoniscono che non sta bene. Mi costringono a gargarizzare formule che sanno di cenere. Io vorrei lodarti, inventando parole nuove, fresche, da innamorato. E loro mi cacciano nella strozza pagine ingiallite di vecchi libri carichi di polvere. Perfino quando parlano d’amore, invece di imbastire un canto delicato, si preoccupano prima di tutto ossessivamente di scandirne le “regole” a colpi di fischietto che sembrano altrettanti segnali di allarme (…) sirene spiegate contro la vita e la spontaneità (…). Tu sei il Signore del canto e della danza e lor non si rendono conto che soltanto cantando e danzando lungo la tua difficile strada è possibile staccarsi dalle calcagna il demonio. Tu hai fatto del Venerdì Santo una festa. E loro riescono a trasformare tutte le feste in un cupo Venerdì Santo, senza nemmeno un pallido presagio di Risurrezione. Tu sei un Dio che mi fa danzare Signore, fa’ che i tuoi rappresentanti, quando parlano di Te, non mortifichino la musica e la poesia, non abbiano paura della bellezza, non dimentichino la cetra. E fa’ che sul loro spartito non ci siano le aride norme di un codice, ma il canto gioioso del tuo Vangelo, molto più esigente e impegnativo. Signore, che nessuno mi faccia sentire in colpa se ho voglia di fischiettare, perché Tu mi metti in bocca il sapore della libertà e mi nascondi nel cuore il segreto della follia, e mi fai camminare su per un sentiero aspro verso l’appuntamento segreto del tuo amore. Signore, forse dico un’enormità: ma la tromba del giudizio universale mi fa meno paura del fischietto del tutore dell’ordine (che non è mai l’ordine sognato dalla fantasia del tuo amore…). Signore, mi raccomando, non cessare di pizzicare almeno una corda su una chitarra qualsiasi, di dare un colpo di manovella a un organetto sgangherato, di soffiare una nota in una tromba sfiatata, di picchiare un colpo su un tamburo ammaccato – conosco quel richiamo! – e io, anche se carico di artriti e reumatismi e acciacchi vari, mi precipiterò ancora in strada, come un bambino. E mi lascerò portare ovunque Tu vorrai. All’inferno, no. All’inferno proprio non voglio andarci. … Perché ho troppa paura del fischietto. Tu sei un Dio che mi tiri in faccia una canzone Molti amano raffigurarti con il grosso libro della legge in mano. Altri hanno l’impressione che Tu gli sventoli sempre sotto il naso le pagine di un regolamento. Io preferisco riferirmi allo stupendo canto della vigna (Is 5,1-7), lamento struggente per una vendemmia sfortunata, che diventa simbolo trasparente di un amore tradito. Se non sto troppo a distanza, mi accorgo che quel poema risuona ancor oggi alle mie orecchie, non semplicemente come qualcosa di patetico; so che mi viene gettato in faccia, quale preciso e documentato capo d’imputazione per le mie innumerevoli inadempienze. Sì. tu continui a rinfacciarmi, ossia a scaraventarmi in faccia, una canzone d’amore. Signore, non stancarti di attendere, non smettere di replicare quella canzone. Sarà il tuo canto appassionato, più che le minacce, a farmi prendere coscienza delle mie mancate risposte e a far maturare dentro di me una voglia di fiori e poi, chissà, perfino i frutti. Guai se venisse a cessare quel canto d’amore… Sei riuscita a farlo uscire allo scoperto Maria, permettimi questo sfogo. Non riesco proprio a capacitarmi come mai i teologi, pur abituati ad argomentare su una virgola, non abbiano sfruttato l’episodio di Cana per proporci l’immagine autentica di un Dio della festa, amante della vita e della gioia di vivere.(…) Io ho il sospetto che quando hai fatto notare a Gesù che su quella tavola stava esaurendosi il vino, tu non fossi soltanto preoccupata per quella gente. Pensavi anche a noi. Il tuo intento segreto era quello di far uscire allo scoperto tuo Figlio. E, attraverso di Lui, far emergere il volto nuovo di Dio, che liquidasse definitivamente le vecchie estinte immagini terrificanti di un Dio minaccioso, despota inesorabile, gendarme dell’universo, inquisitore implacabile, che gli uomini si erano fabbricati. Maria, aiutaci tu a “rinnovare” il volto di Dio, cominciando col togliere tutte le incrostazioni abusive che ci abbiamo appiccicato sopra. L’immagine cui leghiamo la nostra fede e la nostra pietà si è coperta della patina grigia dell’abitudine, che ha tolto splendore, bellezza, fascino a quel volto. La distrazione, la sbadataggine, le ipocrisie, l’hanno reso scolorito, privo di espressività. Rinnoviamo il mobilio di casa, la cucina, le stoviglie, le varie suppellettili, gli arredamenti dell’ufficio. E non ci preoccupiamo di quell’immagine sbiadita, polverosa, sempre la stessa, priva di vita, appiattita, spenta, insulsa o addirittura ripugnante. (…) Maria aiutaci a scoprire il volto intriso di luce del Dio che ci guarda con simpatia e benevolenza., ci è favorevole, ci manifesta protezione, ci invita al gioco. Maria, facci scoprire che Dio sta “voltato” dalla nostra parte. Non è minaccioso ma ci comunica pace, serenità, tranquillità. Non ci incute terrore, ma al contrario ci vuole liberi dalla paura. Maria, Dio ha giocato con te quando ti ha scelta, oscura ragazza di un oscuro villaggio mai nominato prima nelle Scritture, proponendoti un’avventura inimmaginabile. E tu hai avuto, a tua volta, la fortuna di giocare con Lui, anche se pochi ne parlano. Sì, perché non posso impedirmi di pensare che tu Gli abbi a insegnato anche a giocare, e abbia giocato più volte con Lui. (…) Vedi, Maria. Le nostre vite assomigliano a quelle giare di pietra che stagliavano nella sala delle nozze a Cana. Pesanti – e tanto più pesanti quanto più vuote -, rigide, immobili, impassibili, inappuntabili, come sull’attenti… Tu fai intervenire tuo Figlio. Ed ecco che comincia il gioco, e le anfore non stanno più al loro posto, si muovono, mettono tutto e tutti in movimento, riservano sorprese incredibili: sono state riempite d’acqua e regalano il vino. Non è un gioco di magia. E’ il gioco della vita nuova del cristiano, vigilato non da un arbitro munito di fischietto, col regolamento in mano, ma da un Volto sorridente…
don Alessandro Pronzato