lettera al ministro dell’interno francese

leonarda

a margine della discussione pubblica che il caso dell’espulsione della ragazza rom mentre era in gita scolastica, un ex deputato della sinistra ha pubblicato sull’ Humanité una lettera a M. Valls, ministro dell’interno

la lettera è stata messa on line, con qualche perplessità (a motivo di qualche espressione non proprio elegante) e al tempo stesso con convinzione, dal sito www.garriguesetsentiers.org:

Manuel (Valls), ricordati… di Jean-Claude Lefort

Il comitato di redazione di “Garrigues et Sentiers” ha deciso, dopo discussione, di mettere on line questo articolo, che esprime un giudizio che merita di essere preso in considerazione. Deplora solo che le ultime righe, per il tono eccessivo e l’intenzione ingiuriosa, rovinino la moderazione e il ritegno del resto del testo.

Manuel, hai dichiarato su BFMTV che per te la situazione era molto diversa da quella dei rom, in quanto la tua famiglia spagnola era venuta in Francia per fuggire dal franchismo. Sei stato naturalizzato francese nel 1982. Franco è morto nel 1975. Sette anni prima della tua naturalizzazione. Quando sei diventato francese, quindi, non c’era più la dittatura in Spagna. Secondo le tue parole, quindi, tu avevi “vocazione” a ritornare nel tuo paese di nascita, in Spagna. Non lo hai fatto e capisco perfettamente, così come capisco molto bene il tuo desiderio di diventare francese. Senza ombra di dubbio. Tu avevi “vocazione” a tornare a Barcellona, in Spagna, dove sei nato, per usare le tue parole che riguardavano unicamente i rom. Chi ti sta scrivendo è un francese di origine zingara da parte di padre. Mio padre, zingaro e francese, nel 1936 è andato in Spagna a combattere il franchismo, armi in pugno, nelle Brigate internazionali. Per la libertà del tuo paese di nascita, e quindi quella della tua famiglia. Ne è morto, Manuel. In seguito alle ferite inflitte dai franchisti sul fronte della Jarama, nel 1937. Non ti chiedo alcun ringraziamento, e neanche la minima compassione. La rifiuto in anticipo. Sono onorato in verità perché lui ha fatto quella scelta, anche se ha privato la mia famiglia della sua presenza, quando io avevo solo nove anni e mia sorella diciotto. Poi è venuta la guerra mondiale. E i campi nazisti si sono aperti per gli zingari. Tu lo sai. Ma un numero enorme di zingari, di gitani e di spagnoli si sono impegnati nella Resistenza sul suolo francese. Avrebbe potuto esserci anche tuo padre. L’età l’aveva, perché è nato nel 1923. Georges Séguy e altri sono entrati in resistenza a sedici anni. Non gli rimprovero assolutamente di non averlo fatto, evidentemente. Ma ti chiedo il rispetto assoluto per le donne e gli uomini che si sono impegnati nella Resistenza contro il franchismo e poi contro il nazismo e il fascismo. Contro coloro che avevano fatto Guernica. Eppure, seguendo il tuo pensiero, essi avevano “vocazione” a ritornare o a restare nel loro paese d’origine, “quegli stranieri, eppure nostri fratelli” (1)… Manuel, “si” sono accolte la Romania e la Bulgaria nell’Unione europea benché quei paesi non rispettassero, e continuino a non rispettare, uno dei principi fondamentali per diventare o essere membri dell’Unione europea: il rispetto delle minoranze nazionali. Essendo sensibile, per ragioni evidenti, a questo tema, all’epoca mi ero molto preoccupato. In quanto deputato, sono andato a Bruxelles, alla Commissione, per provare e dire che quei paesi non rispettavano quella clausola fondamentale. Mi hanno riso in faccia, figurati. E oggi, in quei paesi, la situazione dei rom si è ulteriormente aggravata. Non migliorata, dico proprio “aggravata”. E hanno “vocazione” a restare nei loro paesi o a tornarvi? Si tratta allora, per te, di una specie umana particolare che potrebbe sopportare le vessazioni, le discriminazioni e le umiliazioni di ogni tipo? Quei paesi d’origine non sono dittature, certo. Ma non sono neppure delle vere democrazie però. Allora tu, lo spagnolo diventato francese, non capisci? Non capisci cosa significhi fuggire dal proprio paese? A meno che tu abbia delle concezioni molto speciali, per le quali ciò che vale per un rumeno non vale per uno spagnolo. Eppure sai che la parola “razza” scomparirà dalle nostre leggi. E giustamente, perché non ci sono razze, c’è una sola specie umana. E i rom ne fanno parte. La fermezza deve essere esercitata dove vi sono delle responsabilità. Non su poveri individui che non ne possono più. Saper accogliere e saper far rispettare le nostre leggi non sono due concetti antagonisti. Quando si è di sinistra, non si ha il manganello al posto del cuore. È un francese di
origine zingara che ti scrive, che scrive a te, solo recentemente diventato francese. È un figlio di militanti della “Brigata internazionale” che si rivolge a te. Ricorda: “Chi non ha memoria, non ha futuro”. Per il momento, Manuel, ho la nausea. Le tue dichiarazioni mi fanno vomitare, e anche peggio. I nostri padri avrebbero fatto tutto questo per niente, o per “questo”? Sono morti per la Francia, Manuel. Perché la Francia vivesse. Compresi “quegli stranieri, eppure nostri fratelli”.
*Lettera a Manuel Valls (ministro dell’interno francese) di Jean-Claude Lefort, ex deputato comunista, pubblicata su L’Humanité del 1° ottobre 2013.
(1) “ces étrangers, et nos frères pourtant”: citazione di una poesia di Louis Aragon (Strophes pour se souvenir), scritta per rendere omaggio ai resistenti “stranieri” arrestati dai tedeschi e fucilati il 21 febbraio 1944.

verso la giornata missionaria mondiale

bel giglio

Missione, dono della fede non dispendio di energie

Nel suo primo messaggio in occasione della Giornata missionaria mondiale, papa Francesco ha di nuovo fatto emergere il carattere profondamente pastorale del suo pontificato: si nota, infatti, che il “taglio” del messaggio è connotato da un’operatività ma anche da una riflessione che scaturiscono da un’esperienza di vivo e diretto contatto con le comunità cri- stiane locali, in particolare le diocesi e le par- rocchie, che rimangono comunque e sempre «il modello ecclesiale permanente e paradig- matico, lungo i secoli» per citare un’afferma- zione di papa Benedetto XVI. Allora, che significa per la Chiesa locale es- sere una Chiesa missionaria? Prendiamo spunto esattamente dal messaggio che papa Francesco ha reso pubblico la domenica di Pentecoste.
La fede, dono da donare. Richiamandosi all’anno della fede che si avvia alla conclu- sione, papa Francesco ci ricorda che «la fede è dono prezioso di Dio». E si tratta di «un dono che non si può tenere solo per se stessi, ma che va condiviso», pena il divenire «cristiani isolati, sterili e ammalati». Un’affermazione simile ha notevoli conse- guenze a livello pastorale. Il papa le ribadisce poco più avanti, quando afferma: «La solidità della nostra fede, a livello personale e comu- nitario, si misura anche dalla capacità di co- municarla ad altri… uscendo dal proprio re- cinto per portarla anche nelle periferie». Ciò significa che possiamo ritenerci cristiani pra- ticanti perché partecipiamo ogni domenica al- l’eucaristia e magari alimentiamo la nostra pratica religiosa con un attivo impegno all’in- terno delle varie attività di una parrocchia o di una comunità. Ma questo non basta per dirsi cristiani sani e portatori di frutto. Se un cristiano non apre la propria esperienza in- tima e profonda del Cristo a una dimensione di testimonianza, di annuncio, di missione, è un cristiano “malato”. E di cristiani “malati” le nostre chiese sono piene. Malati di che? Malati di intimismo, ma- lati di sterili sentimentalismi, malati di no- stalgia per una fede “di massa” che non c’è più, malati di sagrestie luccicanti e di liturgie ro- boanti; malati e asfissiati da una fede che non respira bene perché lascia chiuse le porte e le finestre all’incontro con l’altro, soprattutto con l’altro che fa fatica a credere e che spesso ci mette in discussione. Se non ci apriamo alla dimensione dell’an- nuncio, il cristianesimo malato ci contagerà e ci ucciderà molto più velocemente di qualsiasi persecuzione esterna. Chiaramente, questo comporta e richiede una profonda conver- sione pastorale, a partire anche dalle strutture che la sostengono. Sembra di sentire riecheggiare, in questo messaggio così come in molte altre sue affer- mazioni da quando Bergoglio è stato eletto ve- scovo di Roma, le parole e le tesi presenti nel documento finale della 5ª Conferenza del- l’episcopato latinoamericano di Aparecida (2007), che lo ha visto protagonista, e che parla esplicitamente di «conversione pasto- rale» come di uno stile credente che «esige che si passi da una pastorale di sola conservazione ad una pastorale decisamente missionaria. Solo così sarà possibile che l’unico pro- gramma del vangelo continui a entrare nella storia di ogni comunità ecclesiale con un nuovo ardore missionario, facendo sì che la Chiesa si manifesti come una madre che va in- contro, una casa accogliente, una scuola per- manente di comunione missionaria» (cf. DA 370).
La missione paradigma della vita cri- stiana e della pastorale. «La missionarietà – continua Francesco nel messaggio – non è un aspetto secondario della vita cristiana, ma un aspetto essenziale». E ancora: «La missio- narietà non è solamente una dimensione pro- grammatica nella vita cristiana, ma anche una dimensione paradigmatica che riguarda tutti gli aspetti della vita cristiana». Rischiando di sentirci accusati di eccessivo fanatismo per la missione, quasi dimenticando che prima di guardare ai problemi che ci sono “nel mondo” occorre guardare alla realtà “all’interno” delle nostre comunità (l’annosa questione della di- stinzione tra «missione ad extra» e «missione ad intra»), noi “addetti ai lavori” abbiamo spesso sottolineato che la sensibilizzazione missionaria all’interno di una comunità par- rocchiale o diocesana non è “una delle tante attività da fare”, ma uno stile, un modo di es- sere, una modalità di testimonianza cristiana che pervade completamente la vita di una co- munità. Come ci ricorda il papa, la dimen- sione missionaria all’interno di una comunità si rende concreta nella capacità di «portare con coraggio in ogni realtà il vangelo di Cri- sto, che è annuncio di speranza, di riconcilia- zione, di comunione, di vicinanza di Dio, della sua misericordia…, di amore di Dio che è ca- pace di vincere le tenebre del male e di gui- darci sulla via del bene». Allora, missione è soprattutto un modo di essere nella comunità, non una cosa in più da fare rispetto alle altre. Stabilire delle priorità nella prassi pastorale di ogni singola Chiesa locale ha certamente il suo significato e la sua importanza: non possiamo, tuttavia, permet- terci di ritenere che la dimensione missionaria possa essere considerata un affare per pochi, un’attività per tecnici, una specializzazione pastorale da affidare a chi ha maggior sensi- bilità verso temi come la mondialità, la soli- darietà, la cooperazione internazionale. Ri- schieremmo, nella migliore delle ipotesi, di delegare la missione a un gruppo di fedeli di élite; ma, ancor peggio, la vedremmo come un disturbo all’ordinarietà della prassi pastorale nelle nostre parrocchie; o, addirittura, la ren- deremmo un elemento snaturante dell’iden- tità della Chiesa, ridotta così – come disse il papa ai cardinali all’inizio del suo pontificato – alla stregua di una «ong pietosa» che fa delbene ma che non confessa né annuncia Cri- sto.
Inviare in missione non è una perdita, ma un guadagno. Il messaggio di Francesco, prima di concludere con un ricordo partico- lare per tutti i missionari e le missionarie sparsi in ogni parte del mondo e per i cristiani che vivono situazioni di particolare dramma- ticità e persecuzione a causa della loro fede, ci ricorda un altro aspetto importante, che as- sume sempre di più le caratteristiche di un fe- nomeno di attualità. Ci parla, infatti, del ge- neroso impegno delle giovani Chiese che «in- viano missionari alle Chiese che si trovano in difficoltà, non raramente di antica cristia- nità». Oltre a rilevare che si tratta di un feno- meno molto attuale e sentito nelle Chiese di antica tradizione (solamente in Italia con- tiamo almeno 3.000 tra sacerdoti, religiosi e religiose non italiani presenti nelle nostre co- munità), il papa ci ricorda che questo non de- v’esser visto come una perdita o una sconfitta, né per le Chiese di antica tradizione (in quanto incapaci di avere nuove vocazioni mis- sionarie) né per le giovani Chiese (che, la- sciando partire molti dei loro membri, po- trebbero sentirsi “svuotate” di nuove energie). Invita infatti le Chiese locali, soprattutto nella persona dei vescovi, a «sostenere con lungi- miranza e attento discernimento, la chiamata missionaria ad gentes, sapendo che «donare missionari e missionarie non è mai una per- dita ma un guadagno». E questa dev’essere un’attenzione «presente anche tra le Chiese che fanno parte di una stessa Conferenza epi- scopale o di una Regione», rilanciando così il concetto di missio inter gentes. Ciò significa che non possiamo accampare scuse: non è possibile rinunciare a una pro- fonda e seria pastorale vocazionale missiona- ria solo perché preoccupati di mantenere un numero adeguato di sacerdoti e religiose per le nostre comunità cristiane. Una pastorale di mantenimento non porterà mai frutto, perché induce una comunità a continuare a guardare a se stessa e ai suoi problemi, affogandovi dentro in quanto incapace di offrire una pro- spettiva nuova grazie ad un’ottica diversa e più obiettiva. Aprirsi alla missione ad gentes porta le Chiese di antica cristianità a ritrovare «l’entusiasmo e la gioia di condividere la fede in uno scambio che è arricchimento reci- proco». Insomma, lasciar partire missionari e mis- sionarie dalle nostre comunità non significa perdere “forza lavoro” o avere meno “operai nella messe” di casa nostra: significa piuttosto sapere che una fede donata è una fede raffor- zata, mentre una fede conservata – sia pure con tutti i buoni propositi e le migliori inten- zioni – rischia di ammalarsi e di morire soffocata.
don Alberto Brignoli Ufficio nazionale Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese

‘depaganizzazione’ del papato

Boff
una bella riflessione, questa, di L. Boff che sottolinea che la configurazione che il papato ha assunto storicamente  ha avuto come riferimenti e ispirazione meno il vangelo che contingenze storiche, soprattutto impostazioni imperiali e assolutistiche, del tutto dimentiche del “tra voi non sia così!”
urgentissima quindi una purificazione di questa immagine dai connotati, per tanti aspetti, paganeggianti!
 Papa Francesco e la depaganizzazione del papato
Le innovazioni nelle abitudini e nei discorsi di Papa Francesco hanno aperto una crisi acuta nei gruppi conservatori che seguivano rigorosamente le linee guida dei due Papi precedenti. Per loro è stato particolarmente intollerabile che il Papa avesse ricevuto in udienza privata uno dei promotori della “condannata” Teologia della Liberazione, il peruviano Gustavo Gutierrez. Sono storditi dalla sincerità del Papa, che riconosce gli errori nella Chiesa e allo stesso tempo, denuncia l’arrivismo di molti prelati, qualificando di “lebbra” lo spirito cortigiano ed adulatore di molti al potere, i cosiddetti “vaticanocentrici”.
Quello che veramente li ha scioccati è l’inversione che fa, mettendo al primo posto l’amore, la misericordia, la tenerezza, il dialogo, assieme alla modernità e alla tolleranza con le persone, anche con quelle divorziate ed omosessuali, e solo dopo le dottrine e discipline ecclesiastiche.
Si sentono già le voci più radicali che, con riferimento a Papa Francesco, chiedono per “il bene della Chiesa” (la loro, ovviamente) preghiere di questo tipo: “Signore, illuminalo o eliminalo”. La rimozione di papi scomodi non è una rarità nella lunga storia del papato. C’è stata un’epoca compresa tra 900 e 1000, quella chiamata “era pornocrática” del papato, in cui quasi tutti i papi sono stati avvelenati o uccisi.
Le critiche più frequenti che circolano nelle reti sociali di questi gruppi, storicamente superati e arretrati, accusano il papa corrente di dissacrare la figura del papato, secolarizzandola e rendendola banale. In realtà, essi ignorano la storia e sono ostaggi di una tradizione secolare che ha poco a che fare con il Gesù storico e con lo stile di vita degli Apostoli, ma ha molto a che fare con il lento paganesimo e con la mondanità della Chiesa, col seguire lo stile degli imperatori romani pagani e dei principi rinascimentali.
Le porte a questo processo sono state aperte nell’epoca di Costantino (274-337), che riconobbe il Cristianesimo, e da Teodosio (379-395), che lo impose come l’unica religione dell’Impero. Con il declino dell’Impero Romano, si sono create le condizioni perché i vescovi, in particolare quello di Roma, assumessero le funzioni di ordine e controllo. Questo è accaduto chiaramente con il Papa Leone I, il Grande (440-461), che fu proclamato prefetto di Roma per affrontare l’invasione degli Unni. Egli fu il primo anche ad usare il nome del Papa, una volta riservato solo agli imperatori. Ha acquisito maggiore forza con il Papa Gregorio Magno (540-604), proclamato anche lui prefetto di Roma, culminando poi con Gregorio VII (1021-1085) che si arrogò il potere assoluto religioso e laico: forse la più grande rivoluzione nel campo della ecclesiologia.
Le attuali abitudini imperiali, principesche e cortigiane di tutta la gerarchia, dei cardinali e dei papi si devono riferire soprattutto a papa Silvestro (334-335). Nella sua epoca era stata creata una falsificazione, la “Donazione di Costantino”, con l’obiettivo di rinforzare il potere papale. Secondo questa falsificazione, l’imperatore Costantino avrebbe donato al Papa la città di Roma e la parte occidentale dell’Impero. Con questa “donazione”, dimostrata come falsa dal Cardinale Nicola Cusano (1400-1460), erano inclusi l’uso delle insegne e dell’abbigliamento imperiali (porpura), il titolo di Papa, il pastorale d’oro, la mozetta sulle spalle adornata di ermellino e orlata di seta, la formazione della corte e la residenza nei palazzi.
Questa è l’origine delle attuali abitudini principesche e cortigiane della Curia Romana, della gerarchia ecclesiastica e dei cardinali, in particolare del Papa. Prende inspirazione dello stile degli imperatori romani pagani e dalla sontuosità dei principi rinascimentali. Quindi, è stato un processo di paganesimo e di mondanità della Chiesa come istituzione gerarchica.
Coloro che vogliono tornare alla tradizione rituale che circonda la figura del Papa non sono nemmeno consapevoli di questo processo storicamente chiuso e condizionato. Essi insistono su qualcosa che non passa attraverso il setaccio dei valori evangelici e per la pratica di Gesù.
Che cosa sta facendo il Papa Francesco? Sta restituendo al papato e all’intera gerarchia il suo vero stile, legato alla Tradizione di Gesù e degli Apostoli. In realtà, sta ritornando alla tradizione più antica, e realizzando una depaganizzazione del papato nello spirito del Vangelo, vissuto emblematicamente dal suo ispiratore San Francesco d’Assisi .
L’ autentica tradizione è dalla parte di papa Francesco. I tradizionalisti sono solo tradizionalisti e non tradizionali. Essi sono più vicini al palazzo di Erode e di Cesare Augusto che alla grotta di Betlemme e all’artigiano di Nazareth. Contro di loro c’è la pratica di Gesù e le sue parole sullo spogliamento, la semplicità, l’umiltà e sul potere come servizio e non come fanno i principi pagani e i grandi che soggiogano e dominano: “Ma tra di voi non deve esser così; anzi, il più grande fra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26). Papa Francesco parla a partire da questa originaria e più antica Tradizione, quella di Gesù e degli Apostoli. Perciò destabilizza i conservatori che sono rimasti a corto di argomenti.
Leonardo Boff è autore di Chiesa: carisma e potere, Record, Rio

Ratzinger “inedito”, il racconto del segretario del Papa

Ratzinger "inedito", il racconto del segretario del Papa
Il papa emerito Joseph Ratzinger 

Monsignor Xuereb, rimasto con Bergoglio, ha tratteggiato un ritratto per certi versi “privato” di Benedetto XVI. Dalla “scelta difficile ed eroica” delle dimissioni all’amore per gli animali e la natura, dalla “sensibilità rara se non unica” alla capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore

di ORAZIO LA ROCCA

“Una scelta difficile ed eroica, ma presa con grande serenità”. E’ la “scelta” di lasciare il papato fatta da Benedetto XVI il 28 febbraio scorso, per la prima volta raccontata da monsignor Alfred Xuereb, attuale segretario di papa Francesco. Invitato a Pordenone a presentare il libro Per una ecologia dell’uomo sui discorsi di Ratzinger, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, monsignor Xuereb, maltese, è stato un testimone privilegiato delle storiche dimissioni di Benedetto XVI seguite dall’avvento di Bergoglio, essendo stato uno dei segretari di Ratzinger accanto al segretario “titolare”, il vescovo tedesco George Gaenswaen. Nel corso della conferenza di Pordenone e, successivamente, in una intervista alla Radio Vaticana, il fido collaboratore di papa Francesco ha raccontato episodi ed aneddoti della sua esperienza al servizio di Benedetto XVI presentandolo in una luce nuove ed inedita, poco conosciuta al grande pubblico. “L’ho voluto fare – ha specificato all’emittente pontificia nell’intervista esclusiva concessa a Luca Collodi – perché soffro troppo quando leggo giudizi errati e superficiali sulla  figura e l’opera di Joseph Ratzinger”.   Le dimissioni. Sull’abbandono del pontificato, monsignor Xueber si è detto “convinto che la scelta tanto difficile quanto eroica di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino, non poteva non essere condivisa col fratello Georg con il quale c’è sempre stata da parte di papa Benedetto una splendida, singolare intesa”. “Con raffinata delicatezza mi informò, qualche tempo prima, della sua decisione e per confortarmi mi ha ripetuto per ben due volte: lei andrà col papa nuovo. E per questo lo ringraziai di cuore dicendogli che gli sarei stato grato per sempre”. Le visite di George Ratzinger al fratello papa per Xueber erano “un dolce spettacolo di un amore fraterno molto speciale. Benedetto lo prendeva sotto braccio, lo accompagnava, lo aspettava volentieri al pianoforte, gli spiegava con pazienza il significato di alcuni vocaboli italiani che non capiva”.
Continuità con i Papi precedenti. Nell’intervista, il segretario sostiene anche che tra gli ultimi papi, compresi Francesco e Benedetto XVI, c’è profonda continuità sia nei confronti della dottrina che in materia di difesa della natura ed amore verso gli animali. ”Voglio ricordare – ha spiegato – la sensibilità verso la natura che aveva Giovanni XXIII, che tra poco grazie a Dio verrà canonizzato. Lui, che era figlio di contadini, come non poteva avere sensibilità nei confronti del Creato?”. Sensibilità mostrata da Giovanni XXIII ”con i giardinieri” con i quali si incontrava spesso e volentieri durante le passeggiate. Come pure da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, del quale ha ricordato ”le uscite a respirare l’aria delle montagne”. Quella dei Papi, per Xueber ”è una storia, perché, appunto, fatta da Pontificati diversi ma connessi l’uno con l’altro. Altrimenti sarebbe solo un libro con vari episodi chiusi. Invece, sono dei capitoli”.
L’amore per gli animali. ”Papa Benedetto non ha amore solo per i gatti, ma per tutti gli animali”, ha rivelato mosnignor Xuerebe. ”La prima immagine che mi viene in mente – ha confidato – è che Papa Benedetto si scioglieva davanti agli animali, alla natura, gli piaceva stare fuori, quando uscivamo, per fare una scampagnata, anche quando veniva suo fratello dalla Germania. Ricordando, forse, i momenti in cui, in Germania, da ragazzo, andavano a fare gite nella natura”. ”Nei confronti degli uccellini – ha aggiunto il prelato maltese – posso raccontare un aneddoto. Qualche anno fa, in inverno, durante una passeggiata nei Giardini vaticani recitando il Rosario, notavamo spesso un merlo bianco. Alla fine del rosario mi chiedeva se si era fatto vedere, suggerendomi poi di andare a fare qualche foto del merlo. Con l’aiuto dei nostri fotografi, che hanno macchine migliori della mia, sono andato ed ho scattato alcune foto. Quando le ha viste, l’espressione era di meraviglia. Mi disse che erano foto da pubblicare. E qualche giorno dopo, le foto sono finite sull’Osservatore Romano”. ”Ancora: alla fine di un’udienza generale – ha raccontato don Alfred – alcuni, dalle parrocchie, portano statue raffiguranti Santi. Ricordo che dissi al Papa che un Santo da lui benedetto in una circostanza, aveva il cane accanto a sé. Mi rispose: ‘Alfred, non solo questi Santi sono simpatici, ma diventano più umani’. Una battuta che rivela la sua attenzione per la presenza del mondo animale accanto a questi uomini che diventano così Santi più vicini alla nostra vita quotidiana, potendo rivolgerci loro in confidenza. E’ molto bello questo”.
La sofferenza per gli errori su Ratzinger. “Devo dire che – ha detto il segretario papale – sento dentro di me, da un certo tempo, un impulso: quello di dare un contributo, piccolo quanto sia, a rivelare la vera identità di papa Benedetto. Soffro, quando sento commenti che sono lontani dal rappresentare il vero papa Benedetto. Io, che ho avuto la fortuna, la grazia, di conoscerlo da vicino vorrei raccontare la persona che ho conosciuto e se oggi parlo di lui, ricordando alcuni episodi della mia esperienza, lo faccio con la speranza di farlo conoscere meglio”.
Amore filiale. “Lo sto amando come può amarlo un figlio”, si è quindi lasciato andare monsignor Xueber. “Quand’ero con Papa Benedetto e qualcuno mi rivolgeva una domanda su di lui, ripetevo sempre: finché sono segretario dell’attuale pontefice, io non rispondo a nessuna domanda su di lui. Lo ripeto anche qui: finché sono con papa Francesco non dirò mai niente su di lui. Non conoscevo Benedetto e lo ho amato come un padre, più di un padre. Non conoscevo papa Francesco e lo sto amando come un figlio”. “Avendo avuto il privilegio di vivere per cinque anni e mezzo, giorno dopo giorno nel palazzo apostolico con papa Benedetto sento quasi un impulso dentro di me per correggere un po l’identità che è stata trasmessa di Benedetto XVI, in particolare negli anni del suo pontificato”. E ancora: “Posso dire che è una persona straordinaria da cui sono rimasto fortemente affascinato. Da un lato è un uomo di elevatissima cultura, un gigante per profondità e lucidità intellettuale, dall’altro presenta una disarmante semplicità e una sensibilità rara se non
unica. Sa costruire dei rapporti senza mai mettere a disagio il suo interlocutore, anzi l’aiuta a farsi sentire accolto ed apprezzato. E’ un uomo che ha l’arte di relazionarsi con gli altri stabilendo un approccio di naturalezza e di franchezza”. Entrando, infine, nel merito del volume che tratteggia il rapporto di Benedetto con il Creato, monsignor Xuereb ha sottolineato come la persona umana sia per Ratzinger “il coronamento dell’intera creazione perché immagine