il futuro dei sinti e dei rom a Lucca

 

rom e sinti a Lucca: i progetti dell’amministrazione comunale

 nuovo campo di ‘transito’ e chiusura della Scogliera

a ‘Buongiorno con Noi’ l’assessore Sichi ha esposto le intenzioni del Comune sui campi nomadi: la Scogliera sarà smantellata per esaurimento, le Tagliate potrebbero diventare un campo di ‘transito’

di seguito l’intervista all’assessore Sichi (viene comunque da dire: se son rose fioriranno! non si ha però, di primo acchito, un’impressione così rosea del progetto, sia perché sembra la millesima riespressione dell’idea che in trent’anni e più si sente dire, sia soprattutto perché sembra formulato così sopra la testa della gente che non viene neanche in mente, a chi vagheggia tali idee, di interpellare coloro che dovrebbero essere i fruitori di tale progetto):

Individuare un campo di ‘transito’ per Rom e Sinti e arrivare gradualmente alla chiusura del campo della Scogliera. Queste le intenzioni del Comune di Lucca sui campi nomadi, così come le ha esposte l’assessore alle politiche abitative Antonio Sichi nel corso del programma ‘Buongiorno con Noi’.

Sichi ha spiegato che nell’ambito del piano strutturale si deciderà dove individuare il nuovo campo di transito per rom e sinti, alla stregua di quelli già in attività negli altri capoluoghi. Non è escluso che si decida di scegliere la zona dove il campo c’è già, cioè alle Tagliate. Il campo però a quel punto sarà regolamentato, ha detto Sichi. Ci sarà un determinato numero di posti e non sarà più consentita una permanenza a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la Scogliera, Sichi ha detto che si va verso lo smantellamento per esaurimento della parte pubblica demaniale del campo. Già tre delle otto famiglie insediate hanno maturato il diritto alla casa pubblica e il Comune impedirà che altre famiglie prendano il loro posto

E le casette costruite invece sui terreni privati? L’assessore ha detto che si tratta di abusi edilizi perchè realizzate in area golenale e quindi bisognerà trovare delle forme di compensazione urbanistica per i residenti, senza però specificare che soluzioni saranno trovate.

Sichi in ogni caso ha rivendicato l’impegno concreto dell’amministrazione nel tentare di risolvere una situazione che non è mai stata affrontata prima.

 

Sui nuovi alloggi popolari Sichi ha confermato che ne saranno acquistati altri sette a Montuolo, due dei quali dovrranno essere riservati alle situazioni di emergenza abitativa. Confermato anche che il Comune va avanti sugli alloggi a Pontetetto perchè, ha detto l’assessore, non possiano rinunciare a 14 case di fronte ad una richiesta di case popolari di seicento famiglie.

 

 

 

 

la chiesa e l’opzione per i poveri

 

 

l’opzione per i poveri è opzione per la giustizia,
e non è preferenziale
per un nuovo inquadramento teologico-sistematico dell’opzione per i poveri

una bella riflessione di José María VIGIL

Vigil


 

Situazione della questione

Abbiamo sempre detto che la OP ha fondamento in Dio stesso, nell’essere di Dio, e che ha pertanto natura “teocentrica”[1]: in certo modo possiamo dire che Dio stesso fa opzione per i poveri, Dio “è” opzione per i poveri. Ed aveva un consenso universalmente sentito che questa OP si basasse precisamente sull’Amore-Giustizia del Dio biblico e cristiano[2].

Tuttavia, con l’avvenimento della “crisi della Teologia della Liberazione (TL)”, alcuni autori ammorbidirono il loro discorso sulla OP, preferendo abbandonare la prospettiva dell’Amore-Giustizia[3] e sostituendola quasi completamente per quella della “gratuità” di Dio come fondamento della OP. In questa nuova impostazione, Dio, semplicemente “preferisce” i poveri, ha una “debolezza” misericordiosa, una “tenerezza” incontenibile verso di loro, e per questo fatto non dovremmo cercare molte ragioni, essenzialmente per il fatto di essere “gratuito”.

La OP risulterebbe essere una specie di capriccio di Dio, verso i “piccoli, i deboli, gli insignificanti”.

Questi sarebbero coloro di cui oggi dovremmo parlare, e non più dei “poveri” nel senso forte [4] del discorso classico, che oggi sarebbe già sorpassato. La teologia stessa della OP dovrebbe svincolarsi dal tema forte della Giustizia ed essere aggiudicata al tema gradevole della gratuità.

La mia tesi è che questo spostamento o scivolamento dell’accento dalla Giustizia verso la Gratuità di Dio come fondamento della OP deteriora e alla fine malversa detta opzione – coscientemente o incoscientemente – fino a convertirla in una semplice “preferenza”, in un “amore preferenziale”, una semplice priorità di ordine nella carità[5], smettendo di essere una vera “opzione”, una presa di posizione disgiuntiva ed escludente, come una opzione fondamentale, fondata per noi nella natura stessa di Dio.

Non nego che abbia qualche senso affermare che “Dio ha una preferenza gratuita per i piccoli e i deboli”; però sostengo che questa “preferenza” non può essere identificata in modo preciso con la OP, né molto meno può essere posta come fondamento della stessa. Confondere la OP con questa “preferenza di Dio verso i piccoli e i deboli”, o con il cosiddetto “amore preferenziale per i poveri”, e applicare a questo lo stesso nome di OP, significa essere vittima della confusione, o cedere davanti alla strategia di chi ha tentato di dare un nuovo significato e occupare il termine OP per spogliarlo del suo proprio contenuto. La OP originale e classica latinoamericana, quella tipica della teologia e della spiritualità della liberazione, la OP per la quale morirono i/le nostri/e martiri/e, e che anche noi consideriamo “decisiva e irrevocabile”, è altra cosa, e deve essere distinta da qualsiasi succedaneo. Una fedeltà coraggiosa e lucida deve rifiutare coscientemente ed esplicitamente questo preteso fondamento della OP nella “gratuità” di Dio. E’ questo che voglio aiutare a chiarire. Per questo, niente di meglio che tentare di inquadrare di nuovo, sistematicamente, la natura stessa della OP.

 

Prima tesi: In senso stretto, Dio ama senza preferenze né discriminazioni

Affermare il contrario sarebbe, in buona parte, un antropomorfismo.

Dio vuole bene e ama tutti/e come uguali, con un amore molto peculiare per ogni persona, e contemporaneamente infinito, tanto che questo amore non ha possibilità di essere quantificato né comparato. Ogni persona può sentirsi amata infinitamente da Dio, e nessuno deve sentirsi “preferito” o discriminato né positivamente né negativamente. Non è possibile parlare seriamente di “amori preferenziali” da parte di Dio rispetto ad alcuni essere umani in confronto ad altri. Lo esige la suprema dignità della persona umana e la equanimità infinita di Dio. E tutto quello che si allontana da questo può solo costituire forme inadeguate di parlare, “troppo umane”, antropomorfismi.

Dio non fa parzializzazioni né “accezioni di persone”. Non le ha per motivi di razza, né di colore, genere o cultura… Dio ama tutte le sue creature, con amore realmente “non quantificabile e incomparabile”, nel quale non entrano preferenze né discriminazioni.

 

Seconda tesi: Dio opta per la Giustizia, non preferenzialmente, ma piuttosto alternativamente e in modo escludente

C’è tuttavia un campo nel quale Dio è necessariamente radicale e inflessibilmente parziale: il campo della giustizia. Qui Dio si colloca dalla parte della giustizia e contro la ingiustizia, senza nessuna concessione, senza nessuna “neutralità”, e senza semplici “preferenze”: Dio è contro l’ingiustizia e si pone dalla parte di chi è “senza giustizia”, delle vittime dell’ingiustizia. Dio non fa né può fare una “opzione preferenziale per la giustizia”[6]: piuttosto opta per essa posizionandosi radicalmente contro l’ingiustizia e abbracciando in modo totale la Causa dei senza giustizia.

Questa opzione di Dio per la Giustizia non ha fondamento nella sua “gratuità” né è una specie di “capriccio” divino che potrebbe essere successo in altro modo o semplicemente non essere accaduto, come se la sanzione divina della giustizia obbedisse a un semplice volontarismo etico[7].

L’opzione di Dio per la Giustizia si basa nel suo proprio essere: Dio non può essere in altro modo, non potrebbe non fare questa opzione senza contraddirsi e senza negare il suo proprio essere. Dio è, per “natura”, opzione per la Giustizia, e questa opzione non è gratuita (ma assiologicamente inevitabile), né contingente (ma necessaria) né arbitraria (ma fondata di per sé nello stesso essere di Dio), né preferenziale (ma alternativa, esclusiva e escludente[8]).

 

Terza tesi: la OP è opzione per chi è “senza giustizia”

Il concetto “poveri”, come parte dell’espressione “opzione per i poveri”, ha causato una certa confusione. In effetti, se l’opzione è “per i poveri”, esplicitamente sopraggiunge la tentazione di situare nella “povertà” il fondamento di questa opzione, questo sia identificando falsamente povertà con santità (cosa che fu esclusa fin dal principio), o rielaborando metaforicamente il concetto di “povertà” in differenti direzioni[9], o deviandolo verso qualunque dei gruppi che nell’Antico Testamento paiono essere oggetto di una “preferenza” da parte di Dio (i “deboli e piccoli”…), o in molti altri modi[10].

Si potranno evitare queste deviazioni se si porta alla luce il ruolo teologico che il concetto di “poveri” gioca concretamente nella espressione “opzione per i poveri”. Teologicamente parlando, “poveri” suona qui esattamente come “senza giustizia”. Perché Dio non opta per i poveri in quanto poveri (materiali, economici), ma in quanto “senza giustizia”. La povertà economica non è di per sé una categoria teologica, piuttosto lo è l’ingiustizia che si può avere nella povertà economica. Teologicamente considerata, la “opzione per i poveri” è in realtà “opzione per i senza giustizia”[11]. Se si chiama opzione “per i poveri”, questo si deve al fatto che i poveri (economici) sono la prima espressione dell’ingiustizia e la sua espressione massima o per antonomasia.

Parlando con precisione teologica, i destinatari di questa OP non possono essere identificati più con i “poveri economici” per se stessi, né con i “poveri sono buoni”, né con quelli che sono “poveri in un certo senso”, o con quelli che hanno lo “spirito dei poveri”… (delimitazioni tutte queste molto labili, scivolose, a causa dei giochi metaforici del linguaggio), ma piuttosto i “senza giustizia”, che siano poveri economici o no, metaforici o no.

Al contrario: i “piccoli e i deboli”, ossia, tutti quelli la cui “povertà” non può essere misurata in termini di ingiustizia[12], non devono essere identificati come destinatari espliciti della OP, ma per estensione metaforica. Possono essere oggetto di una “tenerezza speciale” e gratuita da parte di Dio e nostra, però questo sentimento e questo atteggiamento non devono essere confusi con la OP.

Ogni problematica umana che sia convertibile in ingiustizia – benché non abbia a che vedere con la “povertà” nel senso letterale o economico – è oggetto della OP (perché questa è opzione per la giustizia). Così, la discriminazione etnica, di genere, culturale… come forme di ingiustizia che sono, e anche se non si verificano insieme a situazioni di povertà economica, oggetto della OP. Non lo sono per essere forme di povertà – perché non lo sono -, ma per essere forme di ingiustizia.

L’opzione per la cultura disprezzata, per la razza emarginata, per il genere oppresso… non sono opzioni differenti della OP, ma concrezioni diverse dell’unica “opzione per i senza giustizia”, che chiamiamo OP.

 

Quarta tesi: l’essenza teologico-sistematica della OP e il suo fondamento è l’opzione di Dio per la Giustizia

Teologicamente parlando, nel senso dogmatico-sistematico, la vera natura della OP è l’opzione di Dio per la Giustizia. La “radiografia teologica” della OP, il fondamento sul quale si sostiene, ciò che in realtà la costituisce, è l’opzione di Dio per la giustizia.

Se si ignora la sua relazione con la giustizia e la imparentiamo con una semplice “volontà gratuita” di Dio, la OP si perde per strade che le tolgono virtù, la mistificano e la snaturalizzano, finendo per convertirla in un semplice “amore preferenziale”, o in una opzione opzionale, facoltativa, gratuita, arbitraria, contingente, svincolata dalla giustizia, ridotta a “carità” o beneficenza.

L’Opzione per la Giustizia (OG) di Dio è più grande – e precedente – a ciò che la TL latinoamericana captò ed espresse come OP. La OP non è che una derivazione – importante ma non comprendente la totalità – di questa opzione di Dio per la giustizia.

La Op è una forma nostra di percepire, di esprimere e di accettare questa opzione di Dio per la Giustizia.

“Opzione per i poveri” è un nome pastorale, storico, scelto in funzione della sua intelligenza immediata. Però, teologico-sistematicamente considerata, ossia aderendo alla sua essenza teologica più profonda, la OP “è” opzione per la giustizia e il nome che meglio esprime la sua natura teologica sarebbe quello di “opzione per i senza giustizia”[13]. Non intercediamo per un cambiamento di nome; semplicemente richiamiamo l’attenzione sul fatto che il nome non corrisponde a quella che sarebbe una “definizione essenziale”[14] della OP.

 

Quinta tesi: come opzione per la giustizia quale essa è, la OP non è preferenziale ma disgiuntiva ed escludente. Al contrario, la OPP è semplicemente una priorità e non è nemmeno una “opzione”.

La OP è una presa di posizione spirituale, integralmente umana, e pertanto anche sociale e politica, a favore dei poveri nell’ambito del conflitto sociale storico, e per questo è una opzione disgiuntiva ed escludente[15].

La “opzione (non preferenziale) per i poveri” (OP) appartiene al campo della giustizia e si fonda sulla opzione stessa di Dio per la giustizia. Al contrario, la “opzione preferenziale per i poveri” (OPP) appartiene all’ambito della carità[16] e può porsi in relazione con la gratuità di Dio. La OP non ha applicabilità di fronte alle povertà naturali. La OPP, invece, ha valore solo per le povertà naturali.

La OP vede la povertà come un’ingiustizia da sradicare mediante l’amore politico trasformatore, mediante una prassi sociale, come atto di giustizia. La OPP, per sua parte, vede la povertà come qualcosa di spiacevole però forse naturale, come qualcosa che semplicemente si deve compensare con atti di generosità gratuita, assistenziali.

La “preferenzializzazione” della OP, ossia, lo spostamento o la sostituzione della OP mediante la OPP, agisce come un occultamento delle coordinate della giustizia per guardare la realtà solo dalla prospettiva della beneficenza o dell’assistenzialismo. O come la riduzione dell’amore cristiano a una misericordia privatizzata e una solidarietà spiritualizzata. Un cristianesimo con OPP ma senza OP è funzionale a qualsiasi sistema ingiusto. L’opposizione alla OP – e in generale alla teologia e spiritualità della liberazione nel cui seno quella nacque – ha funzionato come il principale obiettivo di coloro che hanno tentato di annullare il rinnovamento postconciliare della teologia e della spiritualità latinoamericana con Medellin e Puebla, e come il ritorno a una Chiesa che legittima il sistema capitalista e neoliberale che anch’esso fu frontalmente ostile alla Chiesa della liberazione latinoamericana e ai suoi innumerevoli martiri.

Applicato alla OP, l’aggettivo “preferenziale”, con l’implicare una relazione di semplice priorità fra termini esenti di disgiuntiva o mutua esclusione, snatura la OP, convertendola in una semplice priorità o preferenza di ordine e negando la possibilità di una opzione radicale per uno dei termini sottomessi a relazione di preferenza. Per questo, parlando rigorosamente, la OPP non è OP, ma, come hanno espresso i suoi teorici, un semplice “amore preferenziale” o una “forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana”. E’ una priorità, e nemmeno è una “opzione” nel senso forte della parola[17]. L’aggiunta dell’aggettivo “preferenziale” è servito in molti casi come “cavallo di Troia” che ha introdotto nella OP il germe del suo proprio snaturarsi. Fortunatamente, sono molti quelli che hanno adottato solo esternamente l’uso dell’aggettivo, per le pressioni all’intorno, senza abbandonare interiormente la comprensione e l’esperienza radicale di quella che è la genuina natura della OP, non preferenziale, ma esclusiva ed escludente.

 

Applicazioni e corollari

OP: trascendentale al livello della norma normans

Nel suo senso teologico-sistematico (prima dunque, o più in là della sua applicazione concreta a mediazioni non teologiche e ben distinte da queste), la OP è un trascendentale che supera e attraversa le dimensioni teologiche e appartiene essenzialmente alla immagine stessa del Dio biblico e cristiano. Il nostro Dio “è” – per il nucleo più profondo delle rivelazione biblica [18] e cristiana, e per se stesso – opzione per la giustizia[19], con assoluta precedenza e con totale indipendenza da ogni scuola teologica o di qualsiasi carisma o spiritualità nella quale ci muoviamo. Con questa qualità, la OP non è suscettibile di essere normata da dimensioni subalterne[20] (si situa al livello massimo della norma normans); e, percepita in coscienza, deve essere obbedita come in obbedienza a Dio stesso, con disposizione di spirito per la prova dell’amore più grande.

In questo stesso senso, la OP non è una “teoria” della teologia latinoamericana della liberazione, ma piuttosto una dimensione trascendentale del cristianesimo, dimensione che questa teologia ha avuto il merito di riscoprire – per il cristianesimo universale – come vincolata alla essenza stessa di Dio. Questa ri-scoperta è effettivamente “il più grande avvenimento della storia del cristianesimo negli ultimi secoli”[21], e segna un prima e un dopo, incancellabile e senza ritorno, per coloro per i quali la OP è stata una esperienza spirituale di conversione al Dio dei poveri. La OP deve essere considerata come “decisiva e irrevocabile” e come una “nota della vera Chiesa”.

 

Povertà, ricchezza e ingiustizia

Rispetto all’identificazione della OP come opzione per la giustizia, possiamo fare qualche aggiunta in un linguaggio più applicativo.

Se la povertà di una persona o gruppo è dovuta all’essere stati vittima dell’ingiustizia[22] – e in questa misura -, Dio sta dalla parte di questi poveri, e contro chi ha causato questa povertà-ingiustizia. E sta qui , necessariamente, in un modo “escludente” della ingiustizia degli ingiusti, e non semplicemente con una “opzione preferenziale non escludente”.Se si tratta di qualche “povertà” che non abbia a che fare con la giustizia (“povertà naturali”, di razza, di genere, di cultura…) Dio non fa discriminazioni a questo proposito, né “preferisce” qualcuno in questo senso. Dio non preferisce né trascura nessuna razza o genere o cultura per se stessa.

Se la ricchezza di una persona o gruppo implica ingiustizia – e in questa misura -, Dio sta decisamente contro questa ricchezza, contro lo stile di vita che la genera, perché Egli è dalla parte di quelli che soffrono le conseguenze dell’ingiustizia e contro coloro che la causano. Ed ha questo comportamento in un modo necessario e in un modo che esclude questa ingiustizia, e non con una opzione solo “preferenziale verso il povero”, però non radicalmente escludente del “modo di vita del ricco”[23] che produce questa ingiustizia. Se c’è qualche ricchezza che non ha a che vedere con la ingiustizia (qualità psicologiche, genere, doni corporali e/o spirituali, casualità…) Dio non fa qui discriminazioni: non preferisce né trascura nessuno.

 

Il concetto di giustizia come mediazione

Logicamente, i principi teologici sono obbligati a passare necessariamente per il filtro ulteriore di differenti mediazioni filosofiche, sociologiche e perfino politiche, nel momento di essere posti in pratica nell’arena della realtà.

Per esempio: il concetto stesso di “giustizia”, con tutte le sue implicazioni filosofiche, sociologiche, politiche e perfino culturali, sarà una mediazione influente specialmente nel campo di questa “opzione per i poveri”. C’è un concetto capitalista della giustizia, ce n’è un altro socialista, un altro neoliberale, un altro imperialista… Noi persone siamo influenzate dall’uno o dall’altro a seconda del “luogo sociale” che occupiamo o che scegliamo. Per coloro per i quali la giustizia è semplicemente “dare a ciascuno il suo”, un mondo di estreme disuguaglianze può sembrare giusto se – per esempio – da solo avvalora la attuale legalità della proprietà privata. assolutizzata. Questo non lo penserebbe nessuno dei Padri della Chiesa, né chi faccia suo il concetto di giustizia sociale distributiva e democratica della dottrina sociale della Chiesa, perché queste persone operano con un concetto di giustizia molto differente.

In questo senso, nonostante il fatto di riferirci teoricamente a uno stesso Dio, nonostante il fatto di accettare forse come evidente la sua opzione per la giustizia, la visione della volontà di Dio sul mondo può essere diversa o perfino contraria in alcuni cristiani e in altri. Dove è l’origine di questa discrepanza?

Potrebbe non essere nel concetto stesso che abbiamo di Dio né del suo Progetto o Volontà, ma nel concetto di giustizia col quale costruimmo i nostri giudizi morali. L’origine può essere nel giudizio morale che, dal concetto di giustizia di ognuno, facciamo sulla povertà e la ricchezza e sui meccanismi sociali o strutture che le generano o producono, sia che li giudichiamo come naturali o come storici, come fatali o come correggibili, come casuali o come causati, colpevoli o incolpevoli, strutturali o congiunturali, prodotto essenziale del sistema perverso o sottoprodotto accidentale negativo di un sistema sociale non necessariamente negativo…

Così, per esempio:

Chi ritiene “naturale” la attuale divisione così designale della ricchezza nel mondo (la famosa “coppa di champagne” dei documenti del PNUD), penserà anche – con buona logica – che Dio non si pronuncia su di essa, o che solamente ci esorta all’elemosina, alla beneficenza, alla gratuità generosa… come palliativi per queste deplorevoli differenze “naturali”…

Chi, al contrario, ritiene che questa divisione del mondo è ingiusta e peccaminosa, sosterrà – anch’egli con buona logica – che Dio è irritato con questa e che desidera ardentemente che sia abolita, e che vuole che li aiutiamo a combattere questo ingiusto disordine con un impegno radicale per la giustizia;

Chi pensa che questa situazione del mondo è il peggior dramma della umanità attuale considererà anche che il suo superamento urgente esprime la più grande e più pressante volontà di Dio;

Chi considera che il neoliberalismo è innocente, o che è il “minor male dei sistemi”… sosterrà che Dio vuole che lo appoggiamo, o anche che lo “miglioriamo” in alcune delle sue “deficienze accidentali”;

Chi, al contrario, ritenga che il neoliberalismo è ingiusto, o perfino la maggiore ingiustizia, la più strutturale, riterrà che Dio vuole che combattiamo questa struttura di peccato nel modo più deciso possibile.

Per questo, parrebbe chiaro che il problema teologico si indirizza verso la discussione e l’analisi delle mediazioni, e che le discrepanze si situerebbero non al livello propriamente teologico dei principi, ma al livello prudenziale delle mediazioni. Tuttavia, questa è solo la metà della verità, perché il nostro concetto di giustizia fa parte delle nostra scelta di Dio. “Dimmi cosa intendi per giustizia, e ti dirò qual è il tuo Dio”. Dimmi in quale giustizia credi e ti dirò quale Dio adori.

Siamo soliti pensare che il nostro concetto di giustizia ci viene dal Dio creduto, però anche il contrario è certo: crediamo solo nel Dio che entra nel nostro concetto di giustizia. E l’opzione più fondamentale della nostra vita può essere quella dalla quale optiamo per un concetto o un altro di giustizia, giustizia che è contemporaneamente la nostra utopia per il mondo. La nostra immagine di Dio è figlia della opzione dalla quale scegliamo il nostro concetto di giustizia e la sua corrispondente utopia per il mondo. E viceversa: molti non arrivano ad accettare un concetto utopico di giustizia perché previamente hanno fatto la opzione per il Dio dell’egoismo e delle sue ricchezze.

La OP è dunque contemporaneamente una opzione per Dio (dei poveri) e una opzione per la Giustizia utopica (del Regno). La “opzione per i ricchi” è contemporaneamente una rinuncia al Dio dei poveri e una opzione per una giustizia sottomessa all’egoismo. La opzione per i poveri o per i ricchi, la giustizia utopica e la giustizia sottomessa, e il Dio dei poveri o il suo rifiuto, sono mutuamente implicati in un circolo ermeneutico. L’obbedienza a Dio non la valutiamo in una relazione diretta verso Dio ma piuttosto nella scelta di un ideale di giustizia utopica o di una giustizia sottomessa. Principi e mediazioni sono più mutuamente implicate di quello che sembrerebbe. Dio è giusto, e la giustizia è divina. L’opzione per i poveri è contemporaneamente un atto di fede nel Dio dei poveri e una opzione etica e umanizzante per la giustizia (quella dei poveri e quella di Dio simultaneamente). Per sua parte, la opzione per l’egoismo è contemporaneamente una ingiustizia e un rifiuto di(del) Dio (dei poveri). E torniamo all’inizio: Dio e la OP non si possono separare, perché la OP si fonda in Dio stesso, nella Sua Giustizia. La gratuità di Dio è un altro tema.

 


 

[1] “Diciamolo con chiarezza: la ragione ultima di questa opzione è nel Dio in cui crediamo. (…) Si tratta per il credente di una opzione teocentrica, basata su Dio”. Gustavo GUTIERREZ, El Dios de la Vida, «Christus» 47(1982)53-54, México; La fuerza histórica de los pobres, Lima 1980, págs. 261-262.

[2] Nonostante che sia una ovvietà, si veda la tesi dottorale di Julio LOIS, Teología de la Liberación: Opción por los pobres (IEPALA, Madrid 1986) che studia la OP in vari dei principali teologi della liberazione del periodo classico.

[3] Un caso chiaro può essere quello di Gustavo Gutiérrez. In un discorso pronunciato davanti a Ratzinger, afferma: “La tematica della povertà e la marginalità ci invitano a parlare di giustizia e a tener presente i doveri del cristiano a questo proposito. Così è in verità, e questa prospettiva è senza dubbio feconda. Però non bisogna perdere di vista quello che fa sì che la opzione preferenziale per i poveri sia una prospettiva così centrale. Alla radice di questa opzione c’è la gratuità dell’amore di Dio. Questo è il fondamento ultimo della preferenza.”

A partire da questo momento non torna più ad apparire la parola “giustizia” nella sua dissertazione e tutta la OP gira intorno alla “gratuità”. Cfr. Una teología de la liberación en el contexto del tercer milenio, in VARIOS, El futuro de la reflexión teológica en A.L., CELAM, Bogotá 1996 pag, 111. Non si tratta di un testo isolato ma, nella mia modesta opinione, di una prospettiva ammorbidita comune nella teologia della OP di Gustavo da più di dicei anni; cfr. Pobres y opción fundamental, in Mysterium Liberationis, UCA Editores, San Salvador 1991, 303ss, 310.

[4] Poveri che erano una realtà “collettiva, conflittuale e socialmente alternativa”: C. BOFF, ¿Quiénes son hoy los pobres, y por qué?, in J.PIXLEY-C.BOFF, Opción por los pobres, Paulinas, Madrid 1986, 17ss.

[5] Un amore uguale per tutti ma che inizia dai poveri e che continua con i ricchi, senza fare fra loro nessuna differenza; un “amore ugualitario ma con un ordine di priorità”, semplicemente.

[6] Chi opta “preferenzialmente” per la giustizia, opta anche, benché meno preferenzialmente, per la ingiustizia. Nel dilemma di giustizia e ingiustizia non ci sono “semplici preferenze” possibili: l’opzione è fra alternative di una disgiuntiva escludente.

[7] Ricordiamo la posizione teologica medioevale (il “volontarismo etico”) di chi sosteneva che l’ordine morale attuale non era necessario ma contingente, e che obbediva a una volontà positiva e gratuita (arbitraria) di Dio. L’ordine morale – sosteneva questa dottrina – avrebbe potuto essere un altro, incluso il contrario dell’attuale, se Dio lo avesse voluto in un imperscrutabile disegno arcano della sua volontà.

[8] J.M. VIGIL, Opzione per i poveri: Preferenziale e non escludente?, in J.M.Vigil (org.), Con i poveri della terra. Studio interdisciplinare sull’opzione per i poveri, Cittadella Editrice, Assisi 1992, p. 70ss.

Colombia (Paulinas 1994), Ecuador (Abya Yala 1998), Italia (Cittadella 1992), Brasil (Paulinas 1992).

[9] Come quando si argomentava che i ricchi erano i veri poveri (poveri in ricchezze spirituali, delle quali i poveri erano molto ricchi)… Si arrivò a veri giochi di parole o acrobazie concettuali per non intendere l’ovvio. Casaldaliga dette testimonianza poetica di questo nelle sue Bienaventuranzas de la conciliación pastoral.

[10] Povertà di spirito, poveri di Jahvé, virtù della povertà, anawin, infanzia spirituale…

[11] “Opzione per i senza giustizia” è una espressione precisa, che rifugge dalla possibilità di essere mistificata o metaforizzata.

[12] Come è il caso delle povertà “naturali”, non storiche, senza colpa di qualcuno.

[13] Per questo i nuovi soggetti non necessitano di una “opzione” per la donna, l’indigeno/a, l’afro… ma è la opzione stessa per i “senza giustizia” che include tutti e tutte.

[14] “Definizione essenziale”, come dice la logica classica, è quella che non solo discrimina adeguatamente l’oggetto ma che lo fa in riferimento alla sua essenza (e non, per esempio, in base a un “proprio” o a un insieme di accidenti sufficientemente discriminanti).

[15] J.M. VIGIL, ibid.

[16] O di quelle classicamente dette “opere di misericordia”; per questo, la OPP può essere chiamata appropriatamente, in effetti, “amore preferenziale per i poveri”. Questo è tutto. La OP è un’altra cosa.

[17] L’atto per il quale una persona fa la sua OP o sceglie il suo luogo sociale partecipa del carattere antropologico esistenziale che ha la cosiddetta “opzione fondamentale”.

[18] Dio non fa favoritismi (Rom 2, 11). Il Sovrano di tutti non fa differenze fra le persone e non farà caso alla grandezza (Sab 6, 7). Un giudizio implacabile attende i potenti; il piccolo ha le sue discolpe e merita compassione, ma i potenti saranno castigati severamente. Egli creò i grandi e i piccoli di tutti ha cura allo stesso modo. I potenti saranno esaminati con più rigore. (Sab 6, 6.7b.8). Maestro, sappiamo che sei giusto e non fai differenza fra le persone… (Mt 22,16). L’essere umano guarda le apparenze ma Jahvé guarda il cuore… (1 Sm 16, 7).

[19] “La lotta per la giustizia è come un altro nome del Dio dell’Antico Testamento e del Dio di Gesù»: Rufino VELASCO, La Iglesia de Jesús, Verbo Divino, Estella 1992, 33.

[20] Ecclesiastiche o disciplinari per esempio.

[21] “Personalmente penso che con la opzione preferenziale per i poveri si è prodotta la grande necessaria rivoluzione copernicana nel seno della Chiesa, il cui singificato deborda dal contesto ecclesiale latinoamericano e concerne la Chiesa universale. Sinceramente, credo che questa opzione costituisca la più importante trasformazione teologico-pastorale accaduta dalla Riforma protestante del secolo XVI». L. BOFF, citato da Julio LOIS, in Teología de la liberación: Opción por los pobres, IEPALA, Madrid 1986, 193.

[22] E’ quanto si vorrebbe dire con la preferenza dell’aggettivo dinamico “impoveriti” (come dinamico è anche il concetto di “senza giustizia”) rispetto al nome statico di “poveri”.

[23] Per “modo di vita del ricco” intendiamo tutto quello che implica il ricco – eccetto la sua stessa persona -: il suo stile di vita, il suo ruolo sociale, la Causa che obiettivamente serve, il suo lusso, il suo sfruttamento dei poveri, la sua partecipazione al sistema che li sfrutta…

Notiziario della Rette Radie Resch» 64(giugno 2004)48-56. Quarrata PT, Italia.


 

‘l’odore delle pecore’ e il pastore Romero

 

 

 

 

 

 Oscar Arnulfo Romero
un pastore con “l’odore delle pecore”

verrà beatificato il 23 maggio prossimo

Romero

 

“Sono stato frequentemente minacciato di morte. Devo dirvi che, come cristiano, non credo nella morte senza resurrezione. Se mi uccidono risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza alcuna presunzione, con la più grande umiltà. Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per quelli che amo, che sono tutti i salvadoregni, anche per quelli che mi assassineranno. Se giungeranno a compimento le minacce, già da ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia seme di libertà e il segno che la speranza sarà presto una realtà. La mia morte, se è accettata da Dio, sia per la liberazione del mio popolo e una testimonianza di speranza nel futuro. Se arrivassero ad uccidermi, potete dire che perdono e benedico quelli che lo fanno. Chissà che si convincano che stanno perdendo il loro tempo. Un vescovo morirà, ma chiesa di Dio che è il popolo, non perirà mai”. (Oscar Romero)

 

Il 24 Marzo, giorno dell’assassinio di monsignor Oscar Romero (24 marzo 1980), la Chiesa Cattolica celebra la Giornata di Preghiera e Digiuno per i Missionari MartiriExternal link. Il vescovo di San Salvador è già considerato un martire dalla chiesa anglicana e da quella luterana che lo celebrano proprio il 24 marzo.

La data della Beatificazione di Oscar Romero è stata fissata: la cerimonia si svolgerà a San Salvador il 23 maggio 2015. A dare l’annuncio nel corso della sua visita in Salvador, è stato mons. Vincenzo Paglia External link, postulatore della Causa dell’arcivescovo martire, assassinato in odio della fede il 24 marzo 1980. Purtroppo Mons. romero non è un caso isolato nell’America Latina di quegli anni. Dal 1977 in Salvador, 17 preti e 5 religiose sono stati uccisi, come centinaia di cristiani e cristiane. Hanno dato la loro vita per difendere i poveri e gli oppressi. Nelle loro vite e nelle loro morti, quei cristiani e quelle cristiane sono stati simili a Gesù. Li chiamano i “martiri ‘gesuizzati’. Molti altri, decine di migliaia, sono stati uccisi, vittime innocenti e indifese. Li chiamano ‘il popolo crocifisso’”.

«La Chiesa ha canonizzato martiri del comunismo e del nazismo. Romero, come tanti altri sacerdoti dell’America Latina, è stato ucciso da persone che si dicevano cristiane e che vedevano in lui un nemico dell’ordine sociale occidentale. Romero è un martire della società occidentale cristiana. Riconoscere questo sarebbe una novità».

Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador


Il film

Romero

Romero, un film di John Duigan. Con Richard Jordan, Raul Julia External link, Eddie Velez, Tony Plana. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 102′ min. – USA 1989.

Il film ci presenta la drammatica situazione di un popolo, quello salvadoregno. Il Vescovo Romero nel film si interroga sul significato della sofferenza del suo popolo.

Qui di seguito viene proposto un brano tratto da un libro di un teologo dell’America Latina (Gustavo Gutierrez External link, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente – Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana, Brescia, 1987, p.19-24.) che ci aiuta a riflettere su quella situazione con gli occhi di chi l’ha vissuta in prima persona:

Guaman Poma de AyalaExternal link racconta che, colpito della situazione degli indios, si mise a ripercorrere l’antico impero degli incas

“in cerca dei poveri di Gesù Cristo”.

Questo lo portò a

“collocarsi fra di loro per trenta anni … e andò per tutto il mondo per vedere e provvedere la giustizia e il rimedio per i poveri”.

Davanti alle ingiustizie e all’indigenza degli indios, che vide e udì in paesi dove

“si scorticano i poveri di Gesù Cristo e ci si serve di loro”,

Guaman Poma esclamò:

“e così, mio Dio, dove sei? Non mi ascolti per rimediare ai tuoi poveri, che io son stanco di andar rimediando”.

“Mio Dio, dove sei?” è una domanda che nasce dalla sofferenza dell’innocente, ma anche dalla fede. In colui che la formula

“la fede, appunto, è la ragione della perplessità […] . Se pensasse che Dio non è buono, né amante, né potente, allora non ci sarebbe problema. In questo caso si tratterebbe soltanto del fatto feroce della sofferenza, facente parte di una realtà crudele”

[…] Il centro del mondo, perché li abita il Crocifisso – e con lui tutti quelli che soffrono ingiustamente, tutti i poveri e i disprezzati della terra – è il luogo da cui dobbiamo annunciare il Risorto. Penso che non possa esserci migliore commento alla situazione del popolo salvadoregno, che il film ci ha presentato, delle parole di un profeta: Isaia. In una delle sue pagine più belle e conosciute, pagina che anche la liturgia della settimana santa ci propone, ci descrive la figura del servo di JHWH (Is 53 External link). Nel volto di questo uomo si rispecchiano i volti di uomini e donne che in America Latina e in tutto il mondo soffrono.


Recensioni

film

E’ la biografia dell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero (1917-80) che racconta la sua trasformazione da timido e passivo sacerdote in coraggioso e ardente difensore della Chiesa e del suo popolo fino al giorno 14 marzo 1980 in cui fu assassinato in chiesa da sicari del governo. Un eccellente e persuasivo R. Julia nella parte dell’arcivescovo martire dà l’acqua della vita a un film serio, intenso, documentato e un po’ rigido, il 1° finanziato ufficialmente dalla Chiesa cattolica degli Stati Uniti. (Morandini)

“La sceneggiatura di John Sacret segue, passo dopo passo, quest’itinerario politico-morale, consentendo allo spettatore di percepire le emozioni che animano il protagonista e di ragionare sulle sue reazioni. La regia di Duigan asseconda intelligentemente questi propositi: è misurata, ma non grigia, attenta alle piccole cose più che ai grandi effetti. Con il risultato di dare maggiore intensità etica alle azioni più sussurrate. Siamo dunque agli antipodi del ‘Salvador’ di Oliver Stone. Il film mostra grande (forse eccessiva) attenzione allo studio psicologico di Romero, ben servito dall’interpretazione di Raul Julia e inquadra appropriatamente il ruolo della Chiesa, dell’esercito, dell’aristocrazia terriera e del bracciantato nel dramma. In questa puntuale ricostruzione si avverte però una carenza nell’informare e valutare il coinvolgimento statunitense. C’è, è vero, una scena molto importante, nella quale l’arcivescovo, parlando alla sua gente durante un’omelia dice: ‘Ho appena scritto una lettera al presidente degli Stati Uniti per chiedere di non seguitare a mandare armi nel nostro Paese: queste armi vengono usate per uccidere la nostra gente’. È una scena molto incisiva, ma è un’unica scena, troppo poco per realizzare anche le finalità didattiche del film, dato che l’intervento USA nel Centroamerica è il fattore principale della radicalizzazione avvenuta in questi ultimi anni nel Continente.” (Giorgio Rinaldi, ‘Attualità Cinematografiche’)

“In mancanza di tutto ciò, il film è la prevedibile cronistoria, raccontata dal regista australiano John Duigan sulla scorta d’un copione scritto da John Sacret Young, della cosiddetta ‘presa di coscienza’, da parte di Romero, dell’obbligo di schierarsi, in nome della Chiesa dei poveri, contro le destre che ricorrevano persino alla tortura pur di liberarsi dei comunisti che a loro avviso impedivano la crescita economica del paese. Ecco dunque che Romero, all’inizio prete possibilista, s’allarma e s’indigna quando un suo confratello viene ucciso, e poi a poco a poco, in polemica anche con altri sacerdoti, si rifiuta di benedire i fascisti al potere, fin quando, all’indomani della cattura d’un altro prete, che è stato accusato di terrorismo, tiene testa ai soldati impossessatisi d’una chiesa, conosce la galera, risponde con la preghiera alla violenza assassina, ordina ai soldati di cessare la repressione, e per tutta risposta viene ammazzato in cattedrale mentre alza il calice. Irreprensibile sul piano propagandistico, il film squaderna molti luoghi comuni con una regia assai banale che appena in qualche punto sfiora la commozione, e un’interpretazione di basso livello. E, nel contenuto e nel linguaggio, il trionfo della convenzione televisiva. Dunque la mercificazione d’una pagina terribile della nostra storia.” (Giovanni Grazzini, ‘Il Messaggero’, 7 Aprile 1990)

“Bello e importante è ‘Romero’ – su un versante tragicamente documentaristico – testimonianza dei nostri tempi spietati. Che un sacerdote, e molti sacerdoti, siano e siano stati uccisi per avere testimoniato il Vangelo è tragedia di quella intolleranza ideologica e culturale che ha, da sempre, molti modi, religiosi e laici, per manifestarsi. ‘Romero’ è un film povero, con un grande Raul Julia come protagonista, realizzato con pochi mezzi e poca pubblicità. Ma la contrapposizione amore-violenza, coi poveri schiacciati dalle armi e dal potere, è eterna e in ‘Romero’ è rappresentata con semplicità e scrupolo e con grande efficacia. Ucciso su un altare il 24 marzo 1980, Oscar Romero, che era stato elevato alla carica nel 1977 con fama di moderato e di uomo di biblioteca, acquistò via via fermissima consapevolezza della sua estrema missione evangelica di umanità e di fede. È un esempio luminoso di coerenza e di testimonianza, in un terra così bella e tormentata come l’America Latina. E il film lo ricorda con piena dignità e rigore, mentre la Chiesa del Salvador ne ha in corso il processo di beatificazione.” (‘Rocca’, 1 Agosto 1990)

 

Pablo Richard e Tonino Bello scrivono su Romero – Noi siamo Chiesa

i clochard in Vaticano … cioè a casa loro: parola di papa Francesco

 150 clochard col Papa nella Cappella Sistina

papa Francesco li ha voluti in casa sua dicendo loro che erano a casa loro … non hanno retto alla meraviglia e alla commozione, anche se non sono state documentate con foto perché il papa non ha voluto nessuna pubblicità

 di Mimmo Muolo

Erano già stati avvolti dal distillato di bellezza ammirata a quel momento. Ma quando nella Cappella Sistina è entrato il Papa, l’emozione è stata ancora più viva e profonda. Francesco e i suoi amici senza fissa dimora. Stretti nell’abbraccio di quella che un giorno san Giovanni Paolo II definì la «policromia michelangiolesca». Uno dei luoghi più sacri della cristianità, l’ambiente che da secoli vede l’alba di ogni pontificato, compreso quello dell’uomo vestito di bianco che in quel momento era davanti a loro, si è aperto ieri pomeriggio per lasciar entrare 150 senzatetto. Fotografie e filmati ufficiali non ce ne sono. Per espressa volontà del Papa. Che nel dare il suo beneplacito all’iniziativa dell’Elemosiniere pontificio, l’arcivescovo Konrad Krajewski, ha voluto che a parlare fossero solo la bellezza dei luoghi e la verità di ognuna di queste vite. Senza nessun’altra speculazione possibile.

Non è comunque difficile immaginarsela, la scena dell’incontro. Anche solo attraverso le parole del sobrio comunicato del vicedirettore della Sala Stampa vaticana, padre Ciro Benedettini. Un incontro semplice, gioioso, familiare, come è confermato dal fatto che Francesco fosse «accompagnato – si legge nella nota – solo da un maggiordomo». E poi quello stringersi di mani, come tra padre e figli, l’incontro degli sguardi, i sorrisi, qualche lacrima che sicuramente avrà solcato i canyon scolpiti fra le rughe di quei 150 volti.

Quando il Papa ha preso la parola l’idea di famiglia si è fatta palpabile. «Benvenuti – ha detto Francesco –. Questa è la casa di tutti, è casa vostra. Le porte sono sempre aperte per tutti». Il Pontefice ha quindi ringraziato monsignor Krajewski per aver organizzato la visita, che ha definito «una piccola carezza» per gli ospiti. E poi ha aggiunto: «Pregate per me. Ho bisogno della preghiera di persone come voi. Il Signore vi custodisca, vi aiuti nel cammino della vita e vi faccia sentire il suo amore tenero di Padre». Il Papa ha infine salutato i presenti uno ad uno, intrattenendosi con gli ospiti per oltre 20 minuti.

I senzatetto erano entrati in Vaticano dal cancello Petriano, il varco presidiato dalle guardie svizzere che immette sullo slargo antistante l’Aula “Paolo VI”. Qui erano stati divisi in tre gruppi, ciascuno affidato a una guida, ed avevano ricevuto gli auricolari per ascoltare le spiegazioni. Infine erano giunti ai Musei Vaticani costeggiando l’abside della Basilica. Per prima cosa hanno visitato la sezione, recentemente riallestita, del padiglione delle Carrozze, dopodiché attraverso la Scala Simonetti, sono saliti alle gallerie superiori dei “Candelabri” e delle “Carte geografiche”, fino alla Sistina.

Dopo l’incontro con il Pontefice e la visita guidata alla Cappella, gli ospiti sono andati al Posto di ristoro all’interno dei Musei. Erano circa le sei del pomeriggio e quindi, consumata la cena, sono usciti dallo stesso ingresso di entrata.
La visita di ieri si aggiunge ai numerosi gesti di attenzione del Papa verso i clochard. Bagni e docce, barbiere ogni lunedì e l’invito alla Messa di Santa Marta e alla successiva colazione di tre di essi il giorno del suo primo 77° compleanno.

il commento al vangelo della domenica

 

 

DOMENICA DELLE PALME

commento al vangelo della ‘benedizione delle palme’ (domenica 29 marzo 2015) di P. Alberto Maggi:

p. Maggi

Mc 11,1-11

Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”». Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù.
E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!».

La Domenica delle Palme fa sorgere spontaneo l’interrogativo: come è stato possibile che la folla che ha accolto osannante Gesù al suo ingresso a Gerusalemme  sia la stessa che poi griderà “Crocifiggi”?
Il perché ce lo dice Marco nei primi undici versetti del capitolo 11 del suo vangelo, che riguardano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Gesù e i suoi discepoli sono vicini a Gerusalemme verso il monte degli Ulivi, e Gesù mandò due dei suoi discepoli nel villaggio di fronte. Il termine “villaggio” è un termine tecnico che nei vangeli indica sempre incomprensione o opposizione alla novità portata da Gesù.
Perché il villaggio è il luogo della tradizione. E’ il luogo attaccato ai valori tradizionali del passato. E quindi quando appare nei vangeli il termine “villaggio” è una chiave di lettura che l’evangelista ci da per farci comprendere la sua narrazione e indica sempre incomprensione o opposizione a quello che Gesù farà, come vedremo in questo brano.
“«Entrando in esso troverete un …»”-  non è puledro, ma asinello, ed è importante l’esatta traduzione di questo termine – “«… legato»”. Il riferimento dell’evangelista è al profeta Zaccaria, al capitolo 9, versetto 9, una profezia nella quale il profeta indicava “ecco a te viene il tuo Re”, a Gerusalemme, “egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”. E’ l’immagine di un messia diverso da quello atteso dalla tradizione.  
Dobbiamo tenere presente che la cavalcatura regale era la mula. L’asino era la cavalcatura dei servi. Quindi un messia, un re, completamente diverso da quello atteso. Ebbene questo messia, dice Zaccaria, “è quello che farà sparire il carro da guerra e annuncerà la pace alle nazioni”. Quindi non un messia di violenza, un messia di potere, un messia di forza, ma un messia di pace. Questa profezia era stata come ignorata e censurata. Nella selezione dei testi rabbini e scribi avevano scelto soltanto quei brani che indicavano un potere, una forza, un dominio, una supremazia di Israele sopra tutte le altre nazioni.
Ebbene Gesù dice “«Slegatelo e portatelo qui»”, cioè slegate questa profezia. I discepoli devono constatare che la figura di messia proposta da Gesù corrisponde ai dati della scrittura. “«E se qualcuno vi dirà: ‘Perché fate questo?’, rispondete …»”, non è “il Signore ne ha bisogno, ma “«…il suo padrone ne ha bisogno»”. L’asinello appartiene a Gesù perché sarà lui che realizzerà questa profezia. Lo slegano e lo portano a Gesù. Portarono l’asinello a Gesù, “vi gettarono sopra i loro mantelli”, quindi i discepoli danno adesione a Gesù come re e messia di pace, di servizio.
“Ed egli vi …”, non è salì sopra, ma vi sedette sopra. Gesù vi si installa. Come poi lui sarà presentato seduto alla destra di Dio, qui seduto sopra questo asinello, significa che questa profezia di un messia di pace, di un messia di servizio, gli è propria. “Molti stendevano i propri mantelli sulla strada”. Altri invece fanno il gesto che era tipico di sottomissione al re (stendere le fronde dei campi). Quindi c’è un’incomprensione sul gesto di Gesù.
E infatti, scrive l’evangelista, che Gesù si trova in mezzo a due fuochi. Lui che era stato presentato al capitolo 10, versetto 32, all’inizio di questo cammino verso Gerusalemme, come colui che precedeva i suoi discepoli, adesso non è più Gesù ad indicare il cammino. L’evangelista scrive “Quelli che precedevano”, sono altri che indicano il cammino, che vogliono che Gesù realizzi i loro desideri. “Quelli che lo seguivano, gridavano”.
Il verbo gridare è stato adoperato dall’evangelista sia per gli spiriti impuri che per il cieco di Gerico che hanno quest’immagine del messia della tradizione, del messia figlio di Davide. Infatti cos’è che gridano? “«Osanna!»”, espressione ebraica che significa “dai, salvaci” e il salmo 118 che veniva cantato per celebrare i generali vittoriosi, “osanna, salvaci”.
“«Benedetto il regno che viene»”, ecco l’equivoco. Questo regno non è in alcun modo il regno di Dio proposto da Gesù, ma l’evangelista scrive “«del nostro padre Davide»”.  Mentre Gesù ha parlato del vostro padre del cielo, loro attendono il regno del “nostro padre Davide”. Cosa significa il regno di Davide? Il regno di un dominatore che cambia tutto con la forza e che schiaccia ogni resistenza. Quindi un regno che si impone con la forza, con la violenza.
Gesù invece è venuto ad annunziare il regno di Dio. Un regno che, per la sua realizzazione, esige il cambiamento interiore e profondo dell’intimo delle persone. Un cambio di valori: non vivere più per sé, ma per gli altri. Quindi il regno di Dio esige la conversione, l’altro esige la forza. Ecco perché poi continuano chiedendo: “«Osanna»”, cioè salvaci, “«nel più alto dei cieli!»” Cioè chiedono l’appoggio di Dio per realizzare questo progetto.
Appena la folla si accorgerà che Gesù non è il messia di forza, il messia di potere, che lui non è venuto a restaurare il defunto regno del re Davide, ma ad inaugurare il regno di Dio, questo messia sarà inutile.
Ecco perché la stessa folla che lo ha acclamato con “Osanna”, sarà quella che poi griderà “Crocifiggi!”

 

 

sparare al rom … per spaventarli, come un tiro al piccione!

 

 

Bergamo, l’ex parà arrestato per l’omicidio del rom: “Volevo spaventarlo perché sporcano”

Roberto Costelli, 39enne disoccupato di Calcio, ha ammesso le proprie responsabilità nell’omicidio di Roberto Pantic: “Ma non volevo ammazzarlo”. Sul suo profilo Facebook tante dichiarazioni omofobe

di MARA MOLOGNI

Bergamo, l'ex parà arrestato per l'omicidio del rom: "Volevo spaventarlo perché sporcano"

“Sono stato io a sparare, ma non volevo ammazzarli. Sporcavano in giro, volevo solo spaventarli e farli andare via”. Mentre il cerchio delle indagini si stringeva intorno a lui, Roberto Costelli, 39enne disoccupato di Calcio (Bergamo), ha ammesso le proprie responsabilità nell’omicidio di Roberto Pantic, il rom 43enne ucciso nella notte tra il 21 e il 22 febbraio da un colpo di pistola alla nuca mentre, assieme alla moglie e ai suoi dieci figli, dormiva in un camper parcheggiato in un prato della Bassa bergamasca. Nessun precedente penale di rilievo per la famiglia Pantic, che si manteneva con l’elemosina, nessun traffico strano che avrebbe potuto far pensare a regolamenti di conti o a vendette. È per questi motivi che gli inquirenti hanno ipotizzato subito un possibile gesto dimostrativo, forse di stampo razzista. Costelli, che due anni fa si è licenziato dal suo impiego di carpentiere per assistere la madre malata e che ha un passato come parà, nel corso degli interrogatori nega fermamente il movente razziale, anche se sul suo profilo Facebook il suo pensiero nei confronti dei rom e degli stranieri in genere è esplicito: invettive contro “zingari, rom e tante razze di merda del genere”, inviti a fare “una bella fossa comune per sotterrare vivi ste cazz di extraterrestri” e la solidarietà a Antonio Monella, imprenditore bergamasco condannato per aver ucciso un ragazzo di 19 anni che stava tentando di rubargli l’automobile (“Cosa doveva fare, farsi rubare la macchina da quattro albanesi del cazzo?”).

Alla base del gesto, secondo le motivazioni fornite da Costelli, ci sarebbe il fastidio per quei nomadi che sporcavano un luogo a lui molto caro: lo spiazzo vicino al fiume Oglio su cui erano parcheggiati i due camper dei Pantic, che Costelli frequentava spesso insieme con gli amici. “Sono un ecologista convinto, non un razzista – ha detto agli inquirenti – Quelli sporcavano un luogo che io cercavo di tenere pulito. Volevo solo spaventarli, devo aver sbagliato mira. Non credevo di aver ucciso nessuno, l’ho scoperto leggendo i giornali”.

Le ammissioni del 39enne bergamasco arrivano dopo una giornata di perquisizioni nella sua abitazione, dove i carabinieri hanno trovato 17 piante di marijuana, 13 chili di sostanza stupefacente e una pistola regolarmente denunciata. L’uomo non ha però voluto subito consegnare la seconda pistola per cui possedeva un regolare permesso, dichiarando che gli era stata rubata tempo prima. Quando i militari gli hanno fatto presente che nessuna denuncia di furto era stata presentata, Costelli ha ammesso di aver nascosto l’arma nel caminetto di casa sua. La pistola, di calibro compatibile con i sette colpi esplosi contro i due camper, è stata ritrovata nel luogo indicato e consegnata ai Ris di Parma per le analisi balistiche e la conferma definitiva. 
   Resta da capire se la sparatoria sia stata premeditata o meno. Costelli quella sera era stato a una festa in maschera (era il periodo di Carnevale), in un locale poco distante dalla scena del crimine, portandosi dietro la pistola con cui poi ha sparato. Ma non è chiaro se avesse già intenzione spaventare la famiglia rom accampata. All’uomo, già agli arresti per la detenzione e la coltivazione di droga, è stata notificata anche la misura cautelare per omicidio

Fiorello, un ‘normale’ sinto di Lucca

 

Storia di Fiorello, un rom “normale”

 

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Il primo appuntamento telefonico va a vuoto. Fiorello, o il signor Lebbiati, mi risponde dallo scooter dicendo che deve correre a casa, è in ritardo per il pranzo e non vuole «prendersi un cicchetto» (rimprovero, in toscano) dalla compagna. Ci risentiamo la sera stessa, da una casa famiglia per donne in difficoltà di Lucca. Lavora lì, sta facendo la notte. Fiorello Lebbiati, italiano di 33 anni, vive e lavora tra Lucca e Capannori, ha una figlia di undici anni, si è sposato, divorziato e ora convive con la nuova compagna in una casa in affitto che sogna prima o poi di acquistare. Cosa c’è di “strano”? La madre di Fiorello è una rom italiana, il padre è figlio di un sinto lombardo e di una sinta piemontese. Italiani da secoli.

Nella storia della sua famiglia, non mancano le tracce della discriminazione: il nonno materno (di origine montenegrina), intagliatore di rame, è uno dei sopravvissuti ai campi italiani di concentramento per “zingari” della Seconda guerra mondiale (Prignano, Tossiccia, Boiano, Gonars e altri, tutti dimenticati), mentre negli anni Sessanta il padre ha frequentato a Lucca le scuole speciali per soli “nomadi”, quando la pedagogia teorizzava che i bambini rom e sinti dovessero studiare in aule separate. Fiorello nacque nel 1982 a Fucecchio, il paese di Indro Montanelli, e ha pure un secondo nome: Miguel, dalla passione della mamma per Miguel Bosè. Allora la famiglia girava con la roulotte tra le provincie toscane. Il padre lavorava un po’ in nero, la madre vendeva canovacci, centrini e fiori come ambulante.

Racconta: «Non so quante scuole ho dovuto cambiare; facevo amicizia con i nuovi compagni, tornavo a casa e, dopo pranzo, ci mandavano via». Si ricorda ancora di un appuntamento dato un pomeriggio ad alcuni suoi amici: «Al parco, per mostrare una nuova mossa di arti marziali, di cui ero un campione. Non ci potei andare perché arrivò la polizia per allontanarci». Eppure, oltre a prendere la terza media, cambiare scuola volle anche dire avere tanti amici in giro per la Lucchesia: «Conosco mezza Lucca», riassume. Più avanti, Fiorello ha fatto la scuola serale e dei brevi corsi di economia, di animazione e di gestione gruppi. Ora ha tre lavori: operatore in Caritas, dove coordina un progetto sul recupero del cibo avanzato nelle mense scolastiche, educatore nei laboratori di falegnameria e arti istintive in una scuola media e collaboratore dell’Associazione 21 luglio di Roma.

Ce ne sarebbe anche un quarto – «Ho appena fatto una comparsa in Zoolander II di Ben Stiller» – ma non può svelare per quale parte. Con la sua compagna (gagia, come sono chiamati i non rom), medico podologo, vivono in una casa alle porte di Lucca: «Abbiamo voluto che avesse il giardino, per coltivare l’orto e – Fiorello fa pure lo scultore – modellare il marmo». I genitori, invece, abitano nella casa popolare ottenuta negli anni Novanta. Fiorello si definisce un attivista, «colui che attiva il mondo intorno a sé». «Da un lato – spiega – occorre far crescere la consapevolezza dei propri diritti ai rom e sinti; dall’altro si sa pochissimo del mio popolo, solo immagini negative. Vorrei offrire una chance di conoscenza ai non rom, anche a chi poi sceglierà di odiarci. Io stesso, se avessi come unica immagine dei rom quella della metro di Roma, non ne penserei bene».

Insieme ad altri attivisti, Fiorello ha scritto una lettera ai media; tra i firmatari, ci sono Sead che lavora e fa il rappresentante sindacale a Rovigo, Ivana che sta per finire Scienze della Formazione all’Università di Torino, Dolores di Melfi che sta conseguendo la seconda laurea… Chiedono di raccontare la realtà nella sua complessità, quella di un Paese dove i rom e sinti sono pochi (lo 0,23%), la metà italiani, tutti non più nomadi, più della metà ragazzini (il 40% in età scolare) e dove solo 40mila su 200mila vivono in situazioni di disagio abitativo, che siano baracche, container, centri d’accoglienza o edifici fatiscenti occupati. La maggior parte, invece, non vive nei campi, ma nelle case, affrontando i problemi quotidiani come tutti.

Solo nella “sua” Lucca, Fiorello cita il ragazzo rom che sta laureandosi come infermiere, il sinto che ha aperto una paninoteca, quello che sta finendo di pagare il mutuo… Nella lettera, hanno spiegato di aver paura. Non per sé, ma per l’Italia. «La paura – scrivono – è che tante persone per bene gradualmente assimilino l’odio, a causa dei messaggi negativi diffusi dai media. Anche noi, mettendoci nei panni di chi non sa niente del nostro antichissimo popolo, inizieremmo a crederci e a non voler più rom e sinti nella nostra Italia. E se fossimo bambini, che cosa impareremmo? Sicuramente, con un germoglio di odio nel cuore così potente e annaffiato bene tutti i giorni, da grandi non solo li odieremmo, ma saremo pronti a ucciderli, non per cattiveria, ma per difenderci e per difendere la “Nostra” Italia dai cattivi e sporchi rom e sinti».


la sinistra che disprezza i poveri

 

 

 

 

“cara sinistra, basta disprezzare i poveri”

un intellettuale francese scrive un saggio durissimo contro i partiti che si sono dimenticati il popolo

 a Parigi è diventato un caso, ma potrebbe essere molto utile anche nel dibattito politico italiano

di Alessandro Gilioli

 Jack Dion, intellettuale e giornalista francese  ha da poco mandato in libreria il suo ultimo saggio , “Le mépris du Peuple” (il disprezzo del popolo; sottotitolo: “come l’oligarchia ha preso la società in ostaggio”):
Cara sinistra, basta disprezzare i poveri

Nel 1974 il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, socialista, diceva che i profitti di oggi avrebbero costituito gli investimenti di domani e i posti di lavoro di dopodomani. Forse all’epoca poteva essere vero. Nel 2015 invece i profitti di oggi costituiscono solo i dividendi di domani e la disoccupazione di dopodomani.

Peccato che la sinistra, in Europa, non se ne sia accorta. E, non essendosene accorta, crede ancora in questo mercato, pensando che sia uguale a quello di quarant’anni fa come strumento di emancipazione dalla povertà e dalla subalternità sociale. Quando invece è diventato mezzo di concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi. Un fenomeno più evidente nel paese in cui è iniziato, cioè gli Stati Uniti: dove da sei anni il 95 per cento della crescita viene confiscato dall’uno per cento di popolazione più ricca. Ma la stessa dinamica è presente ovunque, in Occidente: compresi gli Stati che avevano storicamente strumenti di welfare e di redistribuzione, gradualmente smantellati con le varie leggi sulla “flessibilità” e le privatizzazioni.

Le accuse qui sopra sono di Jack Dion, intellettuale e giornalista francese che ha da poco mandato in libreria il suo ultimo saggio , “Le mépris du Peuple” (il disprezzo del popolo; sottotitolo: “come l’oligarchia ha preso la società in ostaggio”) che per una decina di euro si può comprare anche su Amazon in versione digitale.

È un libro che in Francia sta facendo parecchio discutere – specie dopo il recente crollo dei socialisti – e che anche in Italia potrebbe costituire utilissima lettura specie a chi parla di sinistra, ma non solo. Anzi: pur proveniente senza dubbio dalla tradizione della sinistra francese, Dion mette metaforicamente mano alla pistola quando sente questa parola, ormai diventata la foglia di fico (anche lì) per nascondere le più mercatiste e liberiste delle politiche e – soprattutto – per celare appunto il disprezzo per il popolo, verso le persone che stanno in basso nella società.

«Quando i partiti che si succedono al potere si trasformano in strumenti di difesa dell’ordine stabilito, il popolo diventa un nemico, simboleggia un pericolo potenziale», dice Dion. Che conia il termine prolofobia, per descriverli, questi socialisti alla Hollande o alla Strauss-Kahn. Prolofobia: paura e alterigia verso i proletari di oggi, divisi in mille lavori (o non lavori) diversi, intellettualmente incapaci di costituire un blocco sociale e progettuale, politicamente alla deriva tra l’astensione e (in Francia) il partito di LePen.

Ecco, LePen e il Fronte Nazionale. A cui nella propria prolofobia i partiti lasciano le masse degli esclusi e degli arrabbiati, ignorando i problemi concreti dei ceti impoveriti e limitandosi a reagire istericamente a ogni successo dell’estrema destra con la più scontata delle accuse, quella di populismo: centrodestra e  centrosinistra «difendono gli stessi precetti, quelli del neoliberismo», e per occultare questa verità descrivono tutto ciò che sta fuori di loro come populismo.

Il “j’accuse” sull’uso dell’epiteto in questione come arma mediatica dell’establishment per delegittimare il popolo – cioè i cittadini, le persone – rimanda in buona parte alle riflessioni di un filosofo che in Italia ha scarsa cittadinanza nel dibattito pubblico e culturale, Ernesto Laclau , di cui invece molto si parla altrove; ma questo è un altro discorso. Ciò su cui Dion insiste invece è l’utilizzo truffaldino del termine pupulismo per indurre nell’immaginario la convinzione che non esista alcuna alternativa possibile al liberismo, per sancire il dogma secondo cui ogni possibile scarto rispetto ai binari dell’ortodossia neocapitalista sia pericoloso e “anti democratico”, quando invece ad aver annegato la democrazia sottomettendola all’élite economica sono stati proprio loro, e in un’Europa in cui ormai il primo partito vero è quasi ovunque l’astensione.

Dice Dion che «questa democrazia malata ha messo il popolo in quarantena e la rappresentanza in ibernazione» e intanto si impadronisce del linguaggio chiamando «riforme» quelle che sono invece controriforme regressive per concentrare le ricchezze nelle mani di pochi; ma anche diffondendo a piene mani una narrazione basata su competitività, flessibilità, liberalizzazioni e costo del lavoro – e mai nessuno che spenda una parola sul costo, invece, di questo estremismo del capitale.

Eppure, un altro vocabolario è possibile, dice Dion. Altre parole per ribaltare l’egemonia culturale durata almeno tre decenni: come oligarchia – ad esempio – il vero tratto caratterizzante di quest’epoca, trasversale alla politica e al mondo del lavoro; oppure sovranità, sottratta sempre di più dalle mani dei cittadini e riservata alle élite che la esercitano (e di qui l’illusione-inganno lepenista secondo cui basterebbe tornare allo stato-nazione per restituirla ai cittadini, quando invece il suo recupero può avvenire ormai solo sul campo di battaglia europeo e globale, passando per ogni luogo di vita comune). E, anche attraverso un altro vocabolario, si può e si deve tendere verso un altro ordine delle cose: ordine politico, economico, ecologico, sociale, ideologico, morale, civico.

Dion alla fine è ottimista e chiude il suo libro citando la presa della Bastiglia, «un’esplosione di collera su cui è stato costruito un nuovo edificio: e ogni epoca, ogni collera, ha il suo nuovo edificio». Può darsi che sia una previsione un po’ eccessiva – o magari poco più di un auspicio. Ma il libro va comunque letto, perché come a volte capita ai pensatori francesi – ricordate “Indignatevi!”, di Stéphane Hessel ? – dice le cose che abbiamo sotto gli occhi con la forza della semplicità e senza il timore un po’ snob di non essere giudicato abbastanza “accademico”.

Ai politici e agli intellettuali della nostra sinistra, invece, il libro di Dion non dovrebbe essere semplicemente consigliato, ma proprio reso obbligatorio.

la violenza della religione in nome di Dio

UCCIDERE IN NOME DI DIO

conferenza di  Alberto Maggi in Ronzano (Bologna) il 15 febbraio 2015

p. Maggi

Metto subito le mani avanti. È un tema antipatico quello che tratto oggi, almeno nella prima parte.
Nel prepararlo sentivo in me una sofferenza nell’analizzare i testi e non vedevo l’ora di arrivare alla parte positiva che è quella di Gesù.
Vi chiedo quindi un po’ di pazienza, nella prima parte che è una parte che dà fastidio. Dà fastidio sentire queste cose ma nella seconda parte finalmente arriveremo a Gesù e ci sarà la soluzione a quello che vedremo.
Dovremmo purtroppo ammettere, toccare con mano, che certe verità “ci fanno fatica”.
Il tema è “Uccidere in nome di Dio”. Avete sentito un mese fa la strage di Parigi e ieri di nuovo a Copenaghen. Quindi è un tema attuale. Sembra impossibile mettere insieme “l’uccisione” con “Dio”, perché Dio – almeno nella nostra religione – è il Creatore, è colui che Ama la vita. Come si può mettere accanto a Lui il verbo uccidere? Eppure Gesù nel vangelo di Giovanni al cap. 16 dice questa affermazione drammatica: “Verrà l’ora in cui chiunque (qualsiasi persona) vi ucciderà, crederà di rendere conto a Dio” Questa è l’affermazione drammatica di Gesù che purtroppo è ancora attuale!
Ci sono persone che pensano che uccidendo un altro si rende onore a Dio. È l’unica volta in cui, secondo i vangeli, Gesù pronuncia questa parola “conto” ed è per associarla al termine “omicidio”. Se chi ammazza pensa di rendere conto a Dio significa che a presentare l’uccisione per rendere culto al Signore non sono criminali ma persone devote; non sono delinquenti ma sono persone profondamente religiose; quindi capite che il tema è molto molto serio. Non si tratta di banditi ma persone zelanti, molto devote che pensano che soltanto la morte possa cancellare l’offesa rivolta al loro Dio.
Chi opprime, chi uccide per motivi legati alla religione si sente investito da un mandato divino e per questo non pensa alle conseguenze del suo gesto. Quindi quello che agli occhi della gente non è altro che un criminale, per chi lo compie è obbedienza alla volontà divina.
Un poeta spagnolo Antonio Gala anni fa scriveva: “Mai si ammazza con tanto gusto come quando si ammazza in nome di Dio” Quindi persone ligie, persone ossequienti, umili dame della religione, persone scrupolose, zelanti per tutto quello che riguarda le regole, le devozioni possono poi all’improvviso diventare dure, spietate per perseguitare quanti, secondo loro, non vivono completamente il loro credo e per (?) convivere, sui peccatori, sugli eretici, gli infedeli, gli apostati (cioè i traditori), ogni forma di violenza diventa lecita.
Andiamo allora a vedere da dove parte tutto questo: “l’uccisione in nome di Dio” e … purtroppo … il libro dove troviamo la radice della giustificazione dell’eliminazione fisica di una persona per rendere conto a Dio è proprio il libro sacro per eccellenza per noi credenti cioè la Bibbia!!!
Infatti l’omicidio cultuale per la difesa e per l’onore di Dio fa la sua comparsa nella bibbia con la frase fratricida compiuta per ordine di Mosè (..?..) con l’episodio conosciuto del vitello d’oro.
Vedete, sono brani – almeno per me – che provocano insofferenza e può darsi anche in voi; ma vedrete, nella seconda parte cercheremo la soluzione nella figura di Gesù.
Nel capitolo 32 del libro dell’Esodo al versetto 26 si legge: “Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: Chi sta con il Signore venga da me” – quindi c’è da fare una scelta – “Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi e disse loro: Dice il signore, Dio di Israele” –. Naturalmente Mosè non parla con la sua autorità ma parla investito dell’autorità divina – “Ciascuno di voi tenga la spada al fianco, passate nell’accampamento da una porta all’altra, uccidete ognuno il proprio fratello” – quindi va al di là del vincolo di sangue – “ognuno il proprio amico” – il vincolo dell’amicizia – “ognuno il proprio vicino.” – quindi il vincolo sociale. Quindi l’offerta fatta a Dio è più forte del vincolo del sangue, del vincolo dell’amicizia e dei vincoli sociali. Gesù nel suo vangelo a un certo punto dirà che “il fratello darà morte al fratello e il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire.” L’adesione a Gesù sarà più forte dei vincoli di sangue.
Ma continua Mosè: “I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e quel giorno perirono circa 3000 uomini del popolo”. C’è stata una strage! Non è che hanno compiuto chissà quale crimine, hanno fatto una festa con dei canti, con dei balli a un vitello d’oro.
Allora Mosè disse: “Ricevete oggi l’investitura del Signore. Ciascuno di voi è stato contro il suo fratello e contro figlio perché oggi Egli vi accordasse la benedizione.” Quindi, aver ucciso quelli che erano considerati i traditori, i peccatori per rendere e restituire onore a Dio non è considerato un crimine ma addirittura una benedizione! La benedizione di Dio è al resto (?) dell’uccisione del fratello, dell’amico, del vicino. È chiaramente un’affiliazione a stampo camorristico!!! Sapete che per la camorra, per la ‘ndrangheta per entrarci a farne parte, bisogna ammazzare qualcuno.
La prima grande strage fratricida la troviamo proprio nella bibbia per restituire l’onore a Dio e l’assassinio compiuto in nome di Dio viene appositamente comandato in quel libro della bibbia così importante che si chiama Deuteronomio e ora leggiamo cosa scrive l’autore: “Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico .(ecc.)..non dargli retta non ascoltarlo”- ed ecco la sentenza – “Il tuo occhio non ne abbia compassione, non risparmiarlo, non coprire la sua colpa” – e qui c’è un imperativo – “tu anzi devi ucciderlo.” Quindi l’assassinio è considerato come un dovere religioso. “La tua mano sia la prima contro di lui, per metterlo a morte, poi sarà la mano di tutto il popolo. Dilapidalo che muoia, ecc.” Noi possiamo dire: “Va bene, ma questi testi sono della preistoria dell’umanità” NO! Ricordate quando nel 1995 in Israele Arabi fu ucciso da un ebreo? Nel processo lui si giustificò dell’uccisione proprio citando questo versetto: “Lapidalo che muoia perché ha cercato di trascinarti lontano dal Signore tuo Dio!” ..( ? ).. della parte che Arabi iniziava a fare è come un tradimento per cui in nome della Parola di Dio l’autore ha compiuto questo assassinio. Quindi l’omicidio come culto a Dio ha una lunga tradizione nella bibbia e quello che è più grave è che Dio stesso non solo approva, ma “benedice” quanti ammazzano in nome suo.
C’è un episodio che è veramente drammatico contenuto nel libro dei Numeri dove si legge che un giorno trovarono un uomo che raccoglieva la legna. Lo presero, lo portarono da Mosè e gli chiesero cosa gli dovevano fare. Non rubava, quell’uomo ma raccoglieva solamente la legna per riscaldarsi.
Ma! … era in giorno di sabato! Il giorno in cui è severamente proibito compiere qualunque lavoro.
Mosè chiese consiglio a Dio che rispose: “Quell’uomo deve essere messo a morte! Tutta la comunità lo lapiderà fuori dall’accampamento.” Quello morì secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosè. Ripeto, l’ucciso non era un criminale, ma era giorno di sabato, per cui l’offesa a Dio andava lavata col sangue. Per cui chi uccide per Dio non viene punito ma addirittura premiato!
Una delle parti che a noi fa rabbrividire di più della bibbia è quella dell’origine del sacerdozio.
Come è nato il sacerdozio in Israele? E’ nato attraverso un duplice fatto di sangue, dove Dio invece di punire l’assassino addirittura lo premia, concedendo al lui e alla sua stirpe un sacerdozio perenne.
Vediamo anche questa parte: quindi che sia possibile di quelli (?) che uccidenti in nome di Dio vengono addirittura premiati e lodati si chiama “Fine” o in ebraico “Pica” il nome è lo stesso. Chi era questo? Un nipote di Aronne. Un giorno si accorge che un ebreo che si chiama Zibri si accoppia con una donna che non era ebrea, era una malianita. Ebbene cosa fa questo Fine? Notate il particolare: “Prende una lancia e li trafisse tutti e due nel basso ventre, mentre erano uniti nell’amore”. L’uomo li trafisse ed è un duplice omicidio!
Perché lo ha fatto? Perché la donna non era ebrea!
Ebbene, anziché essere castigato, quest’uomo viene approvato, viene benedetto e si stabilisce con lui una alleanza di pace.
Questo episodio nel Talmud – il libro sacro degli ebrei – viene commentato con le parole: “Se un uomo versa il sangue del malvagio è come se avesse offerto un sacrificio.” Quindi vedete, le radici di questo omicidio “in nome di Dio”.
Ebbene, la risposta di Dio all’azione di questo assassinio è stata quella di stabilire con lui un’alleanza di pace e si legge nel libro del Siracide: “Fine figlio di Ileazo fu il terzo nella gloria per il suo zelo nel timore del Signore, così a lui e alla sua discendenza fu riservata l’attività del sacerdozio per sempre.”
Ci può venire a questo punto il dubbio: “Ma non c’è il comandamento – Non uccidere? -” C’é! ma è un comandamento che fa acqua da tutte le parti. E’ vero che nei comandamenti nel libro dell’Esodo e nel libro del Deuteronomio viene riportato l’imperativo: “Non ucciderai” ma, ci sono tante tante eccezioni per le quali si può uccidere.
C’è un elenco, ma dirlo tutto sarebbe noioso. Si può uccidere l’omicida, chi percuote i genitori, chi rapisce un uomo, il figlio che maledice il padre e la madre, il figlio ribelle, quello sfrenato, quello bevitore, colui che pratica la magia, per chi si accoppia con una bestia – e un particolare interessante anche la bestia va eliminata – ecc. Mentre la figlia del sacerdote che si prostituisce sarà arsa viva col fuoco. E l’elenco non è completo!
C’era quindi questo comandamento “Non ucciderai” ma c’erano poi tante eccezioni perché poi si poteva uccidere per i motivi più disparati. L’elenco dei massacri perpetrati in onore a Dio nell’A.T. arriva al Nuovo con fiumi di sangue. Non possiamo elencarli tutti, ma cominciamo da Elia.
Elia è considerato, dopo Mosè, il più grande tra i profeti, il più grande tra gli uomini di Israele, con grande zelo per il Signore il Dio degli eserciti. C’è un episodio nel primo libro dei Re al cap.18 dove Elia sfida i sacerdoti di un’antica civiltà. La sfida la vince Elia. Doveva essere contento della vittoria invece non lo è e ordina: “Prendeteli tutti, che non ne sfugga neanche uno, portateli al torrente e… – almeno da quel che appare nella bibbia, ma io non so come abbia fatto, perché son tanti – personalmente ne ha scannati 450! Così c’è scritto nella bibbia. L’onore di Dio era salvo! Un vero fiume di sangue!
Un fiume di sangue che parte dall’A.T. e arriva fino al Nuovo nella figura di Saulo che quando si convertirà prenderà il nome romano di Paolo. Saulo approvò l’uccisione di Stefano – il primo martire cristiano – e lui stesso, una volta convertito dirà: “Anche io ritenni mio dovere compiere molte cose contro il nome di Gesù il Nazzareno, o Dio Padre di Gerusalemme. Molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e quando venivano messi a morte anche io ho dato il mio voto”.
Saulo, lo sappiamo era un fariseo, zelante osservante di tutti i minimi dettagli della Legge, eppure l’odio contro questa nuova setta era talmente forte che lo ha portato ad essere complice di questi massacri e di omicidi. “In tutte le sinagoghe cercavo sempre di costringerli, con le torture, ad insegnare, e per colpa del mio fervore contro di loro, davo loro la caccia persino nelle città straniere”.
Vedete che questo fiume di sangue inizia nell’A.T. e arriva fino al Nuovo.
La violenza quando viene esercitata in nome di Dio è esente e supera gli esami di coscienza, allora si arriva alla aberrazione di unire la violenza con la lode al Signore.
Troviamo nella bibbia affermazioni che per noi sono aberranti; nel salmo 149 si dice: “Le lodi di Dio sono sulla loro bocca – e qui va bene – e la spada nelle loro mani.” Quindi unire le lodi e la spada non sembra essere di nessuna contraddizione; si può lodare Dio e allo stesso tempo ammazzare i nemici di Dio. Quindi con la bocca si loda il Signore e con la spada si uccidono i nemici e anche i più efferati crimini e le azioni più atroci vengono proclamate come qualcosa di buono e l’omicida più efferato viene considerato beato.
C’è un altro salmo, il 137, che ha qualcosa di rivoltante. Dice: “Figlia di Babilonia (ecc.)… beato chi ti renderà quanto ci hai fatto, beato chi prenderà i tuoi figli e li sfracellerà contro la pietra.”
Quindi, prendere il bambino di un nemico e sfracellarlo contro la pietra viene proclamato addirittura beato!
Bene! Con queste premesse chi si meraviglia che quel – e non lo dico io, lo dice la sacra scrittura – quel figlio di una prostituta che si chiama Ieffe, uno dei condottieri di Israele, venga considerato ispirato dallo Spirito Santo quando, dovendo compiere una battaglia, fa un voto al Signore: “Se tu mi farai vincere, tornando a casa, il primo della mia casa che mi viene incontro, te lo offro a Te.” e quando torna a casa gli va incontro la sua unica figlia! Cosa fa Ieffe? Osserva il giuramento, il voto fatto a Dio e ammazza la propria figlia.
A lui non va bene come ad Abramo che, come sapete, mentre stava per affondare il coltello contro il figlio interviene il Signore e lo ferma.
Questa è la parte negativa. Qui vediamo che le radici della violenza stanno proprio in quello che per noi è il libro più sacro, il più importante. Il libro che è il modello della nostra esistenza e del nostro comportamento.
La soluzione a tutto questo, almeno per noi credenti, per noi cristiani è Gesù. Gesù che è immagine del Dio visibile, Gesù che, l’evangelista Giovanni nel prologo scrive: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il figlio unigenito che sta nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.”
La soluzione a tutto questo, almeno per noi credenti, per noi cristiani è Gesù. Gesù che è immagine del Dio visibile, Gesù che, l’evangelista Giovanni nel prologo scrive: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma il figlio unigenito che sta nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.”
Quello che dichiara Giovanni è clamoroso. Come fa a dire che Dio mai nessuno l’ha mai visto? Contraddice la scrittura perché almeno Mosè ed Elia e altri personaggi, lo hanno visto, Dio.
Giovanni non è d’accordo. Hanno avuto visioni parziali, limitate di Dio e per questo non potevano esprimere la volontà di Dio.
“Dio nessuno l’ha mai visto, solo il Figlio unigenito ce lo ha rivelato”. Allora l’evangelista ci invita a questa attenzione verso Gesù perché è dalla sua figura che sappiamo chi è Dio. Gesù non è come Dio ma Dio è come Gesù. Dove è la differenza?
Dire che Gesù è uguale a Dio significa che di questo Dio non ne abbiamo una immagine, abbiamo un’idea, dovuta alla religione, alle tradizioni.
No! L’evangelista dice: “sospendi tutto quello che pensi di sapere, di conoscere su Dio e centrati su Gesù.” Ebbene, Gesù, immagine del Dio visibile, come dice San Paolo nella lettera ai Colossesi: “Spezza in maniera radicale, esclusiva questa pratica catena di violenza esercitata in nome di Dio” e Gesù preferirà accettare su di sé la violenza piuttosto che rispondere con altrettanta violenza. E per Gesù una istituzione religiosa che adori un Dio che accetta come culto la morte dell’uomo, non è altro che una istituzione atea. Atea perché non conosce questo Dio. E’ una istituzione criminale i cui addetti sono soltanto degli assassini anche se muniti di referenti titoli, anche se hanno dei riconoscimenti religiosi. Chi esercita la violenza in nome di Dio è ateo e assassino.
Gesù nella polemica con i capi religiosi dirà: “Voi avete per padre il diavolo, volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è omicida fin dall’inizio.” Quindi chi esercita la violenza in nome di Dio, non conosce e non ha nulla a che fare con Dio e il padre di costoro non è il Creatore ma è il nemico, è il diavolo che è stato assassino fin dall’inizio.
Gesù dirà che chi uccide per rendere culto a Dio in realtà dimostra di non conoscerlo.
In quel versetto che abbiamo citato all’inizio: “Verrà il tempo in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” Gesù continua: “lo fanno perché non hanno conosciuto ne’ il Padre ne’ me.”
Questo è un punto fermo della spiritualità cristiana. Chi esercita violenza in nome di Dio e si può uccidere in tante maniere e non soltanto l’eliminazione della vita fisica, ma toglie l’onore della persona, toglie la reputazione, toglie il sostegno economico, perseguitandolo dice Gesù e faranno questo perché non hanno conosciuto ne’ il Padre ne’ me.
Anche se chi lo fa lo farà in nome di Dio in realtà non conosce Dio. Perché il Dio di Gesù non ha nulla a che fare con la violenza esercitata in nome suo.
Gesù in questa sua affermazione dice: “E faranno questo perché non hanno conosciuto ne’ il Padre ne’ me”. Mentre prima aveva detto: “Chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” adesso Gesù non parla di Dio ma di Padre. E’ importante questa distinzione. Mentre il nome di Dio – e Dio è il nome comune in tutte le religioni – e mentre in nome di Dio si può togliere la vita alle persone, in nome del Padre di Gesù si può soltanto dare la propria. Il Dio di Gesù, il Padre, non toglie la vita; in nome suo si può soltanto comunicare e dare la vita agli altri.
Gesù ha detto chiaramente che chi compie questa azione anche se lo fa in nome di Dio in realtà non lo conosce e qui abbiamo la dimostrazione pratica, drammatica di Saulo che quando perseguitava le prime comunità cristiane – conoscete tutti l’episodio – si sentì rimproverare dal Signore che gli disse: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?” E lui si trovò a dover chiedere: “Chi sei, o Signore?” quindi Saulo non conosce Dio. Il suo Dio non era in realtà il vero Signore, e si trova a dovergli chiedere: Chi sei? e si sentì rispondere: “Sono Gesù, che tu perseguiti.”
Quanti accolgono il messaggio di Gesù e quanti conoscono il Padre non saranno mai persecutori in nome di Dio e per conto di Dio, ma saranno sempre perseguitati. Ma nella persecuzione ci sarà la beatitudine. Gesù lo dirà nel suo messaggio: Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di questi è il Regno dei cieli. Quindi Gesù lo dice chiaramente: seguire lui si va incontro non all’applauso, all’oazione della società religiosa ma al rifiuto e alla persecuzione.
Gesù dirà: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.” Oppure “Se hanno chiamato Belzebul il padrone di casa, tanto più i suoi familiari.”
Gesù assicura che quanti vivono come lui affronteranno il rifiuto, l’ostilità e la persecuzione da parte della società ma, questa persecuzione, è compresa nel programma e non deve meravigliare, stupire, quando avviene. Deve preoccupare quando non c’è. Gesù infatti dirà: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano come i loro padri con i falsi profeti” Per cui quando capita l’incomprensione prima, l’ostilità e poi si arriva alla persecuzione, la comunità cristiana non si deve meravigliare, è nel programma. C’è da preoccuparsi quando questo non appare. Significa che la comunità cristiana non è spunto, non è fonte di novità, si è ormai assestata allo stile della società. Quando la società loda la comunità cristiana questo è un campanello di allarme.
Il Padre di Gesù però non è neutrale. Tra chi perseguita – anche se pretende farlo in nome di Dio, per conto, per la difesa di Dio – e tra chi è perseguitato, Dio si mette sempre al fianco dei perseguitati.
Gesù, nelle beatitudini, in Marco e anche in Luca, proclama: “Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli”.
Al termine delle beatitudini, dopo aver invitato i discepoli ad accogliere il suo messaggio, dice; “quelli che sono perseguitati alla fedeltà di tutto questo: beati! Perché? Perché di essi – il verbo è al presente – è il Regno dei cieli.” Purtroppo in passato la non conoscenza della cultura ebraica, ha fatto travisare questa frase in un lontano, in un futuro, nell’al di là. Per cui “regno dei cieli” è stato inteso come “l’al di là”.
Regno dei cieli è una formula usata esclusivamente da Matteo, dove gli altri evangelisti usano l’immagine di “Regno di Dio”.
Allora perché Matteo usa questa espressione che fa tanta confusione? Perché lui si rivolge agli ebrei e loro – come sapete – non pronunciano e neanche scrivono il nome di Dio, e allora ha usato dei sostituti e uno di questi è “i cieli”. Esattamente come noi, oggi nella nostra cultura quando diciamo: “grazie al cielo” non è che ringraziamo l’atmosfera ma si ringrazia la presenza del Signore.
Allora Gesù dice: “I perseguitati a causa del messaggio, beati, perché? Cosa significa “Regno dei cieli?” Che Dio è il loro Re; Dio si prende cura di loro, per cui gli aspetti negativi, gli aspetti di sofferenza nella persecuzione vengono mitigati dalla presenza viva, attiva e vivificante del Signore.
La persecuzione della comunità non è mai causa di rovina ma causa di crescita ancora più piena.
Nella parabola dei quattro terreni, Gesù ha questa immagine bellissima della persecuzione e si rifà al seme che è sparso tra le pietre e mette le radici. Le radici non possono andare molto a fondo perché il terreno è roccioso e quando spunta il sole la pianta si secca. Ma se la pianta si secca la colpa non è del sole, che è invece fonte di vita per la pianta. La colpa è della pianta che non ha potuto mettere radici. Allora Gesù usa questa immagine per la persecuzione. Quando il credente ha messo le proprie radici nel messaggio di Gesù, la persecuzione non sarà mai causa di rovina ma sempre fonte di energia di forza e fonte di crescita.
Quindi Gesù ci assicura che, non mettersi mai dalla parte dei persecutori ma sempre dalla parte dei perseguitati, e trasforma la persecuzione in motivo di gloria e di abbondanza.
Anche nel vangelo di Matteo leggiamo: “Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi” quindi la sofferenza alla persecuzione viene cancellata dal fatto: “Gioite, rallegratevi ed esultate” Perché? “Perché grande è la vostra ricompensa” Anche qui non è una ricompensa per l’al di là, qui significa Dio. La vostra ricompensa è Dio.
E poi la sottolineatura: “così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi”. Gesù associa la figura del credente, del discepolo a quella del profeta. Chi è il profeta? E’ quell’individuo che non ripete gli stili, le forme, le formule del passato e del presente ma per la sua esperienza di Dio sente il bisogno di formularne delle nuove, di creative, di originali.
Il compito del credente, il compito della comunità cristiana non è quello di ripetere i modi di vivere del passato, ma accogliendo la buona notizia di Gesù, formula stili in una maniera nuova, originale e creativa. Secondo l’insegnamento di Gesù il vino nuovo ha bisogno di otri nuovi.
Perché c’entra la persecuzione? Perché nella vita sociale, ma specialmente in quella – ed è più grave – nella vita religiosa, quella che crede in Dio che fa nuove tutte le cose, lì c’è un imperativo sacro santo e chiunque lo preferisce viene visto con sospetto, viene emarginato e quando si può, viene eliminato. Che cosa è? La non necessità di un cambiamento.
In alcune comunità religiose, ma non solo, nelle comunità parrocchiali o nella vita di tutti i giorni, chissà quante volte di fronte alla proposta di qualcosa di nuovo si sentirà obiettare: “Ma perché cambiare, si è sempre fatto così!”
“Si è sempre fatto così” è la pietra tombale che seppellisce il credente e la comunità cristiana. Il credente in Gesù non si limita al “si è sempre fatto così” No! La vita ogni giorno si presenta in forme nuove, suscitando situazioni nuove e bisogni nuovi e allora il credente deve saper risolvere in una forma nuova, originale e creativa; per cui il credente è quello che crea sempre forme nuove. Chi si limita a ripetere le formule del passato vivacchia ma non vive e naturalmente tutti quelli che cercano formule nuove verranno perseguitati. Perseguitati non dai nemici della religione ma proprio incompresi e perseguitati dai rappresentanti della religione.
Gesù ci esorta a rifiutare qualunque forma di violenza e a metterci dalla parte dei perseguitati, nella certezza che il Signore tutto trasforma in bene. Non c’è nulla che ci venga fatto del male che poi il Signore non trasformi in bene.
La persecuzione è una testimonianza contro i persecutori che per quanto si ritengano di agire in nome di Dio in realtà dimostrano di non conoscerlo.
Nel vangelo di Giovanni, Gesù dirà: “Ma tutto quello che vi faranno, a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. E chi saranno? Le autorità religiose, che sono quelli che non conoscono Dio.
Se Gesù proclama beati i perseguitati poi è di una severità atroce nei confronti dei persecutori.
Una delle pagine di più grande violenza verbale la troviamo nel capitolo 23 di Matteo dove c’è una lunga requisitoria contro le autorità religiose spirituali di Israele che – attenzione – non sono una polemica con l’istituzione giudaica – dalla quale la comunità cristiana ormai si è praticamente distaccata creando forme nuove – ma sono un severo monito, perché all’interno della comunità dei credenti non si ripetano gli stessi perversi meccanismi.
Nel cap. 23 di Matteo c’è una violenza verbale inaudita. Gesù è sempre tenero e dolce con i peccatori, ma ci stupisce perché nei confronti di scribi e farisei ci sta tanta violenza.
Ripeto, non è una polemica con il mondo giudaico ma è un monito perché nella comunità cristiana non ritornino gli stessi aspetti negativi.
Se nella bibbia ci sono scritte queste cose, è o no parola di Dio?
L’abbiamo visto molto bene: “Devi ammazzare”. È un dovere religioso!
Ora leggiamo il brano che poi commenteremo. Gesù dice: “Guai”, il termine si rifà ad una espressione della istituzione funebre ebraica: “uai” con la quale si piange durante la veglia funebre; cioè Gesù piange come morti quelle persone che perseguitano gli altri, quelle persone che comunicano morte agli altri.
“Guai a voi scribi e farisei” Abbiamo detto che gli scribi sono i teologi, il magistero infallibile dell’istituzione religiosa giudaica; i farisei – il termine fariseo significa separato – sono quelli che osservavano tutti i dettami della legge. Ne avevano accumulati ben 613!
“Ipocriti che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti, e così testimoniate contro voi stessi di essere i figli degli uccisori dei profeti”. Quella di Gesù non è una constatazione ma è un ironico imperativo “Colmate la misura dei vostri padri” . L’unica cosa che sapete fare voi è perseguitare e ammazzare.
“…perciò ecco io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni li ucciderete e crocifiggerete e lapiderete…” – sono i 3 verbi che poi appariranno nella passione di Gesù – “… nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città, perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra”. Qui la denuncia di Gesù è da rabbrividire. Quello che sta dicendo è clamoroso.
“Dal sangue del giusto Abele – L’uccisione di Abele da parte del fratello Caino appare nel primo libro della bibbia, il libro della Genesi – fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia che venne ucciso tra il santuario e l’altare”. L’uccisione di questo Zaccaria appare nel secondo libro delle Cronache che è l’ultimo della bibbia ebraica.
La bibbia ebraica inizia con il libro della Genesi e termina con il libro delle Cronache; quello che sta dicendo Gesù è tremendo: “Siete assassini dalla prima pagina della bibbia all’ultima.” Oggi diremmo: Siete assassini dalla A alla Z.
E continua Gesù: “Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati. Quante volte ho dovuto raccogliere quei figli come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali e non avete voluto.”
Quindi con riferimento ad Abele e a Zaccaria, Gesù cita il primo e l’ultimo omicidio riportato nella bibbia. E Gesù denuncia una casta religiosa di potere, di essere sempre incapace di riconoscere gli inviati di Dio. Li ricordano dopo, quando sono stati ammazzati. E purtroppo è una sequela tragica: arriva il profeta, viene ostacolato, viene osteggiato, quando è possibile viene messo a morte, poi passa il tempo, viene riconosciuto che era un inviato da Dio, gli si costruisce un monumento e … in nome del profeta morto e “monumentato” (uso questa espressione) si perseguiteranno e si
ostacoleranno i nuovi profeti. (Maggi, Continua)

Conferenza tenuta da fra’ Alberto Maggi ma non rivista dallo stesso, pertanto si chiede al lettore di tenerne conto, cogliendo il messaggio che viene comunicato al di là delle forme e delle modalità con le quali esso è stato trasmesso. In una trascrizione non è possibile infatti rendere il tono della voce, la gestualità, le espressioni di colui che parla, inoltre alcune espressioni possono essere facilmente fraintese da chi trascrive il testo. Si tenga anche presente che la punteggiatura è stata posizionata ad orecchio; i punti in cui la registrazione è incomprensibile sono indicati così: (.?.). Altre informazioni e conferenze si possono leggere o scaricare dal sito: www.studibiblici.it
Trascrizione realizzata da un’amica del CSB “G. Vannucci” di Montefano”

Centro per lo studio scientifico della Sacra Scrittura e per la sua divulgazione a livello popolare
studibiblici.it

 

le monache rispondono per le rime alla Littizzetto

 

 

 le suore di clausura contro Luciana Littizzetto:

“Noi represse? Se avessimo voluto abbracciare un uomo avremmo scelto un altro”

  

 Nel corso della puntata di domenica della trasmissione di Raitre “Che tempo che fa”, Luciana Lettizzetto ha ironizzato sulla scena memorabile delle suore di clausura che circondano Papa Francesco durante la messa nel Duomo di Napoli. Ma le Sorelle non ci stanno, rispondono prontamente a tono su Facebook. 

Indubbiamente il siparietto andato in scena sabato nella cattedrale di Napoli, quando tutte le monache hanno assalito Papa Francesco, ha fatto sorridere un po’ tutti. La scena del Cardinale Sepe che, in napoletano, le incitava a tornare al proprio posto, resterà memorabile. Eduardo De Filippo diceva che Napoli è “un immenso teatro, in cui tutto, anche la miseria, diventa spettacolo”. E questa scena rappresenta emblematicamente la loro innata capacità di recitare la vita vera.

 

Luciana Littizzetto, durante la puntata di domenica 22 marzo della trasmissione televisiva di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, ha mandato in onda le immagini della giornata del pontefice nella capitale campana ironizzando: “Il momento supremo di comicità massima è stato quando il Papa ha conosciuto le suore di clausura – continua – Non si capisce se erano tutte intorno al pontefice perché non avevano mai visto un Papa o perché non avevano mai visto un uomo”.

Il commento non è affatto piaciuto alle suore di clausura del monastero Clarisse Cappuccine di Napoli. Hanno immediatamente espresso il proprio parere sulla pagina Facebook gestito dall’abadessa madre Rosa.

suore rispondono

“Ci dispiace che la sig. Littizzetto abbia pensato che le “represse” monache di clausura stessero aspettando il Papa per abbracciare un uomo…probabilmente per fare questo avremmo scelto un altro luogo e ben altri uomini..se avessimo voluto”, rispondo con tono polemico le monache. Concludono la loro protesta con un invito alla “cara Luciana” ad “aggiornare il manzoniano immaginario delle monache di vita contemplativa”.

In difesa delle suore sono arrivati numerosi commenti dei lettori dei social network che considerano “fuori luogo” l’intervento della Littizzetto.

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 il video delle monache clarisse che accolgono il papa con entusiasmo:

 

 

 

inutile dire che la risposta delle alla Littizzetto è diventata virale…

 le monache clarisse cappuccine di Napoli, ordine istituito da Maria Lorenza Longo nel 1535, hanno un profilo molto attivo su Facebook e a gestirlo ci pensa direttamente la Abbadessa, madre Rosa Lupoli che ha ideato una sorta di “i-clausura” «Il nostro essere sui social è solo una risposta ai tanti che, in qualche modo, vogliono essere in contatto con noi. Prima c’era la posta, poi il telefono, poi la mail, oggi facebook. Diciamo che cerchiamo di venire incontro alle richieste di preghiera, ascolto, amicizia, sostegno che ci vengono da ogni parte, tentando di essere aggiornate e in sintonia con i tempi» (Corriere del Mezzogiorno, 24 marzo).

 

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