papa Francesco sette mesi dopo

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un bilancio provvisorio del pontificato di papa Francesco dopo sette mesi fatta da ‘noi siamo chiesa’:

Papa Francesco sette mesi dopo

Il nuovo papa si è posto al centro dell’attenzione della cultura laica e del mondo cattolico in modo che nessuno poteva prevedere. I sistemi chiusi, almeno nelle dimensioni di vertice (in questo caso il Vaticano, il collegio dei cardinali e molti vescovi) hanno spesso, quasi per loro natura, rotture improvvise e inattese. Molte opinioni circolano underground, sono magari condivise ma poco proclamate. Mi rendo conto che si tratta di un meccanismo poco comprensibile dall’esterno e poco piacevole per chi, dall’interno della Chiesa, chiede sempre trasparenza, discussione aperta, in poche parole democrazia ( parola aborrita dall’establishement ecclesiastico, che preferisce parlare di “comunione”). Evidentemente la circolazione sotterranea è avvenuta se molte delle sensibilità e dei punti di vista dell’area “critica” del cattolicesimo (tra queste, in primis, quelle espresse dal movimento “Noi Siamo Chiesa”) vengono ora a galla con papa Francesco e trovano legittimità e ascolto quando, solo fino a qualche mese fa, erano silenziate con le buone (con la censura) o con le cattive (provvedimenti canonici) maniere.
E l’autorità morale del papa nella Chiesa cattolica ha una tale forza che le sue sole parole, anche se non seguite subito dai fatti, danno la linea.
Ma tutto ciò non basta a spiegare il ciclone Francesco. Il secondo fattore determinante della nuova situazione è dato dalla crisi (diciamo pure dal fallimento) del pontificato di Benedetto XVI, anche per la sua evidente incapacità di governo con la delega disastrosa a Bertone. Non è necessario essere degli informati vaticanisti per affermare che i fatti recenti, da tutti conosciuti e oggetto di uno scandalo conosciuto in tutto il mondo, hanno contato molto. Il Bergoglio candidato bruciato nel conclave del 2005 dalla personalità di Ratzinger e dalle incertezze e paure dei cardinali che volevano continuità dopo papa Wojtyla, si è presentato come la soluzione ottimale per una situazione di emergenza. Uomo del terzo mondo, lontano ed estraneo ai circuiti vaticani e italiani, sempre più torbidi, con una immagine accattivante e impegnato in un approccio pastorale, e non dottrinale, ai problemi, egli ha fatto l’unità della destra e della sinistra e, a quanto si capisce, soprattutto dei cardinali sparsi nel mondo. Per capire veramente la situazione bisogna tenere ben presente che il candidato alternativo era Scola; sarebbe stata una soluzione meno che mediocre, forse capace di un po’ di pulizia interna ma autoritaria, autoreferenziale e continuista. Questa candidatura, si suppone, non è veramente decollata sia perché troppo sponsorizzata da Ratzinger (col trasferimento da Venezia a Milano) sia perché percepita come, comunque, italo-vaticana, e quindi, nella situazione del marzo 2013, da contrastare.

Francesco e l’opinione laica
La prima evidente reazione di quella opinione laica che segue distrattamente l’universo cattolico è stata di meraviglia per la rapidità e l’efficienza dell’esito del conclave. La contraddizione con la situazione della politica italiana, impantanata dopo le elezioni di febbraio, ha creato invidie a non finire. Ma la sorpresa, dopo la percezione che qualcosa di sostanza cambiava veramente in campo cattolico, è stata la lettera di papa Francesco a Scalfari e la successiva intervista. La differenza dalla situazione di prima è più che evidente: basta relativismo, basta radici cristiane dell’Europa, primato della coscienza, nuovo rapporto con la modernità, nessuna pretesa di pretendere una verità assoluta, dialogo alla pari con i non credenti, la figura di Gesù come dominante e la Chiesa come comunità e via di questo passo. Niente di eretico ma ispirazioni e verità che furono riscoperte dal Concilio Vaticano II e che ora sono rilanciate da Francesco (si tratta della “brace sotto la cenere” di cui parlava l’ultimo Martini) .
Lo sconcerto del mondo cattolico ufficiale è testimoniato dal fatto, sfuggito agli osservatori, che l’Avvenire (il giornale dei vescovi) relegava la notizia della lettera e dell’intervista in un modesto articolo nelle pagine culturali. Ora la cultura laica è da una parte spiazzata, abituata com’era alla ripetitività del contrasto e delle polemiche,dall’altra è messa alla frusta, deve accettare la sfida e, a sua volta, ripensare ai suoi tradizionali criteri critici di giudizio sul rapporto tra la Chiesa e la modernità, sulla religione come causa di sterilizzazione dell’azione dei credenti nel mondo, sulla sua permanente diffidenza nei confronti della scienza e via di questo passo.

Francesco e i vescovi italiani
Ma c’è un problema evidente: in Italia? E’ forse sfuggita la notizia, sostanzialmente censurata dalla stampa cattolica, ma veicolata dall’autorevolissima penna di Massimo Franco (“Corriere” del 29 settembre) di un rapporto nuovo che Francesco ha aperto coi vescovi italiani . Essi sono stati sollecitati ad uscire dalla gestione autoritaria di Ruini (continuata, nella sostanza, da Bagnasco) e a prendersi le loro responsabilità, ad organizzare il ruolo delle Conferenze episcopali regionali, a fermare “l’elefantiasi che ha reso l’episcopato burocratico e autoreferenziale”, a ridurre il verticismo, ad occuparsi delle questioni politiche senza passare dalla segreteria di stato, a pensare a ridurre il numero delle 224 diocesi e via di questo passo. Sullo sfondo c’è la possibilità che i vescovi debbano in futuro eleggersi il proprio Presidente (ora è nominato dal papa, caso unico in tutta la Chiesa). Adesso i vescovi si trovano, a loro volta, spiazzati. Devono incominciare ad abbandonare l’abitudine di essere privi di opinioni generali (o di non manifestarle) sulle grandi questioni pastorali (finora tutte demandate a Roma, o al Vaticano o alla CEI) per occuparsi solo dell’ordinarissima amministrazione diocesana.

Tutto è rimesso in movimento nella Chiesa
Ma le conseguenze più importanti dell’arrivo di Bergoglio interessano il corpo della Chiesa, tanto strutturato e verticistico ma, per questo motivo, anche tanto capace di recepire stimoli che rispondano a bisogni profondi, a sensibilità inespresse e che siano omogenei con prassi già silenziosamente diffuse in tante parti vicine o lontane dell’universo cattolico, come quelle che riguardano l’amministrazione dei sacramenti, la liturgia ecc…
Il messaggio di Francesco ignora o trascura i principi, le definizioni, le identità, le appartenenze e mette in primo piano le sofferenze e le gioie, i sentimenti, la solidarietà, lo spirito di comunità….. Si tratta del cd approccio “pastorale” che dovrebbe costituire il senso stesso dell’essere chiesa, la costante dell’intervento di quanti hanno la responsabilità di gestire le comunità (parrocchie, scuole cattoliche, interventi caritativi…).
Prendono allora importanza nella Chiesa quelli che ordinariamente non hanno voce, ci si preoccupa delle “periferie esistenziali” mentre la gestione del denaro, che impegna troppe energie quotidiane nella Chiesa, deve diventare un problema di serie B o di serie C . Di Chiesa povera e dei poveri bisogna non solo parlare, tutte le strutture della Chiesa devono diventare più protagoniste e il dispotismo papale viene indirettamente messo in discussione, la guerra e la pace ritornano al centro delle preoccupazioni della chiesa universale. La linea non è “rivoluzionaria” , è sostanzialmente quella indicata dal Vaticano II, è abbastanza la linea del Card. Martini.

Il “dissenso” e la destra
Anche se se ne parla poco, sono in tanti nella Chiesa a cercare di capire come posizionarsi. Francesco corre, probabilmente si rende conto che non ha tempi indefiniti per realizzare una svolta, morbida fin che si vuole, ma svolta. L’area che da anni critica e propone, rifacendosi da una parte al Concilio e dall’altra a prassi e forme di vita cristiana dei primi tre secoli e che ha dato vita alla teologia della liberazione, ha già assunto una, quasi generalmente condivisa, posizione di accettazione, a volte entusiasta, della nuova linea. Essa continua a proporre cercando di alzare il tiro, per esempio chiedendo in tempi rapidi il superamento del sistema attuale di nomina dei vescovi che è ora riservata in modo esclusivo al papa per le diocesi di tutto il mondo. Si aspetta di avere una esplicita riabilitazione della teologia della liberazione, dopo che Bergoglio ha ricevuto il suo principale ispiratore Gustavo Gutierrez.
Per i fondamentalisti ed i movimenti, la situazione è opposta. Secondo logica, la loro è una condizione di disagio con il nuovo pontificato, tanto sono distanti i nuovi input dalle loro culture. Come reagirà la destra cattolica? Premesso che i lefevriani sono completamente fuori gioco fino ad ora le reazioni più pesanti sono state marginali anche, si pensa, perché è stata presa in contropiede dopo avere avute tutte le porte aperte sotto gli ultimi due papi. Non è pensabile che la svolta sia indolore e non ostacolata. Si tratterà di vedere come e quando nasceranno gli ostacoli principali per papa Francesco, quanto questa opposizione sia forte nelle strutture organizzate della Chiesa e quanto riesca a contare a fronte di un’opinione pubblica cattolica di base che pare, a oggi, largamente favorevole al nuovo corso. Certamente conteranno i tempi. Più saranno rapidi meglio sarà. Credo che Francesco sia del tutto consapevole di questa necessità e che si stia comportando in modo conseguente, come si può dedurre anche dagli interventi sulle questioni che riguardano tutte le strutture della finanza vaticana.

Milano, 12 ottobre 2013 Vittorio Bellavite

la ‘sindrone di Giona’ e il ‘segno di Giona’ secondo papa Francesco

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Il Papa: non basta la religiosità perfetta per salvarsi, cristiani si liberino da “sindrome di Giona”

Bisogna combattere la “sindrome di Giona” che ci porta all’ipocrisia di pensare che per salvarci bastino le nostre opere. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa di stamani alla Casa Santa Marta. Il Papa ha messo in guardia da “un atteggiamento di religiosità perfetta”, che guarda alla dottrina ma non si cura della salvezza della “povera gente”.

 La “sindrome di Giona” e il “segno di Giona”. Papa Francesco ha incentrato la sua omelia su questo binomio. Gesù, ha osservato, parla nel Vangelo odierno di “generazione malvagia”. E’ molto forte la sua parola. Ma, ha avvertito il Papa, non si riferisce alla gente “che lo seguiva con tanto amore”, bensì ai “dottori della legge” che “cercavano di metterlo alla prova e farlo cadere in trappola”. Questa gente, infatti, “gli chiedeva segni” e Gesù risponde che solo gli verrà dato “il segno di Giona”. C’è però, ha ammonito Papa Francesco, anche la “sindrome di Giona”. Il Signore gli chiede di andare a Ninive e lui fugge in Spagna. Giona, ha detto, “aveva le cose chiare”: “la dottrina è questa”, “si deve fare questo” e i peccatori “si arrangino, io me ne vado”. Quelli che “vivono secondo questa sindrome di Giona”, ha aggiunto il Pontefice, Gesù “li chiama ipocriti, perché non vogliono la salvezza” della “povera gente”, degli “ignoranti” e “peccatori”:

“La ‘sindrome di Giona’ non ha lo zelo per la conversione della gente, cerca una santità – mi permetto la parola – una santità di ‘tintoria’, tutta bella, tutta benfatta, ma senza quello zelo di andare a predicare il Signore. Ma il Signore di fronte a questa generazione ammalata dalla ‘sindrome di Giona’ promette il segno di Giona. L’altra versione, quella di Matteo, dice: Giona è stato dentro la balena tre notti e tre giorni, riferimento a Gesù nel sepolcro – alla sua morte e alla sua Risurrezione – e quello è il segno che Gesù promette, contro l’ipocrisia, contro questo atteggiamento di religiosità perfetta, contro questo atteggiamento di un gruppo di farisei”.

C’è una parabola nel Vangelo, ha soggiunto il Pontefice, che dipinge benissimo questo aspetto: quella del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio. Il fariseo, “tanto sicuro di se stesso”, davanti all’altare ringrazia Dio per non essere come il pubblicano che invece solo chiede la pietà del Signore, riconoscendosi peccatore. Ecco allora che “il segno che Gesù promette per il suo perdono, tramite la sua morte e la sua Risurrezione”, ha detto il Papa, “è la sua misericordia”: “Misericordia voglio e non sacrifici”:

“Il segno di Giona, il vero, è quello che ci dà la fiducia di essere salvati per il sangue di Cristo. Quanti cristiani, quanti ce ne sono, pensano che saranno salvati soltanto per quello che loro fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie, ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva. Ma le opere sole, senza questo amore misericordioso non servono. Invece, la ‘sindrome di Giona’ ha fiducia soltanto nella sua giustizia personale, nelle sue opere”.

Gesù parla dunque di “generazione malvagia” e “alla pagana, alla regina di Saba, quasi la nomina giudice: si alzerà contro gli uomini di questa generazione”. E questo, ha evidenziato, “perché era una donna inquieta, una donna che cercava la saggezza di Dio”:

“Ecco, la ‘sindrome di Giona’ ci porta alla ipocrisia, a quella sufficienza, ad essere cristiani puliti, perfetti, ‘perché noi facciamo queste opere: compiamo i comandamenti, tutto’. E’ una grossa malattia. E il segno di Giona, che la misericordia di Dio in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, per la nostra salvezza. Sono due parole nella prima lettura che si collegano con questo. Paolo dice di se stesso che è apostolo non perché ha studiato questo, no: apostolo per chiamata. E ai cristiani dice: ‘Siete voi chiamati da Gesù Cristo’. Il segno di Giona ci chiama: seguire il Signore, peccatori, siamo tutti, con umiltà, con mitezza. C’è una chiamata, anche una scelta”.

“Approfittiamo oggi di questa liturgia – ha concluso il Papa – per domandarci e fare una scelta: cosa preferisco io? La sindrome di Giona o il segno di Giona?”

“one natio one blood”

abbraccio

un piccolo grande gesto dal valore incommensurabile!

Ieri a Islamabad in Pakistan si è ripetuto un piccolo gesto che meriterebbe le prime pagine dei giornali e che, al contrario, viene pressoché ignorato. Una catena umana di più di 300 musulmani hanno composto una catena umana per circondare e proteggere simbolicamente come “scudi umani” la chiesa di Our Lady of Fatima mentre era in corso la celebrazione della Messa. Una risposta all’attacco che era avvenuto il 22 settembre scorso a Peshawar provocando oltre 100 vittime. Nel corso della manifestazione organizzata dal gruppo Pakistan For All, il Mufti ha letto alcuni passi del Corano che invitano alla tolleranza e alla pace e il parroco, dopo la celebrazione è uscito per unirsi al gruppo dei manifestanti e stringere la mano al religioso islamico e al coordinatore del gruppo, il musulmano Mohammad Jibran Nasir. La gente innalzava cartelli con la scritta One Nation one blood (Una Nazione un sangue). È la terza manifestazione di questo genere dopo quelle organizzate nelle scorse domeniche a Karachi e a Lahore. Ogni ulteriore commento rischia soltanto di sminuire la portata di queste iniziative che parlano già da sé. Di incontro, di umanità, di fraternità, di pace ben oltre la semplice tolleranza. La cronaca sembra dare più ascolto (ed eco) al tragico fragore delle bombe che a queste iniziative, ma siamo convinti che la storia scriverà pagine nuove proprio a partire da questi gesti.

il ‘sogno’ di una chiesa meno clericale

 

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il teologo domenicano, F. Boespflug, professore di storia delle religioni a Strasburgo, delinea il suo ‘sogno’ di una chiesa meno clericale, che dia spazio effettivo alla donna, che metta al primo posto la parola e riveda le sue decisioni rispetto a tante bocche che ha duramente tappato

Ho un sogno: una Chiesa meno clericale

di François Boespflug*
in “www.lavie.fr” del 9 ottobre 2013

Se dovessi citare una sola priorità per la riforma in corso nella mia Chiesa, sarebbe quella di una Chiesa meno clericale nei suoi modi di fare e di parlare, di cui papa Francesco mostra l’esempio quasi ogni giorno con gioia e che dà al suo messaggio un ritorno di giovinezza, di vitalità, di semplicità evangelica e di pertinenza profetica. dare uno spazio effettivo alle donne Questo cambiamento passa innanzitutto dalla fine del monopolio clericale (o diaconale), in ogni caso maschile, sul diritto di predicare nell’ambito della liturgia, e dal diritto, per le donne formate per questo ministero (attraverso una qualificazione in bibbia, teologia e liturgia) di esercitarlo. Semplicemente non è più tollerabile dalla coscienza comune né veramente vivibile in questi tempi di crisi delle vocazioni sacerdotali il fatto che continui a dominare ancora per molto, senza la minimo prospettiva di cambiamento, la disciplina di ferro che regna in questo ambito a partire dalla riforma gregoriana. Non c’è alcun argomento teologico convincente, eccetto quello della tradizione (benché Maddalena abbia meritato il titolo di “apostola apostolorum” e ad ogni modo, come insegna san Tommaso d’Aquino, l’argomento della tradizione è il più debole di tutti dal punto di vista razionale) perché sia mantenuta questa regola, nel senso dell’adagio paolino, “che le donne tacciano nella Chiesa”. Questa affermazione, e le conseguenze che ne sono state tratte, non sono più accettabili. Altre Chiese cristiane hanno voltato pagina, non senza coraggio, e stanno alquanto meglio, e si farebbe bene a meditare sul loro esempio approfittando della loro esperienza. Sarebbe una scelta di classe che la Chiesa di Roma avesse il coraggio di consultare la Chiesa anglicana… In ogni caso, ci si può aspettare molto da una evoluzione in questo ambito ed è perfino permesso pensare che i benefici dell’apertura alle donne della predicazione liturgica produrranno frutti positivi, numerosi ed imprevedibili. Manca qualcosa all’esercizio attuale di questo ministero, che passerà tramite le donne e sarà ridato alla Chiesa tramite loro, e solo tramite loro. Si tratta di un provvedimento è di tale natura da far evolvere l’esercizio del sacerdozio stesso. Su questo piano come su tutti gli altri, dove tale evoluzione avviene, quando avviene davvero, l’incontro del maschile e del femminile ha la grande opportunità di essere feconda. È molto dannoso che la predicazione del vangelo non abbia ancora potuto beneficiare di questa sorta di fattore di umanizzazione completa che permette la condivisione del compito tra uomini e donne, come si constata che lo procura l’accesso delle donne a funzioni di responsabilità nelle imprese e in altre istituzioni. Non è affatto necessario, secondo noi, condizionare questo provvedimento all’accesso delle donne al diaconato o al presbiterato. Ogni cosa a suo tempo. Mettere al primo posto la parola Poiché la vita della Chiesa si nutre della Parola di Dio e della liturgia, metterei nella riforma al secondo posto la riabilitazione della parola durante la messa e suggerirei al papa di redigere una enciclica vigorosa sull’alleanza strutturale indispensabile, nella celebrazione dell’eucaristia, della tavola della parola e della tavola del pane, alleanza insegnata e sostenuta dal Concilio Vaticano II nel solco del rinnovamento patristico, ma che è oggi malata dell’esaltazione della presenza reale a detrimento della parola viva – un’esaltazione che risale senza dubbio alla Controriforma, se non oltre, e giunge non solo all’ostensorio, ma all’interruzione della celebrazione alla consacrazione per adorazione e alla correlativa sospensione dell’omelia. Quindi una enciclica sull’omelia sembra urgente e prioritaria, accompagnata forse da una riflessione ecclesiale di grande portata, coraggiosa e ambiziosa, sulla crisi della predicazione nella Chiesa. Bisogna finirla con una teologia dell’eucaristia che oppone sacramento e omelia come l’essenziale e l’accessorio. La maggior parte delle disaffezioni alla messa domenicale provengono non tanto da un
dubbio relativamente alla presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati quanto da una invincibile noia ripetuta di settimana in settimana: mentre la testa e il cuore soffrono la fame, puntare tutto sull’ostia soltanto per colmo di mancanza di nutrimento dello spirito è un controsenso teologico ed antropologico. È quindi la teologia della messa che occorre correggere in un senso che tenga conto della ricezione concreta della liturgia da parte dei fedeli e delle condizioni sine qua non della loro partecipazione prolungata e resistente, tranquilla e convinta. riabilitare i teologi Infine sogno una rivalorizzazione globale e decisa dello studio, dovere religioso numero uno degli ebrei e presto, se non si sta attenti, ultima delle preoccupazioni dei cattolici; una dichiarazione solenne sull’importanza della lettura assidua, della perizia paziente, della vita intellettuale in generale, della ricerca e del mestiere di teologo in particolare, nella vita della Chiesa. Certo è bello che l’azione cattolica, la militanza, il volontariato, la carità creativa sotto tutte le sue forme, da un lato, la preghiera, il gusto della condivisione comunitaria, la devozione, la vita interiore e la contemplazione dall’altra, abbiano conosciuto dei bei giorni da diversi decenni, in particolare grazie all’Azione Cattolica, a diversi rinnovamenti (liturgici, biblici, patristici, ecc.), al Concilio Vaticano II (1962-1965), a quello che è stato chiamato movimento carismatico (dal 1972) e all’impegno dei cristiani in diversi campi d’azione umanitari. Ma è profondamente negativo, nefasto, controproducente che la fiducia e la stima per coloro che dedicano la loro esistenza all’acquisizione di una vero saper-fare in materia di riflessione critica sulle condizioni e sui mezzi della vita cristiana e della testimonianza cristiana, abbiano conosciuto un tale crollo che ormai è corrente sentir dire e perfino leggere che non ci sarebbero più intellettuali cristiani. I teologi di mestiere (sì, sì: di mestiere!) sono sempre meno sollecitati a dare la loro opinione e le loro analisi non solo negli organi di stampa non confessionali, ma perfino nella stampa di obbedienza cristiana; così come è negativo che tanti vescovi immaginino di non doversi più consigliare con i saggi e soprattutto con i ricercatori appassionati della Chiesa (condizione necessaria, non sufficiente) e ben informati in materie come morale, finanza, politica, media, questioni interreligiose, faccende di immagini e arte, come se la loro ordinazione episcopale li avesse colmati ipso facto e durevolmente dei sette doni dello Spirito Santo. Questa tendenza larvata anti-intellettualistica nuoce sia alla qualità del dibattito nella Chiesa, che non è in buona salute, e alla pertinenza delle prese di posizione dei cristiani nei media.
Nel caso felice che i tre desideri che ho appena formulato si realizzassero, per quanto minimamente, ne conseguirebbe la de-clericalizzazione del linguaggio dell’omelia, della catechesi, delle dichiarazioni episcopali, e del tono dei preti e del loro abbigliamento. E prego lo Spirito Santo di diffondere generosamente sulla Chiesa il parlar franco, che può aiutare le evoluzioni in questo senso.
Utinam!
*François Boespflug domenicano, professore di storia delle religioni alla Facoltà di teologia cattolica di Strasburgo, autore di diverse opere religiose, tra cui Le prophète de l’islam et ses images, une question tabou (Bayard).

dialogo sulla democrazia tra Scalfari e Cacciari

 

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Scalfari e Cacciari, dialogo sulla democrazia
“Non è solo una questione di voto”

Il filosofo e il fondatore di Repubblica hanno discusso dell’Europa e della qualita della sua democrazia. L’ex sindaco di Venezia: “Dove il potere politico è debole cresce la forza della burocrazia”. Il giornalista: “Il Comune è il punto dove si realizza la partecipazione”
di GLORIA BAGNARIOL

 

 “Europa e euro: dentro o fuori?” Questo il tema scelto per la quinta edizione di Repubblica delle Idee. che fra l’inaugurazione alla Fenice di Venezia e le giornate mestrine ha visto una grande partecipazione di pubblico in teatro ed anche sui social network, su Twitter l’hashtag #rep2013ve è statto fra i trend topic del week end. La risposta che si è venuta a creare attraverso gli incontri e le tavole rotonde dei primi due giorni che hanno ospitato imprenditori e politici locali, nazionali e europei è stata chiara: dentro. Anche le condizioni sono state condivise: è necessario un salto da un’unione meramente monetaria a una politica. Ma cosa significa? La risposta è stata affidata all’incontro conclusivo della manifestazione: il dialogo tra Eugenio Scalfari e Massimo Cacciari, nel quale si è indagata la qualità democratica di cui questa Europa ha bisogno. Per concludere che “la democrazia non è solo questione di voto”.

“Pericle – spiega Eugenio Scalfari – è ancora raccontato nei libri di storia come il simbolo massimo della democrazia greca, madre di tutte le democrazie. C’era partecipazione nel popolo di Atene? Sicuramente no, e questo può bastare a dire che non c’era democrazia?”. Bisogna quindi mettersi d’accordo sul senso del termine e, come chiarisce Massimo Cacciari: “Articolare il tipo di democrazia del quale abbiamo bisogno per poterne salvare l’idea”. Partire dalla convinzione che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma ha bisogno della partecipazione.

La storia degli Stati nazionali ha portato a una declinazione del concetto di democrazia che non può applicarsi tout court al Vecchio Continente che ha avuto un percorso evolutivo differente. Secondo Cacciari, con il quale Scalfari concorda, “L’Europa è policentrica per sua natura e non può essere ridotta a uno. Tutti coloro che ci hanno provato hanno fallito, ha fallito anche Napoleone”. Il presupposto
necessario è quindi realizzare il passaggio da confederazione a federazione: “Sganciarsi dall’idea di uno Stato centrale per poter ragionare seriamente e serenamente in termini federalistici”.

Una federazione che abbia competenze determinate per poter risolvere le sfide di una società globale alle quali gli Stati-nazione non possono trovare da soli le risposte e che garantisca a livello locale il rapporto con il cittadino, necessario a garantire quella sovranità che ora sente di aver perduto. “Il Comune – sottolinea Scalfari – il municipio nelle metropoli, è il punto in cui si realizza al meglio la partecipazione, mano mano che si sale si può avere solo una democrazia indiretta”.

Non bisogna quindi chiedersi se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo e come poterla costruire, come la sua articolazione possa difendere quei valori che riconosciamo come fondanti. Repubblica delle idee ha scelto Venezia per parlarne proprio perché “questa terra – come ha detto il direttore Ezio Mauro – quando parla di Europa parla di se stessa”. La quinta edizione termina quindi tra gli applausi del pubblico del Teatro Toniolo e con l’invito di Ezio Mauro a partecipare alle prossime tappe: “Abbiamo scelto questa notte dove andremo nel 2014, ma devo ancora avvertire il sindaco, quindi non posso dirlo”.

diritto d’asilo e alla sicurezza

migranti

un contributo alla riflessione su un problema da troppo tempo di drammatica attualità:

Diritto all’asilo e alla sicurezza

(Tito Boeri).

 

Almeno 6.772 persone, quasi 2 al giorno, sono morte negli ultimi 10 anni nell’attraversamento del Canale di Sicilia, in cerca di asilo. È una stima per difetto perché di molti barconi e persone inghiottite dal mare non si è mai avuto notizia. Il presidente del Consiglio Letta ha annunciato, da oggi, un impegno straordinario del nostro Paese con missioni navali ed aerei per rendere il Mediterraneo il mare più sicuro possibile.

Speriamo che serva almeno a contenere questa macabra contabilità. Qualche ragione per dubitarne purtroppo c’è. Molti affondamenti sono coincisi proprio con l’avvistamento di una nave o di un aereo, per via della concitazione a bordo di imbarcazioni sovraffollate. Già prima del naufragio dell’Isola dei Conigli erano state salvate, secondo i siti specializzati, circa 2.200 persone: quindi i pattugliamenti c’erano già e non hanno evitato quelle stragi. Il fatto è che il monitoraggio, per quanto accurato, non riesce a identificare piccole imbarcazioni alla deriva, specie in condizioni meteorologiche avverse. Infine, anche se il piano funzionasse davvero, rendendo il mare un po’ più sicuro c’è sempre il rischio di spingere più persone a mettersi in mare su imbarcazioni di fortuna con il risultato, alla fine, di aumentare il numero dei morti anziché ridurlo.
Bisogna quindi fare di più se vogliamo che il sentimento di vergogna per queste morti si trasformi in energia positiva. Molto spetta all’Europa, ma non deve essere un alibi perché abbiamo parecchio lavoro da fare anche da noi.
Cominciamo dall’Europa. Nelle ultime settimane, grazie anche alle pressioni del governo italiano, ci sono stati segnali di una maggiore attenzione che in passato. Bene approfittarne. Date le proporzioni del conflitto in Siria e il numero di potenziali richiedenti asilo (si parla di 2 milioni), ci sono gli estremi per richiedere un regime di protezione temporanea per gestire la crisi. Questo significa spartire l’onere di fornire asilo fra i paesi membri, alleggerendo quelli di frontiera. È un principio giusto perché è opportuno condividere non solo l’onere di protezione delle frontiere (e a tal fine bisognerebbe rifinanziare Frontex e coprire anche le missioni italiane di questi giorni), ma anche quello di accoglienza. Prendendo queste decisioni a livello europeo, è possibile sottrarle alla demagogia di politici locali che vogliano cavalcare i sentimenti anti-immigrati latenti nell’elettorato. Degno di nota il fatto che i paesi che hanno ristretto maggiormente le politiche d’asilo negli ultimi anni sono proprio quelli cui non si applicano le direttive comunitarie sull’asilo, come il Regno Unito, mentre in Norvegia il partito uscito vincente dal voto sta stringendo un accordo con l’ultradestra xenofoba attorno al restringimento delle politiche d’asilo. Per gestire la protezione temporanea bisognerebbe creare un fondo di solidarietà a livello europeo, sapendo che la concessione dell’asilo ha costi non indifferenti (si stima il costo dei 26 mila richiedenti asilo in Italia nel caso dell’emergenza Nordafrica in circa un miliardo e 400 milioni nel giro di due anni).
Ma anche il cosiddetto burden sharing (condivisione degli oneri dell’asilo) non risolve il problema delle morti nel Mediterraneo perché interviene solo
ex post, una volta che queste persone sono arrivate in qualcuno dei paesi dell’Unione, con tutti i rischi che questo viaggio della speranza comporta. Né sembra possibile organizzare esodi di massa dai paesi in conflitto, dato il numero potenzialmente incontrollato delle persone che ne potrebbero trarre vantaggio e la stessa indeterminatezza circa i paesi in conflitto (molti dei disperati arrivati a Lampedusa provenivano dall’Eritrea, non dalla Siria). Serve, invece, dare la possibilità di formulare domanda di asilo ancora prima di mettersi in viaggio verso l’Unione. Questo permetterebbe a molti di viaggiare in condizioni più sicure: oggi il viaggio in aereo viene reso impossibile non tanto dai costi (i sopravvissuti raccontano di 1.500 o 2.000 euro pagati per salire sulle navi delle morte, molto di più di quanto costerebbe un regolare biglietto d’aereo), ma dal fatto che le compagnie aree si rifiutano di accogliere a bordo chi non ha un visto per paura di incorrere in sanzioni e oneri di rimpatrio. Inutile sottolineare che, anche in questo caso, è molto probabile che ci sia un numero altissimo di domande d’asilo. Bisognerebbe perciò porre dei limiti alle domande che possono essere accolte e stabilire dei meccanismi di selezione, ad esempio in base alla gravità del conflitto, alla presenza di bambini o anziani fra i richiedenti, eccetera… Questo comporta un cambiamento non piccolo della normativa comunitaria che oggi attribuisce un diritto soggettivo all’asilo da parte di chiunque metta piede sul territorio dell’Unione fuggendo da una zona di guerra. È una normativa che era stata creata per gestire i piccoli numeri dei rifugiati politici, non i milioni di persone che hanno la sfortuna di vivere in aree in conflitto. Bene prenderne atto e porvi rimedio prima che venga del tutto annullato il diritto d’asilo per via delle reazioni dell’opinione pubblica, come avvenuto in Germania con la cancellazione di norme costituzionali dopo l’arrivo di 500 mila rifugiati bosniaci. Fondamentale anche che l’Unione aiuti i paesi ai confini delle aree in conflitto, come la Giordania, in cambio della loro cooperazione nella gestione dell’emergenza profughi.
Mentre l’Europa deve costruire le sue politiche d’asilo e dotarsi di un fondo di solidarietà per gestirle, noi dobbiamo rimettere mano alle nostre politiche dell’immigrazione economica, che portano anch’esse una responsabilità non indifferente nel cimitero Mediterraneo perché molte vite umane troncate sono di persone che non fuggivano dalla guerra ma dalla miseria. In questi giorni si parla molto di abolire la Bossi-Fini e soprattutto il reato di immigrazione clandestina. Sono scelte condivisibili, ma irrilevanti nel gestire l’emergenza umanitaria. Il reato di immigrazione clandestina non è in realtà quasi mai applicato. Ha il solo effetto, imponendo sanzioni inesigibili, di appesantire il lavoro dei nostri Tribunali. Sacrosanto toglierlo dal nostro ordinamento, ma sapendo che è un problema che ha a che fare più con la riforma della giustizia che con la riforma delle politiche dell’immigrazione. Quanto alla Bossi-Fini, credo di essere stato uno dei primi a denunciarne l’inadeguatezza e la demagogia. Ma ciò che va cambiato nelle nostre leggi di immigrazione per evitare nuove stragi in mare, ha a che vedere con norme che erano già nelle leggi antecedenti, a partire dalla Turco-Napolitano. Si tratta dell’ipocrisia secondo cui è possibile trovare un lavoro agli immigrati quando sono ancora nel paese di origine. Come se avessimo centri dell’impiego che funzionano nell’Africa sub-sahariana, quando non riusciamo a far funzionare neanche quelli di molte regioni italiane. Questa ipocrisia impone agli immigrati di arrivare illegalmente da noi, con mezzi di fortuna e ricorrendo a scafisti senza scrupoli. Bisognerebbe, invece, permettere un numero di ingressi realistico, che tenga conto delle esigenze non solo delle imprese ma anche delle famiglie italiane, e permettere alle persone che vogliono lavorare in Italia di arrivare da noi con visti temporanei, finalizzati alla ricerca di un posto di lavoro.

Da La Repubblica del 14/10/2013.