la chiesa nella testa di papa Francesco


Il vescovo Nogaro e Sergio Tanzarella raccontano la nuova ecclesiologia di papa Francesco

il vescovo Nogaro e Sergio Tanzarella raccontano la nuova ecclesiologia di papa Francesco

tratto da: Adista Notizie n° 33 del 03/10/2015
 

Il 28 luglio 2014, papa Francesco, dopo una visita pastorale “ufficiale” compiuta appena due giorni prima, si recò nuovamente a Caserta; stavolta per incontrare in forma privata il pastore evangelico Giovanni Traettino, della Chiesa Pentecostale della Riconciliazione, a cui era ed è tuttora legato da un rapporto di amicizia cominciato sin dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires.

A distanza di un anno esatto da quella visita, è uscito per i tipi della Di Girolamo, piccolo ma dinamico editore di Trapani, un libretto scritto a quattro mani da p. Raffaele Nogaro, già vescovo di Caserta dal 1990 al 2009, e da Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, docente universitario e per anni strettissimo collaboratore di Nogaro. Nel libro (Francesco e i pentecostali, Di Girolamo 2015, pp. 160, euro 10; il libro può essere acquistato anche presso Adista, telefonando allo 06.6868692; scrivendo ad abbonamenti@adista.it o direttamente sul nostro sito, www.adista.it) i due riflettono assieme, l’uno dalla prospettiva più schiettamente teologico-pastorale, l’altro da quella storico-ecclesiale, sulla portata, reale e simbolica, che quell’incontro ha assunto all’interno del pontificato di Francesco.

Un dialogo di amicizia, non di dottrina

Dopo un’introduzione scritta dallo stesso pastore Traettino, che racconta brevemente il senso di quella intensa giornata, è il vescovo emerito di Caserta a parlare della visita di papa Francesco, definendola «il più grande dono che lo Spirito Santo ha fatto a Caserta», proprio perché l’episodio rappresenta l’icona stessa della “novità” portata da Bergoglio nella Chiesa cattolica. Che in sostanza, dice p. Raffaele, consiste nel rimettere al centro l’idea che «il Vangelo non è dottrina, non è precettistica, non insiste neppure sulla priorità dell’“essere” e del logos, ma è essenzialmente la comunicazione dell’amore del Padre. La grande innovazione di papa Francesco – spiega il vescovo emerito – è quella di sentire chiaramente che al centro di tutto è la persona di Gesù Cristo, non la Chiesa, non la dottrina, non la religione». In questo senso, «l’incontro libero e privato di papa Francesco con il pastore Giovanni Traettino è il segno che il dialogo ecumenico, non è più un dialogo politico di confronto dottrinale, ma un dialogo d’amicizia, per la gioia di trovarsi col fratello. È anche un gesto a dimostrazione della possibilità di superare le istituzioni ecclesiali, per raggiungere l’amico: “Il Sabato è per l’uomo e non l’uomo per il Sabato”». Insomma, «papa Francesco passa oltre le distinzioni religiose e culturali, per portare “l’amicizia” di Cristo Gesù a tutti».

Se la Chiesa rinuncia al proselitismo

Segue poi un intervento di Tanzarella, che all’incontro tra Francesco e il pastore era presente: «Mi fu concessa questa occasione grazie ad un invito telefonico molto semplice da parte del pastore Traettino, un invito inatteso – racconta Tanzarella – che nessuna istituzione cattolica mi aveva mai rivolto né ad udienze pontificie, né a convegni ecclesiali, né a Settimane Sociali. Non c’erano posti riservati, né transenne tra le file di sedie e tutto era molto informale come in un incontro di famiglia tra persone che si rivedono dopo lungo tempo». «Il fatto che tutto questo sia accaduto a Caserta, nella città capoluogo di una provincia nota per i suoi disastri morali e ambientali, per la mortale catastrofe ecologica in atto con le relative gravissime responsabilità governative, amministrative e politiche non mi sembra sia da attribuire alla casualità. Per Francesco l’incontro di Caserta, questo fraterno andare incontro ai pentecostali, riconoscendoli – senza calcoli, diplomazie e strategie – prima di tutto fratelli e sorelle, era l’occasione per offrire una testimonianza esemplare della necessità di prendere l’iniziativa, così da dimostrare possibile quanto egli aveva scritto nell’Evangelii Gaudium».

Proprio rileggendo un passaggio della Evangelii Gaudium (il n. 236) Tanzarella sottolinea che in quell’enciclica è già contenuta l’esposizione di quella che lo storico casertano definisce “l’ecclesiologia del poliedro”: rispetto al modello ecclesiologico tradizionale, «che ha prodotto ogni genere di persecuzioni», «Francesco – spiega Tanzarella – propone l’immagine del poliedro, dove le diversità vengono accolte come ricchezza, né negate né annullate. Lasciando poi allo Spirito il compito di ricomporle nell’unità». Alla luce di ciò, prosegue Tanzarella, «è evidente che dall’incontro di Caserta emerge che per Francesco è bandita ogni forma di proselitismo, ogni giustificazione di conquista come conversione forzata al cattolicesimo».

Una memoria da purificare

Già, perché i pentecostali hanno patito molte persecuzioni in decenni nemmeno troppo lontani; persecuzioni cui i vertici della Chiesa cattolica non sono stati estranei.

Il fascismo mantenne infatti una politica repressiva nei confronti di tutte le confessioni cristiane diverse dalla cattolica, ma fu particolarmente duro con i pentecostali che, giunti in Italia a inizio del ‘900, non beneficiarono neppure della legge sui culti ammessi promulgata nel 1929. Poi, nel 1935, una circolare dell’allora sottosegretario agli Interni Buffarini-Guidi (che divenne ministro dello stesso dicastero nei drammatici giorni di Salò) vietò il culto pentecostale in tutto il Regno d’Italia perché, recita quella famigerata circolare, si sarebbe trattato di «pratiche religiose contrarie all’ordine sociale e nocive all’integrità fisica e psichica della razza». Spesso denunciati dai parroci cattolici, molti pentecostali furono quindi arrestati ed alcuni morirono in carcere o in campo di concentramento. La circolare di Buffarini-Guidi prolungò i suoi effetti ben oltre la caduta del fascismo, fino al 1955. Intanto, nel 1947 la maggioranza dei pentecostali italiani si era riunita nelle Assemblee di Dio in Italia. Successivamente, nel 2000, nacque la Federazione delle Chiese Pentecostali (Fcp). Eppure, non pochi pentecostali italiani restarono fedeli all’ideale di un congregazionalismo diffuso e non aderirono perciò a nessuna di queste due sigle. Tra queste, anche la comunità del pastore Traettino.

Alla luce di tutto ciò, secondo Sergio Tanzarella la visita di papa Francesco rende oggi possibile anche in ambito cattolico la realizzazione di un vero processo di “purificazione della memoria”: infatti, spiega lo storico casertano, le parole pronunciate nell’occasione da papa Francesco «non cancellano le distanze e non misconoscono le reciproche difficoltà, ma aprono concretamente la strada ad un incontro fraterno le cui conseguenze positive sono oggi incalcolabili. Esse servono soprattutto a recuperare un passato doloroso per troppo tempo taciuto e per questo destinato a pesare irrimediabilmente su ogni presente. Di esso sono stati protagonisti cristiani erroneamente convinti di servire la causa del Vangelo promuovendo la persecuzione o altri che hanno scisso la propria fede con il compimento di omicidi e violenze».

la grande fatica umana e compito teologico del credere nel modo adeguato ai tempi

beati gli atei perché incontreranno Dio

aria Lopez Vigil

Tratto da: Adista Documenti n° 33 del 03/10/2015
 

 

 

l’articolo è della scrittrice cubano-nicaraguense María López Vigil, la quale pone l’accento, da un lato, sull’incomprensibilità del linguaggio dogmatico e, dall’altro, sull’inalterata fedeltà a Gesù di Nazareth

I dogmi del cattolicesimo, la religione in cui sono nata, non mi dicono più nulla. Le tradizioni e le credenze del cristianesimo, così come le ho apprese, mi appaiono sempre più lontane. Si tratta di risposte. E di fronte al mistero del mondo io mi pongo sempre più domande.

Sentimenti simili ai miei li scopro in molte altre persone, soprattutto giovani, soprattutto donne, che non negano Dio, ma perseguono una spiritualità che alimenti davvero il senso della loro vita. E, in cerca di questo tesoro in cui porre il proprio cuore, prendono le distanze, si allontanano dalla religione ereditata, la riesaminano, la rifiutano persino.

Cosa ci succede? Cosa mi è successo? È successo che sono cresciuta, che ho letto, che ho cercato; che viviamo in un mondo radicalmente diverso dal mondo tribale, rurale, pre-moderno, nel quale si sono forgiati i riti, i dogmi, le credenze, le gerarchie e le tradizioni della mia religione. Il sistema religioso che ci è stato trasmesso rimanda a un concetto antiquato di mondo. Non possiamo più camminare con queste “scarpe”, non mi servono più.

Sapendo come so che il cristianesimo, in tutte le sue versioni (cattolica, protestante, evangelica, ortodossa…), è una grande religione, ma solo una tra le tante che esistono e sono esistite sul pianeta e nella storia, non posso più credere che la mia sia la vera religione. Sarebbe insensato come credere che la mia lingua materna, lo spagnolo, sia, tra tutte le lingue, la migliore solo perché è quella in cui sono nata, quella che conosco e che so parlare.

Trovo arroganti i postulati religiosi che ho appreso. Perché si presentano come assoluti, rigidi, infallibili, indiscutibili, immutabili e impenetrabili al fluire del tempo. E l’umiltà – che ha la stessa radice di umanità, humus – mi pare un cammino essenziale di fronte al mistero del mondo, che né la scienza né alcuna religione riescono a sciogliere pienamente.

Conoscendo come conosco le ricchezze racchiuse dalla grandissima varietà di culture umane, i tanti mondi che esistono in questo mondo, non posso credere che nella mia religione e nella Bibbia si trovi “la” rivelazione di questa Realtà Ultima che è Dio. Se lo credessi, non potrei evitare di essere superba. E non potrei dialogare da pari a pari con le migliaia e migliaia di uomini e donne che non credono a questo, che hanno altri libri sacri, che giungono a Dio per altri cammini in cui non ci sono sacre scritture da venerare e seguire.

Come credere a questo incomprensibile linguaggio dogmatico, amalgamato a una filosofia superata, secondo cui in Dio vi sarebbero tre persone distinte con un’unica natura e che Gesù sarebbe la seconda persona di queste tre, ma con due nature? Come credere a ciò che mi appare assurdo e incomprensibile se il mio cervello costituisce l’opera maestra della Vita? Come credere che Maria di Nazareth sia la Madre di Dio se Dio è Madre? Come credere alla verginità di Maria senza assumere ciò che questo dogma esprime in termini di rifiuto della sessualità, e della sessualità delle donne? Come accettare una religione così mascolinizzata e, pertanto, così distante da quella prima intuizione di Dio al femminile, di fronte al potere del corpo della donna capace di dare vita? Come dimenticare che, per questa esperienza vitale, Dio “è nato femmina” nella mente dell’umanità?

Come credere all’inferno senza trasformare Dio in un tiranno torturatore come i Pinochet o i Somoza? Come credere al peccato originale, che nessuno ha mai commesso in alcun luogo, e che è solamente il mito con cui il popolo ebraico ha spiegato l’origine del male nel mondo? Come credere che Gesù ci abbia salvato da questo peccato se tale dottrina non è di Gesù di Nazareth ma di Paolo di Tarso? Come credere che Dio abbia avuto bisogno della morte di Gesù per lavare questo peccato? Gesù il profeta, un agnello propiziatorio che placa con il sangue la collera divina? Come credere che Gesù ci abbia salvato morendo, quando ciò che ci può “salvare” dal nonsenso è il fatto che ci abbia insegnato a vivere? Come credere al fatto che io possa mangiare il corpo di Gesù e bere il suo sangue, riducendo così l’Eucarestia a un rito materialista, magico ed evocatore di sacrifici arcaici e sanguinosi che Gesù ha rifiutato?

MA RESTO CON GESÙ

Tuttavia, lasciando ormai per strada tante credenze della religione ereditata, non lascio Gesù di Nazareth. Perché, come mio padre, mia madre e i miei fratelli sono i miei punti di riferimento affettivi, e come penso, parlo e scrivo in spagnolo e questa lingua è il mio riferimento culturale, così Gesù di Nazareth è il mio referente religioso e spirituale, il mio referente etico, quello che mi è più familiare per provare a percorrere il cammino che mi apre al mistero del mondo.

Oggi, sapendo come so della maestà infinita dell’Universo in cui viviamo, con i suoi miliardi di galassie, non posso credere che Gesù di Nazareth sia l’unica e definitiva incarnazione di questa Energia Primordiale che è Dio. Neppure Gesù lo ha creduto. Questa elaborazione dogmatica, sviluppata successivamente e in contesti di lotte di potere, scandalizzerebbe Gesù. Oggi, invece di affermare “credo che Gesù sia Dio”, preferisco dirmi e dire: “Voglio credere in Dio come ha creduto Gesù”.

E in quale Dio credeva Gesù, il Moreno di Nazareth? Ci ha insegnato che Dio è un padre, e anche una madre, che viene a cercarci – il pastore che va in cerca della sua pecora, la donna che cerca la sua dracma -, che ci aspetta con ansia, che ci accoglie sempre, che si indigna dinanzi alle ingiustizie e dinanzi al potere che sfrutta e opprime, che si schiera dalla parte di coloro che stanno in basso, che non vuole poveri né ricchi, che vuole che nessuno abbia troppo e che nessuno abbia troppo poco, che punta sull’equità e la dignità di tutti, che ci vuole fratelli, che ci vuole in comunità, che non vuole signori né servi, e neppure serve, che ci dà sempre nuove occasioni, che ride e festeggia, che celebra banchetti aperti a tutti, che è allegro ed è buono, che è un abba, una imma.

Tutte le religioni del mondo, proprio tutte, hanno qualcosa in comune: tutte affermano di essere la vera religione e si gloriano del fatto che le loro divinità sono le più potenti. Tutte si basano su credenze, riti, comandamenti e mediatori. La maggior parte dei comandamenti imposti è data da divieti: quello che non si può fare, quello che non si può pensare, quello che non si può dire. E i mediatori che dominano le religioni sono i più vari: libri, luoghi, tempi e oggetti sacri e, soprattutto, persone sacre a cui bisogna credere, obbedire e rendere onore.

Quando si legge la buona novella dei Vangeli, quando se ne coglie l’essenza, si scopre che Gesù non fu un uomo religioso. Gesù fu un laico in contraddizione permanente con gli uomini pii e sacri del suo tempo, i farisei e i sacerdoti. Gesù non propose credenze ma atteggiamenti. Non lo vediamo mai praticare alcun rito, ma avvicinarsi alla gente. Capovolse vari comandamenti, così come venivano interpretati dai devoti del suo tempo. E non rispettò né i luoghi sacri (pregava sul monte) né i tempi sacri (“Il sabato è per la gente, non la gente per il sabato”).

Gesù fu un uomo spirituale e un maestro di etica. Non volle fondare alcuna religione e, per questo, non è responsabile di alcuno dei dogmi costruiti dal potere sulla memoria appassionata di quanti lo avevano conosciuto. Gesù propose un’etica di relazioni umane. Ispirò un movimento spirituale e sociale di uomini e donne che, cercando Dio, cercassero la giustizia e costruissero il suo sogno, il Regno di Dio, che lui concepì come un’utopia contrapposta alla realtà di oppressione e ingiustizia che gli toccò vivere nel suo Paese e nel suo tempo.

Quando nessuna persona è sacra, tutte le persone diventano sacre. Quando nessun oggetto è sacro, tutti gli oggetti meritano cura. Quando nessun tempo è sacro, tutti i giorni che mi sono dati da vivere si trasformano in giorni sacri. Quando nessun luogo è sacro, vedo nella Natura intera il sacro tempio di Dio. Anche questo ce lo ha insegnato Gesù.

L’irriverenza, la provocazione, la gentilezza, l’humor, l’audacia e la novità della spiritualità di Gesù sono state imprigionate da secoli nella dogmatica cristologica. Questa dogmatica ci rende prigionieri di un pensiero unico, ci chiude in una gabbia. Non ci lascia volare perché non ci lascia domandare, sospettare, dubitare… Le sbarre di questo carcere provocano timore. Timore di disobbedire alla parola autorizzata di quanti “sanno di Dio”, delle gerarchie della religione. Timore di essere puniti per il fatto di pensare e di dire ciò che si pensa.

Oggi, sapendo di vivere «intorno a una stella tra tante, in una normale zona di una banale galassia, raggruppata insieme ad altre ugualmente insignificanti in un ordinario ammasso», come descrive questa “periferia cosmica” che è la Terra un prestigioso fisico, non posso evitare di sentire come inopportune e sclerotizzate, irrilevanti per la mia vita, le certezze e le norme della religione organizzata da una burocrazia gerarchica che, peraltro, in tante cose ha tradito il messaggio di Gesù.

Mi sento più vicina alla Vita che Gesù ha difeso e a cui ha dato dignità in questa religiosità, in questa spiritualità che è riverenza e meraviglia dinanzi al mistero del mondo. Trovo maggiore significato spirituale nella “religiosità cosmica” di cui ha parlato l’ebreo Einstein quando ha detto: «Il mistero è la cosa più bella che ci è dato cogliere». Einstein riconosce che questa esperienza del mistero, «culla dell’arte e della scienza, ha generato anche la religione». Ma aggiunge: «La vera religiosità è sapere di questa Esistenza per noi impenetrabile, sapere che esistono manifestazioni della Ragione più profonda e della Bellezza più splendente» che non sono mai del tutto accessibili. E conclude: «A me basta il mistero dell’eternità della Vita, il presentimento e la coscienza della costruzione prodigiosa dell’esistente».

Non so se questa formulazione mi basta, ma so, questo sì, che mi risulta significativa perché mi apre a nuove domande. E la religione, il sistema religioso nel quale mi hanno educato, non lo ha fatto. Mi ha chiuso riempiendomi di risposte fisse, prestabilite, molte delle quali minacciose, angoscianti, generatrici di paura, di colpa e di infelicità. È tempo di umanizzarci. E il sistema religioso, obbligandoci a pensare a Dio in un’unica maniera, imponendoci norme morali severe e mancanza di compassione e costringendoci a culti e riti abitudinari e rigidi, ci disumanizza.

SE DIO C’È

Credo in Dio? Cos’è la fede? «È un amore», mi rispose ormai molti anni fa un contadino analfabeta nella Repubblica Dominicana quando gli posi questa domanda. Una spiegazione tanto semplice quanto profonda. Se Dio c’è, è chi mi muove sempre verso l’amore, verso gli altri, che siano persone, animali, alberi… È un movimento, un impulso a condividere, a simpatizzare, a prendersi cura, a rendersi responsabili, ad attingere l’acqua di questo pozzo di tutto ciò che è vivo. L’amicizia è la felicità di non poter mai toccare il fondo di questo pozzo. Questo è l’amore: un pozzo senza fondo da cui poter bere. È questo che deve essere Dio. Nell’amore che provo per quelli a cui voglio bene io sento Dio.

Se Dio c’è, è bellezza. Lo sperpero di bellezza della Natura – le stelle del cielo, gli occhi dei cani, la forma delle foglie, il volo degli uccelli, i colori e le loro sfumature, il mare -tutta questa incommensurabile e sempre sorprendente lista di cose belle, tutte simili, tutte differenti, tutte in relazione, questa bellezza che io non posso né abbracciare né intendere, che abbaglia occhi e mente, che la scienza ci svela e ci spiega, sento che ha “la firma” di Dio. Nel fondo di tutta la bellezza che vedo in tutto ciò che esiste io sento Dio.

Se Dio c’è, è gioia. Nella festa, nella musica e nel ballo, nelle forme indefinibili che adotta la gioia quando è profonda, nella parola, nella compagnia, nella celebrazione, nei successi, nello sforzo creativo, e soprattutto nelle risate e nei sorrisi della gente, io sento che Dio è più vicino che mai.

Se Dio c’è, è anche giustizia. È la giustizia che la storia che conosco e in cui vivo non ha garantito mai alle persone buone. Che non ha garantito a quel contadino povero e analfabeta che definì la fede come «un amore».

Ma Dio è sempre più in là di ogni amore, di ogni bellezza, di ogni gioia, sempre inarrivabile, innominabile, indecifrabile, sempre più in là dell’idea che mi faccio di Dio, più in là del mio stesso desiderio e della mia nostalgia. Maimonide, il grande pensatore ebraico del Medioevo, scrisse un trattato teologico-filosofico dall’affascinante titolo Guida dei perplessi. Afferma: «Descrivere Dio mediante negazioni è l’unico modo di descriverlo in un linguaggio appropriato». Ma non trovo neanche un pizzico di questa perplessità nel sistema religioso in cui sono nata.

È con questi “mattoni” di pensiero e di sentimento, con questo pensare e questo sentire, che sono andata costruendo a tentoni una spiritualità, convinta, come diceva il poeta León Felipe, che nessuno va a Dio per lo stesso cammino che percorro io. La spiritualità è un cammino personale, la religione è un corsetto collettivo. Un «fardello pesante», per usare le parole di Gesù.

Nel suo libro L’onda è il mare, il monaco benedettino Willigis Jäger commenta: «Una persona sagace ha detto: la religione è un trucco dei geni». Jäger prende molto sul serio questa affermazione. E spiega: «Quando la specie umana raggiunse il livello evolutivo adeguato per porsi domande sulla sua origine, il suo futuro e il senso dell’esistenza, sviluppò la capacità di dare risposta a queste domande. Il risultato di questo processo è la religione, che per millenni ha svolto magnificamente il suo compito e continua a farlo ancora oggi. La religione è parte dell’evoluzione umana. E se oggi arriviamo a un punto in cui le sue risposte non ci soddisfano più, è segno che l’evoluzione ha fatto un passo in avanti e sta sorgendo nell’umanità una nuova capacità di comprenderci come esseri umani».

Malgrado i cammini sbagliati e i tempi perduti, quanto mi rallegro del fatto che, prima di morire, io abbia sviluppato questa capacità e abbia potuto vivere nel momento di questo passo avanti.

il grande compito della teologia oggi, rendere comprensibile il messaggio cristiano nel mondo contemporaneo


al di là del linguaggio dogmatico

il cristianesimo spiegato ai contemporanei

‘le 12 tesi’ di J. Spog

 

Tra i teologi più impegnati nel compito di riformulare il messaggio cristiano in un linguaggio che possa risultare comprensibile – e dunque nuovamente rilevante e significativo – alle donne e agli uomini contemporanei, il vescovo episcopaliano John Shelby Spong appare senz’altro in prima fila. E ciò fin da quando, attento ai numerosi segnali di declino evidenziati da ogni parte dalla religione cristiana, ha compreso, «come vescovo e come cristiano impegnato», che l’unica maniera di «salvare il cristianesimo come forza per il futuro» è quella di trovare nella Chiesa il coraggio che la renda «capace di rinunciare a molti schemi del passato». Un impegno, il suo, tradottosi, alla vigilia del XXI secolo, in un libro diventato una pietra miliare in questo cammino di riflessione teologica: Why Christianity Must Change or Die (“Perché il cristianesimo deve cambiare o morire”), successivamente ridotto a un manifesto in 12 tesi attaccato, «alla maniera di Lutero», all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, nel Regno Unito, e poi inviato per posta a tutti i leader cristiani del mondo. Non poteva dunque assolutamente mancare un suo contributo nell’importante numero della rivista di teologia Horizonte (pubblicata dalla Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais; n. 37/2015) dedicato al “Paradigma post-religionale” (v. Adista Documenti nn. 29 e 31/15), cioè al tema della presunta morte della religione – intesa come la configurazione storica, contingente e mutevole che l’insopprimibile dimensione spirituale dell’essere umano ha assunto dall’età neolitica – in direzione di una nuova espressione religiosa compatibile con le recenti acquisizioni scientifiche: senza dogmi, senza dottrina, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta. Su invito della rivista Horizonte, Spong ha così ripreso le sue celebri 12 tesi, ripercorrendole una ad una nella sua rilettura post-teista del cristianesimo (oltre, cioè, il concetto di Dio come un essere che dimora al di sopra di questo mondo e che da “lassù” interviene nelle vicende umane al di fuori delle leggi naturali.

INTRODUZIONE

Alla vigilia del XXI secolo, con le celebrazioni del millennio alle porte, mi sentii sempre più chiamato a esaminare lo stato della religione cristiana nel mondo. Da tutte le parti si vedevano molteplici segni del suo declino e persino, forse, di una sua morte imminente. Sempre meno persone frequentavano le chiese in Europa, e quelle che lo facevano erano sempre più anziane. Le Chiese del Nord America affondavano o in vuoto tanto liberale quanto insulso, o in un fondamentalismo anti-intellettuale. Le Chiese sudamericane si allontanavano sempre di più dalle preoccupazioni della gente e nessuno dei leader sembrava capace di rispondere a queste preoccupazioni con autorità. Nulla di tutto ciò era nuovo. Nel corso degli ultimi 500 anni, dinanzi a ogni scoperta proveniente dal mondo della scienza riguardo alle origini dell’universo e della vita stessa, le spiegazioni offerte dalla Chiesa cristiana sembravano sempre più sorpassate e irrilevanti. I leader cristiani, incapaci di assumere la rivoluzione della conoscenza, sembravano credere che l’unico modo di preservare il cristianesimo fosse quello di non alterare i vecchi modelli e di non prestare attenzione alle nuove conoscenze (e tanto meno metterle in pratica).

Nella misura in cui affrontavo tali questioni come vescovo e come cristiano impegnato, giunsi a convincermi che l’unica maniera di salvare il cristianesimo come forza per il futuro fosse trovare nella Chiesa il coraggio che la rendesse capace di rinunciare a molti schemi del passato. Cercai di articolare questa sfida nel mio libro Why Christianity Must Change or Die (“Perché il cristianesimo deve cambiare o morire”), pubblicato proprio alla vigilia del XXI secolo. (…). Poco dopo la pubblicazione di questo libro ridussi il suo contenuto a 12 tesi, che attaccai, alla maniera di Lutero, all’ingresso principale della cappella del Mansfield College, all’Università di Oxford, nel Regno Unito. E che dopo inviai per posta a tutti i leader cristiani del mondo, compresi il papa, il patriarca dell’ortodossia orientale, l’arcivescovo di Canterbury, i leader del Consiglio Ecumenico delle Chiese, quelli delle Chiese protestanti tanto negli Stati Uniti come in Europa, e alle più note voci televisive del cristianesimo evangelico. Un tentativo di invitarli a un dibattito sui veri problemi che – ero certo – la Chiesa cristiana ha di fronte a sé oggi. (…). Recentemente, gli editori della rivista Horizonte mi hanno chiesto di spiegare (…) le ragioni per invitare al dibattito intorno a queste 12 tesi. Sono felice di avere l’occasione di farlo. (…).

TESI 1

Il teismo come modo di definire Dio è morto. Non può più intendersi Dio in modo credibile come un essere dal potere soprannaturale, che vive al di sopra del cielo ed è pronto a intervenire periodicamente nella storia umana, perché si compia la sua divina volontà. Pertanto, oggi, la maggior parte di ciò che si dice su Dio non ha senso. Dobbiamo trovare un nuovo modo di concettualizzare Dio e di parlarne. (…).

La persona che, a mio giudizio, diede inizio a una nuova visione della realtà che ancora oggi sfida la credibilità del modo tradizionale di esprimere la mentalità cristiana fu un devoto monaco polacco del XVI secolo, Niccolò Copernico. Tuttavia, (…) nessuno comprese la profondità della rivoluzione che aveva cominciato, tant’è che, alla sua morte, egli venne accolto nel seno della Madre Chiesa.

Il successore intellettuale immediato di Copernico fu un astronomo italiano del XVII secolo, Galileo Galilei, anche lui, come Copernico, profondamente cattolico. (…). La teoria di Copernico sulla localizzazione del sole al centro dell’universo era qualcosa di cui Galileo era giunto a convincersi. (…). A differenza di Copernico, tuttavia, Galileo, non viveva in convento. Era un noto scienziato, una figura pubblica abituata a pubblicare le proprie scoperte. Fu allora che scoprì che le sue opere stavano provocando dibattiti e controversie che lo avrebbero inevitabilmente condotto a uno scontro diretto con la gerarchia della Chiesa cattolica.

In quel momento storico, la Chiesa era ancora una potente forza politica. Il suo potere era nella sua pretesa, ampiamente accettata, di avere l’autorità per parlare in nome di Dio. (…). Di certo, qualunque dubbio che – da qualsiasi parte venisse – potesse erodere questo aspetto del ruolo della Chiesa avrebbe rappresentato una sfida alla sua autorità. (…). La Chiesa e il suo sistema di fede funzionavano, così, come un sistema di controllo incredibilmente potente del comportamento umano. Era questo, in sostanza, che tanto Copernico quanto Galileo sembravano mettere direttamente in discussione. Era una sfida non solo a ciò che si percepiva come la verità, ma anche al potere politico. (…) Così, Galileo venne accusato di eresia. (…).

Il processo ebbe molta risonanza. (…). La visione di Galileo era considerata contraria alla “Parola di Dio” così come era rivelata nelle Sacre Scritture, che, in quel momento, si credeva fossero state dettate da Dio in maniera letterale. Se Galileo aveva ragione, la Bibbia e la Chiesa si sbagliavano. Questa era la conclusione ecclesiastica che avrebbe segnato il destino di Galileo. Quasi in ogni pagina della Bibbia c’era un racconto secondo cui Dio viveva al di sopra del cielo, nello strato superiore di un universo organizzato su tre livelli. (…). Galileo aveva sfidato questa antica e universalmente accettata visione del mondo (…). Aveva alterato la forma dell’universo. L’intuizione di Galileo espelleva Dio dalla sua divina dimora e, in fin dei conti, lo trasformava in un senza tetto. Se Dio non abitava in cielo, dove si trovava? (…). Non sorprende che al processo fosse ritenuto colpevole di eresia. (…).

La verità, tuttavia, non può essere respinta semplicemente perché non risulta conveniente, e le scoperte di Galileo avevano la verità dalla loro parte. Nel dicembre del 1991 il Vaticano annuncerà finalmente che Galileo aveva ragione. (…).

Le antiche interpretazioni sulla configurazione del mondo e sul concetto di Dio a essa vincolato iniziarono a venir meno. Le nuove definizioni non si erano ancora chiarite del tutto, era ancora difficile assumerle intellettualmente ed emotivamente. Il cristianesimo e la sua autorità, tuttavia, cominciavano a traballare. Questo traballare sarebbe diventato più intenso, molto di più di quanto si percepisse allora, nella misura in cui, nella coscienza umana, iniziavano a farsi strada altre scoperte, in altre discipline. Galileo aveva fatto sì che il mondo sperimentasse un periodo di trasformazione e di crescita rapide, cosicché, precipitando tutti questi cambiamenti sulla coscienza umana, sarebbe presto divenuto ovvio come il cristianesimo, così come era stato inteso tradizionalmente, non trovasse più posto nel nuovo mondo che stava nascendo.

L’anno della morte di Galileo nacque, in Inghilterra, Isaac Newton. (…). Studiò la causalità, la gravità e l’interrelazione di tutti gli esseri viventi. Non c’era posto nell’universo di Newton per un Dio esterno che interviene in maniera soprannaturale nella storia umana. I margini per la realizzazione di ciò che chiamavamo “miracoli” si riduceva sensibilmente. (…). Dio, espulso dal cielo da  Galileo, cominciava ora a essere svincolato da qualunque funzione relativa ai modelli climatici. (…). I traumi nel concetto tradizionale di Dio avrebbero continuato a farsi sentire nella misura in cui l’esplosione della conoscenza influiva su di noi, derivante anche da altre fonti. Ora, Dio non solo era un senza tetto, ma, progressivamente, stava diventando un disoccupato. (…).

Negli anni ’30 del XIX secolo, il naturalista inglese Charles Darwin iniziò il suo viaggio intorno al mondo a bordo della Beagle. (…). Nel 1859, pubblicò le sue scoperte nel libro L’origine delle specie. Pochi anni dopo, sarebbe seguito il libro L’origine dell’uomo. In quelle opere, Darwin sosteneva che la vita si fosse evoluta nel corso di milioni e anche di miliardi di anni, a partire dalle semplici cellule. Cosicché tutta la vita era connessa: nessuna specie esisteva in forma permanente, bensì era sempre in divenire; l’umanità era sorta dalla famiglia dei primati e il racconto della creazione della Genesi non era corretta né biologicamente né storicamente. Iniziava a farsi evidente che non eravamo stati creati, in nessun senso, a immagine di Dio, bensì che Dio era stato creato a immagine dell’umanità. E, anche, che gli esseri umani non erano poco meno degli angeli, come suggeriva il libro dei Salmi (Sal 8), ma, di fatto, poco più delle scimmie. (…). Con sempre maggiore rapidità il concetto teista di Dio veniva messo all’angolo nella coscienza umana.

Al principio del XX secolo, il medico tedesco Sigmund Freud iniziò a esplorare la mente umana con il suo studio sulla natura dell’inconscio, sulle emozioni e sulle attività di quella che una volta chiamavamo “anima”. (…). Molti dei simboli che un tempo costituivano il nucleo del racconto cristiano apparivano ora assai diversi se analizzati nella prospettiva freudiana. Il “Dio Padre” del cielo era una mera proiezione dell’autorità paterna umana? Il potere della colpa, su cui si era basata una parte così importante della vita cristiana, era qualcosa di più di una forma di controllo del comportamento umano? Questa potente forza della colpa si era proiettata anche nell’altra vita, vita di eterna beatitudine o di eterni tormenti, ma ora, in modo piuttosto repentino, sembrava derivare non dalla rivelazione divina, ma da disordini psichici. (…). Il timore di Dio, che costituiva buona parte del cristianesimo, con le sue immagini del cielo e dell’inferno, iniziò a venire meno. (…).

Sempre nel XX secolo, il fisico tedesco Albert Einstein (…) cominciò a studiare quella che si sarebbe chiamata “relatività”. Si scoprì che il tempo e lo spazio non erano infiniti, ma finiti, e relativi sempre l’uno all’altro. (…). Tutto quello che facciamo e diciamo, lo facciamo e lo diciamo in mezzo alla relatività dello spazio e del tempo. Ciò significa che non c’è un qualcosa come una verità assoluta. Anche se ci fosse una verità assoluta, non potrebbe essere pensata né espressa nel quadro dell’esperienza umana.

Con questa conclusione, qualsiasi pretesa religiosa di oggettività veniva meno. Non c’è un qualcosa come “la religione autentica” o “la vera Chiesa”. Come un papa o una Bibbia infallibili. Come (…) una dottrina particolare che possa definirsi vera per tutti i tempi. La vita umana è vissuta, piuttosto, in un mare di relatività. (…). Nessuna istituzione umana, inclusa la Chiesa, possiede la verità eterna, né può possederla. Gli esseri umani e le loro istituzioni possono solo, per dirla con le parole di Paolo, vedere «come in uno specchio, in maniera confusa» (1Cor 13,12).

Questa cronaca dell’articolazione della conoscenza umano dal XVI secolo a oggi, così breve e pertanto imperfetta, ci rende almeno coscienti del fatto che la maniera in cui gli esseri umani hanno pensato a Dio nel passato è stata stravolta nei suoi fondamenti. E, tuttavia, nelle liturgie di tutte le Chiese cristiane continuiamo a usare concetti del passato come modello su cui disegnare il culto. Anche se, intellettualmente, tali concetti sono stati già rifiutati. Così, diciamo ancora «Padre Nostro che sei nei cieli». Una preghiera che si rivolge a un Dio concepito come essere dal potere soprannaturale, che abita nell’alto dei cieli di un universo disposto su tre livelli da cui crediamo ancora che controlli il nostro mondo. (…). Ci avviciniamo ancora a questo Dio, concepito come giudice, in ginocchio, supplicando misericordia, chiedendo favori e cercando salute. Quando una tragedia ci colpisce, ancora ci chiediamo perché e ancora ci domandiamo se tale tragedia sia un riflesso della volontà di Dio di punirci per i nostri peccati. «Che ho fatto per meritare questo?», ci chiediamo.

Definiamo “teismo” questo modo di intendere Dio. (…). Un concetto che non ha più senso nel nostro mondo. Non c’è una divinità soprannaturale al di sopra del cielo in attesa di venire in nostro aiuto. (…). Questo linguaggio, pertanto, è privo di senso. Ebbene, questo significa che Dio non ha senso? Questa è la questione più importante che il cristianesimo ha oggi di fronte a sé. (…). Possiamo rinunciare alle nostre definizioni teiste di Dio senza dover negare al tempo stesso la realtà di Dio? Credo che possiamo e so che dobbiamo provarci. (…). Se il cristianesimo, come religione, deve sopravvivere, deve sviluppare una comprensione del divino che abbia senso nel XXI secolo. Questa è diventata la nostra massima priorità.

(…). Tutti gli dei che gli esseri umani hanno concepito nella storia assomigliano sempre agli umani, ma senza i loro limiti. Ricorriamo ancora al linguaggio della liturgia. «Dio onnipotente ed eterno», diciamo nelle preghiere. Quello che stiamo dicendo è: Dio, tu non sei limitato nel potere o nel tempo. Questo Dio è anche quello che sa tutto, che scruta i segreti del nostro cuore. Questa divinità onnisciente è in definitiva poco più di una costruzione umana.

Se la comprensione teista di Dio è morta, allora si pone la questione se è Dio a essere morto o la definizione umana di Dio. (…). La Bibbia ha definito l’idolatria come il culto a qualcosa che è costruito da mani umane. Il teismo è una comprensione di Dio sviluppata da menti umane. (…). Il teismo è una manifestazione dell’idolatria umana. Di modo che respingiamo il teismo come una definizione creata da noi, gli umani, e ci proponiamo di cambiare strada, verso la realtà di Dio. Un passo molto più rivoluzionario di quanto la maggioranza di noi può immaginare, ma questo è il mondo nel quale il cristianesimo deve imparare a vivere.

TESI 2

Dal momento che Dio non può essere concepito in termini teisti, non ha senso cercare di intendere Gesù come “l’incarnazione di una divinità teista”. I concetti tradizionali della cristologia sono, pertanto, in bancarotta.

Il cristianesimo è nato da un’esperienza di Dio associata alla vita di un ebreo del I secolo chiamato Gesù di Nazareth. Quali siano state le dimensioni precise di quella esperienza è difficile da dire. I vangeli sono stati scritti tra 40 e 70 anni dopo la condanna a morte di quest’uomo, cosicché non sappiamo come articolarono realmente tale esperienza quelli che furono i suoi primi discepoli nella prima generazione della storia cristiana. La maggior parte di questi era morta prima che si scrivessero i vangeli. Fin dove possiamo sapere, i primi discepoli erano convinti che tutto quello che avevano sempre pensato su Dio lo avevano sentito presente nella vita di Gesù. Questo è stato il nucleo del messaggio ed è così che è iniziato il cristianesimo. Pare che al principio i seguaci di Gesù si limitassero a proclamare il nucleo della propria esperienza: “Dio era in Cristo”. Questo è tutto ciò che l’apostolo Paolo dice all’inizio della sua vita cristiana (2Cor 5,19). (…). Dopo, tuttavia, intorno all’anno 56 o 58, quando scriveva ai romani (…), Paolo suggerì che nella resurrezione Dio avesse elevato l’umano Gesù fino a renderlo Dio (Rm 1,1-4). (…). Con il tempo, questa sarebbe diventata un’eresia, l’adozionismo, ma fin qui era arrivato il pensiero sulla natura divina di Gesù a metà e alla fine degli anni cinquanta del I secolo. Il problema era quello già indicato. La mente umana poteva concepire Dio solo in termini teisti. (…). Se questa era la definizione di Dio, allora la questione era: come era entrato questo Dio esterno nella vita di Gesù perché la gente ne sperimentasse in essa la presenza? Questa era la domanda a cui sentivano di dover rispondere e le risposte, nella misura in cui venivano sviluppate, cominciarono, nel corso degli anni, a configurare il cristianesimo in modi nuovi.

Quando il Vangelo di Marco, il primo, venne scritto, intorno all’anno 72, venne introdotta nelle menti dei seguaci di Gesù una nuova spiegazione del legame tra lui e Dio. Nel primo capitolo, Gesù, adulto e pienamente umano, è condotto al fiume Giordano perché lo battezzi un uomo chiamato Giovanni Battista. Nel suo racconto del battesimo, Marco dice che i cieli – il regno di Dio – si aprirono. Si concepiva l’universo come una superficie coperta da una cupola gigantesca. Il cielo era il tetto che separava il regno di Dio da quello degli umani (…). Così, un buco apparve nel tetto e il Dio che viveva lassù semplicemente mandò lo Spirito Santo sull’umano Gesù (…), uno spirito che, in ultima istanza, ridefiniva la sua umanità. Marco dice che, in quel momento, la voce di Dio proclamò dal cielo che Gesù era suo figlio, il figlio in cui si era compiaciuto. (…). Si cominciò a pensare a lui come a un essere umano pieno di Dio. A questo stadio si trovava la comprensione cristiana di Gesù negli anni settanta del I secolo.

Questo processo è andato avanti nella nona e nella decima decade, quando sono stati scritti i vangeli che chiamiamo di Matteo (intorno all’anno 85) e di Luca (89-93). In questi due vangeli, si pensava a Gesù non solo come a un essere umano permeato da Dio, ma come a una presenza di Dio nella sua forma umana.

Il momento in cui si dice che il Dio teista si è unito a Gesù si è andato spostando indietro: dalla resurrezione, che è quando Dio adotta Gesù secondo Paolo, al battesimo, che è quando Dio entra in Gesù secondo Marco, fino ad arrivare al concepimento (…). È stato allora che la tradizione della nascita verginale si è incorporata al racconto cristiano. (…). Nel pensiero cristiano, si è passati a pensare allo Spirito Santo come al padre biologico di Gesù. La sua umanità era ormai permanentemente compromessa. (…). Per quanto importante sia tale cambiamento, non sarebbe stato tuttavia il punto d’arrivo di questo sviluppo cristologico. Quando si completò il quarto Vangelo, verso la fine degli anni novanta dell’era cristiana (anni 95-100), si disse che Gesù era già parte di Dio; era il Verbo di Dio che era con Dio dal principio della creazione. (…). Giovanni stava affermando che il Dio teista che è nell’alto dei cieli aveva assunto forma umana in Gesù e che in lui Dio abitava tra noi. (…). Si erano così poste le basi tanto della dottrina dell’Incarnazione quanto di quella della Santissima Trinità. (…).

Tuttavia, se l’idea di un Dio nell’alto dei cieli è in bancarotta, lo è ugualmente, di conseguenza, l’idea che questo Dio teista si sia incarnato nel Gesù umano. (…). Ebbene, ciò significa che l’esperienza che tale spiegazione intendeva esprimere non è reale né valida? Non credo. Ma significa, questo sì, che bisogna cercare nuove parole che la spieghino. Le antiche non funzionano più. (…). Allora, (…) cosa c’è stato intorno a Gesù da far sì che la gente credesse di aver incontrato Dio in lui? Questo è quanto la ricerca della verità ci chiama oggi a scoprire. (…). L’esperienza di trovare Dio in Gesù deve essere stato qualcosa di originale e trasformatore. (…). Forse le persone hanno visto e sperimentato nella sua vita “la Fonte della Vita”, nel suo amore “la Fonte dell’Amore” e nel suo essere “il Fondamento dell’Essere”. Forse hanno sentito in lui e da lui la chiamata a vivere in pienezza, ad amare generosamente e ad essere tutto ciò che ciascuno poteva essere. Forse con questa esperienza sono arrivati a capire che si erano incontrati con la santità nelle dimensioni dell’umano. (…). Forse l’esperienza è reale e, una volta respinte le spiegazioni antiquate e irrilevanti, la realtà di tale esperienza può allora proporsi ancora una volta. Che realtà è stata quella che ha portato i seguaci di Gesù a sviluppare dottrine come quelle dell’Incarnazione e della Trinità? Come descrivere oggi tale realtà? Possiamo ancora pensare a Gesù, oggi, come essere divino senza intenderlo come incarnazione di una divinità soprannaturale che vive al di là del cielo? Quando è stata formulata la dottrina dell’Incarnazione, la gente pensava in termini dualisti. Il divino e l’umano si opponevano. Ma supponiamo che il divino e l’umano non siano due regni separati, ma una sola realtà continua. Forse il cammino verso la pienezza e anche verso il divino consiste nel farsi profondamente e pienamente umani. Forse l’impulso biologico verso la sopravvivenza non è il valore supremo per gli umani; forse questo valore supremo consiste piuttosto nel trascendere la necessità di sopravvivere e nell’essere capaci di donare se stessi nell’amore per gli altri.

Forse quando oltrepasseremo i limiti della nostra sicurezza tribale, di genere, di orientamento sessuale, di razza, di credo o di status, sperimenteremo un’umanità non legata all’istinto di sopravvivenza. Forse si incontra Dio nella libertà di permettere – e, in realtà, di accettare – la responsabilità di aiutare gli altri a essere quello che ciascuno è stato creato per essere, senza imporre loro le nostre idee. (…).

Interpretata letteralmente, l’Incarnazione non ha senso in un mondo il cui pensiero non è più dualista. Ma è infinitamente significativa quando la si vede non come una spiegazione ma come un’esperienza. Possiamo recuperare questo concetto cristiano per il XXI secolo? Credo di sì. Se il cristianesimo deve sopravvivere, credo che dobbiamo farlo. E il cristianesimo potrebbe risultare molto più profondo di quanto avevamo immaginato.

TESI 3

Il racconto biblico di una creazione perfetta e compiuta dalla quale noi, gli esseri umani, “siamo caduti” con il peccato originale è mitologia pre-darwiniana e non ha più senso.

(…). Questo mito delle origini includeva cinque grandi principi. Primo, si sono affermate la bontà e la perfezione originali della creazione. Secondo, è stato l’atto umano di disobbedienza a provocare la caduta dall’opera perfetta di Dio, finendo per prendere il nome di “peccato originale”. (…). Terzo, si è narrata la storia di Gesù in termini di riscatto offerto da Dio per salvare dalla caduta un’umanità peccaminosa e un mondo peccaminoso. Il mito suggeriva che Gesù avesse realizzato tale proposito pagando il “prezzo” reclamato da Dio e assumendo il castigo, castigo che gli esseri umani meritavano in quanto peccatori. Questo atto di redenzione è stato compiuto mediante quello che è stato chiamato “il sacrificio della croce”. Da questa prospettiva teologica del IV secolo sono derivate le parole “Gesù è morto per i miei peccati”, che in un tempo relativamente breve sono diventate un autentico “mantra” cristiano. (…). Il nostro peccato è stato presentato come la causa e come la ragione della sofferenza di Gesù. Così, la colpa è diventata moneta di scambio nel cristianesimo. La salvezza veniva dal riconoscere che la sofferenza e la morte di Gesù per noi si erano prodotte perché Dio, nella persona di suo figlio, aveva assunto il castigo meritato da noi esseri umani.

Si è stabilito il battesimo come forma sacramentale con cui lavare il “peccato originale” di chi è appena nato. (…). L’eucarestia cristiana era il cibo che permetteva di assaporare per la prima volta il regno di Dio. La fede nella resurrezione significava che Gesù aveva vinto la morte dando compimento al castigo reclamato da Dio per il peccato di Adamo che aveva stravolto il mondo perfetto di Dio. (…). Infine, ci è stato insegnato che con il sacrificio della vita di Gesù noi esseri umani siamo stati ristabiliti nella nostra perfezione originaria e che la vita eterna è il culmine della nostra restaurazione. Questo quadro teologico è diventato così forte nella teologia cristiana (…) da impadronirsi di ogni aspetto del messaggio cristiano. (…). Questo quadro teologico ha prodotto anche cose terribili che per secoli non si sono colte. Ha trasformato Dio in un mostro che non sa perdonare. Lo ha dipinto come qualcuno che richiede un sacrificio umano e un’offerta di sangue prima di offrire il proprio perdono. (…). In secondo luogo, questa teologia ha reso Gesù una vittima cronica (…), in quanto i ripetuti peccati degli esseri umani esigono continuamente la sua sofferenza e la sua morte. (…). In terzo luogo, questa teologia ci ha oppresso con uno schiacciante e anche malato senso di colpa. (…). Un’analisi di questi temi, arrivati a costituire quella che abbiamo chiamato “teologia dell’espiazione”, ci convincerà rapidamente del fatto che questo modo di intendere Gesù e il racconto cristiano è distruttivo e contrario alla vita. (…).

La teologia dell’espiazione assume una teoria sulle origini della vita che, nel mondo astrofisico o biologico, oggi nessuno accetta. È dimostrabile che la premessa da cui parte è falsa. Da quando Charles Darwin pubblicò la sua opera a metà del XIX secolo, sappiamo che non vi è mai stata una perfezione originaria. La vita umana è, piuttosto, il prodotto di un viaggio biologico partito da semplici cellule apparse 3.800 milioni di anni fa. (…). Da 100-80 milioni di anni fa fino a circa 65, i rettili furono i signori del pianeta. (…). Sulla Terra, il dinosauro non aveva eguali e, pertanto, non aveva nemici. Tuttavia, un qualche tipo di disastro naturale colpì il pianeta circa 65 milioni di anni fa e (…) provocò un cambiamento nel clima che avrebbe condotto all’estinzione dei dinosauri e aperto la porta ai mammiferi, dando il via alla loro scalata verso il predominio. Da questi animali dal sangue caldo e vivipari emerse infine la linea dei primati, creature simili agli umani. E questo avvenne circa 4 o 5 milioni di anni fa. In questo tempo, il cervello di tali creature si ingrandì, la mandibola si ritrasse, scese la laringe, si sviluppò la capacità di parlare e, infine, queste creature attraversarono la grande linea divisoria, passando dalla semplice coscienza all’autocoscienza.

Ora, questa creatura era cosciente della propria separazione rispetto alla natura. E assunse anche la propria mortalità. Iniziò a pensare anticipatamente alla propria morte, maturando una sorta di inquietudine esistenziale cronica che nessun animale aveva conosciuto prima. Le inquietudini dell’autocoscienza erano così forti da indurre questa creatura a sviluppare meccanismi di difesa. La religione fu uno di questi. (…).

Tuttavia, nella misura in cui questa creatura umana acquisiva una maggiore conoscenza rispetto alle origini dell’universo, diventava chiaro che non c’era mai stata una perfezione originaria e che la creazione è un processo continuo, mai compiuto. (…). Nulla di ciò che ha a che vedere con la vita è statico. Non c’è mai stato nulla di statico riguardo alla vita e mai ci sarà. (…).

Vediamo ora quello che tali scoperte significano per la nostra comprensione del cristianesimo.

Se non c’è stata una perfezione originaria, non ha potuto esserci una caduta da questa nel peccato. Ciò significa che l’idea del “peccato originale” è semplicemente sbagliata. (…). Se non c’è stato peccato originale, neppure c’era necessità di qualcuno che salvasse da questo peccato o che riscattasse dalla caduta. (…). Improvvisamente, tutto il quadro che per secoli aveva configurato le basi del racconto cristiano è crollato. (…). Pertanto, non possiamo più pretendere di continuare a presentare con questi concetti il racconto cristiano nel nostro mondo contemporaneo. Semplicemente, non funziona. Allora, per molti, la domanda è: possiamo continuare a raccontare la storia di Cristo in qualche modo? Possiamo distinguere tra la realtà di Cristo e il quadro interpretativo del passato nel quale questa realtà è stata colta, e anche così trovare in Lui qualcosa che parla alla nostra umanità e la rende migliore? (…).

Le vecchie parole non ci condurranno mai a queste mete. (…). La ricerca di nuove parole con cui presentare il nostro racconto deve diventare il compito principale della Chiesa cristiana nel nostro tempo. Se non assumiamo questi cambiamenti, non ci sarà speranza di un futuro per il cristianesimo. (…). La salvezza del cristianesimo merita lo sforzo e il costo? Credo di sì. L’appello a una riforma radicale è la sfida a cui la nostra generazione deve rispondere. Comincerà con una nuova comprensione di ciò che significa essere umani. Non siamo peccatori caduti, siamo esseri umani incompleti. Non abbiamo bisogno di essere salvati dal peccato, abbiamo bisogno della forza per accogliere la vita in una forma nuova.

TESI 4

(…). Quando la nascita verginale si incorporò alla tradizione nella nona decade dell’era cristiana, nel Vangelo di Matteo, la comprensione del processo di riproduzione era alquanto primitiva. Nessuno aveva sentito neppure parlare della possibilità che la donna (…) fosse, dal punto di vista genetico, co-creatrice al pari del maschio nella nascita e nello sviluppo di ogni nuova vita umana. (…). Poiché si pensava che la donna non contribuisse in nulla alla nuova vita, poteva diventare facilmente il ricettacolo del figlio di Dio (…). Questo tipo di racconto, che non è esclusivo del cristianesimo, è entrato nella tradizione circa 55 anni dopo la crocifissione di Gesù. È interessante notare che Paolo, che scrisse tra gli anni 51 e 64 (tra 21 e 34 anni dopo la crocifissione), non sembra aver sentito parlare della tradizione di una nascita verginale. (…). In tutto il corpus paolino non c’è nulla di inusuale intorno alla nascita di Gesù. (…). Quando Marco scrive il primo vangelo, intorno all’anno 72 (o 42 anni dopo la crocifissione), la tradizione non includeva ancora una storia su una nascita miracolosa. (…). Per sottolineare la normalità della nascita di Gesù, Marco afferma anche (Mc 3,21ss.), in relazione alla madre di Gesù e ai suoi fratelli, che essi credevano che Gesù fosse fuori di sé, cioè mentalmente squilibrato (…). Difficilmente sarebbe questo il comportamento di una donna a cui un angelo avesse annunciato che avrebbe portato nel suo seno il Messia. (…). Il racconto della nascita verginale non è storico, non è biologia, è mitologia, pensata per interpretare il potere di una vita. (…). Era la forma con cui i discepoli del I secolo proclamavano che in Gesù avevano incontrato la presenza di Dio. (…). Il mito della nascita verginale (…) non è da intendere letteralmente. Non ha a che vedere con la biologia. Noi cristiani dobbiamo smettere di fingere che sia qualcosa di più.

TESI 5

Le storie dei miracoli del Nuovo Testamento non possono più essere interpretate, nel nostro mondo post-newtoniano, come avvenimenti soprannaturali provocati da una divinità incarnata. Nella Bibbia, i miracoli non sono esclusivi di Gesù. (…). Credo che si possa ora dimostrare che quasi tutti i miracoli attribuiti a Gesù possono essere spiegati come versioni estese di storie di Mosè, di Elia e di Eliseo, o come applicazioni alla vita di Gesù, in senso messianico, dei segnali del regno di Dio in Isaia. (…). Cosicché i miracoli sarebbero segnali che interpretano Gesù, non avvenimenti soprannaturali che infrangono le leggi della natura. Conviene prendere nota che Paolo sembra non aver saputo assolutamente nulla di miracoli associati al ricordo di Gesù. (…). I miracoli associati a Gesù vengono introdotti nella tradizione cristiana con Marco, agli inizi dell’ottava decade del I secolo. (…). I testi dei racconti di miracoli nei vangeli, che costituiscono la base su cui parlare del potere soprannaturale di Gesù, sono pieni di simboli che servono a interpretare. (…). Se solo aprissimo gli occhi per vedere come i racconti di miracoli del Nuovo Testamento non debbano essere letti letteralmente come avvenimenti soprannaturali, ci avvicineremmo molto di più a ciò che gli evangelisti avevano in mente quando cercavano di usare il testo di Isaia 35 in maniera che trovasse compimento nei vangeli. (…).

TESI 6

L’interpretazione della croce come sacrificio per i peccati è pura barbarie: è basata su concezioni primitive di Dio e deve essere respinta. Nel libro dell’Esodo si racconta che l’inquietudine del popolo giunse a limiti pericolosi allorché Mosè rimase a lungo assente per ricevere da Dio la Torah e i Dieci Comandamenti. Per calmare la propria ansia, il popolo andò dal sommo sacerdote Aronne, fratello di Mosè, e gli chiese di costruire un idolo, un vitello d’oro, per avere una divinità che tutti potessero vedere. (…). Mosè tornò dal popolo proprio allora, portando, secondo quanto narra la storia biblica, le tavole di pietra in cui erano scritti i Dieci Comandamenti. Dinanzi all’atto di idolatria, ruppe le tavole contro il suolo e si infuriò con il popolo, il quale, secondo il racconto, soffrì l’ira di Dio finché finalmente Mosè decise che sarebbe tornato dal Signore e avrebbe cercato di realizzare un’“espiazione” per il popolo (Es 32,30). In questo antico riferimento notiamo che l’espiazione aveva a che vedere con il perdono. Con un Dio che offre una seconda chance.

Quando lo Yom Kippur – il Giorno dell’Espiazione – venne introdotto nel culto ebraico, era questo, secondo il Levitico, il suo scopo: celebrare il perdono di Dio, non il suo castigo (Lv 23,23ss). (…). Lo Yom Kippur includeva il sacrificio di animali che rappresentavano i sogni umani di perfezione. (…). Quando i gentili conobbero questa pratica, pensarono che gli animali fossero sacrifici richiesti e che dovessero presentarli come offerta a Dio per essere perdonati. Questi animali sarebbero stati il prezzo che Dio reclamava per offrire il suo perdono. (…).

Lo Yom Kippur si riferisce al popolo che torna a unirsi a Dio. Non ha nulla a che vedere con il castigo. Al momento dell’elaborazione dei vangeli, le immagini dello Yom Kippur vennero più volte trasferite nel racconto di Gesù. Fu Paolo a dare il via a questo processo nella prima Lettera ai Corinzi: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15,3). Era un chiaro riferimento all’azione liturgica dello Yom Kippur. Più tardi, Marco usò la parola «riscatto» per riferirsi alla morte di Gesù (Mc 10,45). (…). Quando venne scritto il quarto Vangelo, verso la fine del I secolo, il suo autore mise in bocca a Giovanni Battista, la prima volta che vede Gesù, questa interpretazione, con le parole: «Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29). Tali parole derivano direttamente dalla liturgia dello Yom Kippur. (…).

Le generazioni successive di cristiani gentili, che non erano consapevoli della tradizione ebraica dello Yom Kippur, sottoposero questi simboli a una rozza interpretazione letterale e svilupparono le idee ora associate alla cosiddetta “espiazione di sostituzione”.

Il concetto inizia a svilupparsi a partire dall’idea della depravazione degli esseri umani, caduti nel “peccato originale” a causa della disobbedienza umana alle leggi di Dio. (…). Si pensava che fossero talmente corrotti dal peccato originale che solo Dio potesse riscattarli, per mezzo di un suo intervento. Dal momento che il castigo per il loro peccato era più  di quanto qualsiasi essere umano avrebbe potuto sostenere, si sviluppò l’idea che Dio avrebbe messo il suo figlio divino al posto dei peccatori. Cosicché (…) Gesù si trasformò nella vittima dell’ira divina. (…). I cristiani iniziarono a dire: “Gesù ha sofferto per me”. E la frase “Gesù è morto per i miei peccati” diventò il mantra della vita cristiana (…). Siamo così diventati i responsabili della morte di Gesù. Gli assassini di Cristo, pieni di colpa. (…). Con il tempo, questa teologia ha fatto sì che la nostra principale risposta nel culto diventasse quella di presentare suppliche a Dio perché abbia misericordia. (…).

Che razza di Dio è questo di fronte a cui ci vediamo ridotti a mendicanti servili che supplicano misericordia? (…). L’espiazione di sostituzione è sbagliata sotto tutti i punti di vista. Il nostro problema non è quello di essere peccatori caduti da una perfezione originale in qualcosa chiamato “peccato originale”. Il nostro problema è che siamo essere umani incompleti che anelano a essere di più, a raggiungere la pienezza. Non abbiamo bisogno di essere risollevati da una caduta che non abbiamo mai sofferto. Abbiamo bisogno di essere accettati e amati semplicemente per quello che siamo, per arrivare a essere tutto quello che possiamo essere. (…).

TESI 7

La resurrezione è un’azione di Dio. (…). Pertanto, non può consistere in un resuscitare fisico all’interno della storia umana. (…).

È interessante notare che Paolo, il primo autore di uno scritto entrato a far parte del Nuovo Testamento, non descrive mai alcuna apparizione del Cristo risorto. Ci fornisce semplicemente una lista di quanti erano stati testimoni della resurrezione (1 Cor 15,1-6, risalente all’anno 54). Nella lista include se stesso, con la differenza, dice, che quella era stata l’ultima apparizione. Gli esperti stimano che la conversione di Paolo avvenne non prima di un anno dopo la crocifissione né dopo sei. Fu un corpo fisicamente risorto quello che vide Paolo? (..). Di certo Luca non la pensava così. Descrive la conversione di Paolo, la sua percezione del Gesù risorto, come qualcosa derivante da una visione durante il cammino di Damasco, non come la percezione di un corpo fisico (At 9,11ss). (…).

I racconti di Pasqua del Nuovo Testamento, quando vengono esaminati nel loro insieme, non dimostrano nulla. Riguardo al momento della Pasqua, discordano in tutti gli aspetti significativi. (…). Ciò potrebbe significare che non esiste un momento oggettivo della resurrezione e che, di conseguenza, tutto quello di cui disponiamo sarebbero teorie soggettive. Ma potrebbe anche significare che quello che chiamiamo “resurrezione” sia stata un’esperienza così potente e trasformatrice da non poter essere espressa a parole e che quello che ci stanno indicando tali contraddizioni non è altro che l’esistenza di tentativi soggettivi di esprimere quella che è stata e sempre sarà l’esperienza di una meraviglia ineffabile.

Credo che la resurrezione di Gesù sia reale. Non credo che abbia nulla a che vedere con una tomba vuota né con un corpo che resuscita. È la visione di qualcuno che non è più legato ad alcuno dei limiti della nostra umanità. È il richiamo a una nuova coscienza, il richiamo a una nuova realtà, oltre il tempo e lo spazio. (…).

TESI 8

Il racconto dell’ascensione di Gesù presuppone un universo a tre livelli e, pertanto, non può essere tradotto nei concetti di un’era post-copernicana.

Quando nei vangeli venne scritta la storia di Gesù, tra gli anni 70 e 100, esisteva un consenso generale sul fatto che la terra fosse il centro di un universo disposto su tre livelli. Il luogo in cui Dio abitava era al di sopra del cielo; l’inferno, il luogo del male, era sotto la terra (…). Cosicché buona parte dell’interpretazione tradizionale del cristianesimo ha assunto presupposti basati sulla conoscenza pre-moderna. Non è stato pertanto difficile comprendere come, nel momento in cui Luca introdusse nella tradizione cristiana (…) il racconto del ritorno di Gesù a Dio, ciò sia avvenuto secondo l’immagine di un mondo su tre livelli. Gesù poteva tornare al Dio che viveva al di sopra del cielo solo ascendendo verso questo cielo. Tutto aveva senso all’interno di questo universo pre-moderno. (…).

Lo studio delle Scritture rivelerà, tuttavia, che Luca sapeva di raccontare una storia basata sul racconto dell’ascensione di Elia, nel capitolo 1 del Secondo Libro dei Re. Luca non pretese mai che il suo scritto venisse interpretato letteralmente. Non abbiamo reso giustizia al genio di Luca interpretandolo letteralmente. (…).

TESI 9

Non c’è alcun criterio eterno e rivelato, raccolto nella Scrittura o in tavole di pietra, che debba sempre reggere il nostro agire etico.

È Dio che ha redatto i Dieci Comandamenti? Naturalmente no. (…). Un dato interessante della storia biblica è che i Dieci Comandamenti non erano al principio leggi con validità universale. Erano pensati solo per reggere le relazioni tra ebrei. I comandamenti dicono: “Non uccidere”. Tuttavia, nel Primo Libro di Samuele si legge che Dio istruì il profeta perché dicesse a Saul di andare in guerra contro gli amaleciti e di uccidere tutti gli uomini, le donne, i bambini, i neonati, i buoi e gli asini (1 Sam 15,1-4). (…). I Comandamenti dicono “Non dire falsa testimonianza”. Tuttavia, il libro dell’Esodo presenta Mosè nell’atto di mentire al Faraone sul perché avrebbe dovuto permettere agli israeliti di andare nel deserto a offrire sacrifici a Dio (Es 5,1-3). Il codice morale della Bibbia si conformava sempre alle necessità del popolo. Questa era la sua natura. La pretesa di una paternità divina di questo codice morale era semplicemente una tattica per garantirne l’osservanza.

Ogni regola ha la sua eccezione. (…). È male rubare? Naturalmente (…). Supponiano tuttavia che l’oppressione dei poveri da parte dell’ordine economico sia così estrema che rubare un po’ di pane sia l’unico modo per evitare che tuo figlio muoia di fame. (…). Potremmo riportare molti altri esempi, fino a prendere atto che non esiste un assoluto etico che non possa essere messo in discussione dinanzi alle relatività della vita. Pertanto, il criterio etico definitivo non può essere trovato semplicemente rispettando le norme. (…). Quello che ci guida non sono tanto le norme quanto le mete che perseguiamo. Se la forma suprema di bontà si esprime nella scoperta della pienezza della vita, allora tutte le decisioni morali, comprese quelle in cui non è chiaro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, devono essere prese non in accordo alle leggi morali, ma secondo il fine che si persegue. La questione che bisogna porsi in ogni azione è: questo fatto fa sì che l’umanità si espanda e si consolidi? (…) Questa azione è contraria alla vita o la rende migliore? Incrementa l’amore o lo riduce? Chiama a un senso più profondo del proprio essere o lo reprime?

Se Dio è un verbo che bisogna vivere più che un nome da definire, allora i codici morali sono strumenti che bisogna apprezzare, ma non regole che devono essere seguite. (…). Non sempre è facile adottare la decisione corretta. Non è facile essere cristiani nel XXI secolo.

TESI 10

La preghiera non può essere una petizione fatta a una divinità teista perché agisca nella storia umana in un determinato modo.

Di tutti i temi di cui mi sono occupato, quello della preghiera e della sua efficacia è sempre quello che suscita maggiori reazioni. Credo che sia perché, in ultima istanza, la preghiera è l’attività attraverso cui le persone definiscono chi è Dio per loro e cosa intendono con la parola “Dio”. (…).

La maggior parte delle definizioni della preghiera poggiano su una concezione teista di Dio. (…). Così, si percepisce la preghiera come un’attività rivolta a una figura esterna che possiede un potere soprannaturale di cui non dispone chi prega. La preghiera diventa allora una petizione di chi è impotente verso il potente, perché agisca in modo tale da fare per il richiedente quello che lui non può fare da sé e quello che desidera che succeda. In questa concezione, l’attività della lode, che tanto spesso accompagna la preghiera, diventa una sorta di adulazione manipolatrice. (…). Si tratta di una concezione in cui la preghiera risulta, in fin dei conti, idolatria, un tentativo di imporre a Dio la volontà umana. È l’idolatria che consiste nel trasformare Dio in colui che farà quello che dico io, e si basa sulla presunzione che io sono superiore a Dio, che io so cosa è meglio. E in tal modo si assume anche il fatto che Dio è un’entità separata, che non è necessariamente in contatto con l’umano, eccetto che attraverso interventi miracolosi. (…).

La vita è così piena di tragedie, di malattie e di dolore che nel più profondo di noi sappiamo che questo tipo di preghiera è un’illusione. Tuttavia, il dolore della vita fa sì che, invece di riconoscere questo carattere illusorio, le persone pensino di essere così cattive da meritare non la benedizione di Dio, ma la sua ira.

(…). Cos’è allora la preghiera? Non sono le richieste degli umani a un Dio teista che è al di sopra del cielo affinché intervenga nella storia o nella vita di chi prega. La preghiera è piuttosto lo sviluppo della coscienza che Dio opera attraverso la vita, l’amore e l’essere di tutti noi. La preghiera è presente in ogni azione che fa sì che la vita migliori, che il dolore sia condiviso o che ci si faccia coraggio. La preghiera è sperimentare la presenza di Dio, la quale ci porta ad unirci gli uni agli altri. La preghiera è quell’attività che ci fa riconoscere che “è dando che si riceve”, per usare le parole di San Francesco. La preghiera è più nella vita che viviamo che nelle parole che diciamo.

Per questo San Paolo ha potuto esortarci a “pregare incessantemente”. Ciò non significa che dobbiamo recitare preghiere ogni momento. Significa che dobbiamo vivere le nostre vite come una preghiera, camminare attraverso la tragedia e il dolore sapendo che in realtà non procediamo da soli. La preghiera è sapere e capire che possiamo essere le vite attraverso cui il divino entra nell’umano. La preghiera è il riconoscimento che viviamo in Dio, che è la Fonte della nostra vita, la Fonte del nostro amore e il Fondamento del nostro Essere. (…).

TESI 11

La speranza della vita dopo la morte deve essere per sempre separata dalla moralità del premio e del castigo, la quale non è altro che un sistema di controllo della condotta umana. Pertanto, la Chiesa deve abbandonare la sua dipendenza dalla colpa come motivazione del comportamento.

Nella liturgia cristiana, si percepisce frequentemente Dio come colui che tutto vede, come il giudice che tutto sa, come qualcuno che è pronto a emettere una sentenza in base alla nostra condotta. (…). Difficilmente si può credere in un Dio simile quando assumiamo la consapevolezza delle dimensioni dell’universo. Dove abiterebbe questo Dio che tutto vede? (…).

Esistono anche altri problemi rispetto a questa interpretazione di Dio (…). Nel XIX secolo, gli esseri umani hanno cominciato ad accettare l’esistenza di un profondo condizionamento sociale della condotta. (…). Nel XX secolo, il mondo occidentale ha scoperto quanto profonda sia l’interdipendenza psicologica umana. (…). Considerare la vita solo in base alla condotta e ai nudi fatti è sancire un mondo radicalmente ingiusto. Se è questo quello che Dio fa, allora è un Dio radicalmente ingiusto. (…).

Nel 2009 ho scritto un libro sul perché credo nella vita dopo la morte. È stato pubblicato con il titolo Eternal Life: A New Vision (“Vita eterna: una nuova visione”). La direzione da seguire per raggiungere tale nuova visione era espressa nel sottotitolo: “Al di là della religione, al di là del teismo, al di là del cielo e dell’inferno”. Credo che la vita eterna debba restare per sempre separata dai concetti di premio e castigo, o di cielo e inferno. (…). So di molti adulti talmente spaventati dal ritratto presentato dalla Chiesa di un Dio giudice disposto a punire il malvagio da condurre la propria esistenza sotto la spinta non dell’amore, ma della paura. Il comportamento giusto motivato dalla paura può essere mai realmente giusto? (…). Se il Vangelo di Giovanni dice la verità, come credo che sia, la promessa che ci fa Gesù non consiste nel renderci religiosi, morali o credenti autentici; (…) consiste, secondo le parole scritte da Giovanni, nel dirci di essere venuto «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

TESI 12

Tutti gli esseri umani sono fatti a immagine di Dio e devono essere rispettati per quello che sono. (…). Ciò appare ovvio in teoria, ma nella storia cristiana è stato difficile per i credenti viverlo realmente. (…). Come è possibile che l’antisemitismo sia stato il prodotto della religione fondata sull’ebreo Gesù? Che i leader della Chiesa abbiano giustificato guerre chiamate “crociate” per uccidere quegli infedeli dei musulmani che vivevano nella terra che i cristiani definivano santa? Che i cristiani abbiano cercato di mantenere pura e intatta la loro fede bruciando nei roghi chi discordava dall’ortodossia del loro credo? Su che base etica hanno praticato la schiavitù alcuni papi nella storia contro i neri? (…). Quando la schiavitù è stata sostituita dalla segregazione, com’è possibile che coloro che rivendicavano l’identità cristiana si siano opposti al suo superamento resistendo a base di idranti, di cani e di bombe nelle chiese in cui a morire erano bambine? Com’è possibile che i leader cristiani abbiano potuto definire la metà femminile dell’umanità come sub-umana, non permettendo alle donne di avere proprietà a loro intestate fino al XIX secolo, né di andare all’università fino al XX, di votare, di esercitare determinate professioni, di essere ordinate, di partecipare alla politica e candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti fino alla fine dello stesso XX secolo o all’inizio del XXI? Com’è possibile che la Chiesa abbia continuato a credere che l’omosessualità sia uno stile di vita motivato da una malattia mentale o dalla depravazione morale (…)? (…). Il mandato di Gesù di amare il prossimo come se stessi sembra non sia stato ascoltato dalla Chiesa. La parabola del buon samaritano, che suggerisce si debba amare l’oggetto delle proprie paure e dei propri più profondi pregiudizi, è stata ignorata. (…). Vi sono senza dubbio molte cose nella storia della Chiesa di cui bisogna pentirsi. L’unico cammino che abbiamo davanti è compiere questo atto di penitenza apertamente, con onestà, e chiedere perdono alle nostre vittime. (…). Nel servizio battesimale della mia Chiesa si pone ai candidati al battesimo, ai loro genitori e ai loro padrini la seguente domanda: «Cercherai Cristo in ogni persona, amando il tuo prossimo come te stesso?». Ed essi rispondono: «Lo farò, con l’aiuto di Dio». Questa deve essere la risposta di tutta la Chiesa cristiana se spera di sopravvivere nel futuro.

Le 12 tesi sono state già presentate dinanzi alla Chiesa. Il futuro del cristianesimo dipenderà da come questa sarà capace di rispondere.

le donne chiedono di più a papa Francesco

no, papa Francesco, preferisco restare tentatrice

No, papa Francesco, preferisco restare tentatrice

Il serpente aveva detto ad Eva che la conseguenza del mangiare i frutti dell’albero proibito sarebbe stata l’ «apertura degli occhi» e il diventare «come Dio» (o «come una divinità»), cioè in grado di discernere il bene dal male.

Il resto della storia la conoscete. Il morso, la caduta, la mortalità. Il peccato originale. La donna tentatrice, “porta del male” addirittura. Male inteso come capacità di discernere? Come apertura degli occhi? Come lascivia? Comunque secoli di roghi. Io li ho studiati tutti, dalle prime herbarie, donne medico nelle campagne dei secoli alto medievali che dispensavano cure, per aiutare la vita e la morte alleviandone i dolori, alle streghe dei secoli basso medievali bruciate nelle piazze dell’Inquisizione. Le stesse donne a cui la Chiesa tolse il “patentino” di curatrici. Perché quelle cure, quella conoscenza o anche solo quella prassi era opera del demonio, era male e non bene. Il dolore, la morte, la vita erano un dono di Dio. E nessuna poteva interferire.

Secoli di gloriosa ribellione delle donne. Indimenticabile Ildegarda di Bingen, Trotula di Salerno e tutte quelle anonime donne “porte del male”, tentatrici dagli “occhi aperti” che, nascoste si opposero, al modello di madre e moglie imposto dalla Chiesa di Roma.

Tremo all’idea che ci venga tolto anche questo. Anche questo glorioso passato di identità di tentatrici, di peccatrici, di porte di un “male” che io intendo come rottura di schemi, ricerca di conoscenza, ribellione a quel modello di vita e di umanità, per schiacciarci in quello che Francesco ha chiamato: «Una teologia della donna che sia all’altezza di questa generazione di Dio». E temo anche quei tutti che subito gridano “bravo Francesco, quanto è moderno Francesco”.

Possibile che non si accenda alcuna spia di allarme nella mente di nessuno di questi? Perché lo fa? perché lo dice? Perché farlo in un momento in cui i roghi non si rischiano più, al limite si rischia la “definitiva” libertà di dire No. No al matrimonio, no ai figli. No. “Sacrosanti” no. «La donna, ogni donna, porta una segreta e speciale benedizione per la difesa della sua creatura dal maligno, come la donna dell’Apocalisse che corre a difendere il figlio dal drago e lo protegge», ha detto il papa. Ha spiegato il motivo, non siamo il male, anzi noi, donne, produciamo e proteggiamo i figli dal male. Madri dunque. Sempre e solo madri. Custodi di piccoli animali possibili prede del male. «Cristo è nato da una donna – ha aggiunto poi durante l’udienza di qualche giorno fa a piazza San Pietro – e questa è la creazione di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri peccati, ci ama come siamo e vuole portarci avanti con questo progetto, e la donna è la più forte nel portare avanti questo progetto». Sì Cristo è nato da una donna, è vero. Illibata lei e illibata sua madre che l’ha generata. Dunque il modello è quello: madre e moglie, per giunta illibata. Che porta avanti questa creazione di Dio sulle nostre piaghe e sui nostri peccati.

Allora io vi dico, timidamente ed educatamente, grazie No. Preferisco la tentatrice, la peccatrice.

La donna non è il male, per il papa che vuole rompere questo offensivo luogo comune, perché salverebbe la famiglia (quella tra uomo e donna ovviamente) e la famiglia poi («questa alleanza, la comunità coniugale-famigliare dell’uomo e della donna è la grammatica generativa, il ‘nodo d’oro’, potremmo dire. La fede la attinge dalla sapienza della creazione di Dio: che ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a se stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere domestico il mondo») salverebbe il mondo dal disastro.

Ecco, io il mondo non lo voglio rendere domestico, non voglio essere liberata da nessun male se questo vuol dire essere riconosciuta solo come madre e moglie all’interno di quel progetto sulle nostre piaghe e i nostri peccati.

guardare per credere … chiamate l’ambulanza per i monsignori!

papa Francesco lo rispedisce a Valencia e l’arcivescovo sfoggia paramenti sfarzosi

con tanto di mantello rosso lungo 20 metri

se Bergoglio ama i paramenti semplicissimi ed economicissimi e indossa una semplice croce pettorale di metallo, lo stesso non si può dire del cardinale di Valencia che ha rispolverato il ferraiolo dei porporati. E anche il porporato statunitense Raymond Leo Burke, tra i maggiori contestatori di Bergoglio nelle sue aperture in favore dei divorziati risposati e dei gay, ama farsi vedere in giro con gli strascichi rossi indossati dal confratello spagnolo

cardinaleSe Papa Francesco ha mandato in pensione il guardaroba “da museo” usato da Benedetto XVI, il neo arcivescovo di Valencia rispolvera abiti e strascichi rinascimentali. Protagonista della vicenda è il cardinale Antonio Cañizares Llovera che, spedito da Bergoglio nella sua diocesi natale in Spagna, ha rispolverato il ferraiolo dei porporati, ovvero il mantello rosso lungo decine di metri. È nota da tempo la grande sintonia di Cañizares Llovera con gli ambienti tradizionalisti della Chiesa cattolica e anche con quelle frange che sono più in sintonia con i seguaci del vescovo Marcel Lefebvre, scomunicato da san Giovanni Paolo II nel 1988 per aver ordinato illegittimamente 4 presuli.

Il cardinale di Valencia era stato chiamato da Ratzinger nel suo governo della Curia romana a guidare la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Ma con l’arrivo di Bergoglio, che ama paramenti semplicissimi ed economicissimi e indossa una semplice croce pettorale di metallo, il porporato è stato subito rispedito nella sua Spagna. Dopo la liberalizzazione della messa tridentina, ovvero della messa antica in latino, da parte di Benedetto XVI, Cañizares Llovera è stato uno dei cardinali più attivi nella celebrazione di questo rito a dir poco anacronistico. Ma non è stato il solo.

Anche il porporato statunitense Raymond Leo Burke, tra i maggiori contestatori di Bergoglio nelle sue aperture in favore dei divorziati risposati e dei gay, ama farsi vedere in giro con gli strascichi rossi indossati dal confratello spagnolo. Burke è stato allontanato da Francesco dal suo governo della Curia romana. Il Papa latinoamericano, infatti, lo ha sollevato dal prestigioso ruolo di prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica, ovvero la Cassazione vaticana, e gli ha affidato l’incarico onorifico di patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Un segnale eloquente di Bergoglio che fin dall’inizio del suo pontificato ha auspicato “una Chiesa povera e per i poveri”. Una Chiesa che rifiuta la “mondanità” e l’ostentazione di abiti rinascimentali soprattutto davanti alla “cultura dello scarto” più volte denunciata dal Papa.

il mondo è con lui ma i media conservatori americani lo offendono

dall’accusa di marxismo all’esorcismo da fare al papa

le offese dei media conservatori USA contro Francesco

 

Papa Francesco è negli Stati Uniti per uno dei viaggi più importanti del suo pontificato. Il capo della Chiesa cattolica si è dichiarato figlio dei migranti, e anche negli USA ha espresso posizioni sul riscaldamento globale e sul capitalismo che contrastano con diversi dogmi della destra repubblicana. Media Matters, un’associazione liberal che monitora la stampa USA, ha realizzato un video che contiene le feroci critiche, alcune tracimanti nell’insulto se non nell’offesa, rivolte da numerosi commentatori conservatori contro il pontefice. Il video, in inglese, raccoglie le opinioni espresse da giornalisti e ospiti di Fox News, la TV via cavo posseduta da Rupert Murdoch che da ormai molti anni rappresenta la voce ufficiosa del movimento conservatore americano. Un’altra colonna dell’establishment mediatico che supporta la destra repubblicana, i conduttori radiofonici, sono presenti nel video, e come di consueto esprimono i commenti più feroci. Rush Limbaugh, stella della radio americana, accusa Francesco di essere un marxista, mentre altri due suoi colleghi lo definiscono un pericolo per il mondo, di cui la Chiesa si dovrebbe liberare, e un pontefice da sottoporre a un esorcismo.

il commento al vangelo della domenica

commento al Vangelo della ventiseiesima domenica del tempo ordinario (27 settembre 2015) di p. Alberto Maggi e di p. Enzo Bianchi:

 

 

  9, 38-43.45.47-48

[In quel tempo] Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi assicuro, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

CHI NON E’ CONTRO DI NOI E’ PER NOI

  SE LA TUA MANO TI E’ MOTIVO DI SCANDALO, TAGLIALA

il commento di p. Maggi:

p. Maggi
Gesù aveva dato ai suoi discepoli la capacità di liberare dai demòni, cioè di liberare da quelle ideologie che impediscono di accogliere il messaggio della Buona Notizia. Ebbene, non solo essi non ne sono capaci, ma tentano, con arroganza, di fermare quelli che lo fanno.
Infatti, scrive l’evangelista presentandoci Giovanni – Giovanni, insieme al fratello Giacomo, è stato soprannominato da Gesù “figlio del tuono”, in aramaico “Boanerghes” (3,17), che dà l’idea del tuono, per il loro fanatismo, per le loro intemperanze, per la loro violenza – che si rivolge a Gesù dicendo: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome”. “Nel nome di Gesù”, non significa usare la formula del nome di Gesù, ma identificandosi con Gesù.  
“E glielo abbiamo impedito”, e sentiamo la motivazione, “perché non ci seguiva”. Non può dire “perché non seguiva te”, perché agisce nel nome di Gesù, ma “non seguiva loro”. Loro pretendono che tutti i seguaci di Gesù facciano parte del gruppo dei discepoli.
Ebbene, Gesù amplia l’orizzonte della sua comunità e dice “Non glielo impedite” – ed è imperativo  “perché non c’è nessuno che agisca con forza” – è questo il significato del termine adoperato – “nel mio nome” , cioè identificandosi con me, “e subito possa parlar male di me”.
“Chi non è contro di noi è per noi”. Quindi Gesù ammette che ci possano essere suoi discepoli anche se non appartengono al gruppo che pretende di avere il monopolio del suo insegnamento. E poi Gesù invita anche i discepoli a identificarsi con lui: infatti dice: “chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua, nel mio nome” – quindi invita anche loro ad identificarsi con lui, perché loro non lo sono ancora  – “non perderà la sua ricompensa”.
La presenza di Gesù e del Padre è la ricompensa di chi lo accoglie.
Ma poi, subito dopo Gesù di fronte a questo attacco di Giovanni con il quale il discepolo aveva addirittura interrotto il suo importante discorso sul servizio, ecco che Gesù li ammonisce. “Chi scandalizza”, cioè chi è di inciampo “uno solo di questi piccoli”.
Chi sono questi piccoli? Il testo greco ha il termine Micron  che non indica i bambini; indica le nullità, le persone emarginate, gli insignificanti della società. “Che credono in me”, quindi non sono bambini; sono persone adulte che hanno dato adesione a Gesù, ma sono persone senza importanza.
Ebbene, le parole di Gesù sono terribili, sono tremende: se uno di voi mi fa inciampare una di queste persone che credono in me, queste persone che hanno sentito parlare di questo messaggio di amore e invece vedono che tra di voi c’è rivalità, queste persone che hanno sentito parlare di un messaggio di fratellanza e invece vedono che tra voi ci sono divisioni –  ebbene le parole di Gesù sono tremende – “è meglio per lui che gli venga messa al collo una macina”, e poteva bastare, invece Gesù precisa  “da mulino”.
C’erano due tipi di macina, una domestica, quella girata dalla donna, e quella da mulino, che serviva per il frantoio ed era pesante, “e sia gettato nel mare”. Perché Gesù dà queste indicazioni? Gesù dice che questo individuo deve scomparire definitivamente e, per assicurarsi che scompaia definitivamente, deve essere gettato nel mare, ma con una macina enorme – da mulino – fissata al collo. Perché? Gli ebrei avevano il terrore di morire affogati; credevano che se si moriva affogati non c’era speranza di risurrezione.
Allora Gesù dice che non basta gettarlo nel mare questo qui, perché poi il corpo può tornare a galla, allora bisogna evitare che il corpo torni a galla per poi essere seppellito. Quindi le parole di Gesù sono davvero tremende.
E poi Gesù dà una serie di avvisi alla sua comunità e dice: “Se la tua mano”, poi parlerà del piede e dell’occhio; la mano indica l’attività, il piede la condotta, l’occhio il criterio con il quale si osservano le cose della vita, “ti è motivo di scandalo”, cioè è motivo di inciampo per te, se fai un’attività che ti fa   inciampare, Gesù è radicale “tagliala! E’ meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con due mani andare nella Geènna”.
Cos’è questa Geènna? “Gêhinnôm” significa Valle di Hinnom; era ed è un burrone, a sud del tempio di Gerusalemme, che al tempo di Gesù veniva usato come discarica dei rifiuti. Questi rifiuti venivano continuamente ammucchiati e poi bruciati per eliminarli completamente. Quindi Gesù dice: “è meglio che, anche se doloroso, ti togli qualcosa che ti impedisce la pienezza di vita, piuttosto che finire nell’immondezzaio di Gerusalemme”.
E così via, Gesù parla del piede, parla dell’occhio. Ed ecco la finale; dice “E’ meglio per te tutto questo, anziché essere gettato nella Geènna”, e Gesù qui cita il finale del libro di Isaia (66,24):“dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue”.
Gesù non sta parlando di un castigo dopo la morte, tutt’altro. La finale del libro di Isaia illustra la pena per gli israeliti che erano stati infedeli. La maniera per eliminare i cadaveri era duplice: da una parte c’era la putrefazione, e dall’altra la cremazione. Ebbene qui il profeta le mette insieme, “il loro verme non muore”, quindi la putrefazione è completa, e “il fuoco non si estingue”, quindi la cremazione è completa.
Significa la distruzione totale. O si entra con Gesù nella pienezza della  vita, o, quando arriva la morte fisica, questa trova un corpo svuotato di vita ed è quella che nell’Apocalisse (2,11; 20,6.14; 21,8) si chiama “la morte seconda”, la fine totale dell’esistenza.

 

Il Signore conosce i suoi 

il commento di p. Bianhi

Bianchi

 

Il testo evangelico di questa domenica si presenta composito, riportando una serie di parole di Gesù appartenenti a contesti diversi ed eterogenei, eppure legate da alcune espressioni ricorrenti: “nel tuo/mio nome”, “scandalizzare”. Mi soffermerò dunque unicamente sull’episodio dell’esorcista che compie azioni di liberazione pur non seguendo Gesù.

Gesù sta continuando il cammino verso Gerusalemme insieme ai suoi discepoli, ma il clima comunitario non è pacifico. Egli fa annunci della sua passione e i discepoli non capiscono (cf. Mt 9,32) o si ribellano, come Pietro (cf. Mc 8,31-33); quando, in assenza di Gesù, viene chiesto ai discepoli di guarire un ragazzo epilettico, forse giudicato posseduto da uno spirito impuro, essi si mostrano incapaci di liberarlo dalla malattia (cf. Mc 9,14-29); infine, tutti i Dodici si mettono a discutere su “chi tra loro fosse più grande” (Mc 9,34). Sì, ormai tra Gesù e la sua comunità vi è distanza, incomprensione. Se il passo di Gesù è sempre convinto, con uno scopo preciso che gli richiede una radicale obbedienza, quello dei discepoli è invece incerto e sbandato. Nel vangelo secondo Marco tutto il viaggio verso la città santa sarà caratterizzato da questa tensione tra Gesù e i suoi, dall’incomprensione da parte di tutti, nessuno escluso.

Ed ecco, puntualmente, un nuovo episodio che attesta tale stato di cose: Giovanni, il fratello di Giacomo, uno dei primi quattro chiamati (cf. Mc 1,16-20), uno dei discepoli più intimi di Gesù, testimone privilegiato della sua trasfigurazione (cf. Mc 9,2), vede un tale che scaccia demoni, compie azioni di liberazione sui malati nel nome di Gesù, pur non facendo parte della comunità, dunque non seguendo Gesù con gli altri discepoli. Allora si reca da Gesù e dichiara risolutamente: “Lo abbiamo visto fare ciò e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Cosa c’è in questa reazione di Giovanni? Certamente uno zelo mal riposto, ma uno zelo che rivela un amore per Gesù, una gelosia nei suoi confronti: se uno usa il nome di Gesù, dovrebbe seguirlo e dunque fare corpo con la sua comunità… Mescolato a questo sentimento vi è però anche uno spirito di pretesa, il pensiero che solo i Dodici siano autorizzati a compiere gesti di liberazione nel nome di Gesù; c’è un senso di appartenenza che esclude la possibilità del bene per chi è fuori dal gruppo comunitario; c’è la volontà di controllare il bene che viene fatto, affinché sia imputato all’istituzione alla quale si appartiene.

Sono qui ritratte le nostre patologie ecclesiali, che a volte emergono fino ad avvelenare il clima nella chiesa, fino a creare al suo interno divisioni e opposizioni, fino a fare della chiesa una cittadella che si erge contro il mondo, contro gli altri uomini e donne, ritenuti tutti nello spazio della tenebra. Dobbiamo confessarlo con franchezza: negli ultimi trent’anni il clima della chiesa è stato avvelenato in questo modo e tale malattia non è ancora stata vinta. Vi sono movimenti ecclesiali che si ergono a giudici degli altri, che si ritengono una chiesa migliore di quella degli altri. Vi sono cristiani che, con certezze granitiche, giudicano gli altri fuori della tradizione o della chiesa cattolica e aspettano di poter ascoltare da parte dell’autorità ecclesiastica condanne verso quanti non somigliano a loro o non fanno parte del loro movimento, che cede a tentazioni settarie. Non possiamo negare che molti hanno dovuto soffrire e sentirsi figli bastardi, poco amati da una chiesa che privilegiava altri in quanto militanti, facili e ben disposti a essere ingaggiati in battaglie contro il mondo.

Guai alla comunità cristiana che pensa di essere chiesa autentica, guai all’autoreferenzialità e all’autarchia spirituale, atteggiamenti di chi pensa di non avere bisogno delle altre membra, perché si crede lui il corpo di Cristo (cf. 1Cor 12,12-27). Cristo è Signore, è il Signore di tutta la chiesa e lui solo conosce i suoi (cf. 2Tm 2,19): non spetta dunque ai suoi, o ai pretesi suoi, giudicare altri come zizzania, fino a tentare di estirparli (cf. Mt 13,24-30). Cristo trascende le frontiere di ogni comunità cristiana e può operare il bene in molte forme attraverso la potenza del suo Spirito santo, che “soffia dove vuole” (Gv 3,8). Nella chiesa, purtroppo, si soffre di questa malattia dell’“esclusivismo” e facilmente non si riconosce all’altro la capacità di compiere il bene, di operare per la liberazione dell’uomo dai mali che lo opprimono.

Papa Francesco in questi pochi anni di pontificato è tornato più volte a denunciare questi mali ecclesiastici, chiedendo soprattutto ai cristiani appartenenti ai movimenti di imparare a camminare insieme agli altri cristiani, non separati, non al di sopra, non con itinerari in opposizione. La diversità è ricchezza, è multiforme grazia dello Spirito che rende policroma la chiesa (cf. Ef 3,10), la sposa del Signore, la rende più bella. Se uno fa il bene in nome di Cristo, questo bene va innanzitutto riconosciuto, non negato, e poi occorre avere fiducia in lui: se compie il bene in nome di Gesù, potrà forse subito dopo parlare male di lui? “Chi non è contro di noi è per noi”, chiosa lo stesso Gesù. Ovvero, egli esorta ad accettare di non essere i soli a compiere il bene, ad accettare che altri, diversi da noi, che neppure conosciamo, possano compiere azioni segnate dall’amore. Si tenga anche presente che vi sono molti che sembrano seguire Gesù, profetizzare, scacciare demoni e compiere miracoli nel suo nome (cf. Mt 7,22), che magari hanno anche una pratica di ascolto delle sue parole e una pratica sacramentale eucaristica (“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza”: Lc 13,26). Tutti costoro, però, risulteranno estranei al Signore, che dirà loro: “Non vi ho mai conosciuti: allontanatevi da me, voi che avete operato il male!” (Mt 7,23; cf. Lc 13,27).

La vera domanda che dobbiamo porci non è dunque: “Chi è contro di me, contro di noi?”, bensì: “Sono io, siamo noi di Cristo?”. Scrive l’Apostolo Paolo: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). Ovvero: se non siamo di Cristo, se non abbiamo i suoi “modi” (cf. Didaché 11,8) e il suo pensiero (cf. 1Cor 2,16), non siamo nulla: non abbiamo sale in noi stessi, ma siamo come il sale insipido (cf. Mc 9,50), che “serve solo ad essere gettato via e calpestato” (Mt 5,13). La nostra responsabilità è quella di lottare ogni giorno contro noi stessi, non contro presunti nemici esterni, perché niente e nessuno può impedirci di vivere il Vangelo, se non noi!

un presidente del mondo intero? a qualcuno è venuta l’idea

la candidatura di Papa Francesco a presidente del mondo

   La sua candidatura non l’ha ancora annunciata.  In realtà quel posto di lavoro non esiste nemmeno. Ma è con astuzia, metodo e un perfetto stile da uomo di spettacolo che questo settantottenne argentino, un gesuita di nome Jorge Mario Bergoglio — Papa Francesco — ha dimostrato, sommessamente, di avere tutte le intenzioni d’inaugurare la propria campagna a presidente del pianeta

E lo ha fatto nel corso di una cerimonia parlamentare segnata da una pompa magna secolare e democratica, all’interno di un enorme edificio dedicato al potere legislativo che, in fondo, si richiama all’antica Roma.

Indipendentemente dalla sua devozione e dalla sua dedizione alla fede e alla pratica della Chiesa cattolica, Francesco sta a tutti gli effetti conducendo una campagna per porsi alla guida di quello che è il dibattito pubblico, secolare e politico a livello mondiale. Lui sostiene che i due regni della fede e della politica siano in realtà un’unica cosa, e che gli insegnamenti morali e spirituali della fede dovrebbero ispirare e guidare le decisioni politiche prese in nome della “nostra casa comune”.

Questa non è certo un’idea nuova, ma sembra esser tornata di moda. Da un lato la chiesa di Francesco ha grande bisogno di far entrare l’aria fresca dell’opinione pubblica internazionale. Dall’altra i leader secolari vengono disprezzati, e lo stesso concetto di governo parrebbe aver perso ogni impressione di uno scopo morale.

Con quella capacità di superare le transenne tipica di Bill Clinton, e la padronanza del palcoscenico di un Ronald Reagan, Francesco sta piazzando se stesso e il suo messaggio nella città di Washington da maestro della politica qual è.

Nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti — il primo in assoluto mai pronunciato da un papa — non ha mai esplicitamente menzionato la parola aborto. Ha difeso la “famiglia”, ma non ne ha mai fornito una definizione basata sul genere o su di una particolare preferenza sessuale. Non ha neanche parlato di un’aggressione alla cultura tradizionale cattolica, o tanto meno a quella giudaico-cristiana.

È talmente fuori moda.

Al contrario, davanti al Congresso Papa Francesco ha fatto un’omelia secolare lunga 45 minuti sulla necessità che i legislatori americani rispettino la moralità comune che deriva dal Vangelo sociale cattolico. Detto nel linguaggio della politica statunitense, è un po’ come se quest’uomo vestito semplicemente di bianco fosse il leader dell’ala progressista del Partito Democratico.

Ha supplicato i legislatori statunitensi — e per estensione i leader dei governi di tutto il mondo — di adoperare il proprio potere temporale per sollevare dalla loro condizione le persone che vivono in estrema povertà, di tener fede alle promesse d’uguaglianza razziale, di far pace coi propri vecchi nemici ideologici, d’accogliere gli immigrati a braccia aperte, di porre fine al mercato delle armi e di salvaguardare l’ecosistema planetario.

Francesco ha individuato come modelli da lodare ed emulare le figure di Abramo Lincoln, Martin Luther King Jr., Dorothy Day e Thomas Merton. Un “pantheon” che, nel suo insieme, fornisce il modello per un’azione di governo improntata ai diseredati.

Il suo approccio attinge a quelle che sono le sue radici. Da giovane in Argentina aveva ammirato Juan Peron, il cui personale stile di socialismo paternalistico, improntato al culto della personalità, lo aveva sospinto al potere col sostegno sempre più entusiasta della Chiesa cattolica. Oggi, Francesco adopera con grande abilità i social media e la sua stessa popolarità.

La sfida che il papa ha portato davanti al Congresso era di natura teoricamente bipartisan — anzi, universale.

Ma se i conservatori in aula si aspettavano almeno qualche gesto che andasse nella loro direzione, alla fine non ne hanno comunque ricevuto quasi nessuno. I repubblicani hanno applaudito, e ove necessario si sono cortesemente alzati in piedi. Ma il contesto non gli apparteneva, e in termini meramente politici lui non è il loro papa. Per i repubblicani del sud è dura immaginare un pantheon meno gradevole di quello descritto da Francesco.

Il primo papa proveniente dalle Americhe è arrivato negli Stati Uniti proprio nel momento in cui le prossime presidenziali entrano nel vivo, e si è gettato a capofitto nel dibattito, intervenendo sui mutamenti climatici, sull’immigrazione e sulla crisi dei rifugiati.

Parlando da un punto di vista strettamente politico, il tema del “bene comune” gioca anche un po’ in difesa: il fatto di allontanare l’attenzione dall’aborto, dall’orientamento sessuale e dal matrimonio gay potrebbe anche minimizzare il passato controverso del comportamento dei preti.

Ma questa nuova attenzione all’economia, alla discriminazione razziale e alla giustizia sociale ha un altro scopo, più vasto: fare proseliti nei Paesi in via di sviluppo, presentandosi in testa agli eserciti dei poveri e dei diseredati. Per dirla in altro modo, sta riportando la chiesa alla sua base originaria.

Francesco conosce bene la demografia: nell’America Latina, in Africa e altrove la Chiesa cattolica è in competizione con l’Islam e il Protestantesimo evangelico.

Il papa vuole vincere quella battaglia, e Washington non è stata che l’ennesima tappa della sua campagna.

una teologa scrive a papa Francesco: fai molto per i poveri, fai qualcosa anche per noi

caro papa Francesco

donne

“le donne sono regolarmente trattate come oggetti, picchiate, violentate e ridotte in schiavitù semplicemente per il fatto di essere donne. E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra. È impossibile, Santo Padre, fare sul serio qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o niente per le donne»

la bellissima lettera della teologa Joan Chittister al papa:

 

Caro papa Francesco,

la tua visita negli Stati Uniti è importante per noi tutti. Ti abbiamo visto fare del papato un modello di ascolto pastorale. Hai richiamato con forza l’immagine di Gesù che camminava tra la folla ascoltandola, amandola e guarendola.

Il tuo impegno contro la povertà e per la misericordia, per la vita dei poveri e per la sofferenza spirituale di molti – per quanto sicuri si possano sentire materialmente – ci dà una nuova speranza nell’integrità e nella santità della Chiesa stessa. Una chiesa che guarda più al peccato che alla sofferenza di coloro che portano i fardelli del mondo è una chiesa fragile. Nel volto di Gesù che frequentava i più vulnerabili, i più emarginati della società, giudicando sempre e solo chi giudica, la tua coerenza è una lezione di vita per i moralisti e per chi ha fatto della religione una professione.

È con questa consapevolezza che solleviamo due questioni.

La prima riguarda la miseria su cui richiami incessantemente la nostra attenzione. Tu ci impedisci di dimenticare la disumanità delle periferie ovunque nel mondo, i senzatetto, gli sfruttati, i malpagati, gli schiavi, i migranti, i vulnerabili e coloro che sono invisibili ai potenti di oggi.

Tu rendi visibile al mondo ciò che abbiamo dimenticato. Ci chiami a fare di più, a fare qualcosa, a dare lavoro, cibo, case, educazione, voce e visibilità che conferiscono dignità e pieno sviluppo.

Ma c’è anche una seconda questione nascosta sotto la prima cui anche tu dovresti prestare rinnovata e seria attenzione. La verità è che le donne sono le più povere tra i poveri. Gli uomini hanno lavori retribuiti; di poche donne nel mondo si può dire lo stesso. Gli uomini hanno chiari diritti civili, giuridici e religiosi nell’ambito matrimoniale; per poche donne al mondo vale lo stesso. Gli uomini danno per scontata l’educazione; poche donne nel mondo possono farlo. Gli uomini possono raggiungere posizioni di potere e autorità fuori casa; poche donne al mondo possono sperarlo. Gli uomini hanno diritto di proprietà; la maggior parte delle donne si vedono negate queste cose dalla legge, dal costume, dalle tradizioni religiose. Le donne sono regolarmente trattate come oggetti, picchiate, violentate e ridotte in schiavitù semplicemente per il fatto di essere donne. E, forse peggio di tutto, vengono ignorate – respinte – come esseri umani in pienezza, come autentiche discepole, dalle loro Chiese, compresa la nostra.

È impossibile, Santo Padre, fare sul serio qualcosa per i poveri e allo stesso tempo fare poco o niente per le donne.

Ti prego di fare per le donne del mondo e della Chiesa ciò che Gesù fece per Maria che lo generò, per le donne di Gerusalemme che resero possibile il suo ministero, per Maria di Betania e Marta cui insegnò teologia, per la samaritana che fu la prima a riconoscere Gesù come Messia, per Maria di Magdala chiamata l’Apostola degli Apostoli, e per le diaconesse e le leader delle chiese domestiche della Chiesa primitiva.

Fino ad allora, Santo Padre, niente potrà davvero cambiare per i loro figli affamati e le loro disumane condizioni di vita.

Siamo felici che tu sia qui a parlare di queste cose. Confidiamo in te per cambiarle, partendo dalla Chiesa stessa.

c’è chi dice sì, c’è chi dice no …

 

 migranti arrivano a Cagliari a bordo della nave norvegese Siem Pilot, 3 settembre 2015

Nella chiesa divisa sull’accoglienza ai migranti

“Eh sì, il papa piace, il papa parla dritto al cuore, tutti sono per il papa. Ma poi, quando parla di immigrati…”. Don Beppe Gobbo lascia la frase a metà. Nella sua spola tra quattro parrocchie della val di Pollina, e nel piccolo centro di accoglienza di Calvene, provincia di Vicenza, ha qualche titolo in più, per parlare dei “preti di campagna in prima fila”, rispetto al governatore del Veneto Luca Zaia, che a quella categoria si è appellato contro il segretario generale della Cei, monsignor Galantino, e la sua invettiva contro i “piazzisti da quattro soldi”

È in prima fila, don Beppe, con molti altri. Quelli che, la domenica in cui sono caduti alcuni muri europei e papa Francesco ha invitato ogni parrocchia a prendersi una famiglia di profughi, hanno gioito, per il formidabile assist alle loro difficili omelie della domenica.

Quelli che, nelle regioni più cattoliche d’Italia, si vedono bocciare dai consigli pastorali l’idea di aprire la canonica. Quelli che hanno dovuto rimangiarsi l’offerta di locali ai profughi, perché troppo vicini all’asilo dei bambini. Quelli che vivono pressati tra le richieste affannose dei prefetti e le barricate premeditate dei sindaci – e spesso dei loro fedeli. “I preti di campagna sono i baluardi dell’accoglienza”, dice don Gobbo. Forse esagera. Forse non lo sono sempre, e non lo sono tutti.

Ma, certo, è anche nelle loro piccole canoniche – come nelle chiesone anonime delle periferie cittadine – che passa la questione del secolo, le grandi migrazioni e la loro accoglienza nella parte ricca del mondo. E, dentro di essa, l’altra grande questione: che piega prenderà nei fatti la chiesa di Bergoglio su questi temi?

Nel cuore del modello emiliano ‘accoglienza diffusa e attiva’ non è un’espressione vuota

Quanto è popolare e seguito, nel cattolicesimo diffuso, il messaggio sociale di Francesco? Dove e perché crescono le resistenze, a volte esplicite ma più spesso silenti? Certo da noi, nel pieno dell’entusiasmo per il papa, è difficile che un alto prelato esca allo scoperto come il ruvido e massiccio Peter Erdoe, arcivescovo d’Ungheria: “Non possiamo fare quanto ci chiede il papa, perché accogliere potrebbe essere qualificato come illegale, in quanto traffico di esseri umani”.

Ma la spaccatura c’è, e passa, profonda, attraversando comunità e parrocchie, città e campagne, giovani e vecchi, poveri e ricchi, regioni (ex) cattoliche e regioni (ex) rosse. Partiamo da una di queste ultime.

Ferrara, il vescovo e il don

Difficile incontrare qualcuno a Ferrara che non conosca don Domenico Bedin. Difficile almeno quanto riuscire a trascorrere più di dieci minuti con lui senza che il suo cellulare cominci a squillare con insistenza.

Nei giri quotidiani tra la rete di case di accoglienza di cui è responsabile, auricolari fissi nelle orecchie, lui risponde a tutti, dal primo cittadino, che spesso lo chiama per gestire grane, all’ultimo, con quel suo timbro di pacatezza impastata di concretezza emiliana. Nei giorni successivi all’elezione di papa Francesco qualcuno l’ha fermato per strada: “Hai sentito, il papa dice le cose che hai sempre detto tu”.

“Questa cosa mi ha rallegrato”, commenta sornione, “e insieme fatto sorridere”. Punto di riferimento della comunità cittadina, per la diocesi locale don Bedin è sempre stato una mosca bianca. Fin dai tempi di quella piccola parrocchia nella periferia di Ferrara che lui ha animato per vent’anni, dove la porta era sempre aperta a tutti, le raccolte di firme degli abitanti contro il loro parroco sempre pronte e gli imbarazzi della curia sempre malcelati.

“Era un porto di mare”, ammette e infatti quando cinque anni fa don Domenico ha scelto di dedicarsi a tempo pieno all’associazione Viale K, in parrocchia è arrivata “la normalizzazione”.

Migranti salgono a bordo della nave norvegese Siem Pilot durante un’operazione di soccorso al largo delle coste libiche, 1 settembre 2015. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
 migranti salgono a bordo della nave norvegese Siem Pilot durante un’operazione di soccorso al largo delle coste libiche 1 settembre 2015

Nata negli anni ottanta come struttura di prima accoglienza per persone in situazione di povertà o disagio, oggi Viale K conta una rete di case di accoglienza per italiani e stranieri. Dei circa 400 migranti ospitati nella provincia di Ferrara, cento sono in carico alle strutture di don Bedin. Nel cuore del modello emiliano “accoglienza diffusa e attiva” non è un’espressione vuota.

Piccoli numeri in piccoli luoghi, è la regola e la prassi, per lavorare all’inserimento delle persone in contesti sociali e lavorativi: così nelle case di accoglienza dell’associazione Viale K si coltiva frutta e verdura poi venduta al mercato e si ricicla la plastica; a fianco di una struttura di accoglienza hanno aperto un ristorante; poi ci sono le scuole di italiano per i minori, il dopolavoro per le donne provenienti dall’Europa dell’est, la mensa e i dormitori.

Ma se da una parte, nel guado di una crisi che non ha risparmiato nessuno, Viale K è diventata una sorta di stampella del sistema di welfare locale, dal punto di vista pastorale “siamo considerati come una realtà a sé stante, che non fa parte del vero progetto della diocesi, più orientato all’evangelizzazione e alla difesa dei valori fondamentali”.

Che don Bedin non esageri si è capito alla fine dell’aprile scorso quando, in un intervento pubblicato dal quotidiano La Nuova Ferrara, ha lanciato la sua “provocazione”: “In un territorio economicamente fragile è opportuno continuare ad accogliere? Sono 400 e se diventassero mille? Siamo vecchi e con una denatalità spaventosa, ritengo che sia forse la più grande opportunità che ci poteva succedere”.

La risposta del vescovo Luigi Negri, ciellino, è arrivata il giorno successivo. “L’arcivescovo Luigi Negri e la diocesi di Ferrara-Comacchio sottolineano con forza che non hanno alcuna parte nelle dichiarazioni rilasciate sulla stampa locale di oggi da don Domenico Bedin riguardo alle possibili politiche migratorie sul territorio ferrarese poiché non sono di loro specifica competenza”.

Una sonora rettifica, per alcuni una scomunica. “Il vescovo pensa che una chiesa troppo attiva sul tema della carità corra il rischio di educare le persone al materialismo e di essere letta come un servizio sociale, perdendo la sua identità che è quella di annunciare la verità sulle questioni fondamentali, come la bioetica e la morale”, riflette pacato don Bedin. La questione dirimente, non solo a Ferrara, è quella di come interpretare la missione della chiesa.

Preti di frontiera

Reticenze e resistenze sono dure a scalfirsi, come dimostra anche la reazione del vescovo Negri all’ultimo appello del papa all’accoglienza: “L’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio valuterà realisticamente la portata di questo atto di carità, tenendo presente la situazione attuale delle nostre comunità che purtroppo sono gravate da oggettive difficoltà”.

Intervista con don Domenico Bedin

 

Don Bedin è un prete di frontiera. Da una vita etichettato come “il prete dei poveri” e che dunque nella chiesa di Francesco si trova un po’ meno solo – ma sempre un po’ solo. Come si è trovato solo Oscar Cantoni, vescovo di Crema, alle prese con la “strenua e tenace opposizione” dei genitori dei bambini della scuola cattolica Manziana all’arrivo, concordato tra Caritas e prefettura, di alcuni profughi nei locali adiacenti alla scuola dell’ex convento delle Ancelle.

La lettera con la quale il vescovo comunica di aver rinunciato a mandare i profughi in quella scuola cerca esplicitamente di prevenire interpretazioni sbagliate del suo gesto: “È un atto di umiliazione, non un atto di codardia”. Ma è anche un atto d’accusa, amaro: nel piccolo, a quei genitori che mandano i figli alla scuola cattolica ma “non utilizzano o comprendono le finalità educative che essa propone, tra cui proprio l’accoglienza”; nel grande, quando constata come sia “ben strano” che il papa, che gode in un “consenso universale e applaudito da tutti, sia poi sistematicamente censurato quando non concorda con le interpretazioni ideologiche e con gli schemi mentali o spirituali di certi gruppi o persone, anche singole”.

La lettera di don Cantoni è del 16 luglio: solo qualche settimana prima dell’appello del papa in piazza san Pietro all’apertura delle parrocchie per l’accoglienza di chi chiede rifugio. Non che ci fosse bisogno dell’appello esplicito, a spiegare la linea del papa bastava quel suo primo gesto della visita pastorale a Lampedusa (l’8 luglio del 2013), senza contare encicliche e interventi, primo tra i quali quello tenuto nel settembre del 2013 nella sede del centro Astalli, la struttura dei gesuiti che si occupa dei rifugiati.

Ma evidentemente una spinta in più serviva, per provare a fare delle 27mila parrocchie italiane degli esempi di quella “chiesa con le porte aperte” (in entrata, ma anche in uscita, per andare fuori a guardare cosa c’è) di cui parla Francesco. E una visita nel cattolicissimo Veneto lo conferma.

L’accoglienza difficile del Veneto

Con i suoi 1,3 profughi ogni mille abitanti, il Veneto non porta sulle spalle il peso maggiore della nuova onda di immigrazione, quella del 2014-2015, a guardare la distribuzione nelle regioni italiane.

Ma certo la regione Veneto è quella che protesta di più. Dalla sua testa, il governatore della regione, al suo corpo amministrativo – è nato il fronte dei 29 sindaci del no, che hanno chiuso programmaticamente i loro comuni a ogni arrivo – a una parte dei suoi cittadini.

Quelli che scendono in piazza o riempiono petizioni appena il giornale locale annuncia che sta per arrivare un gruppo di profughi, mandati dal prefetto, a volte all’improvviso ma più spesso dopo un’istruttoria e un accordo con vari soggetti: tra i quali, purtroppo, si trovano più parroci che sindaci, più Caritas che municipi, più cooperative sociali che servizi pubblici territoriali.

Molto più che altrove, il “modello” dell’accoglienza scelto in Veneto si basa sugli alberghi: alla fine, la soluzione più rapida per i prefetti che non sanno che pesci prendere, ma spesso assai problematica. Non tanto per gli albergatori – i quali si offrono volontariamente e ne sono spesso ben contenti – quanto per l’impatto sul territorio, sui vicini, sull’inserimento.

Ma fare accoglienza diffusa è difficile. Ha fatto notizia, nella scorsa primavera, la fiaccolata di Padova guidata dal sindaco Bitonci contro la presenza di un gruppetto di profughi in una casa privata messa a disposizione da un’anziana vedova. Ma cose così, nel cuore del bianco Veneto, succedono di continuo.

Il piccolo comune di Camisano si è ribellato contro sette donne, per le quali una coop di Vicenza aveva trovato, dopo lunghe ricerche, un appartamento disponibile. “Due sono incinte”, hanno titolato i giornali e questa è stata considerata, dal sindaco (medico) in giù, un’aggravante.

“Siamo in mezzo a un polverone, e non sappiamo bene perché, abbiamo seguito tutte le procedure giuste, e siamo convinti che il modello dei piccoli numeri sia quello più gestibile”, dice Barbara Baldi, presidente della cooperativa Tangram che si occupa delle sette ragazze; e racconta della difficoltà a trovare i posti, anche bussando alle porte delle canoniche.

Lo stesso è successo alla cooperativa Cosmos, 49 profughi sistemati per ora in dieci appartamenti. Valentina Baliello, responsabile del progetto di accoglienza della coop per la provincia di Vicenza, racconta di progetti che partono e di muri e muretti che vengono su, a volte camuffati dietro motivazioni pratico-logistiche. Spesso l’agenzia immobiliare che trova la casa di un privato – e a prezzi di mercato – è la strada più rapida, di fronte a porte che si chiudono anche nei luoghi sacri.

Intervista con Valentina Baliello, cooperativa Cosmos Vicenza

 

Ci sono chiese che aprono gli oratori e le canoniche, oppure offrono i campetti di calcio. Ma anche altre che li chiudono, o fanno orecchie da mercante. E spesso, raccontano gli operatori del sociale, questo succede non tanto per decisione del parroco, ma per l’intervento dei consigli pastorali: già, perché il parroco non ha un potere assoluto, e per gestire le sue parrocchie – e i relativi locali – deve chieder conto anche alla complicata governance dettata dal diritto canonico.

I consigli pastorali, eletti con una sorta di primarie dalle comunità, devono deliberare sulle questioni più importanti della parrocchia, ed eleggono poi i consiglieri per gli affari economici, insomma quelli che gestiscono casse e beni. Non è facile muoversi: “C’è bisogno di motivare la sensibilità dei cristiani, perché respirano disinformazione”, dice don Luca Facco di Padova.

Facco racconta quel che è successo in una delle tre parrocchie della sua zona che hanno accettato l’invito ad aprire le porte, in quel di Cittadella (già resa famosa a suo tempo dalle iniziative contro gli immigrati dell’allora sindaco Bitonci, poi diventato primo cittadino di Padova): quando finalmente è stato firmato l’accordo e le porte si potevano aprire, è intervenuto il comune a chiudere tutto. Con tanto di insulti al prete che si era permesso di parlarne dal pulpito.

Se si scava un pochino emergono l’individualismo, il corporativismo, la logica di campanile

Episodi che si ripetono ogni volta, seguendo lo stesso copione. E dei quali le cronache locali sono piene. E quando non sono al centro della bufera per i locali concessi o negati, i preti si trovano lo stesso in mezzo alla questione, per fare mediazioni, cercare soluzioni, metterci una buona parola.

Com’è successo a Sant’Anna di Chioggia, 4.800 abitanti a pochi chilometri dalla splendida laguna, dove qualche settimana fa si è svolta una strana assemblea in parrocchia. Fedeli, cittadinanza interessata, comitato cittadini, prete, Caritas diocesana. Non un rappresentante delle istituzioni, dei partiti, dei sindacati. E nel mezzo don Nicola, a cercare di sbrogliare la matassa: 52 profughi arrivati a fine maggio, per il 60 per cento musulmani, piazzati al Bragozz, l’albergo a due stelle che si affaccia sul traffico della via Romea, posizione centrale ma bisognoso di una qualche risistemazione.

Interviste con don Marino Callegari, don Nicola Nalin e Roberto Pagani

 

Dalla sua postazione della Caritas del nordest, don Callegari chiama in causa la responsabilità delle istituzioni. Ma non si sottrae alla riflessione sulle responsabilità, e le divisioni, del mondo cattolico. Che si trova alle prese con il papa più amato che gli chiede di fare le cose più difficili. Ma davvero il papa è così popolare quando parla di carità?

Don Marino sorride. “Se posso permettermi una battuta, agli uomini piacciono sempre le belle donne possibilmente giovani, ci si innamora facilmente, poi dall’innamoramento allo sposalizio, ai venticinquesimi o cinquantesimi, di strada ne passa”.

Soprattutto se il cattolicesimo è quello veneto: “Non dimentichiamo il passaggio culturale profondo che qui è stato compiuto, ben analizzato da Ilvo Diamanti: una regione bianca, cattolica nella quale nasce e si consolida una maggioranza localistica e leghista. Un cattolicesimo tipicamente veneto, diffuso in parrocchia, negli oratori e nelle mentalità: ma appena si scava un pochino, emerge l’individualismo, il corporativismo, la logica del campanile”.

Il cambiamento parte dalle avanguardie

In un simile contesto, ormai storicamente dato, piomba il messaggio di Francesco, con alcuni dei vescovi veneti in prima fila nel rilanciarlo, a partire dal patriarca di Venezia, Moraglia, “chi non accoglie non può dirsi cristiano”. Però la realizzazione, il cambiamento profondo, dice don Marino, “è affidato a delle avanguardie: in parrocchia o nella Caritas o altrove”.

Tuttavia, dopo il messaggio dell’Angelus di domenica 6 settembre, c’è stata un’accelerazione. A Padova, durante una riunione di tutti i vicari foranei (un organismo di partecipazione e consultazione previsto da quella diocesi) si è deciso di lanciare una campagna di informazione, di stampare un opuscolo per smontare i tabù contro l’accoglienza, da distribuire ai consigli pastorali.

E al livello nazionale in tutte le 27mila parrocchie arriverà, il 30 settembre, un vademecum dai rispettivi vescovi, su come tradurre in realtà l’invito del papa.

Sulla nave norvegese Siem Pilot diretta a Cagliari, 2 settembre 2015. - Gregorio Borgia, Ap/Ansa
 sulla nave norvegese Siem Pilot diretta a Cagliari, 2 settembre 2015

Secondo monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, quella domenica qualcosa è cambiato. “L’annuncio del papa ha fatto emergere un consenso diffuso. Stiamo ricevendo inviti da tutte le regioni, di strutture che si candidano a ospitare”.
Per molti parroci è stato un aiuto fondamentale. Come per don Tommaso Scicchitano, giovane parroco in provincia di Cosenza che, dopo l’appello di papa Francesco, ha scritto un post su Facebook per chiamare a raccolta i suoi parrocchiani: “Papa Francesco ha chiesto a ogni parrocchia di accogliere una famiglia di profughi. Che facciamo? Gli diciamo di no?”.

E ha tirato un sospiro di sollievo: “Adesso che l’ha detto anche il papa, mi sento più libero di potere immaginare qualcosa, perché affrontare i problemi etici è meno rischioso, puoi essere d’accordo o meno ma è un modo più semplice di vivere. L’accoglienza invece ti pone di fronte al rischio di non essere in grado di gestire una situazione difficile, è una scommessa”.

Dalle parti di Francesco

Gesuiti, immigrazione, accoglienza: il centro Astalli, che gestisce in Italia il servizio per i rifugiati della Compagnia di Gesù, è una tappa obbligata di quest’inchiesta. Nato nel 1981, gestisce una fitta rete di strutture: solo a Roma ci sono otto sedi (per 20mila rifugiati all’anno circa) per l’accoglienza ai rifugiati. Qui è nato (all’indomani di quel primo appello del papa del 2013) Comunità di ospitalità, un progetto di seconda accoglienza rivolto a persone in possesso del permesso di soggiorno con l’obiettivo di sostenerne e facilitarne il percorso di inserimento abitativo e lavorativo.

Dal 2014 però, quando il progetto è partito, solo 15 istituti religiosi, su un totale a Roma di circa 500 tra maschili e femminili secondo i dati della diocesi capitolina, hanno messo a disposizione i loro locali e ospitano attualmente una ventina di persone. Una risposta contenuta? “È vero che ci sono tanti conventi, ma ci sarebbero anche tante caserme. L’accoglienza è una cosa dello stato eppure abbiamo regioni intere che non fanno assolutamente niente”, risponde Bernardino Guarino, direttore del centro Astalli.

Però il problema è anche che, a meno di non volere fare affari, i luoghi dell’accoglienza non si possono inventare. Tra gli enti ecclesiastici c’è una grossa potenzialità ma spesso si tratta di strutture che andrebbero messe a norma. Più in generale si tratta di creare una cassetta degli attrezzi perchè l’accoglienza è un processo che va governato e costruito, anche nel mondo cattolico.

E Guarino sottolinea un’altra parola importante, quando si parla di accoglienza: gratuità. “La novità del messaggio papale è quella della gratuità dell’accoglienza, accogliere cioè non solo se c’è qualcosa in cambio ma perché è la persona che deve essere messa al centro. C’era il rischio che i cattolici delegassero il tema agli enti che abitualmente si occupano di accoglienza, come la Caritas, e il papa li ha chiamati a una responsabilità personale”.

Per questo c’è chi, più che delle divisioni che attraversano la chiesa, preferisce parlare della spaccatura che attraversa le coscienze. “Il papa ci sta dando colpi ai fianchi. C’è una parte di noi stessi che non sempre vuole accettare il Vangelo”.

Chi parla, dai suoi uffici di via della Conciliazione, è l’arcivescovo Claudio Celli, che da presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali si trova a gestire sia il versante teologico sia – soprattutto – quello social e pop di Francesco.

Eravamo come assopiti

Quello che sta succedendo in questi giorni, in questi mesi, dice Celli, è fuori dell’ordinaria amministrazione. “È come quando cadde il muro di Berlino, un ecclesiastico tedesco mi confidò: per noi era più comodo prima, avevamo un alibi, una scusa per non agire”.

Quali sono i “colpi ai fianchi” che sta dando il papa, e a quali fianchi? “Il richiamo continuo e forte all’essenzialità del Vangelo. L’opzione preferenziale per i poveri. La chiesa come ospedale da campo, accidentato e imperfetto, preferibile a una chiesa perfetta ma immobile”.

Grande punto di riferimento, racconta don Celli, è il documento di Aparecida, che concluse la conferenza dell’episcopato latinoamericano nel 2007. L’allora cardinal Bergoglio fu il presidente del Comitato di redazione del documento: nella ricostruzione della “politica sociale” della chiesa che sta venendo fuori, tendiamo a dimenticare il fortissimo impatto della sensibilità, e della storia, latinoamericana.

Ma tutto entra nella carne viva oggi, di fronte al mondo che cerca di spalancare le porte chiuse d’Europa e d’Italia: “Diciamolo: noi a livello italiano ed europeo ci eravamo come assopiti. Ma a volte la vita, la realtà, ci obbliga a delle scelte”.

Le opposizioni a Francesco nell’establishment cattolico? “Ci sono molti benpensanti che ritengono che il papa abbia esagerato: ma dicevano così anche ai tempi di Gesù, lo definivano un pazzo”.

I benpensanti, nel discorso di don Celli, sono sparsi ma molto più presenti ai piani medio alti che a quelli bassi: “Mi sembra che ultimamente il popolo di Dio abbia scavalcato certi pensatori”, afferma parlando del viaggio negli Stati Uniti e dei movimenti conservatori nel cattolicesimo americano. Nelle riflessioni del presidente del Consiglio pontificio, le innovazioni sulle questioni della morale familiare e sessuale e quelle sul messaggio sociale vanno insieme: “È la chiesa che va incontro all’uomo, qualunque sia il suo stato di vita”.

Torniamo nelle catacombe, per tornare al messaggio originale di una chiesa che vive povera

Si vedranno il 16 novembre, sotto la terra di Napoli. Rinnoveranno, nelle catacombe della Sanità, quel patto siglato cinquant’anni fa dalla “chiesa delle catacombe”, per una chiesa “serva e povera”. La citazione non è casuale: era il 1965, si concludeva il concilio Vaticano II, e a sottoscrivere quel patto fu una maggioranza di cardinali latinoamericani.

Fu una delle premesse della teologia della liberazione, che sarebbe stata poi spianata dalla chiesa ufficiale. Nell’anno 2015, hanno deciso di rievocare e rifare quel patto un buon numero di preti di frontiera. Quelli che si trovano agli incontri di Libera, che vanno dalla barricate afronapoletane di Alex Zanotelli al pragmatismo lombardo – e radicale – della Casa della carità di don Colmegna.

“Torniamo nelle catacombe, per tornare al messaggio originale di una chiesa che vive povera”, dice Virginio Colmegna. Racconta che a Bruzzano, nella parrocchia della Maria Vergine Assunta, dal 24 luglio a oggi sono passate 351 persone di tredici nazionalità, e il progetto, promosso con la Casa della carità, è riuscito. “Bisogna osare, rompere. Non basta dire che la chiesa è per i poveri: deve essere povera. Non bisogna utilizzare i poveri per affermare la propria identità”.

Attenzione, il messaggio che uscirà dal nuovo patto delle catacombe sarà bello tosto: “Gli atei devoti pensano ancora che la religione sia un tranquillante, che si possa proporre un Dio utile per sé: no, Dio non è utile, entra nelle pieghe, nelle sofferenze”. Pronti a raccogliere e rilanciare il messaggio, tanti uomini di chiesa, da nord a sud. Non è la parte maggioritaria della chiesa, ma non è più nell’ombra o in castigo. Anzi, è tornata al centro della scena per portare a termine quel che era cominciato nel lontano 1965. Come dice don Colmegna: “Il concilio Vaticano II comincia adesso”.

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