macché proclama politico si tratta solo di un grido di umanità

un grido di umanità

Barca di migranti

barca di migranti

La Repubblica, 13 Agosto 2015
di ENZO BIANCHI

“Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”

Queste parole di Helder Camara oggi suonano al contempo attualissime e superate: almeno in Italia, ormai sono pochissimi quelli che chiamano “santo” chi sfama i poveri – al massimo è un buonista – mentre, con il trionfo del pensiero unico neo-liberista, l’epiteto “comunista” è usato solo da alcuni ambienti della destra americana nei confronti di papa Francesco.

Eppure, con il fenomeno dell’immigrazione siamo di fronte a un paradosso simile: chi ha responsabilità di governo e chi dall’opposizione confida di averne a breve continua a parlare di “emergenza” per un fenomeno che ormai risale ad almeno una ventina d’anni – o abbiamo già dimenticato le navi stracolme di albanesi che approdavano in Puglia? – e a latitare in azioni politiche a medio e lungo termine, confidando che il tessuto sociale e le reti della solidarietà umana suppliscano alle loro carenze. La chiesa e molti cristiani – realtà ben più ampia sia della CEI che del Vaticano – sono da sempre in prima linea in questa carità attiva sul territorio e cercano di porsi di fronte all’umanità ferita senza chiedere passaporti né badare a identità etniche o culturali. Eppure quando si occupano dei poveri di cittadinanza italiana passano inosservati, come se la loro azione fosse dovuta e scontata, mentre quando si chinano su fratelli e sorelle in umanità di altri popoli e paesi, vengono sprezzantemente invitati a farsi carico dei disoccupati di “casa nostra”.

Purtroppo in Europa abbiamo perso il valore della fraternità, valore generato dal cristianesimo e conquistato anche a livello politico nella modernità. Siamo tutti fratelli perché tutti esseri umani e come tali portatori di diritti che, nella loro stessa definizione, sono quelli “dell’uomo”. Noi invece siamo giunti a considerarli tali solo per i “cittadini”, escludendone gli “stranieri” come se non ne fossero degni. Sì, quando la fraternità viene meno, cresce la paura dello straniero, dello sconosciuto, del diverso: una paura che va presa sul serio ma che non va alimentata per farne uno strumento di propaganda politica. Va invece razionalizzata, contenuta e placata con un’autentica governance dell’immigrazione, con un volontà fattiva di collaborazione con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, con una politica che sappia interagire con i paesi da cui hanno origine i flussi più intensi di emigrazione. Certo, non possiamo accogliere tutti, ma la solidarietà umana ci spinge a superare i limiti delle nostre comodità e ad accogliere l’altro per quello che siamo capaci, senza innalzare muri.

Questa “emergenza” non è tale: è un fenomeno che durerà a lungo ed è contenibile nei suoi effetti solo con uno sforzo di solidarietà. La sua portata, del resto, è tale che mette in crisi ogni tentativo di respingerlo con la forza. L’Europa sembra in piena confusione, non più sicura dei suoi valori umanistici, delle sue lotte secolari per il riconoscimento dei diritti di ogni essere umano, in qualsiasi situazione si trovi. Ritrovare questi principi decisivi non è questione solo cristiana, è innanzitutto umana e, proprio per questo, cristiana: l’accoglienza è una responsabilità umana perché l’altro è uguale a me in dignità e diritti.

Su queste tematiche a volte la chiesa suscita ostilità quando parla e agisce con la parresia dei profeti e di Gesù di Nazareth. Il Vangelo per molti sarà utopia irrealizzabile, ma non pone condizioni o limiti al comandamento di servire affamati, assetati, stranieri, carcerati, ignudi, ammalati… Parla invece di “farsi prossimo”, di andare incontro a chi è nel bisogno, fino al paradosso di “amare i nemici”. Queste esigenze radicali poste da Gesù possono dar fastidio a molti, ma chi professa di essere suo discepolo non può fare a meno di sentirle come appelli ineludibili rivolti proprio a se stesso. Il cristiano si saprà sempre inadeguato nel mettere in pratica queste parole, sovente dovrà riconoscere che il proprio comportamento quotidiano le contraddice, ma non potrà mai accettare che carità fraterna, solidarietà, accoglienza siano variabili da sottomettere alle necessità della realpolitik.

Così un cristiano, di fronte al dramma di milioni di esseri umani vittime della guerra, della fame, della violenza, della cecità anonima della finanza e del mercato, della “politica” di potere, proverà vergogna per non riuscire a far nulla nemmeno per quelle poche migliaia di disgraziati che giungono fino al suo paese, ma non potrà tacere e non gridare “vergogna” a chi chiude gli occhi di fronte al proprio fratello in umanità che soffre e muore, tanto più se chi si astiene dall’agire ha responsabilità, onori e oneri di governo.

Sì, come ha detto papa Francesco, “respingere gli immigrati è un atto di guerra!”. Questo non è un proclama politico: piaccia o meno, è un grido di umanità.

Lucca accoglie i migranti

migranti, ecco la mappa delle nuove strutture per accoglierne altri 192 a Lucca

da ‘la Nazione’ 11 agosto 2015:

lo ‘sballo’ : una cultura diffusa e trasversale il vero problema

è lo sballo il nemico da battere

droghe

di Gianfranco Bettin
in “Trentino” del 11 agosto 2015

la “cultura dello sballo” non appartiene a una nicchia, a una generazione o a parte di essa, o a certi luoghi, come appunto le discoteche. È parte influente di uno stile di vita diffuso, trasversale, sia socialmente che culturalmente. Illudersi di riprendere il controllo di questa dinamica chiudendo quei luoghi o facendo la faccia feroce dopo una tragedia, significa non capire cosa accade davvero

droga

Non sono le discoteche – come il Cocoricò o il Guendalin, dove nei giorni scorsi sono morti due ragazzi- ad essere oggi fuori controllo: è gran parte della nostra società ad aver perso la capacità di tenere a bada usi e abusi, da parte di troppi giovani e non solo, di sostanze lecite o illecite. La “cultura dello sballo” non appartiene a una nicchia, a una generazione o a parte di essa, o a certi luoghi, come appunto le discoteche. È parte influente di uno stile di vita diffuso, trasversale, sia socialmente che culturalmente. Illudersi di riprendere il controllo di questa dinamica chiudendo quei luoghi o facendo la faccia feroce dopo una tragedia, significa non capire cosa accade davvero. O far finta di non capire per far finta di agire, per dar qualcosa in pasto a una pubblica opinione naturalmente colpita, sconvolta, di fronte al ripetersi di simili drammi. L’overdose, l’abuso di sostanze (alcol compreso, non manca mai), è la prima causa di morte, diretta o indiretta, tra gli adolescenti italiani. Ovvio che induca preoccupazione, angoscia, specie nell’imminenza dei singoli fatti, in particolare nel contesto in cui si producono. Così, le autorità provano a far qualcosa. Magari straparlando, come il sindaco di Gallipoli l’altro giorno, il quale, però, nel suo modo rozzo («Se non sanno educare, le famiglie non procreino»), ha detto un pezzo di verità. Il limite, oltre che nel modo, consiste nel non capire che oggi nessuna famiglia ha da sola la possibilità di “educare”, pur avendo ovviamente un grande ruolo nella formazione dei propri figli. Stimoli e influssi educativi e diseducativi arrivano ai più giovani da ogni parte, oggi. Il mercato delle droghe e degli alcolici, uno dei più potenti al mondo, forse il più potente in assoluto, possiede innumerevoli “mani invisibili” per condurre a sé i clienti a cui mira e che conquista con messaggi culturali, esistenziali, esperienziali, ai quali nessun diktat bigottamente proibizionista, nessuna predica alla Giovanardi, potrà mai opporre vera resistenza. Anzi, come la storia insegna, il mero proibizionismo aumenta il valore e il fascino della merce vietata. Reagire a queste tragedie significa dunque ripensare globalmente le strategie educative, mirando alla promozione di una piena autonomia di giudizio da parte dei più giovani di fronte a tutte le sostanze potenzialmente pericolose, comprese quelle legali (come alcol, tabacco, farmaci). Significa, come in certe realtà si è fatto, andare (con operatori e servizi) nei luoghi frequentati dai giovani, nelle discoteche, e aprirli, non chiuderli ottusamente, a presenze educative disincantate, capaci di dialogare con l’esperienza reale dei giovani, metterli sull’avviso, “accompagnarli” a volte nella traversata delle loro notti euforiche e inquiete, notti sempre di ricerca, di evoluzione. Certo, significa anche combattere il narcotraffico, le grandi organizzazioni come lo spaccio di strada, ripulire per quanto possibile i ritrovi di massa, pretendere correttezza e trasparenza nella gestione dei locali, e magari riformare le leggi in materia in senso più pragmatico e meno ideologico delle attuali fallimentari e inique normative. Ma significa, più radicalmente, ripensare al vuoto educativo in cui da almeno vent’anni si lasciano crescere le nuove generazioni e alla solitudine e alla povertà di risorse che gravano su chi, a scuola, in famiglia, nella società, coltiva comunque la vocazione e il dovere di non lasciarle allo sbando, dentro una scuola o una discoteca – e di fronte al proprio futuro.

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