la paura di fronte ai migranti e le responsabilità della politica

“i migranti risvegliano le nostre paure

 la politica non può rimanere cieca”

 

 intervista a Zygmunt Bauman  

Bauman

a cura di Antonella Guerrera
in “la Repubblica” del 29 agosto 2015

«Un  giorno Lampedusa, un altro Calais, l’altro ancora la Macedonia. Ieri l’Austria, oggi la Libia. Che “notizie” ci attendono domani? Ogni giorno incombe una nuova tragedia di rara insensibilità e cecità morale. Sono tutti segnali: stiamo precipitando, in maniera graduale ma inarrestabile, in una sorta di stanchezza della catastrofe».

Zygmunt Bauman, filosofo polacco trapiantato in Inghilterra, è uno dei più grandi intellettuali viventi. Anche lui è stato un profugo, dopo esser scampato alla ferocia nazista rifugiandosi in Unione Sovietica. Ma Zygmunt Bauman è anche uno dei pochi pensatori che ha deciso di esporsi apertamente di fronte al dramma dei migranti. Mentre l’Europa cerca disperatamente una voce comune che oscuri le parole vacue e quelle infette degli xenofobi. Signor Bauman, duecento morti al largo della Libia. Due giorni fa altri cento cadaveri ritrovati ammassati in un camion in Austria. Il dramma scava sempre più il cuore del Vecchio continente. E noi? Cosa facciamo? «E chissà quanti altri ce ne saranno nelle prossime ore. Oramai sono milioni i profughi che cercano la salvezza da atroci guerre, massacri interreligiosi, fame… La guerra civile in Siria ha innescato un esodo biblico. Scappano gli afgani, gli eritrei. Mentre nel 2014, riporta l’Onu, erano circa 219mila i rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mar Mediterraneo, e di questi 3.500 sono morti. Un anno prima questa cifra era molto più bassa: circa 60mila. Qui in Inghilterra ho letto molte reazioni di personaggi pubblici di fronte a una simile emergenza. Tutte a favore di “quote migratorie” più rigide, in ogni caso. Mentre chi come Stephen Hale dell’associazione British Refugee Action invoca una riforma del sistema di asilo basata sugli esseri umani, e non sulle statistiche, è rimasto solo una voce solitaria». Ma l’Europa cosa può fare per risolvere questo disastro umanitario? «L’antropologo Michel Agier ha stimato circa un miliardo di sfollati nei prossimi quarant’anni: “Dopo la globalizzazione di capitali, beni e immagini, ora è arrivato il tempo della globalizzazione dell’umanità”. Ma i profughi non hanno un loro luogo nel mondo comune. Il loro unico posto diventa un “non luogo”, che può essere la stazione di Roma e Milano o i parchi di Belgrado. Ritrovarsi nel proprio quartiere simili “non luoghi”, e non solo guardarli in tv, può rappresentare uno shock. E così oggi la globalizzazione irrompe materialmente nelle nostre strade, con tutti i suoi effetti collaterali. Ma cercare di allontanare una catastrofe globale con una recinzione è come cercare di schivare la bomba atomica in cantina ». Eppure in Europa stanno tornando i muri, figli di uno spettro xenofobo che purtroppo sta dilagando. «Sa chi mi ricordano quelli che li erigono? Il filosofo greco Diogene, che, mentre i suoi vicini si preparavano a combattere contro Alessandro Magno, lui faceva rotolare la botte in cui viveva su e giù per le strade di Sinope dicendo di non voler essere l’unico a non far niente». È vero, tuttavia, che oggi il flusso migratorio verso l’Europa è di dimensioni mai viste. Qualche timore può essere giustificato, non trova? «Ma oramai il nostro mondo è multiculturale, forse irreversibilmente, a causa di un’abnorme migrazione di idee, valori e credenze. E comunque la separazione fisica non assicura quella spirituale, come ha scritto Ulrich Beck. Lo “straniero” è per definizione un soggetto poco “familiare”, colpevole fino a prova contraria e dunque per alcuni può rappresentare una minaccia. Nella nostra società liquida, flagellata dalla paura del fallimento e di perdere il proprio posto nella società, i migranti diventano “ walking dystopias ”, distopie che camminano. Ma in un’era di totale incertezza esistenziale, dove la vita è sempre più precaria, questa non è l’unica ragione delle paure che scatena la vista di ondate di sfollati fuori controllo. Vengono percepiti come “messaggeri di cattive notizie”, come scriveva Bertolt Brecht. Ma ci ricordano, allo stesso tempo, ciò che vorremmo cancellare».
E cioè? «Quelle forze lontane, oscure e distruttive del mondo che possono interferire nelle nostre vite. E le “vittime collaterali” di queste forze, i poveri sfollati in fuga, vengono percepiti dalla nostra società come gli alfieri di tali forze. Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell’istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. E poi alle aziende occidentali il flusso di migranti a bassissimo costo fa sempre comodo. E molti politici sono allo stesso modo tentati di sfruttare l’emergenza migratoria per abbassare ancor più i salari e i diritti dei lavoratori. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in “stanze insonorizzate” non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi». E allora come risolvere questa immane tragedia? «Sicuramente non con soluzioni miopi e a breve termine, utili solo a provocare ulteriori tensioni esplosive. I problemi globali si risolvono con soluzioni globali. Scaricare il problema sul vicino non servirà a niente. La vera cura va oltre il singolo paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una folta assemblea di nazioni come l’Unione europea. Bisogna cambiare mentalità: l’unico modo per uscirne è rinnegare con forza le viscide sirene della separazione, smantellare le reti dei campi per i “richiedenti asilo” e far sì che tutte le differenze, le disuguaglianze e questo alienamento autoimposto tra noi e i migranti si avvicinino, si concentrino in un contatto giornaliero e sempre più profondo. Con la speranza che tutto questo provochi una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata». Non teme che questa soluzione possa non piacere a una buona parte della popolazione europea? «Lo so, una rivoluzione simile presuppone tanti anni di instabilità e asperità. Anzi, in uno stadio iniziale, potrà scatenare altre paure e tensioni. Ma, sinceramente, credo che non ci siano alternative più facili e meno rischiose, e nemmeno soluzioni più drastiche a questo problema. L’umanità è in crisi. E l’unica via di uscita da questa crisi catastrofica sarà una nuova solidarietà tra gli umani».

meno talk-show e più mobilitazioni per manifestare concretamente presenza e solidarietà

la nostra frontiera

di Norma Rangeri
in “il manifesto” del 29 agosto 2015

foto premio migranti

 come muore un bambino asfissiato dentro un tir?

In attesa di cambiare il mondo e mettere fine alle guerre post-coloniali dell’Occidente e a quelle che ora combattono le pretromonarchie in Medio Oriente, dovremmo ingaggiare una guerra di resistenza, che già ci coinvolge tutti: l’assuefazione alle stragi quotidiane dei migranti. Il rischio di digerire sempre più rapidamente le notizie che ogni giorno la televisione porta nei nostri tinelli è fortissimo. Il rullo mediatico macina i morti a pranzo e a cena e, lo sappiamo, l’abitudine è capace di rendere sopportabili cose spaventose. Del resto bastava sfogliare i giornali di ieri per vedere che l’eccitazione della grande stampa era tutta per la “questione romana”, mentre le decine di morti asfissiati sul Tir che trasportava uomini, donne e bambini dall’Ungheria all’Austria faticava a guadagnare i grandi titoli di prima pagine. Perfino giornali progressisti e sempre in prima linea contro le malefatte della casta, relegavano la strage del camion in poche righe. Naturalmente con le eccezioni del caso, a confermare la regola, e fatti salvi i giornali della destra che contro i migranti sparano titoli forcaioli per lucrare qualche copia lisciando il pelo ai peggiori sentimenti xenofobi e razzisti di lettori e elettori. Ma l’informazione ai tempi della rete può anche essere l’antidoto al prevalere di assuefazione e abitudine. Come dimostra il caso dell’attivista islandese, promotore di una raccogliere fondi a favore di un uomo, rifugiato palestinese, proveniente dal campo profughi siriano di Yarmuk, a Damasco. Grazie all’immagine di Abdul che vende penne biro all’incrocio di una strada di Beirut con la figlioletta in braccio, il web ha prodotto un felice cortocircuito e scatenato una gara di solidarietà. Tuttavia non è solo l’informazione a essere chiamata in causa. Subito dopo viene la politica e in primo luogo quella che si richiama ai principi di libertà e uguaglianza della sinistra. Come è possibile che lungo i muri che l’Europa costruisce sulle frontiere di terra non ci siano manifestazioni di protesta accanto all’esodo di chi fugge e muore? Perché davanti a quel filo spinato piantato dal regime reazionario del premier ungherese Orbàn non c’è una carovana di quei militanti che dicono di battersi per favorire finalmente l’apertura delle frontiere della Fortezza– Europa? Al punto in cui siamo nessuno più può dire di non sapere perché tutto l’orrore e il dolore è in onda, e non siamo più in pochi a vedere quel che accade. Persino leader europei come Merkel devono scendere in campo politicamente e personalmente per dire che i vecchi trattati (Dublino) sono da rivedere. La sinistra dovrebbe fare dell’immigrazione la sua battaglia principale, giocandola all’offensiva, nei singoli paesi di appartenenza e nei punti caldi dell’esodo. I convegni sono utili ma non bastano. Meno talk-show e più mobilitazioni per manifestare concretamente presenza e solidarietà. Per esempio sulla nostra grande frontiera del Mezzogiorno, la prima linea per i comuni che cercano di accogliere come possono i sopravvissuti ai viaggi della morte. Il Sud dovrebbe essere anche la frontiera della sinistra. E intanto, in attesa di cancellare leggi criminogene come la Bossi-Fini, a chi fugge per mare e per terra su un gommone o nel cassone di un Tir, per non morire basterebbe salire su una nave o su un treno. Con un semplice, regolare biglietto.

il commento al vangelo della domenica

TRASCURANDO IL COMANDAMENTO DI DIO

VOI OSSERVATE LA TRADIZIONE DEGLI UOMINI

commento al vangelo della domenica ventiduesima del tempo ordinario (30 agosto 2015)  di p. Alberto Maggi

maggi
Mc 7,1-8,14-15,21-23

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Ogni volta che Gesù comunica vita spuntano immediatamente i nemici della vita.
Infatti, scrive l’evangelista, “si riunirono intorno a lui i farisei e alcuni degli scribi”. Gli scribi erano i teologi ufficiali, il magistero della religione giudaica, “venuti da Gerusalemme”. Questa volta Gesù deve aver combinato qualcosa di grave perché si scomodano questi grandi personaggi addirittura dalla Santa Sede dell’epoca, la capitale religiosa, da Gerusalemme.
E uno si chiede “cosa potrà mai aver combinato di grave questa volta Gesù
Dice Marco “Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano” – non ‘cibo’ come è stato tradotto, ma “pani con mani impure”. L’evangelista si riferisce all’episodi della condivisione dei pani che, come per ogni evangelista, raffigura l’Eucaristia, e Gesù quando aveva dato i pani alla gente non aveva chiesto loro di purificarsi prima. Perché – e questo è il significato dell’Eucaristia – non bisogna essere puri per mangiare, ma è il mangiare che rende puri.
Ebbene, questo scandalizza, questa libertà scandalizza, e questi farisei e scribi rimproverano Gesù “perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi” Secondo loro Mosè sul Sinai aveva ricevuto due leggi. Una, quella scritta, e l’altra, quella orale, che aveva lo stesso valore di quella scritta; questa si chiamava la tradizione degli antichi, aveva lo stesso valore di Parola di Dio. “Ma prendono il cibo con mani impure?”
La risposta di Gesù è sorprendente. Gesù si rivolge – ripeto, siamo davanti ai massimi esponenti della gerarchia religiosa, quando parlava lo scriba aveva lo stesso valore della Parola di Dio. Ebbene, Gesù si rivolge a loro dicendo “Bene ha profetato Isaia di voi!” E uno si aspetta chissà forse un complimento. “Teatranti!” Il termine ‘ipocrita’ non indicava a quel tempo una connotazione morale come si ha oggi, ma indicava il commediante, colui che lavorava al teatro. L’ipocrita era colui che, quando si esibiva al teatro non lo faceva con il proprio volto, ma con una maschera sul volto.
E Gesù cita il  profeta Isaia, capitolo 29 vers. 13, “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore” – il cuore nel mondo ebraico è la mente, la coscienza – “è lontano da me”. Quindi tutto il vostro culto, tutta la vostra religiosità è soltanto una facciata esterna, ma sono altri i vostri interessi.
Ed ecco l’affondo “invano vi rendono culto insegnando dottrine che sono” – loro si sono lamentati che i discepoli non osservano la tradizione degli antichi, Gesù invece la squalifica, “precetti di uomini”. Loro pretendono di dare autorità divina a quelle che sono soltanto le loro invenzioni per dominare. Quindi pretendono che certe tradizioni procedano da Dio, quando loro sanno che non procedono da Dio, soltanto per dominare il popolo.
E infatti, accusa Gesù, “trascurando il comandamento di Dio”, il comandamento di Dio è a favore degli uomini, “voi osservate la tradizione degli uomini”, per il vostro interesse. E qui è lamentevole vedere come i liturgisti  hanno massacrato questo testo eliminando il brano del Korban, dell’offerta sacra a Dio, il brano in cui “per onorare Dio si disonoravano gli uomini”. Questo per i loro interessi.
Allora Gesù chiama di nuovo la folla e si rivolge a tutti quanti. Dice “ascoltatemi”. E’ un invito a un ascolto attento, non solo all’ascolto, anche a comprendere, e Gesù fa qualcosa di grave, qualcosa di talmente grave che poi dopo dovrà scappare all’estero. “Non c’è nulla al di fuori dell’uomo che entrando in lui possa renderlo impuro”. E il libro del Levitico? Il libro del Levitico contiene tanti capitoli indicando quello che è impuro e entrando nell’uomo gli rende impossibile la comunione con Dio. Ebbene Gesù qui alza il tiro. Gesù, dalla critica alla legge orale, il Talmud, passa addirittura – e questo è gravissimo – a criticare la legge scritta. Tanto è vero – e questo è un altro massacro dei liturgisti  che eliminano i versetti importanti dell’incomprensione dei discepoli – i discepoli erano pronti a rompere con la legge orale, ma non con quella scritta. 
E, c’è un commento dell’evangelista che è contenuto soltanto nel vangelo di Marco, che è molto grave, “così rendeva puri tutti gli alimenti”. Cioè Gesù smentisce il libro del Levitico, Gesù smentisce la Parola di Dio. Quello che è contenuto nel libro del Levitico, con l’elenco di tutti i cibi puri e impuri, non corrisponde alla volontà di Dio. Dicevo che è talmente grave che dopo di questo Gesù dovrà scappare a Tiro.
Ed ecco l’indicazione di Gesù: quello che determina il rapporto con Dio non è qualcosa di esterno all’uomo, e neanche riguarda il culto, ma sono tutti i cattivi atteggiamenti che fanno male agli altri. E qui Gesù elenca dodici atteggiamenti tutti contro l’uomo e nessuno contro la religione.
La prima è – non l’impurità come hanno tradotto –  ma “prostituzioni” e per prostituzioni non si intende soltanto l’esercizio della prostituzione, ma il vendersi per fare carriera, il vendersi per successo, per la propria ambizione e così via. Ci sono dodici atteggiamenti, nessuno di questi riguarda Dio e, quando si faceva un elenco per far ricordare a memoria, il primo e l’ultimo erano i più importanti, perché erano quelli che rimanevano meglio in memoria. Il primo è “prostituzioni”, l’ultimo “la stoltezza”, la stupidità.
Stupido nei vangeli è chi vive soltanto per sé. Chi pensa soltanto al proprio interesse e non si accorge dei bisogni, delle necessità degli altri. Ed ecco la dichiarazione di Gesù “tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”. Quindi per Gesù la distinzione tra puro e impuro non procede da Dio. L’impurità nasce dalla cattiva relazione che si ha con gli altri uomini.

 

se la religione divide è possibile andare ‘oltre la religione’?


Oltre i dogmi, la dottrina, le gerarchie. Cosa resta del cristianesimo in tempi post-religionali

oltre i dogmi, la dottrina, le gerarchie

cosa resta del cristianesimo in tempi post-religionali

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tratto da: Adista Documenti n° 29 del 05/09/2015
 

è un tema per molti aspetti ancora nuovo quello della crisi e del possibile superamento della religione, intesa come la forma storica concreta, dunque contingente e mutevole, che la spiritualità, cioè la dimensione profonda costitutiva dell’essere umano, ha rivestito a partire dall’età neolitica

Che le religioni così come le conosciamo siano destinate a morire non è in realtà un’idea largamente condivisa dai teologi, molti dei quali sottolineano al contrario segnali di indubbia vitalità del fenomeno religioso. Come già aveva evidenziato nel 2012 un numero di Voices – la rivista di teologia dell’Associazione dei Teologi e delle Teologhe del Terzo Mondo (Asett o Eatwot) – dedicato alla questione, dal titolo “Verso un paradigma post-religionale?” (v. Adista Documenti n. 16/12), la religione sembra mostrare una notevole effervescenza in metà del mondo e una profonda crisi nell’altra metà, benché le due metà si presentino spesso mescolate e non facilmente identificabili. Di certo, però, è impossibile negare che sia in atto in molti luoghi un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite e che la comprensione della religione – vista non più come un’opera divina, ma come una costruzione umana – ne risulti profondamente trasformata. Ma allora, se il ruolo tradizionale della religione è in crisi irreversibile, quali forme assumerà nel futuro l’insopprimibile dimensione spirituale dell’essere umano? Potrà esistere una religione senza dogmi, senza dottrina, senza gerarchie, senza la pretesa di possedere la verità assoluta? E che ne sarà in questo nuovo quadro della tradizione di Gesù? Riuscirà il cristianesimo a trasformare se stesso, rinnovandosi radicalmente in vista del futuro che lo attende?

È un compito, questo, a cui hanno già rivolto le proprie riflessioni teologi come il gesuita belga Roger Lenaers, con la sua proposta di riformulazione della fede nel linguaggio della modernità (v. Adista nn. 44/09, 26/12, 13/14), o il vescovo episcopaliano John Shelby Spong, con la sua rilettura post-teista del cristianesimo (oltre, cioè, il concetto di Dio come un essere onnipotente che dimora al di fuori e al di sopra di questo mondo e che da “lassù” interviene nelle questioni umane, v. Adista n. 94/10, 28/12, 35 e 39/13, 23/14). Riflessioni che, insieme a quelle di diversi altri autori (di alcune delle quali daremo conto sui prossimi numeri di Adista), figurano in un numero speciale (il 37/2015) della rivista di teologia Horizonte, pubblicata dalla Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais, dedicato proprio al paradigma post-religionale. Un numero ricco di spunti e di suggestioni, di valutazioni anche molto distanti tra loro, ma, nella minore o maggiore radicalità dei contenuti, sostanzialmente animate da una convinzione di fondo: che, cioè, pur nella necessaria – dolorosa ma alla fine liberante – rinuncia al teismo, il messaggio originario della fede cristiana non perde comunque nulla di veramente essenziale. Anche in una visione moderna del mondo, che è una visione esplicitamente non-teista, resta inalterata, infatti, spiega Lenaers nel suo intervento, «la confessione di Dio come Creatore del cielo e della terra, inteso come Amore Assoluto, che nel corso dell’evoluzione cosmica si esprime e si rivela progressivamente, prima nella materia, poi nella vita, poi nella coscienza e quindi nell’intelligenza umana, e infine nell’amore totale e disinteressato di Gesù e in coloro in cui Gesù vive». Come pure resta invariata «la confessione di Gesù come la sua più perfetta auto-espressione» e «la comprensione dello Spirito come un’attività vivificante di questo Amore Assoluto». E ciò malgrado Lenaers non nasconda di certo di quale portata siano le conseguenze di una rilettura del messaggio cristiano nel linguaggio della modernità, esprimendo tutta la distanza che separa il quadro concettuale premoderno – secondo cui il nostro mondo sarebbe completamente dipendente dall’altro mondo e dalle sue prescrizioni – da quello “credente moderno”, in cui risulta impensabile che un potere esterno al mondo intervenga nei processi cosmici, in quanto esiste solo un mondo, il nostro, che è un mondo santo, in quanto autorivelazione progressiva dell’Amore Assoluto. Una prospettiva in base a cui Lenaers rilegge in modo nuovo le formulazioni premoderne della dottrina tradizionale relativamente al Credo, alla resurrezione, ai dogmi mariani, alle Sacre Scritture, ai dieci comandamenti, alla gerarchia, ai sacramenti, alla liturgia, alla preghiera di petizione.

si propongono alcuni stralci dell’intervento di Lenaers, rimandando per la lettura integrale del lungo articolo, nella versione originale inglese, al sito della rivista Horizonte e, in quella tradotta in spagnolo, al sito di Servicios Koinonia.

schiavismo italiano

i nuovi schiavi dei campi sono africani ed europei

per un euro a quintale

I nuovi schiavi dei campi sono africani ed europei per un euro a quintale

 

lavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli. Specialmente nel Sud Italia

Nelle campagne questo sfruttamento grigio-nero è molto più «nero» che grigio. Per il colore della pelle della maggioranza dei lavoratori. Per la fatica bestiale che richiede, non meno di 10-12 ore sotto il sole cocente, con paga «a cottimo», 3 euro per ogni cassone di 3 quintali di pomodori. Per gli abusi d’ogni tipo sulle persone, che nei confronti delle donne sono ovviamente abusi sessuali. Per il taglieggiamento continuo sui lavoratori: la percentuale di 50 centesimi per ogni cassone di pomodori; il «biglietto» di 5 euro a cranio per il trasporto sul luogo di lavoro, stipati anche in quindici in furgoni e in utilitarie; il «contributo» di un euro su ogni bottiglia di acqua per dissetarsi.

Secondo i dati dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, 15 province italiane assorbono il 50,6 per cento della manodopera agricola straniera e, tra queste, la provincia di Foggia è al primo posto, con il 6,4 per cento. Il Tavoliere è dunque soltanto il picco più alto di questo infinito dramma, che nonostante i proclami è l’unica «filiera» agricola che funzioni davvero. Una «filiera» in cui vengono triturati non solo i neri africani concentrati in ghetti come quello di Rignano Garganico, che è solo il più grande e il più mediaticamente efficace, ma anche i bianchi europei della ex Europa dell’Est – romeni e bulgari su tutti -, che fanno i «pendolari» e terminata la stagione «da neri» tornano in patria, con qualche euro e molte umiliazioni in più.

L’emergenza quindi è stabile, endemica, aggravata dall’aumento di offerta di manodopera dovuta ai sempre più numerosi arrivi di clandestini e di rifugiati richiedenti asilo in cerca di lavoro. Tutto questo è manna per i «caporali» e per la grande distribuzione agroalimentare. Anche per i produttori, certo, ma questi, se non sono latifondisti, sono in qualche modo anch’essi vittime della «filiera», perché i prezzi del prodotto li fa la distribuzione, e il produttore, «per stare nei costi», si risolve a impiegare la manodopera arruolata dai caporali. Non solo. C’è poi la burocrazia, che spesso e volentieri, per concedere agli immigrati il permesso di soggiorno si ostina a chiedere loro «la residenza» (che non c’entra nulla), così da alimentare tutta una compagnia di giro – composta da avvocati, consulenti, cooperative di servizi vari – che procaccia e vende contratti di affitto e documenti di varia natura che gli immigrati comprano per non diventare «fuorilegge».

E così un altro giro di giostra ricomincia. Fino al prossimo «caso umano», alla «scoperta» del prossimo ghetto, alla solenne istituzione del prossimo «Tavolo istituzionale interforze permanente contro l’illegalità e il lavoro nero» (nientedimeno). Ma strutture da campo mobili e temporanee per i lavoratori stagionali, con permesso di soggiorno e garanzia del diritto alla salute, con costi di residenza e trasporto anche a carico della grande distribuzione e delle organizzazioni dei produttori, no? Una cosa del genere, la fece Jacob Fugger ad Augusta, nel 1516. Non era Mao Zedong, ma uno dei più grandi capitalisti dell’età moderna.

Carlo Vulpio

papa Francesco contro le crociate anti ‘gender’

  autrice gender scrive a Papa Francesco che le risponde: “Vai avanti” 

papa-francesco

Francesca Pardi, fondatrice con la compagna Maria Silvia Fiengo, della casa editrice per bambini Lo Stampatello, racconta la sorpresa di aver ricevuto una lettera dal Papa

”Mi ha detto di andare avanti e mi ha impartito la benedizione”

Francesca Pardi, fondatrice con la compagna Maria Silvia Fiengo, della casa editrice per bambini Lo Stampatello, autrice di libri come Piccolo Uovo, Piccola storia di una famiglia: perché hai due mamme? e Qual è il segreto di papà? nell’occhio del ciclone gender dopo la messa all’indice dei libri da parte del sindaco di Venezia, racconta la sorpresa di aver ricevuto una lettera dal Papa. E’ fiera la Pardi di tenere tra le mani la missiva firmata da mons. Peter B. Wells per conto di Francesco, ”sperando – dice l’autrice – che questo gesto avvii un cambiamento di toni sul tema delle famiglie ‘altre’, un maggiore rispetto per persone come me in un momento in cui ci sentiamo oggetto di una crociata”. La Pardi aveva mandato a giugno al Papa l’intero catalogo dei libri editi da Lo Stampatello sperando in una lettura. ”Non troverebbe, tra queste pagine – ha scritto – neanche l’ombra di quella teoria del gender di cui questi libri sarebbero lo strumento principale: dov’è che diciamo ai bambini che possono scegliere il proprio genere? dove parliamo loro di sesso?”.

Cardini e il ‘raggio di sole’ papale

“LAUDATO SI’ “

un raggio di sole nella nebbia postmoderna

di Franco Cardini

 

 

  
 
“…voglio dedicare all’enciclica Laudatosi’solo poche semplici parole, come si addice a queste pagine. Parole di gratitudine per questo raggio di sole nella nebbia postmoderna, per questa rosa sbocciata nel deserto dell’egoismo e dell’ipocrisia nel quale ci sembra ormai di esserci definitivamente sperduti quando leggiamo dei buoni cristiani che desertificano e inquinano il mondo per fame e sete di profitto, dei rispettabili banchieri (cristiani anch’essi) che preferirebbero strangolare un popolo intero piuttosto che concedergli ancora qualche mese di dilazione per consentirgli di pagare i suoi debiti, degli indefessi difensori della Civiltà Cristiana che auspicano naufragi di massa di migranti nel Canale di Sicilia. E’ su questo mondo devastato dall’egoismo e dall’ingiustizia che sono cadute come una pioggia benefica le parole di papa Francesco ispirate al Povero di Assisi.
“Laudatosi’, mi’ Signore, cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. Ogni aspirazione a cambiare e migliorare il mondo richiede di cambiare profondamente gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società. L’autentico sviluppo umano possiede un carattere morale e presuppone il pieno rispetto della persona umana, ma deve prestare attenzione anche al mondo naturale”.
 
Molti (oggi viviamo stranamente in una società atea, ch’è però piena di Padreterni) hanno trovato queste parole deludenti in quanto ovvie, banali, piene di cose risapute eccetera, in tutto degne del mediocre livello delle prediche che papa Bergoglio pronunzia ogni mattina dal pulpito di Santa Marta. Dio benedica quest’ovvietà, questa banalità. Dio voglia che essa si trasformi in progetto sociale e in programma politico. Dio voglia che, dopo aver goduto della fortuna di essere governati per decenni da imprenditori, banchieri, tecnocrati, managers, e dai governi che sono diventati ormai loro comitati d’affari, riusciamo alla fine a guardar oltre la loro avida miopìa e a riacquistare la coscienza della nostra autentica identità – oggi che di “identità” tanto si parla -, quelli di custodi d’un bene che non ci appartiene ma del quale siamo responsabili, di un pianeta nel quale tutti possiamo e dobbiamo vivere con quel minimo di dignità per tutti che nasce da una ragionevole condivisione, d’un mondo nel quale sia possibile svilupparsi anche senza ricorrere a strumenti di costrizione e di corruzione come la tirannia, la guerra e la droga.
 

“migranti e rifugiati ci interpellano”

 la profezia della giustizia sociale

La Stampa, 23 Agosto 2015
di ENZO BIANCHI

Bianchi

ancora una volta papa Francesco ha mostrato come per lui il Vangelo sia non solo una buona notizia «spirituale», ma un annuncio che coinvolge tutta l’umanità nella sua condizione debole, fragile, limitata, segnata dalla sofferenza e dal male.

Così, proprio per vivere adeguatamente e in verità l’anno della misericordia proclamato, Francesco nel messaggio per la Giornata del rifugiato del prossimo 17 gennaio ha ricordato che vivere la misericordia da cristiani significa innanzitutto «fare misericordia», secondo il linguaggio del Vangelo, che con questo termine indica l’azione del samaritano verso l’uomo caduto vittima dei briganti sulla strada di Gerico.

 Chi ha sperimentato la misericordia di Dio nei propri confronti deve «fare» misericordia verso l’altro a qualunque popolo, cultura, religione, condizione sociale appartenga. Chi è cristiano dovrebbe sentirsi per così dire «obbligato» a questo atteggiamento perché ha conosciuto nella propria carne la misericordia usatagli da Dio, ma anche chi non è cristiano può in ogni caso sapere che l’essere umano che sta di fronte a lui ha gli stessi suoi diritti, chiede lo stesso rispetto della propria dignità: così nasce la responsabilità di aiutare l’altro, di riconoscerlo, di fargli del bene, di liberarlo dalla condizione di sofferenza in cui giace.

Ecco perché papa Francesco afferma che «migranti e rifugiati ci interpellano»: sono nostri fratelli e sorelle in umanità, vittime della guerra, della violenza, del potere tirannico o della fame e della precarietà delle loro vite. Oggi sono in molti quelli che, anche se non cristiani, comprendono e denunciano come sia venuta meno nella nostra cultura e nel tessuto della nostra vita sociale la «fraternità», questa virtù senza la quale anche l’uguaglianza e la libertà restano parole vuote. Se non c’è la ricerca laboriosa e a volte faticosa della fraternità, allora l’altro, gli altri risultano soltanto realtà cosificate, valutate solo in base ai nostri interessi, alla loro utilità per noi, alla loro incidenza positiva o negativa sul nostro benessere individuale, al loro essere ostacoli sulla via della nostra felicità.

In una situazione come quella vissuta nei Paesi del benessere, seppur attraversati da crisi economiche patite dai più poveri e dai senza dignità, i cristiani e dunque la chiesa hanno innanzitutto il compito di mostrare, con il loro comportamento, e il loro contributo all’edificazione della polis, che si oppongono alla barbarie che avanza a grandi passi soprattutto da due decenni, in Europa e nella nostra Italia. Com’è possibile che il veleno della xenofobia abbia ammorbato le nostre popolazioni che più di altre hanno conosciuto in passato la sofferenza dell’emigrazione, la fuga da una terra incapace di dar loro lavoro e nutrimento? Com’è possibile che una lunga tradizione cattolica, vanto e orgoglio della chiesa negli ultimi decenni, si mostri così facilmente contraddetta in valori a lungo professati come quello dell’accoglienza e dell’ospitalità? Com’è possibile che godendo di condizioni migliori sul piano economico, tecnologico, culturale ci sentiamo minacciati dai poveri che bussano alle nostre frontiere? Non si tratta di accogliere tutti – perché questo non è possibile, prima ancora che per l’insostenibilità economica, a motivo della nostra stessa condizione umana segnata dal limite – ma almeno di tentare di regolare i flussi migratori in un’ottica di solidarietà europea, di fare terra bruciata attorno agli interessi economici e geopolitici che fomentano le guerre e le sopraffazioni, di favorire condizioni che permettano a quei popoli di restare nelle loro terre e di non essere costretti a intraprendere, al prezzo della vita, esodi attraverso il deserto e il Mediterraneo. La vita di una persona non ha forse lo stesso valore indipendentemente dalla terra in cui viene alla luce? I diritti, prima di essere quelli di un cittadino di una determinata nazione devono essere riconosciuti come «diritti dell’uomo» in quanto tale.

È in questa situazione disperata che papa Francesco, ma anche diversi esponenti della chiesa italiana, fanno sentire la loro voce in modo forte e anche critico, ma in obbedienza alle istanze del vangelo: sbattere la porta in faccia a chi sta morendo nel «mare nostro» o respingere chi si avvicina al nostro territorio è «uccidere il fratello», negargli il diritto a vivere. E se è vero che non si possono accogliere tutte le miserie del mondo, ciascuno tuttavia superi se stesso e i propri egoismi nell’accogliere chi nella sua miseria rischia la morte.

Chi dice che l’intervento della chiesa in questi giorni genera confusione o chi giudica le parole dei vescovi un’invasione nel campo della politica vuole semplicemente mettersi al riparo da parole profetiche scomode e giustificare l’attuale esercizio del potere politico e finanziario. È vero che la chiesa e la politica hanno compiti diversi, ma in un’autentica democrazia anche le parole della chiesa, come quelle dei cittadini possono essere contestazione dell’esercizio del potere politico ed economico e contribuire a renderlo più giusto. La verità è che negli ultimi due decenni in Italia ci eravamo abituati a una presenza di chiesa silente sui temi della giustizia sociale concreta o a volte addirittura a una presenza ecclesiastica che accettava di fornire un supporto al potere, intonacando il muro cadente di una politica corrotta e senza rispetto degli ultimi e dei poveri.

Sì, da un’ipotesi di «cattolicesimo quale religione civile» siamo ritornati a un cristianesimo profetico che sa dire la verità a caro prezzo, anche di fronte ai potenti. Ed è significativo che chi oggi si oppone maggiormente alle parole profetiche della chiesa non siano tanto atei devoti o irreligiosi, ma sovente proprio dei cattolici, che si mostrano «cristiani del campanile» e non del Vangelo, arrivando anche a chiamarsi «cattolici adulti» di fronte alla semplice denuncia evangelica dei vescovi. Costoro non conoscono nemmeno cosa significhi autonomia dei cattolici in politica, conquistata a caro prezzo già dai padri costituenti, e confondono l’essere cattolici con il semplice richiamo verbale urlato a riti e tradizioni svuotate del nerbo e della mitezza evangelica che le avevano suscitate. Criticare un uso distorto del potere non significa alimentare la sfiducia verso la politica bensì ricordare nel concreto delle azioni quotidiane che «merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto».

Se oggi constatiamo qualunquismo, diffidenza, sfiducia verso le istituzioni nazionali e sovrannazionali, i primi che si dovrebbero interrogare sulle cause sono proprio quelli che esercitano il potere politico: si chiedano se per loro la politica è servizio verso gli ultimi e i meno muniti, se hanno il senso del bene comune e, qualora si dicano cristiani, si confrontino concretamente con il Vangelo e le sue esigenze e non con gli appetiti del loro piccolo campanile. Anche su questo, migranti e rifugiati ci interpellano.

la tracotanza di Salvini

la sfida di Salvini a Papa Francesco

salvini

I conflitti tra Chiesa e Carroccio durano da molti anni, ma si sono moltiplicati negli ultimi tempi sul rapporto con “gli altri”. E con le “altre” religioni. Con il leader leghista che si erge a unico difensore degli interessi territoriali. Contro la vocazione universale del cattolicesimo

papa-francesco

di ILVO DIAMANTI

Fra la Lega di Salvini e la Chiesa di Papa Francesco il clima dei rapporti non è propriamente evangelico. Al contrario: volano parole grosse se non proprio insulti. Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha liquidato le critiche leghiste a papa Francesco come “affermazioni insulse di piazzisti da quattro soldi”. Il Pontefice, lo rammentiamo, aveva equiparato la scelta di respingere gli immigrati a un “atto di guerra”. Di più: “violenza omicida”. E, per questo, in precedenza, aveva chiesto “perdono”. Per le persone e le istituzioni che “chiudono la porta ai disperati che fuggono dalla morte e cercano la vita”. Parole gravi, riferite a una platea ampia. Perché è ampio il fronte degli “amplificatori della paura”. Che raccolgono – e alimentano – l’inquietudine sollevata dal flusso dei migranti. Ma Salvini si è affrettato a reagire. Perché si è sentito chiamato in causa, in prima persona. Ma anche perché, così, ha inteso “farsi carico”, in prima persona, di rappresentare le paure. Contro la minaccia dell’invasione. Così, da un lato, ha chiesto: “Quanti rifugiati ci sono in Vaticano?”. Per sottolineare l’atteggiamento “irresponsabile” della Chiesa. Mentre, dall’altro, ha sostenuto che chi difende l’invasione – ancora la Chiesa – “o non capisce o ci guadagna”. Puntando il dito sugli interessi dell’associazionismo cattolico. Sostenuto e finanziato con i fondi pubblici.

Il conflitto fra Lega e Chiesa (tematizzato da Roberto Cartocci in un bel libro di alcuni anni fa) è acceso. Proseguirà a lungo. Non solo perché gli sbarchi continueranno per molto tempo ancora. Ma perché le polemiche fra Lega e Chiesa durano da molto tempo. A partire dalle invettive di Bossi contro “il Papa polacco” e contro “i vescovoni”. I conflitti, però, si sono moltiplicati negli ultimi anni, proprio intorno a questo tema. Il rapporto con gli “altri”. Con le religioni degli “altri”. Con le “altre” religioni. Come nel 2009, quando la Lega di Bossi polemizzò aspramente contro il Cardinale Dionigi Tettamanzi. Arcivescovo di Milano. “Colpevole” di aver sostenuto il diritto di culto e di fede religiosa per tutti. Anche per gli islamici. E, quindi, in contraddizione con le “guerre di religione” contro i minareti e le moschee dichiarate dalla destra. Per prima, dalla Lega. Un tempo separatista, comunque padana e nordista, nel 2009 aveva proposto di inserire la croce nel tricolore. La Lega. Già allora si era “evoluta” in Lega nazionale. A difesa dell’identità cristiana del Paese. Per questo la polemica sollevata da Salvini non costituisce una rottura nella storia leghista. Ma si presenta, al contrario, in continuità con il passato, non solo recente. Soprattutto oggi che la “questione religiosa” incrocia la “questione politica” posta dai rifugiati e dai migranti. Salvini, traduce i messaggi e gli ammonimenti del Papa e di mons. Galantino non in accuse ma in titoli di merito. Che esibisce con orgoglio. La Lega: sta con Bagnasco come ha detto ieri Maroni. E Salvini si erge a difensore della sicurezza e, al tempo stesso,

bussano e occorre saper aprire la nostra porta

bussano alla nostra porta

migranti

di Guillaume Goubert
in “La Croix” del 25 agosto 2015

 “Il problema di sapere come agiamo nei confronti dei migranti ci occuperà molto più della Grecia o della stabilità dell’euro”

Pronunciando questa frase il 16 agosto, Angela Merkel ha molto colpito. Tanto criticata per la sua ossessione del rigore monetario, la cancelliera tedesca, improvvisamente, ha spostato il nostro sguardo, dicendoci che il problema più importante dell’Unione europea e dei suoi Stati membri non è il rispetto di criteri contabili. È il modo di rispondere alla folla crescente di coloro che vogliono trovare qui rifugio contro la guerra o la povertà. È evidente, di fronte ad un flusso di tale ampiezza: lo si può canalizzare, ma non bloccare. A meno di usare la forza armata contro i migranti. A meno di rinchiuderci dietro una nuova cortina di ferro, come alcuni sono tentati di fare. Ad esempio l’Ungheria, il paese che potrebbe coltivare l’orgoglio di aver, nel 1989, aperto la prima breccia nella recinzione che chiudeva i paesi sotto la dominazione sovietica. Al contrario, comincia a costruire una barriera contro i migranti venuti dal Sud. Che, molto probabilmente, non servirà. Le difficoltà che attendono i paesi europei non possono essere sottovalutate. Ma è meglio guardare la realtà in faccia, piuttosto che tergiversare o discutere sulla suddivisione dei carichi. È ora che l’Europa attui una vera politica di accoglienza dei migranti. In particolare, affermando la priorità dei richiedenti asilo provenienti da paesi in guerra e attuando procedure per trattare rapidamente le domande. È importante, anche, dire la verità ai cittadini europei, piuttosto che lasciar credere che ci si possa sottrarre al problema. Certo, si deve agire per la pace in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Eritrea. Ma ci vorrà molto tempo. Intanto, coloro che fuggono dalla violenza sono alle nostre porte. Vediamo di saperle aprire.